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Il mistero delle lettere di Galileo: dai testi alla condanna

Ci sono due versioni: una dai toni accesi, quella scoperta oggi, ed una corretta e smorzata da Galileo. Ma quella inviata all’Inquisizione è probabilmente quella originaria infuocata

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È stata appena ritrovata, in una biblioteca di Londra, una lettera scritta nel 1613 da Galileo Galilei a un amico e contenente le argomentazioni essenziali con cui confuta la dottrina sostenuta dalla Chiesa per cui il il Soleorbiterebbe intorno alla Terra e non viceversa: un tassello importante verso la condanna dello scienziato per eresia nel 1633. La notizia della lettera è appena pubblicata in un articolo su Nature. Ma non è tutto. La scoperta si tinge di giallo. Ne esistono tante copie, e in particolare due versioni molto differenti. una, con toni più accesi, che è quella scoperta oggi e probabilmente quella che ha scatenato le ire degli ecclesiasti del Vaticano, e un’altra, meno infiammata, riscritta da Galileo, su suggerimento dell’amico Benedetto Castelli. Ecco come sono andate le cose e tutte le tappe di quella che viene chiamato da Nature Galileo affair, la storia del suo lavoro scientifico che lo porterà alla condanna per eresia.

Intanto, in possesso della Royal Society, la lettera di Galileo, scoperta dal ricercatore italiano Salvatore Ricciardo dell’Università di Bergamo, era rimasta nascosta fra le pieghe dei documenti della Royal Society, probabilmente anche a causa di una non corretta datazione (la data riportata era 21 dicembre 1618 invece che 1613).

Indirizzata all’amico Benedetto Castelli, un matematico dell’Università di Pisa, è il primo testo in cui  Galileo spiega perché la ricerca scientifica deve essere libera dai dogmi religiosi.

I riferimenti nella Bibbia, secondo lo scienziato, non devono essere presi alla lettera, dato che sono descrizioni semplificate in modo da essere comprese dal popolo, e le autorità religiose non hanno una competenza sufficiente per fare una valutazione. E, arrivando al dunque, scrive che la teoria copernicana per cui è la Terra a ruotare intorno al Sole, e non il contrario, non è in contrasto con quanto scritto nella Bibbia. Una posizione netta, che causerà una vera e propria tempesta. Di questa lettera circolano varie versioni. Ecco il testo scoperto oggi.

Il mistero delle lettere di Galileo: dai testi alla condanna

Crediti: Nature

Secondo gli storici, però, l’amico Castelli ha rimandato indietro a Galileo questa lettera, suggerendo alcune correzioni. Correzioni che l’astronomo ha applicato, stendendo una versione meno infiammata. Tuttavia, il 7 febbraio 1615, la lettera di Galileo, probabilmente nella versione originaria e infuocata, è stata inviata all’Inquisizione di Roma da parte del frate domenicano Niccolò Lorini (questa copia è custodita negli archivi segreti del Vaticano). Soltanto una settimana dopo, il 16 febbraio 1615, preoccupato, Galileo spedì una nuova missiva all’ecclesiastico romano nonché suo amico Piero Dini, raccontando che probabilmente la lettera inviata all’Inquisizione era stata alterata. In questa comunicazione, allega anche la versione corretta e chiede a Dini di recapitarla ai teologi in Vaticano. Nella missiva a Dini, Galileo parla di “cattiveria e ignoranza” dei suoi nemici ed esprime la sua preoccupazione che “l’Inquisizione possa in parte essere fuorviata da questo imbroglio mascherato dallo zelo e dalla carità”.

E Galileo inviò a Dini almeno una dozzina di copie conservate in varie collezioni. Ma proprio l’esistenza di due versioni difformi, quella con toni incendiati e quella smorzata, ha generato confusione fra gli studiosi su quale fosse quella originale. Oggi la scoperta del ricercatore italiano Ricciardo aggiunge un nuovo tassello per dipanare questa matassa, dato che probabilmente la prima versione, quella del dicembre 1613, era la prima, quella più infiammata, la stessa inviata all’Inquisizione da Lorini. Ecco qui le tappe del Galileo affair, illustrate da Nature, dall’argomentazione della tesi eliocentrica fino alla condanna dell’Inquisizione.

Le tappe
1543
. L’astronomo polacco Niccolò Copernico pubblica De revolutionibus orbium coelestium, in cui afferma che sono i pianeti a ruotare intorno al Sole, ribaltando la prospettiva accettata fino ad allora, per cui al centro c’era la Terra.

