Il Diavolo della Ragione

Inizio questo breve articolo con la più banale delle introduzioni: ho una notizia cattiva e una buona.
Data la naturale avversione verso le false illusioni, faccio il primo passo con la cattiva.
La definizione di “Satanismo Razionalista”.
Come una dissonanza, uno scontro tra suoni senza alcun armonico in comune, questa definizione fa storcere in naso a molti.
In nome della ragione, chi è Satana? Come si può pensare tale entità in un contesto filosofico-religioso che tende ad escludere principi superiori, estranei all’ambito prettamente umano-animale?
Identificarsi come satanista razionalista provoca gastriti, occhi sbarrati, mani ai capelli, bocche aperte. Neanche l’incontro con un unicorno rosa scatenerebbe certe reazioni.
Sappiamo che gli ibridi, dalla notte dei tempi, sono visti con pruriginoso sospetto. D’altra parte, gli ibridi, nel loro contemplare diverse sfaccettature del reale e dell’immaginario, hanno un retrogusto, per molti amaro, di perfezione. Essi si cimentano nella tanto vagheggiata e bramata unione degli opposti.
Ma la via della perfezione, anche solo abbozzata, non è facile. Esiste l’alternativa spirituale, bella e confezionata, che fa gola a molti.
Riferirsi a qualcosa di superiore, ad un motore immobile, ad un creatore, ad una forza sovrannaturale, ha di certo i suoi vantaggi. È l’escamotage per eccellenza: non si deve neanche sottostare alle prove di realtà, poiché si può sempre tirare in ballo la deficienza dei sensi.
E questa è la cattiva notizia: il sentiero del Satanismo Razionalista è tutto in salita e pieno di rovi. Non è neanche assicurato, che alla fine di tale percorso, si possa intravedere uno scorcio di perfezione, ovvero una visione ampia, ragionata, chirurgicamente sezionata e ricomposta, di sé e della realtà. Ma a qualcuno piace l’ebbrezza della sfida.
Da satanista razionalista qual mi definisco non posso che rifuggire dai sentieri spianati, preferendo di gran lunga la fatica del terreno irto e il dolore salvifico dei rovi. Se non amate queste arrampicate, cambiate pure strada: per voi ci sono lande d’asfalto facilmente percorribili, viottoli già battuti estremamente agevoli, passeggiate confortevoli al chiaro di luna del pensiero codificato.
Come promesso però, ho anche una buona notizia.
La dissonanza del “Satanismo Razionalista” ha una sua risoluzione, un quid che fa da ponte tra i due stridenti enunciati di questa definizione, tanto intrigante quanto ambigua.
Alla domanda “Chi è Satana, in nome della ragione?”, il Satanismo Razionalista risponde: “Un archetipo”.
Mi si potrà accusare di star scoprendo l’acqua calda, ed in parte accetto questa accusa, ma in un terreno concettuale tanto scivoloso come quello del satanismo contemporaneo, la pignoleria non è mai troppa. Provo a fare un po’ di chiarezza.
Negli scritti laveyani, il Satana\Archetipo vibra ovunque, ma non troviamo precisi riferimenti al padre della teoria archetipica: Carl Gustav Jung. Possiamo ben capire la scelta di questo silenzio: il satanismo laveyano si pone anche come una controcultura autonoma, in aperta lotta contro il passato e le muffe filosofiche; la sua pretesa autarchica del non dover dare conto a nessuno è giustificabile, in perfetta sintonia con i suoi assunti.
La pignoleria, il voler indagare a posteriori, è in fondo frutto del naturale germoglio di idee dalla pianta principale. Non si vuole snaturare il pensiero laveyano, semplicemente ampliarlo, sviscerando tutti i significati possibili nascosti tra le sue righe.
Nel 2003, il Compendium Demonii, farà esplicito riferimento all’archetipo:
” Il Satanista accoglie l’archetipo di Satana, poiché questo è stato da sempre l’avversario di ogni movimento bianco.”
Ma già nella Satanic Bible leggiamo:

“La maggior parte dei satanisti non accetta Satana come un essere antropomorfo con zoccoli da caprone, una coda appuntita e con le corna. Egli rappresenta semplicemente una forza della natura -i poteri delle tenebre, come sono stati chiamati, solo perché nessuna religione ha estratto queste forze dall’oscurità. Neppure la scienza è stata capace di applicare una terminologia tecnica a queste forze. È un serbatoio aperto che poco viene utilizzato in quanto manca l’abilità ad usare uno strumento senza averlo capito o senza aver prima letto tutte le parti che lo compongono”.

