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Il Diavolo della Ragione

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Inizio questo breve articolo con la più banale delle introduzioni: ho una notizia cattiva e una buona.
Data la naturale avversione verso le false illusioni, faccio il primo passo con la cattiva.
La definizione di “Satanismo Razionalista”.
Come una dissonanza, uno scontro tra suoni senza alcun armonico in comune, questa definizione fa storcere in naso a molti.
In nome della ragione, chi è Satana? Come si può pensare tale entità in un contesto filosofico-religioso che tende ad escludere principi superiori, estranei all’ambito prettamente umano-animale?
Identificarsi come satanista razionalista provoca gastriti, occhi sbarrati, mani ai capelli, bocche aperte. Neanche l’incontro con un unicorno rosa scatenerebbe certe reazioni.
Sappiamo che gli ibridi, dalla notte dei tempi, sono visti con pruriginoso sospetto. D’altra parte, gli ibridi, nel loro contemplare diverse sfaccettature del reale e dell’immaginario, hanno un retrogusto, per molti amaro, di perfezione. Essi si cimentano nella tanto vagheggiata e bramata unione degli opposti.
Ma la via della perfezione, anche solo abbozzata, non è facile. Esiste l’alternativa spirituale, bella e confezionata, che fa gola a molti.
Riferirsi a qualcosa di superiore, ad un motore immobile, ad un creatore, ad una forza sovrannaturale, ha di certo i suoi vantaggi. È l’escamotage per eccellenza: non si deve neanche sottostare alle prove di realtà, poiché si può sempre tirare in ballo la deficienza dei sensi.
E questa è la cattiva notizia: il sentiero del Satanismo Razionalista è tutto in salita e pieno di rovi. Non è neanche assicurato, che alla fine di tale percorso, si possa intravedere uno scorcio di perfezione, ovvero una visione ampia, ragionata, chirurgicamente sezionata e ricomposta, di sé e della realtà. Ma a qualcuno piace l’ebbrezza della sfida.
Da satanista razionalista qual mi definisco non posso che rifuggire dai sentieri spianati, preferendo di gran lunga la fatica del terreno irto e il dolore salvifico dei rovi. Se non amate queste arrampicate, cambiate pure strada: per voi ci sono lande d’asfalto facilmente percorribili, viottoli già battuti estremamente agevoli, passeggiate confortevoli al chiaro di luna del pensiero codificato.
Come promesso però, ho anche una buona notizia.
La dissonanza del “Satanismo Razionalista” ha una sua risoluzione, un quid che fa da ponte tra i due stridenti enunciati di questa definizione, tanto intrigante quanto ambigua.
Alla domanda “Chi è Satana, in nome della ragione?”, il Satanismo Razionalista risponde: “Un archetipo”.
Mi si potrà accusare di star scoprendo l’acqua calda, ed in parte accetto questa accusa, ma in un terreno concettuale tanto scivoloso come quello del satanismo contemporaneo, la pignoleria non è mai troppa. Provo a fare un po’ di chiarezza.
Negli scritti laveyani, il Satana\Archetipo vibra ovunque, ma non troviamo precisi riferimenti al padre della teoria archetipica: Carl Gustav Jung. Possiamo ben capire la scelta di questo silenzio: il satanismo laveyano si pone anche come una controcultura autonoma, in aperta lotta contro il passato e le muffe filosofiche; la sua pretesa autarchica del non dover dare conto a nessuno è giustificabile, in perfetta sintonia con i suoi assunti.
La pignoleria, il voler indagare a posteriori, è in fondo frutto del naturale germoglio di idee dalla pianta principale. Non si vuole snaturare il pensiero laveyano, semplicemente ampliarlo, sviscerando tutti i significati possibili nascosti tra le sue righe.
Nel 2003, il Compendium Demonii, farà esplicito riferimento all’archetipo:
” Il Satanista accoglie l’archetipo di Satana, poiché questo è stato da sempre l’avversario di ogni movimento bianco.”
Ma già nella Satanic Bible leggiamo:

“La maggior parte dei satanisti non accetta Satana come un essere antropomorfo con zoccoli da caprone, una coda appuntita e con le corna. Egli rappresenta semplicemente una forza della natura -i poteri delle tenebre, come sono stati chiamati, solo perché nessuna religione ha estratto queste forze dall’oscurità. Neppure la scienza è stata capace di applicare una terminologia tecnica a queste forze. È un serbatoio aperto che poco viene utilizzato in quanto manca l’abilità ad usare uno strumento senza averlo capito o senza aver prima letto tutte le parti che lo compongono”.