1610. Il filosofo, matematico e frate domenicano Giordano Bruno viene condannato dall’Inquisizione sulla base di diversi capi di imputazione, fra cui l’aver sostenuto la teoria copernicana. Bruno viene bruciato vivo sul rogo.

1610. Galileo pubblica il Sidereus Nuncius, un trattato di astronomia in cui descrive le scoperte con un nuovo telescopio a conferma della teoria copernicana.

1613. È l’anno della lettera dai toni accesi resa nota oggi, inviata da Galileo all’amico matematico Benedetto Castelli. Di questa lettera circoleranno diverse copie

1615. Niccolò Lorini invia la lettera all’Inquisizione di Roma, mentre Galileo chiede a un ecclesiastico suo amico di controllare che la versione inviata non sia stata alterata di proposito, allegando una copia di quella corretta ed edulcorata.

1616. Arriva dalla Chiesa l’ammonimento a Galileo, con richiesta di abbandonare il modello copernicano, mentre i suoi libri contenenti queste teorie vengono banditi. La circolazione di De revolutionibus orbium coelestium viene sospesa in attesa che venga chiarito che si tratta soltanto di una teoria.

1632. Galileo pubblica il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo in cui analizza le evidenze a supporto e contro sia il modello tolemaico (quello per cui la Terra è al centro della rotazione degli altri pianeti) e il modello copernicano. L’Inquisizione convoca Galileo che verrà processato.

1633. Galileo viene condannato come “veementemente sospetto di eresia e il suo libro viene bandito. La pena detentiva viene poi commutata in arresti domiciliari, condizione in cui ha vissuto gli ultimi nove anni della sua vita.



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Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Covid-19 cambierà il modo in cui si pubblicano le ricerche scientifiche?

Durante la pandemia di Covid-19 l’emergenza ha messo il turbo alla ricerca e ha dato il via a una corsa alle pubblicazioni, abbreviando anche i tempi della peer review, con diversi effetti collaterali. Come fare per avere risultati disponibili prima ma senza rinunciare alla loro qualità?

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Il nuovo coronavirus ha fatto saltare diversi meccanismi che riguardano la ricerca. Risultati annunciati troppo presto, scontri fra illustri scienziati, articoli pubblicati su riviste di pregio e poi ritirati sono alcuni degli effetti collaterali della corsa alla pubblicazione. La pandemia incalza e la comprensibile urgenza fa sì che i ricercatori siano instancabilmente al lavoro per produrre nuove prove e comunicarle quanto prima – a volte troppo presto, causando qualche intoppo. L’attenzione è in questo caso puntata sul processo di peer review , la revisione dei pari, in cui scienziati non coinvolti in uno studio ne valutano la validità prima della sua pubblicazione. Anche questo meccanismo è stato colpito dall’emergenza: i tempi della revisione si sono molto accorciati e in alcuni casi sono passati da mesi a solo qualche giorno. Con possibili danni collaterali, come studi non accurati che nonostante ciò possono avere un importante ricaduta sulla salute delle persone: ne è un esempio il caso di due articoli, uno su farmaci per la pressione, pubblicato sul Nejm, e l’altro sulla clorochina e l’idrossiclorochina, su Lancet, poi ritirati dagli autori. Ma allora durante una pandemia quando è giusto annunciare i dati di uno studio? E ancora: quanto si può accettare di togliere tempo e spazio al processo di revisione – e dunque alla sua accuratezza – in favore di risposte più rapide?

La peer review durante la pandemia

In una pandemia, proprio come si dovrebbe predisporre un piano sanitario d’emergenza, bisognerebbe farlo anche per la scienza e la ricerca, per riuscire a mantenere il rigore scientifico in una situazione d’urgenza. Ad esempio, velocizzare troppo il processo di revisione può avere esiti negativi durante la pandemia. Che si sono mostrati nel caso dell’articolo su Lancet, che mostrava un’associazione a livello statistico fra l’uso di clorochina e idrossiclorochina e un’aumentata mortalità nei pazienti con Covid-19. Sulla base di questi dati (il campione era molto ampio), l’Oms aveva sospeso i trial con questi farmaci, poi nuovamente autorizzati, dopo pochi giorni, a seguito dell’esternazione di dubbi da parte della comunità scientifica e poi della rimozione della pubblicazione con le scuse da parte degli autori. Dopo la pubblicazione, infatti, un gruppo di ricercatori non coinvolti nella ricerca hanno notato che alcuni dati non erano conformi con quelli noti. Gli autori del paper, interpellati, si sono accorti, insieme ai revisori, che non potevano garantire per la loro accuratezza e, scusandosi con editori e lettori, hanno ritirato lo studio.