Volenti o nolenti, anche solo l’esempio di questo estratto ci riporta alla mente gli studi di Jung sul concetto di archetipo (in particolare quello dell’Ombra) e sull’inconscio collettivo, termini ormai abusati ma poco realmente approfonditi. Forse la terminologia tecnica che desiderava LaVey la si può trovare in una scienza, seppur non esatta quale è la psicanalisi.
Al di là delle sue derive misticheggianti, che non interessano questa sede, il pensiero junghiano ha aperto nuove frontiere (bio-psicologiche, antropologiche e filosofiche), mostrandoci una psiche umana ben più complessa di quella freudiana perlopiù soggiogata dalle pulsioni sessuali e dai complessi edipici. L’inconscio di Jung possiede un substrato profondo (e non poco terrificante), che ci riporta alla storia psichica dell’umanità, alle religioni, alla mitologia, alle sedimentazioni istintuali più selvagge, alle paradossali credenze dell’uomo primitivo.
La parola archetipo deriva da greco antico (archè: “originale” e tipos: “modello”) e il suo significato è immagine.
Gli archetipi, è d’obbligo puntualizzare, non sono frutto dell’ereditarietà, essi si presentano come forme strutturanti della psiche, reticoli innati che organizzano l’esperienza umana, comuni a tutti gli individui. Non è detto che salgano sempre in superficie, essi sono definiti perlopiù come risposte potenziali ad un determinato enigma umano, così come spiegato in “L’inconscio” del 1918:

“Esistono semplicemente possibilità innate di avere certe idee: una sorta di condizione a priori per la produzione di certe fantasie, in qualche modo simile alle categorie kantiane.”

Gli archetipi sono sicuramente affini all’istinto. Jung si accosta all’etologia con gli esempi delle formiche e degli uccelli: le une sanno già come e dove costruire il loro formicaio, gli altri i loro nidi. E altri casi, a suffragio della potenza istintuale, non mancano: pensiamo alle strabilianti farfalle Monarca che ereditano a distanza di generazioni le rotte per le migrazioni già compiute dagli antenati.
Il genere umano non fa eccezione. Gli archetipi dell’inconscio collettivo funzionano in modo simile alle stratificazioni istintuali: sono dispositivi innati e sovrapersonali che permettono l’organizzazione dell’esperienza. La differenza sta nel grado di complessità che questi dispositivi assumono nella psiche umana.
La figura di Satana può essere considerata un archetipo?
Certamente sì. Lo stesso Jung associa Lucifero all’archetipo del “Vecchio Saggio” o del “Significato”, e ancora, indaga sul mito del Faust e del suo patto col Diavolo, e sulla influenza che questo prototipo ha avuto nella cultura tedesca.
Se poi guardiamo allo specifico archetipo dell’Ombra, non possiamo non ritrovarci di fronte ad un’immagine riflessa del nostro lato demoniaco.
Da più parti, nelle varie correnti del satanismo, l’incontro con sé stessi (e con il proprio lato oscuro) rappresenta il primo passo del viaggio; esperienza tutt’altro che gradevole ma necessaria.
L’Ombra, l’ammasso di istinti dimenticati e di pulsioni soffocate dalle buone maniere imposte dall’ipocrisia sociale, è l’immagine che viene rimandata a chiunque abbia il coraggio di chinarsi sullo specchio d’acqua del sé.
Si scoprirà dunque che dietro le quinte del teatro della vita operano gli archetipi, potenti ed imprescindibili, immagini primordiali cui, secondo Jung, è impossibile sfuggire. Con essi, ci spiega l’autore, si può tutt’al più stipulare un patto di non belligeranza, un sostanziale patto con sé stessi che ci arricchisce e ci porta un grado superiore di consapevolezza, uno stato riservato a pochi eletti in una umanità fondamentalmente infantile. Con le sue parole:

“Ciò che all’esperienza e alla conoscenza di oggi sembra malvagio, o almeno privo di senso e di valore, a un grado più alto di conoscenza e di esperienza può sembrare una fonte di bene; tutto dipende, naturalmente, dall’uso che uno fa dei propri sette diavoli.”