Volenti o nolenti, anche solo l’esempio di questo estratto ci riporta alla mente gli studi di Jung sul concetto di archetipo (in particolare quello dell’Ombra) e sull’inconscio collettivo, termini ormai abusati ma poco realmente approfonditi. Forse la terminologia tecnica che desiderava LaVey la si può trovare in una scienza, seppur non esatta quale è la psicanalisi.
Al di là delle sue derive misticheggianti, che non interessano questa sede, il pensiero junghiano ha aperto nuove frontiere (bio-psicologiche, antropologiche e filosofiche), mostrandoci una psiche umana ben più complessa di quella freudiana perlopiù soggiogata dalle pulsioni sessuali e dai complessi edipici. L’inconscio di Jung possiede un substrato profondo (e non poco terrificante), che ci riporta alla storia psichica dell’umanità, alle religioni, alla mitologia, alle sedimentazioni istintuali più selvagge, alle paradossali credenze dell’uomo primitivo.
La parola archetipo deriva da greco antico (archè: “originale” e tipos: “modello”) e il suo significato è immagine.
Gli archetipi, è d’obbligo puntualizzare, non sono frutto dell’ereditarietà, essi si presentano come forme strutturanti della psiche, reticoli innati che organizzano l’esperienza umana, comuni a tutti gli individui. Non è detto che salgano sempre in superficie, essi sono definiti perlopiù come risposte potenziali ad un determinato enigma umano, così come spiegato in “L’inconscio” del 1918:

“Esistono semplicemente possibilità innate di avere certe idee: una sorta di condizione a priori per la produzione di certe fantasie, in qualche modo simile alle categorie kantiane.”

Gli archetipi sono sicuramente affini all’istinto. Jung si accosta all’etologia con gli esempi delle formiche e degli uccelli: le une sanno già come e dove costruire il loro formicaio, gli altri i loro nidi. E altri casi, a suffragio della potenza istintuale, non mancano: pensiamo alle strabilianti farfalle Monarca che ereditano a distanza di generazioni le rotte per le migrazioni già compiute dagli antenati.
Il genere umano non fa eccezione. Gli archetipi dell’inconscio collettivo funzionano in modo simile alle stratificazioni istintuali: sono dispositivi innati e sovrapersonali che permettono l’organizzazione dell’esperienza. La differenza sta nel grado di complessità che questi dispositivi assumono nella psiche umana.
La figura di Satana può essere considerata un archetipo?
Certamente sì. Lo stesso Jung associa Lucifero all’archetipo del “Vecchio Saggio” o del “Significato”, e ancora, indaga sul mito del Faust e del suo patto col Diavolo, e sulla influenza che questo prototipo ha avuto nella cultura tedesca.
Se poi guardiamo allo specifico archetipo dell’Ombra, non possiamo non ritrovarci di fronte ad un’immagine riflessa del nostro lato demoniaco.
Da più parti, nelle varie correnti del satanismo, l’incontro con sé stessi (e con il proprio lato oscuro) rappresenta il primo passo del viaggio; esperienza tutt’altro che gradevole ma necessaria.
L’Ombra, l’ammasso di istinti dimenticati e di pulsioni soffocate dalle buone maniere imposte dall’ipocrisia sociale, è l’immagine che viene rimandata a chiunque abbia il coraggio di chinarsi sullo specchio d’acqua del sé.
Si scoprirà dunque che dietro le quinte del teatro della vita operano gli archetipi, potenti ed imprescindibili, immagini primordiali cui, secondo Jung, è impossibile sfuggire. Con essi, ci spiega l’autore, si può tutt’al più stipulare un patto di non belligeranza, un sostanziale patto con sé stessi che ci arricchisce e ci porta un grado superiore di consapevolezza, uno stato riservato a pochi eletti in una umanità fondamentalmente infantile. Con le sue parole:

“Ciò che all’esperienza e alla conoscenza di oggi sembra malvagio, o almeno privo di senso e di valore, a un grado più alto di conoscenza e di esperienza può sembrare una fonte di bene; tutto dipende, naturalmente, dall’uso che uno fa dei propri sette diavoli.”