Ma sviste di questo tipo accadono soltanto quando c’è un’emergenza? “In generale, possono accadere sempre”, ha commentato il biologo Enrico Bucci, professore alla Temple University di Philadelphia e autore della pagina Cattivi scienziati sulla cattiva scienza e sulla pseudoscienza “anche se sicuramente l’urgenza e la pandemia Covid-19 hanno esasperato problematiche già presenti”. Fra le altre criticità che possono contribuire a risultati non validi, c’è la corsa alla pubblicazione dovuta alla competizione fra scienziati e il problema del publish or perish, ovvero il fatto che un ricercatore che non pubblica non va avanti nella carriera, muore a livello lavorativo.

Peer review, come ovviare ai tempi lunghi

In tempi normali la peer review richiede mesi e fino a un anno e questo può rappresentare un problema, soprattutto durante una pandemia, quando c’è bisogno di avere risposte quanto prima. Inoltre, nel frattempo può accadere che altri gruppi di ricerca lavorino per riprodurre risultati analoghi – uno spreco di tempo e energie, insomma. Per ovviare a questo problema, nell’attuale emergenza sanitaria si è arrivati anche a una peer review fatta in sole 48 ore, una corsa che è associata a dei rischi sia per la credibilità della scienza sia per la salute dei cittadini.

A mio avviso in un’emergenza non bisogna puntare sul velocizzare la peer review, che ha dei tempi tecnici”, aggiunge Bucci. “Un’ipotesi valida è quella di basarsi invece sul preprint, la versione di uno studio ancora non revisionata, e lasciare che autonomamente ricercatori non coinvolti nella ricerca e la comunità scientifica possano valutare dati e risultati”. Insomma si tratterebbe di una peer review condivisa che possa comunque far emergere eventuali criticità, come è avvenuto nel giro di pochi giorni nel caso di Nejm e Lancet (che però non erano ricerche in preprint ma già pubblicate).

Le criticità dei preprint

Ma anche basarsi sui preprint può avere dei rischi, soprattutto per la presenza di eventuali errori o perché non tutte le persone che hanno accesso alle pubblicazioni non revisionate sono scienziati in grado di avere un occhio critico. E ancora, come racconta ad esempio uno studio sul Medical Journal Armed Forces India, perché articoli su argomenti meno popolari oppure presentati da gruppi sconosciuti potrebbero ricevere meno attenzione di altri che destano maggiore interesse. Per questo e per altri motivi, fermo restando che un peer review successivo rimane essenziale, l’autrice dello studio raccomanda agli accademici di valutare bene la scelta di pubblicare in preprint considerando tutte le possibili implicazioni, anche quelle ideologiche, politiche ed economiche.

In ogni caso nell’emergenza coronavirus i preprint sono stati molto diffusi e sono fortemente aumentati. “Nell’emergenza sanitaria hanno rappresentato uno dei modi modo per bypassare, almeno temporaneamente, gli ostacoli del più lungo processo di peer review come lo conosciamo”, aggiunge Bucci. “Quello che è importante, però, e che dovrebbe sempre essere sotto il controllo della comunità scientifica, è che nei preprint si possa avere informazioni chiare sulla numerosità del campione, i dati e gli effetti osservati affinché la comunità scientifica possa valutare il supporto quantitativo di una determinata ipotesi prima di divulgarla”.

E anche quando la ricerca sembra valida andrebbero svolti ulteriori approfondimenti. “A mio avviso sarebbe opportuno, prima di divulgare un risultato a un pubblico più ampio, che non ci si basi su un singolo articolo, favorendo un’ipotesi, seppure fondata, rispetto a un’altra”, chiarisce Bucci,“al contrario ci si dovrebbe basare su una meta-analisi di tutti gli studi sul tema, che dovrebbe essere svolta da istituzioni come l’Aifa o da altri enti di ricerca preposti, cosa che al momento non sempre avviene”. Insomma, sarebbe opportuno un piano più strutturato.