Non siamo molto lontani dal Satana dei razionalisti. Un Satana che è il Sé, ma anche qualcosa di altro da Sé.
Secondo Alberto Cousté, nella sua illuminante “Breve storia del Diavolo”, le tracce di questo potente archetipo si potrebbero ritrovare persino agli albori della civiltà umana e Malinowski ce ne darebbe conferma con i suoi studi sulle popolazioni delle Trobriand, comunità rimaste ancora all’Età della Pietra.
Per la certezza delle prove dobbiamo comunque aspettare il 3200 a.C., con i Sumeri ed il passaggio dai miti agricoli alle religioni civilizzate.
Dal Diavolo mesopotamico in poi, il pensiero antinomico proprio di tutte le religioni, ha radicato l’immagine primordiale dell’Avversario nell’inconscio collettivo dell’intera umanità. Tutti i sistemi religiosi riconoscono le contrapposizioni Bene\Male, Luce\Oscurità, Demiurgo Creatore\Demiurgo Distruttore.
Partendo dalla coppia mitica babilonese Gilgamesh\Enkidu a quella egiziana Osiride\Seth, in Persia con Ormuzd\Arimane, in Giappone con Amaterasu\Susanoo; Odino\Loki nelle culture germaniche, Allah\Eblis nell’Islam; dalla complessità di Shiva ai culti di Diana, da Dioniso al Metatron ebraico, dal Tifone cretese all’Adamo Belial dei cabalisti, finendo persino in Cina con la religione del dio-che-non-è e i suoi demoni chen\kwei – possiamo affermare che non esiste cosmogonia che non contempli l’archetipo diabolico.
Che sia il ricettacolo di tutti i mali e l’angoscia della teologia (come nel cristianesimo), che abbia una sua dignità, che sia temuto ed adorato, che sia la raison d’etre del principio benevolo, tutto questo ed altro ancora, il Diavolo si aggira da sempre tra i meandri dell’inconscio collettivo umano, in mutevoli forme e sempre uguale a se stesso. Si incarna dalla notte dei tempi nel ciclo continuo di una formidabile metempsicosi: nelle paure del primitivo, nel politeismo delle civiltà antiche, nel suo splendore pagano e nella forza dei monoteismi, tra le fiamme dei roghi, tra le urla degli anatemi, nelle celebrazioni artistiche del Rinascimento e dell’Illuminismo, nei furori dello Sturm und Drang e nello spleen del decadentismo..
E proprio chi più lo bistratta sembra riconoscere il suo potere: “Gesù gli chiese: come ti chiami? Ed Egli rispose: il mio nome è Legioni.” (Luca, VIII, 30).
Perché dunque, ritornando a LaVey, “nessuna religione ha estratto queste forze dall’oscurità” ? O perlomeno, perché tutte le religioni hanno cercato di contenere i poteri delle tenebre e degli istinti? Lo stesso LaVey infatti definisce dio come un fattore bilanciante della natura.
Una risposta esaustiva ce la fornisce il già citato Alberto Cousté:

“Nella lunga e forse interminabile lotta della specie per la conquista della libertà, l’uomo intuisce che il Diavolo è il suo predecessore, il suo specchio, e forse anche il suo complice; per la cultura, il potere e la repressione impliciti nella morfologia di ogni ordine gregario, è importante che questa intuizione non diventi una certezza. Se ciò accadesse, l’identificazione dell’uomo con il Diavolo sarebbe inevitabile e il Grande Ribelle raggiungerebbe finalmente il culmine della sua opera, paziente ed instancabile: la libertà dell’individuo al di sopra di tutte le riflessioni che possano limitarla, la dissoluzione delle forme nel caos.”

Satana, l’archetipo, fa paura. I pochi eletti che lo riconoscono, che si riconoscono, fanno paura ancora oggi, in una società avanzata e progredita come la nostra. Perché mai? Si tratta di un residuo di superstizione? Forse in superficie, per l’ignorante popolino. Ma la diffidenza, i tentativi di occultamento, di mistificazione e di derisione, gettati sul satanismo, provengono da molti fronti: accademici, religiosi, mediatici. Non solo dunque rozzo popolino.
Perché questo malcelato timore?
Perché l’archetipo del Grande Ribelle è comune a tutti ma è dormiente nella moltitudine, ricacciato in un sacco dietro le spalle che diventa sempre più pesante, fino a schiacciare in modo definitivo la spinta prometeica alla libertà.
Seguendo la teoria archetipica, la massima laveyana che satanisti si nasce non si diventa, andrebbe in qualche modo corretta: satanisti si nasce, ma solo qualcuno lo diventa.
I pochi eletti non hanno pesi sulle spalle. Hanno incontrato se stessi e l’archetipo, vagano inquieti alla ricerca di una libertà forse mai sperimentata, e fanno paura.
Il Diavolo della Ragione fa paura.

Bibliografia:

  • Compendium Daemonii, a cura de Il Tempio di Satana, settembre 2003
  • The Satanic Bible, Anton S. LaVey, 1969
  • Breve storia del Diavolo, Alberto Cousté, 1991
    Carl Gustav Jung:
  • Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1934\1954
  • Jung. Inconscio, occultismo e magia. (a cura di Aldo Carotenuto, 1971)
  • L’io e l’inconscio, 1918

In copertina il Bafometto di Saint-Merri, Parigi.

 

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Cultura Pagana

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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