Non siamo molto lontani dal Satana dei razionalisti. Un Satana che è il Sé, ma anche qualcosa di altro da Sé.
Secondo Alberto Cousté, nella sua illuminante “Breve storia del Diavolo”, le tracce di questo potente archetipo si potrebbero ritrovare persino agli albori della civiltà umana e Malinowski ce ne darebbe conferma con i suoi studi sulle popolazioni delle Trobriand, comunità rimaste ancora all’Età della Pietra.
Per la certezza delle prove dobbiamo comunque aspettare il 3200 a.C., con i Sumeri ed il passaggio dai miti agricoli alle religioni civilizzate.
Dal Diavolo mesopotamico in poi, il pensiero antinomico proprio di tutte le religioni, ha radicato l’immagine primordiale dell’Avversario nell’inconscio collettivo dell’intera umanità. Tutti i sistemi religiosi riconoscono le contrapposizioni Bene\Male, Luce\Oscurità, Demiurgo Creatore\Demiurgo Distruttore.
Partendo dalla coppia mitica babilonese Gilgamesh\Enkidu a quella egiziana Osiride\Seth, in Persia con Ormuzd\Arimane, in Giappone con Amaterasu\Susanoo; Odino\Loki nelle culture germaniche, Allah\Eblis nell’Islam; dalla complessità di Shiva ai culti di Diana, da Dioniso al Metatron ebraico, dal Tifone cretese all’Adamo Belial dei cabalisti, finendo persino in Cina con la religione del dio-che-non-è e i suoi demoni chen\kwei – possiamo affermare che non esiste cosmogonia che non contempli l’archetipo diabolico.
Che sia il ricettacolo di tutti i mali e l’angoscia della teologia (come nel cristianesimo), che abbia una sua dignità, che sia temuto ed adorato, che sia la raison d’etre del principio benevolo, tutto questo ed altro ancora, il Diavolo si aggira da sempre tra i meandri dell’inconscio collettivo umano, in mutevoli forme e sempre uguale a se stesso. Si incarna dalla notte dei tempi nel ciclo continuo di una formidabile metempsicosi: nelle paure del primitivo, nel politeismo delle civiltà antiche, nel suo splendore pagano e nella forza dei monoteismi, tra le fiamme dei roghi, tra le urla degli anatemi, nelle celebrazioni artistiche del Rinascimento e dell’Illuminismo, nei furori dello Sturm und Drang e nello spleen del decadentismo..
E proprio chi più lo bistratta sembra riconoscere il suo potere: “Gesù gli chiese: come ti chiami? Ed Egli rispose: il mio nome è Legioni.” (Luca, VIII, 30).
Perché dunque, ritornando a LaVey, “nessuna religione ha estratto queste forze dall’oscurità” ? O perlomeno, perché tutte le religioni hanno cercato di contenere i poteri delle tenebre e degli istinti? Lo stesso LaVey infatti definisce dio come un fattore bilanciante della natura.
Una risposta esaustiva ce la fornisce il già citato Alberto Cousté:

“Nella lunga e forse interminabile lotta della specie per la conquista della libertà, l’uomo intuisce che il Diavolo è il suo predecessore, il suo specchio, e forse anche il suo complice; per la cultura, il potere e la repressione impliciti nella morfologia di ogni ordine gregario, è importante che questa intuizione non diventi una certezza. Se ciò accadesse, l’identificazione dell’uomo con il Diavolo sarebbe inevitabile e il Grande Ribelle raggiungerebbe finalmente il culmine della sua opera, paziente ed instancabile: la libertà dell’individuo al di sopra di tutte le riflessioni che possano limitarla, la dissoluzione delle forme nel caos.”

Satana, l’archetipo, fa paura. I pochi eletti che lo riconoscono, che si riconoscono, fanno paura ancora oggi, in una società avanzata e progredita come la nostra. Perché mai? Si tratta di un residuo di superstizione? Forse in superficie, per l’ignorante popolino. Ma la diffidenza, i tentativi di occultamento, di mistificazione e di derisione, gettati sul satanismo, provengono da molti fronti: accademici, religiosi, mediatici. Non solo dunque rozzo popolino.
Perché questo malcelato timore?
Perché l’archetipo del Grande Ribelle è comune a tutti ma è dormiente nella moltitudine, ricacciato in un sacco dietro le spalle che diventa sempre più pesante, fino a schiacciare in modo definitivo la spinta prometeica alla libertà.
Seguendo la teoria archetipica, la massima laveyana che satanisti si nasce non si diventa, andrebbe in qualche modo corretta: satanisti si nasce, ma solo qualcuno lo diventa.
I pochi eletti non hanno pesi sulle spalle. Hanno incontrato se stessi e l’archetipo, vagano inquieti alla ricerca di una libertà forse mai sperimentata, e fanno paura.
Il Diavolo della Ragione fa paura.

Bibliografia:

  • Compendium Daemonii, a cura de Il Tempio di Satana, settembre 2003
  • The Satanic Bible, Anton S. LaVey, 1969
  • Breve storia del Diavolo, Alberto Cousté, 1991
    Carl Gustav Jung:
  • Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1934\1954
  • Jung. Inconscio, occultismo e magia. (a cura di Aldo Carotenuto, 1971)
  • L’io e l’inconscio, 1918

In copertina il Bafometto di Saint-Merri, Parigi.

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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La storia di Jack la Lanterna, Jack o’Lantern

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Una vecchia leggenda narrana di un certo Jack o’Lantern, un fabbro irlandese, ubriacone e taccagno, che incontrò il Diavolo in un’osteria nella notte del 31 ottobre, dopo l’ennesima sbronza. L’uomo, rimasto senza soldi per un’ultima bevuta, barattò la propria anima in cambio di una moneta con la quale avrebbe pagato l’ennesimo bicchiere di vino. Il  Diavolo si trasformò allora in una moneta da 6 pence.