Peer review, le altre criticità

Ma una volta cessata l’emergenza la riflessione sulla peer review dovrebbe essere più ampia. Un articolo sulla rivista Pain Physician Journal, per esempio, mette in luce altri problemi che possono affliggere il processo processo di revisione. Revisori e editori possono avere difficoltà a comprendere il contenuto del manoscritto o non capire bene un risultato e questo può ostacolare il riconoscimento di eventuali problemi. Ma ci possono essere anche pregiudizi dovuti alla difficoltà di accettare nuove ipotesi (conservatorismo in ambito scientifico) fino alla eventuale parzialità dei revisori, soprattutto quando i nomi di autori (o delle istituzioni) non sono anonimi e altri bias. In ogni caso lo studio rimarca l’essenzialità di questo processo e l’importanza di uno sforzo per migliorarlo.

Riguardo allo studio di come eliminare di alcuni di questi pregiudizi un gruppo italiano, coordinato dal sociologo Flaminio Squazzoni dell’università di Milano ha lanciato un progetto finanziato dall’Unione europea, chiamato Peere. Il progetto valuta la peer review e fornisce un protocollo accessibile a tutti, ovvero un metodo per una migliore condivisione con tutti dei dati sia degli autori sia dei revisori sia del processo di revisione, resi anonimi e tenendo conto degli aspetti etico-legali e dei problemi di privacy (il fatto è che per una buona revisione gli autori non dovrebbero conoscere i nomi dei revisori e viceversa). “La maggior parte di noi crede che la peer review abbia solo la funzione di garantire che venga pubblicata solo la ricerca di alta qualità”, ha dichiarato il sociologo Squazzoni in un articolo sul sito della Federation of European Microbiological Society, “ma è anche un mezzo per aumentare il valore della conoscenza che è incorporata in un documento e per collegare gli scienziati indipendenti in un dialogo costruttivo”.

 



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Coronavirus, arriva il primo modello completo e open source della proteina spike

Gli scienziati hanno sviluppato simulazioni e modelli dell’intera proteina spike del nuovo coronavirus, di tutti i suoi atomi, che saranno utili per i ricercatori per studiarla nel dettaglio e ricrearla rapidamente. Un passo importante anche per la ricerca di terapie e vaccini

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(foto: Radoslav Zilinsky via Getty Images

Per combattere il nuovo coronavirus uno degli approcci più diffusi – sia nello studio di nuove terapie sia nella ricerca di un vaccino – consiste nel colpire la proteina spike o semplicemente S del virus. Questa proteina permette al virus di entrare nelle cellule, agganciandole, e così di infettarle. Oggi un team internazionale di ricerca ha prodotto per la prima volta modelli open source della proteina spike, contenenti tutti i componenti e tutti gli atomi di questa proteina. Queste simulazioni potranno servire agli scienziati per ricostruirla rapidamente e studiarla con maggiore facilità. I modelli sono disponibili sulla piattaforma Charmm-Gui qui, mentre lo studio è pubblicato su The Journal of Chemistry B. Qui un modello di una proteina spike (che non c’è solo nel coronavirus).

Il modello di una proteina spike (foto: Dr. Yeolkyo Choi/Lehigh Univesity


Nel video a questo link gli autori spiegano come ricostruire il sistema a partire dal loro modello di proteina spike. Questo potrà servire ai ricercatori per riprodurre – per ora a livello computazionale – la proteina di Sars-Cov-2 e studiarne meglio la struttura. Nel loro modello i ricercatori hanno ricostruito la struttura della proteina spike nelle sue parti essenziali tramite tecniche di microscopia crioelettronica – un tipo di microscopia in cui il campione viene studiato a temperature criogeniche.

Perché studiare la proteina spike è importante

Inoltre hanno ricreato anche le altre parti, come aminoacidi residui e altri tutti i possibili glicani (composti che sono carboidrati complessi) attaccati alla proteina spike. Questi composti evitano che la proteina sia riconosciuta dagli anticorpi (sia quelli prodotti da un eventuale vaccino sia per altre terapie), un po’ come se mascherassero la spike, rendendo così difficile la messa a punto di un vaccino.Tutte le strutture sono disponibili sulla piattaforma e “i ricercatori potranno usare questi modelli per svolgere ricerche di simulazioni e modelli nuovi e innovativi per la prevenzione e il trattamento di Covid-19”, scrivono gli autori nel paper. L’idea è che gli scienziati potranno ridurre il tempo impiegato a ricreare modelli per concentrarsi sullo studio del virus.