Jack però non utilizzò la moneta per pagare la consumazione ma se ne impossessò mettendola nel proprio portafoglio.  Afferrò avidamente la moneta e la mise nel suo portafoglio accanto ad una croce d’argento. Il Diavolo rimase così imprigionato. Riottenne la libertà posticipando di un anno la morte di Jack, visto che  era diventato il padrone della sua anima, dopo il patto stipulato nell’osteria, vista la situazione imbarazzante che lo costringeva nel portafoglio dell’uomo, regalò un anno di vita in più. Jack liberò così il Diavolo.

Quando il Diavolo si ripresentò l’anno successivo per impossessarsi dell’anima di Jack, questi lo ingannò con una scusa, gli disse: «Verrò con te, ma prima potresti prendermi una mela da quell’albero?». Il Diavolo, pensando di non aver nulla da temere, balzò sulle spalle dell’uomo per prendere la mela. L’artigiano tirò fuori un coltello e intagliò una croce sul tronco dell’albero. Questo lasciò il Diavolo a mezz’aria, incapace di raggiungerlo. Il fabbro gli fece promettere di non tornare mai più per reclamare la sua anima e, non vedendo via d’uscita, il Diavolo acconsentì. La leggenda, però, non spiega come il Diavolo sia riuscito a tornare di nuovo a terra.

Quando l’uomo morì, anni dopo, non fu ammesso in cielo a causa della sua vita dissoluta da ubriacone e truffatore. Così, si recò all’entrata dell’inferno, dove anche il Diavolo lo rimandò indietro. Quell’essere volle mantenere la promessa: quella di non prendere mai la sua anima. «Ma dove posso andare?», chiese allora il fabbro. «Torna da dove sei venuto!», gli rispose Lucifero. Ma la strada del ritorno era buia e ventosa e l’uomo implorò Satana di dargli almeno una luce per trovare la giusta via. Il Diavolo, spazientito, gli gettò contro un carbone ardente che proveniva dalle fiamme dell’inferno. Per illuminare il cammino e per non farlo spegnere dal vento, il fabbro lo mise in una rapa che stava mangiando. Da allora, il fabbro fu condannato a vagare nell’oscurità con la sua lucerna, fino al Giorno del Giudizio e divenne il simbolo delle anime dannate.

Finita la leggenda inizia la storia: il termine Jack o’Lantern apparve per la prima volta in uno scritto del 1750, in riferimento a una sentinella o ad un uomo che portava un lume. La sua storia cominciò quindi ad essere collegata al culto degli spiriti vaganti nella notte di Halloween. Per difendersi da spiacevoli visite la gente cominciò a intagliare e dipingere delle facce nelle rape in cui mettevano delle candele illuminate, sperando che il simulacro di un’anima dannata potesse far scappare i fantasmi.

La spaventosa carestia delle patate, in Irlanda (1845-50) obbligò più di 700 mila persone ad immigrare in America. Questi immigranti portarono con loro anche le tradizioni di Halloween. Ma negli Usa, le rape non erano così diffuse come in Irlanda (anche se venivano utilizzate persino le patate e le barbabietole), così le sostituirono più che egregiamente con le zucche americane. Oggi la zucca intagliata rappresenta la faccia sogghignante del furbo fabbro, l’icona più famosa di questa festa horror.

 
  

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Satanismo Razionalista e pensiero magico

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In un famoso racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, cui rimando, si fa riferimento ad una importante e compromettente missiva che, nell’intento di essere ben nascosta, viene posta praticamente sotto gli occhi di chi la vuole cercare.

orrei inoltrarmi nel cuore di questo articolo, di non certo facile approccio, proprio con la metafora di questo breve racconto: come mantenere un importante segreto? Semplice, mettendolo all’ovvia conoscenza di tutti. Come celare i suoi essenziali contenuti? Semplice, nascondendoli nella foga di un’ accurata e strenua ricerca.
Non credo sia azzardato trattare un argomento chiamato magia proprio come l’enigmatica lettera di Edgar Allan Poe. La magia, a pensarci bene, è da sempre sotto ai nostri occhi, chi la conosce e ne ha dimestichezza non fa altro che sviare i nostri sforzi verso una ricerca snervante che va a finire ad un palmo dal nostro naso, in una labirintica chiusura del cerchio che i più sagaci liquidano in un paio di mosse intuitive.

Ma attenzione, questi sagaci che scorgono la lettera senza affannarsi troppo nella sua ricerca sono giunti soltanto ad un primo livello di conoscenza: essi non sono in grado di decifrarne il suo contenuto, possono, al massimo, averne una vaga idea. I sagaci hanno solo compreso un machiavellico meccanismo per cui il segreto va custodito nell’ovvio, nel cesto delle cianfrusaglie, nella paccottiglia del quotidiano; essi sono a buon punto ma ancora ben lontani dalla verità.
Alla fine del racconto di Poe, infatti, noi non sapremo nulla degli scandali paventati nella missiva, ci rimarrà uno strano senso di inappagamento.
Questo articolo sarà qualcosa di simile alla “Lettera rubata”, esso non rivelerà nulla di più di ciò che sta proprio davanti al nostro sguardo (ma che spesso non si riesce a vedere) e non svelerà scottanti contenuti.

Quindi, se alla sola evocazione della parola magia vi aspettate un formulario per parlare coi defunti o una fattura per far ritornare il\la partner che vi ha lasciato, potete saltare direttamente la trattazione ed affidarvi alle numerose offerte che si prospettano in giro, dal web al giornale del parrucchiere, a vari costi e mai sicuri benefici.
Detto questo, come si evince dal titolo, la discussione è recintata nell’ambito del Satanismo Razionalista ed è quindi ad autori quali Anton Szandor LaVey e Peter H.Gilmore che farò riferimento.
Non è difficile scorgere una certa somiglianza di struttura tra La Bibbia Satanica del 1969 e le Scritture Sataniche del 2007: entrambi i saggi infatti sono quasi spaccati in due, come fossero attraversati da due anime. Dopo i principi, le discussioni, le tematiche sociali e concettuali del Satanismo, l’ultima parte dei testi è riservata agli aspetti magico-cerimoniali e alla descrizione di vari rituali.

Questo dulcis in fundo potrebbe rivelarsi qualcosa di ben più che una semplice scelta strutturale del testo, come esporrò nella conclusione di questo articolo. Ma non anticipo.
Anzitutto, cercherò, in modo sintetico e personale, di spiegare in cosa consistono magia e ritualistica nel Satanismo Razionalista, perlomeno da quel che se ne può dedurre dai testi ufficiali.
I concetti che ricorrono frequentemente sono “psicodramma”, “catarsi”, “esorcizzazione”, “immaginazione”, “potenziamento di sé”. Insomma, la trasformazione della realtà esterna ad opera del magus o della maga passa necessariamente attraverso una mutazione interiore. Azzardando un accostamento che va preso con le giuste cautele, si può notare che non siamo qui molto lontani dalla tradizione alchemica, nel suo versante più esoterico e simbolico: il passaggio dal piombo all’oro è anzitutto la metafora del raggiungimento di uno stato metafisico di conoscenza.
La trasmutazione è un fatto interiore e i suoi effetti possono ricadere nel reale cambiando lo stato delle cose; l’atto magico è principalmente una concentrazione energetica volta al sé, alla comprensione di ogni oscuro angolo della propria psiche e all’attuazione di un desiderato cambiamento. Di sicuro, l’accendere una candela o recitare alcune formule sono atti che non hanno nessun impatto sullo stato delle cose in modo diretto; possono tuttalpiù funzionare da “catalizzatori per le azioni”; ed è proprio con queste parole che Anton Szandor LaVey definisce i riti nel suo “The Satanic Rituals”.

Sempre citando questo testo, possiamo notare che la Messa Nera è definita “uno psicodramma nel senso più vero” il cui scopo è quello di “ridurre o negare lo stigma acquisito attraverso l’indottrinamento passato”. Dunque, al di là delle morbose chiacchiere riversate su questa pratica, essa rappresenterebbe, in fondo, una sorta di esorcismo interiore, una liberazione dai pesanti e umilianti condizionamenti della morale catto-cristiana.
Altro esempio: il rito di derivazione tedesca “Das Tierdrama” che rappresenta “l’ammissione della propria eredità di quadrupede” e il cui scopo è quello di “regredire spontaneamente ad un livello animale, assumendo attributi animali di onestà, purezza e un’aumentata percezione sensoriale”. Anche qui, lo psicodramma ci mette in contatto con la nostra natura istintuale permettendoci di riesumare aspetti della nostra essenza umana che tendiamo a soggiogare.
Questi esempi sono paradigmatici e possono fornirci la strada per comprendere la natura profonda della magia satanica razionalista.
Gli effetti a cascata sul reale che questi rituali possono scatenare sono molteplici: si potrebbe immaginare una persona che, liberata dagli orpelli dogmatici di una religione monoteista, si tuffi nella conoscenza scientifica e trovi una cura al cancro; oppure altri che, liberando la propria sessualità animale repressa, guariscano da malattie psicosomatiche o di stampo nevrotico. Non siamo qui nel campo dei miracoli ma di circostanze perfettamente spiegabili.
La magia del Satanismo Razionalista è un’apertura del possibile, un’elevazione del sé, un’autocelebrazione delle proprie potenzialità.
Non avrai una macchina nuova tracciando un cerchio nel pavimento ed evocando spiriti, la potrai avere se evochi in te stesso una forte motivazione e una determinazione atta a raggiungere l’obiettivo (ad esempio quella di lavorare per guadagnare).