Ad esempio, il vaccino sviluppato dai ricercatori di Oxford, cui collabora anche l’Italia e che potrebbe essere pronto in autunno, contiene del materiale genetico del nuovo coronavirus, la parte che produce la proteina spike opportunamente trattata: l’obiettivo è che con il vaccino l’organismo inizi a riconoscere il virus e il sistema immunitario produca una risposta con anticorpi contro questa  proteina spike che impedisca al virus di penetrare nelle cellule.

A che serve il programma

L’idea è che gli scienziati potranno ridurre il tempo impiegato a ricreare modelli per concentrarsi sullo studio del virus. Il programma, sviluppato dal gruppo coordinato da Wonpil Im della Lehigh University in Pennsylvania, è uno strumento che simula e ricostruisce sistemi biomolecolari complessi in maniera precisa e rapida.

Il ricercatore Wonpil Im (video: Lehigh University)

È una sorta di microscopio computazionale, spiega Wonpil Im, che consente di comprendere interazioni fra le molecole con un livello di dettaglio che non sarebbe possibile altrimenti, studiando i componenti da soli. “Il nostro lavoro”, sottolinea lo scienziato, “fornisce i primi modelli, disponibili per tutti gli scienziati, dell’intera proteina spike del virus Sars-Cov-2 completamente glicosilata”. Finora, precisa l’esperto, realizzare una simulazione di questa proteina è stato molto complicato perché c’erano porzioni della proteina per cui era difficile ottenere modelli di alta qualità.



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L’Europa vuole decidere chi pagherà i danni dell’intelligenza artificiale

La Commissione vuole ridefinire le regole sulla responsabilità dei produttori per adeguarle al nuovo scenario che delineano algoritmi, robot e internet delle cose

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Lo scorso 19 febbraio la Commissione europea ha pubblicato il suo white paper sull’intelligenza artificialeUna strategia europea sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Europa era atteso da tempo visto che fu annunciato come una priorità della nuova Commissione von der Leyen. Annesso a questo documento programmatico un altro passato sottotraccia ma altrettanto cruciale, un report sulle implicazioni nel campo della sicurezza e della responsabilità civile dell’intelligenza artificiale, della robotica e dell’internet delle cose (Iot, internet of things).

Da tempo ci si chiede con chi se la potrà prendere la vittima di un incidente causato da un taxi senza conducente? Su chi si rifarà la compagnia di taxi, l’azienda che ha prodotto la macchina o quella che ha fornito il software l’intelligenza artificiale? C’è da capire dunque se le attuali regole in campo di responsabilità e sicurezza dei prodotti siano in grado di adattarsi all’evoluzione tecnologica che stiamo vivendo o se necessitino di essere, se non riscritte, almeno aggiornate. La presenza di regole chiare è di primaria importanza per assicurare che tanto i cittadini quanto le imprese non abbiano timore di abbracciare appieno l’innovazione tecnologica.  

Le criticità da gestire sono tante e diverse. Da un lato l’opacità delle decisioni prese dall’intelligenza artificiale e la mancanza di trasparenza degli algoritmi che la regolano rendono difficile capire come prevenire potenziali decisioni nocive. Dall’altro il problema della cybersicurezza che mai come ora sarà un investimento centrale visto che sempre più dispositivi saranno connessi e dialogheranno tra loro costantemente. 

Tuttavia non bisogna dimenticare che l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel processo produttivo porterà anche benefici alla sicurezza dei prodotti e dei servizi grazie alla possibilità di poter analizzare e sfruttare grandi quantità di dati sulle loro performance. Gli stessi veicoli autonomi, connessi tra loro, porteranno a una riduzione degli incidenti in larga parte causati da distrazioni ed errori umani. Se già oggi Tesla aggiorna i software delle sue auto come fossero smartphone, lo stesso si farà per tutti gli altri prodotti connessi senza dover passare dal rivenditore, ma comodamente da casa. 

Nuovi modi di guardare alla sicurezza

L’Unione europea già offre una serie di norme che hanno uniformato gli standard di qualità dei beni di consumo. C’è la Direttiva del 2001 sulla Sicurezza generale dei prodotti che assicura che i beni che circolano nel mercato europeo siano sicuri, non nocivi per la salute e l’ambiente. Ci sono poi regole speciali per il settore dell’automobile e dei trasporti, per quello degli strumenti medici che già tengono conto dell’integrazione tecnologica al loro interno. 