A scanso di equivoci, è opportuno distinguere tra i termini magia e pensiero magico, sintetizzando in modo brutale poiché una dissertazione specifica di queste tematiche mi porterebbe ben lontano dagli spazi di questa trattazione. In pochissime parole, il termine “magia” deriva dal greco magheia (scienza, saggezza) e spazia dal corpus operativo in senso stretto alla storia di queste pratiche; il pensiero magico invece riguarda tutti quei processi cognitivi che esulano dal pensiero logico stabilendo connessioni altre tra causa ed effetto e tra eventi spazio-temporali.
I due concetti si compenetrano vicendevolmente, quel che li accomuna è il fatto che entrambi, molto spesso, si riferiscano a qualcosa di primitivo, infantile, arcaico. Non è raro che, in psicologia e antropologia, questi termini abbiano un’accezione negativa, ma in questa sede verranno trattati in modo neutro.
Il fatto che il pensiero magico sia legato alla primitività (Lévy-Bruhl) e all’infanzia (Piaget) non deve trarre in inganno: il pensiero magico è presente in ognuno di noi come una sorta di stratificazione, un basamento roccioso sopra il quale si sono formati altri strati di materiale che svettano, che chiamiamo pensiero logico-scientifico o pensiero adulto.
Con una metafora: il pensiero magico è l’Atlante che sorregge il nostro accesso all’intelletto, per questo motivo è semplicistico sbarazzarsene come qualcosa di ormai superato. Primitivo, arcaico e infantile non coincidono necessariamente col passato.
Gli studi recenti della psicologia e dell’antropologia, infatti, tendono sempre meno a distinguere nettamente tra pensiero logico e pensiero magico, privilegiando perlopiù un approccio olistico all’insieme dei processi cognitivi.

Tanto più che il dato storico va oltre le riduttive tesi evoluzioniste: dalle statistiche emerge che nella storia dell’Occidente, l’epoca della magia non è né il Medio Evo né il Rinascimento, dove pure tali interessi esistevano, ma è il XX secolo, nel quale si assiste ad una straordinaria rinascita dell’occultismo e dell’esoterismo. Il fenomeno è sorprendente se si considera il fatto che l’interesse per l’occulto perdura nel nostro secolo nonostante l’avanzato progresso tecnologico.
Il Satanismo Razionalista, nella sua ricerca di completezza umana, nel suo continuo affannarsi in una conciliazione degli opposti, difficoltosa e proficua, non può certo accantonare il problema: gettare il bambino con l’acqua sporca non è nel nostro stile.

Tutto ciò che esula dalla razionalità comunemente intesa è da noi rigettato: superstizione, credenze insulse, illusioni a buon mercato; ma l’irrazionale in sé, nelle sue manifestazioni umane, antropologiche, psicologiche ed artistiche è parte fondante della nostra filosofia cultuale. Se così non fosse, non potremmo definirci satanisti.
Il pensiero magico, così come l’atavico senso del sacro, non sono estirpabili dalla natura umana, possiamo accantonarli ma ciò non significa che essi smettano di esistere. Una loro razionalizzazione può essere utile per tenerne conto nel giusto modo, per inserirli nel tempo e nel pensiero avanzato della civiltà occidentale, con la loro dignità, espungendo da essi il senso del ridicolo di cui soffrono a causa della volgarità e della creduloneria della maggioranza.

L’approccio del Satanismo Razionalista va in questa direzione e pare spingersi sempre oltre in questo processo di razionalizzazione.
I segnali di questo corso si possono facilmente rinvenire, ad esempio, nelle affermazioni di Gilmore riguardo i rituali del Satanismo: essi non sono obbligatori e non hanno nulla di dogmatico, molti satanisti non sentono il bisogno di attuarli o li attuano intimamente con la creazione artistica e intellettuale.
Sulla scia delle frontiere aperte anche dalla Chaos Magic, il rituale va sempre più personalizzandosi, assumendo progressivamente ampi spazi di libertà dal già scritto e dal dogma. Nell’ambito della letteratura ritualistica esistente, scrive il Magus Gilmore: “You may even have multiple versions to be used for differing ritual intent. The choice is yours”.
La personalizzazione dei rituali, nel Satanismo Razionalista contemporaneo, allarga le maglie della loro operatività: essi si mantengono in equilibrio in una zona limbica tra stringente razionalismo e ancestrale irrazionalismo, il cambiamento del paradigma li rende adattabili al tempo e dunque ne perpetua l’efficacia.

Forse solo questa non facile posizione liminare può tentare di compiere l’agognata sintesi tra pensiero logico e pensiero magico; sappiamo che la scelta esclusiva dell’uno porta ad una perdita di contatto con la nostra archetipica essenza umana, mentre abbracciando senza riserve l’altro si rischia di scivolare nel baratro della volgare ignoranza.
E’ certo che questo tentativo di quadratura del cerchio ha affascinato nei secoli poeti, intellettuali, scienziati, artisti, politici.
In un testo illuminante di cui caldeggio la lettura, “La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale”di Giorgio Galli, troviamo tracce del pensiero magico in personaggi che hanno fondato il pensiero razionale, in scienziati e statisti di notevole levatura intellettuale e proverbiale spregiudicatezza: dal Richelieu a Thomas Hobbes, da Max Weber a Napoleone, da Newton a Cartesio, da Carl Marx a Mussolini.

E se poco ci sorprende scoprire movimenti magici dietro la rivoluzione francese, il bolscevismo russo, il nazismo di Hitler, i regimi totalitari di Ceausescu e Péron, rimaniamo leggermente scossi dalle scivolate magiche di un Romano Prodi, di un Ronald Reagan, di un Winston Churchill o di un Clinton.
Le riposte a tali evidenti attriti tra razionalità e forme di pensiero magico possono essere trovate su due piani interconnessi. Quello storico, a detta del Galli, che vedrebbe una sopravvivenza occulta di tutto un pensiero esoterico che va dal ’400 al ’600, da Marsilio Ficino ad Agrippa di Nettesheim, spazzato via dall’Illuminismo e messo in pericolo dal catto-cristianesimo, che sarebbe dovuto entrare, per forza di cose, in clandestinità. E quello antropologico, ovvero, lo zoccolo duro della parte più arcaica della stratificazione cognitiva umana che riemerge anche (e forse soprattutto) negli intelletti più fini.

Se il pensiero magico sopravvive in ambiti quali la politica e la scienza, come non trovarlo nella più spirituale di tutte le arti, la musica? Riporto un passo di Jules Combarieu in “La Musica e la Magia” che sintetizza anch’esso una tesi affascinante:
“Il canto impiegato nelle religioni antiche e moderne è una sopravvivenza di magia; deriva da quest’idea primitiva che vi sono degli Spiriti benigni e degli Spiriti maligni, e che si può essere graditi agli uni e ridurre all’impotenza gli altri, con l’aiuto del canto e delle offerte. Il canto magico è un ordine; il canto religioso una preghiera: ecco tutta la differenza. Ogni musica religiosa, qualunque essa sia, si ricollega a questo principio. Un’invocazione assira a Marduk, un inno orfico a Zeus, un salmo, un offertorio: un introito della messa cantata, un cantico sacro di Gabrieli o di Palestrina, una messa di Bach o di Beethoven, infine le nostre sinfonie profane, termine ultimo dell’evoluzione, derivano dallo stesso fatto: l’incantesimo primitivo”.
Ora, trarre delle conclusioni da questo discorso, per una satanista razionalista come me, non è affatto semplice. Ma il Satanismo Razionalista, come ho sempre detto, è un percorso difficile. Coloro che lo hanno codificato si sono trovati essi stessi in un un groviglio di rovi.

Come ho accennato all’inizio di questa trattazione, i testi di LaVey e Gilmore sembrano essere spaccati due: il pensiero logico e il pensiero magico. È una mia tesi personale e molto azzardata, ma credo che anche l’analisi della struttura dei testi possa rivelare in qualche modo il messaggio che un autore vuole veicolare.
Il Satanismo Razionalista è una filosofia cruda e realista dove non c’è spazio per il buonismo edulcolorato delle masse rimbecillite, il mondo è visto nella sua essenza spoglia di vittime e carnefici e il satanista razionalista ne è consapevole, al di là del ruolo che assume, che decide o è spinto ad assumere. Nelle maglie della lotta per la sopravvivenza, nei concetti di lex talionis e di stratificazione sociale, e nella continua affermazione di sé, oltre i dettami del conformismo, ci si può imbattere in un realismo aspro, freddo, deterministico, privo di illusioni, che pochi riescono ad accettare.
Al di là dei ragazzini che si vestono di nero e che ascoltano metal di scarso livello o delle adolescenti frustrate che si spacciano streghe da quattro soldi; il Satanismo Razionalista genuino, se visto nella sua profondità, è un pugno allo stomaco, lo ammetto senza riserve. Il contraltare magico, immaginativo, psicodrammatico, è necessario; il doversi auto-potenziare per avere la forza di poter cambiare uno status quo di inimmaginabile durezza, è necessario; il decomprimersi negli sforzi intellettuali della conoscenza e dello studio, è necessario.

L’apparente dualità dei testi principali di LaVey e Gilmore esprime questi bisogni, che sono i bisogni dell’uomo nella sua completezza: l’uomo razionale e cinico che non dimentica di essere stato mago, e che sogna di esserlo ancora. Come promesso all’inizio di questo articolo, il contenuto della “Lettera rubata” non è stato rivelato, ho fatto solo un giro all’esterno della sfera: “il magico con entrambi i piedi al suolo” è qui, “Non cercare altrove!”, così recita la Bibbia Satanica.