Come dicevamo l’autonomia che caratterizza le decisioni dell’intelligenza artificiale può sollevare non poche problematiche in termini di responsabilità. La regola generale vuole che il produttore tenga conto del rischio che il prodotto può arrecare nel suo intero ciclo vita e avverta adeguatamente il consumatore. Con l’intelligenza artificiale, che è qualcosa di dinamico, visto che impara costantemente, questo calcolo del rischio andrà fatto durante l’intero ciclo vita del prodotto. Per questo sarà fondamentale che il controllo umano sia sempre vigile per prevenire effetti indesiderati e imprevisti.

Altro tipo di nuovi rischi saranno quelli legati alla salute mentale di chi interagisce con device o robot che integrano l’intelligenza artificiale. Si è pensato all’impatto nel lungo periodo sulla salute mentale di chi usa costantemente Alexa, Google Assistant o Siri? E alla differenza di tale impatto sui più piccoli e gli anziani?

Ulteriori problemi nascono con l’interconnessione di oggetti intelligenti o anche solo con l’integrazione dell’intelligenza artificiale in altri prodotti. In questo caso la valutazione del rischio deve tenere in considerazione anche l’interazione plausibile che la smart things avranno tra loro. Nel settore del trasporto viene valutato sia il rischio per ogni singolo componente che per il prodotto finale oltre all’interazione del prodotto nel sistema trasporto più ampio. 

Se l’aggiornamento del software è tale da modificare il prodotto sostanzialmente, sarà necessaria una nuova valutazione del rischio. Tesla, per esempio, con un aggiornamento ha permesso che l’auto raggiunga i 100 chilometri orari in minor tempo. Questo potrebbe comportare un ricalcolo dell’impatto del rischio per gli utenti. Da ultimo, con integrazioni sempre più complesse in vista, il principio per cui il produttore che mette il prodotto sul mercato è il responsabile per l’intera catena resta solido ma potrebbe necessitare di aggiornamenti e revisioni.

La responsabilità dell’intelligenza artificiale

Torniamo all’esempio dell’incidente d’auto. Oggi il proprietario dell’auto deve per legge munirsi di un’assicurazione, mentre l’obbligo non vale per il produttore. In un futuro di auto autonome quindi questa situazione potrebbe non cambiare. Ma se l’introduzione dell’intelligenza artificiale rendesse più difficile capire chi è il responsabile ultimo su cui rifarsi, le assicurazioni potrebbero essere meno propense a stipulare certe polizze con un impatto conseguente sull’adozione di queste tecnologie. Per questo è fondamentale che sia sempre individuabile un responsabile legale

Il report evidenzia come la complessità tecnologica di questi dispositivi potrebbe rendere troppo oneroso per il consumatore dover provare la fallacia del prodotto. Per questo una proposta al vaglio è invertire l’onere della prova: se il produttore non ha rispettato delle prescrizioni in materia di sicurezza, allora il prodotto si considera difettoso salvo prova contraria. 

Per quanto riguarda la cybersicurezza, se da un lato chi fornisce il software non può prevedere tutte le falle passibili di attacco ma ha il dovere di provvedere ad aggiornarlo per mantenerlo sicuro, in futuro potrebbe prevedersi un alleggerimento della responsabilità se l’utente non avrà provveduto all’aggiornamento. Questo vuol dire che competenze minime, come la capacità di aggiornare telefoni, tablet e laptop e le rispettive applicazioni, saranno sempre più necessarie in futuro.

Da ultimo il problema della poca trasparenza nelle decisioni degli algoritmi. La Commissione sta cercando di capire se sia opportuno applicare ai fornitori di soluzioni di intelligenza artificiale il principio della responsabilità oggettiva, come previsto per i proprietari d’auto in caso d’incidente o per chi svolge attività pericolose come la gestione di una centrale nucleare. In quel caso l’onere della prova è invertito a favore della vittima, visto che il fornitore potrebbe non voler mostrare i dati che possano dimostrarne la responsabilità. A ciò infine si potrebbe anche aggiungere l’obbligo di stipulare una assicurazione come previsto per gli autoveicoli.  Vedremo nelle prossime settimane se e in che modo la Commissione terrà conto dei suggerimenti arrivati dalla società civile e dagli altri stakeholder.



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