Testi citati:

La lettera rubata (The Purloined Letter), Edgar Allan Poe, 1845
The Satanic Bible, Anton Szandor LaVey, 1969
The Satanic Scriptures, Peter H. Gilmore, 2007
La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale, Giorgio Galli, 2004
La Musica e la Magia, Jules Combarieu, 1982.

Immagine: Emblema XIV, Atalanta Fugiens, Micheal Maier, 1617

 

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Cultura Pagana

Animali considerati demoniaci: storie e tradizioni

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Nei secoli e nelle varie tradizioni sono stati attribuiti connotati sacri o demoniaci ad una vasta moltitudine di specie animali. Questo ha portato in un caso allo sterminio (e talvolta all’estinzione) della fauna locale, altre volte alla sovrappopolazione di una razza considerata inviolabile.

Miti e leggende sono radicate tutt’oggi nelle consuetudini tipiche delle differenti culture, tanto è vero che l’incontrare o il sognare talune fiere viene spesso interpretato come presagio di fortuna o di sventura, a seconda del capriccio folcloristico.

1) Il gatto

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Probabilmente non esiste un animale più simbolico di questo per la cultura europea da quando, nei primi decenni del 1200, papa Gregorio IX diede inizio allo sterminio del gatto considerato incarnazione del Diavolo. Ad essere presi particolarmente di mira furono i gatti dal pelo nero, spesso gettati dai campanili durante le funzioni sacre, bruciati vivi e perfino crocifissi.

Solo al dilagare della peste bubbonica, causata dal crescente numero di topi privati del loro predatore naturale, tale superstizione venne abbandonata.  Ancora oggi però, incontrare un gatto nero, rimane sintomo di sventura.

Secondo la demonologia Re Baal e Duca Aim possiedono tre teste, una di queste parrebbe essere di gatto.

2) Il Serpente

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Il serpente ha assunto differenti significati nel tempo e nei luoghi del mondo, tra cui: l’eterno ciclo naturale delle cose (Uroboro)la regalità (cobra nell’antico Egitto), il cambiamento espresso nella muta della pelle (presso popolazioni africane ed indiane), la conoscenza (Bastone di Asclepio), la fertilità e la sessualità (vedasi la Dea dei serpenti minoica).

Ciò a cui pare comunque legato in maniera più salda è l’immaginario dell’esegesi ebraica, secondo cui il Diavolo tentatore assunse le fattezze di un serpente nel famoso episodio di Eva e della mela. In virtù di ciò questo rettile sarà spesso considerato metafora di astuzia e malvagità, di superbia ed intelligenza perversa. Durante il Medioevo venne persino associato alle attività delle streghe, in virtù del suo potere velenifero.

L’ignoranza e la superstizione portano queste affascinanti creature a riscoprirsi tutt’oggi vittime inconsapevoli dell’idiozia umana, con grande danno nei confronti della biodiversità.

In demonologia Duca Astaroth, Re Asmodeus, Marchese Marchosias, Conte Vinè, Re Balam e Conte Andromalius appaiono legati alla figura del serpente.

3) Il ragno

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Nonostante il ragno sia rappresentativo di valori considerati generalmente positivi (varie sono le leggende che lo collegano alla creazione del mondo, al dono del fuoco e al buon augurio), esso viene spesso associato ad una paura atavica insita nell’uomo.

Il ragno non solo sa dimostrarsi un abile e paziente predatore, ma anche e soprattutto un letale killer. Agile, intelligente, dall’aspetto raccapricciante e molto spesso velenoso si insinua con molta facilità negli incubi più frequenti.

4) Il pipistrello

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In molte leggende il pipistrello appare al servizio di streghe e vampiri, considerato animale astutissimo fin dalle favole di Esopo.

Se in Cina e presso i nativi americani questa creatura veniva tenuta in gran considerazione, presso i bestiari medievali venne associata all’idolatria e alla depravazione del peccato (avendo questi la tendenza ad accoppiarsi anche con esemplari del medesimo sesso).

Lo stesso Dante munirà il suo Lucifero Trifronte di ali da pipistrello.

5) Il corvo

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Il corvo costituisce un archetipo ambivalente, rappresentando infatti tanto la fine quanto il principio di tutte le cose. Storicamente è prevalsa però una simbologia legata al morte e alla sfortuna:  «Ero così giunto alla concezione di un Corvo, l’uccello di malaugurio che va reiterando con monotonia l’unica parola “mai più” …» per citare Edgar Allan Poe.

Il suo manto nero e la sua attitudine a nutrirsi di carogne lo ha dunque relegato ad un immaginario spettrale.

In demonologia Marchese Aamon, Marchese Naberius, Principe Stolas, Presidente Malphas e Marchese Andras vengono rappresentati con fattezze di corvo.

 

 

Crediti :

Giulia Conti

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