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A Montecitorio e in Senato parlavano di transumanesimo, salti quantici e nuova umanità OGM. 

Secondo Albert Cortina

Il Transumanesimo è un’ideologia, o una corrente di pensiero che sostiene la causa della transizione dell’essere da umano a postumano. Questa ideologia non è un umanesimo, ma un’altra cosa. L’associazione mondiale transumanista (World Transhumanist Association), che è un movimento globale, definisce il transumanesimo come una forma di pensare il futuro. Una nuova forma in cui l’essere umano cessa di evolvere biologicamente e culturalmente e, a partire già da ora, l’evoluzione sarà biotecnologica, grazie all’utilizzo di tecniche applicate in diverse discipline scientifiche, che permettono il controllo sulla natura, sulla biologia e su altre realtà. Questo significa trasformare la specie umana, ibridandola con elementi tecnologici per farla diventare un prodotto artificiale. Sarà indipendente dalla natura e arriverà a disegnare se stessa come vorrà.

Sinteticamente, quello che la definizione di transumanesimo di tale associazione sottintende è che possiamo fare tutto, siamo dei. E qualcosa in più: “Avremo l’obbligo morale di cambiarci”, ovvero, non è solo per coloro che vogliono ma per tutti. Questa è una caratteristica propria delle ideologie: iniziano a introdursi sottilmente, sotto le sembianze di bene, come il miglioramento della salute e altre questioni che richiedono un’accettazione volontaria, per poi trasformarsi in totalitarie e obbligatorie per tutti.

Può sembrare fantascienza, ma è già in moto il progetto 2045, nel quale si sta investendo moltissimo denaro e che tocca l’aspetto dell’immortalità cibernetica e di come se il nostro essere materia intangibile, la nostra identità, potrebbe trasferirsi a un ologramma, un cyborg o a un robot, al fine di raggiungere l’immortalità….

Huxley, nel suo libro “Il mondo nuovo”, affermò cose molto serie nell’anno 1932. Disse: “La scienza e la tecnica al servizio degli interessi di potere condurranno il mondo a forme sociali di dominazione assoluta, a istituzioni oppressive, che coinvolgeranno inevitabilmente tutti e alle quali nessuno potrà sfuggire”. “Una dittatura perfetta avrà le sembianze della democrazia, ma sarà come una prigione senza muri, in cui tutti i prigionieri nemmeno si sogneranno di scappare, sarà essenzialmente un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumo e all’intrattenimento, gli schiavi ameranno la loro condizione servile”. Nessuno nel 1932 capiva queste parole, ma ora iniziamo a comprendere: realtà virtuale, videogiochi, cyborgs…

La tecnologia in sé non è un male, porta molti benefici, ma bisogna stabilire una serie di limiti che ancora non sono stati stabiliti…dal momento che questo è come un vaso di Pandora è necessario determinare eticamente se sia conveniente o meno continuare ad aprire porte e fino a che punto.





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Focolare della madre

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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35 formule matematiche che hanno fatto la storia

Dalla matematica alla fisica, passando per la biologia, la finanza, l’informatica e la teoria della probabilità, un breve viaggio attraverso i secoli alla scoperta delle formule più importanti per il mondo della scienza, e non solo

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Ogni nuova formula, antica o recente che sia, ha contribuito a proprio modo a cambiare il corso della storia. Dall’antico Egitto e dall’antica Grecia si arriva fino ai giorni nostri, con alcune equazioni che ancora oggi non sono state completamente dimostrate.

Il tour nelle formule che hanno segnato la storia umana è anzitutto un giro per il mondo, laddove nei diversi secoli le civiltà hanno saputo creare nuovo sapere matematico e migliorare la nostra conoscenza dei fenomeni naturali, grazie al sapiente uso e alle geniali intuizioni sulla simbologia di cui la matematica si nutre.

Ed è anche un viaggio alla scoperta delle persone, per la maggior parte scienziati, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia: da Pitagora e Nepero si spazia fino all’Ottocento e al Novecento, tra fisici come Erwin Schrödinger, ingegneri come Claude Shannon, matematici come Carl Friedrich Gauss ed Emmy Noether e geni assoluti come Albert Einstein.

Magari avrete incontrato alcune di queste formule ed equazioni nel corso degli studi, altre le ricorderete a memoria, altre ancora risulteranno completamente sconosciute, e magari anche un po’ oscure nel loro significato e nelle loro implicazioni. Quel che importa però è che tutte, ancora oggi oppure in epoche passate, hanno rappresentato uno strumento indispensabile a disposizione di donne e uomini di scienza. Sintesi perfette ed eleganti di intere classi di fenomeni o di teorie matematiche, tanto da essere a fondamento – ciascuna – di intere discipline.

 

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Come il 5G cambierà il nostro modo di guidare

Sorpasso assistito, incrocio cooperativo, mappe realmente intelligenti: saranno queste le prime soluzioni tecniche che la nuova rete potrebbe portare

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In un evento presso il circuito di Guida Sicura ACI, alle porte di Milano, Vodafone ha mostrato come il 5G potrà cambiare il mondo della mobilità. L’operatore telefonico, però, non si è limitato a presentare ipotesi e applicazioni futuristiche sviluppate in sinergia con 38 parner industriali e istituzionali (tra cui il Politecnico di Milano, Pirelli, FCA, Magneti Marelli). Ha concretamente permesso alle persone presenti nel di sperimentare su pista alcune soluzioni 5G per l’automotive: il sorpasso assistito, l’incrocio cooperativo, l’aumento della fluidità del traffico e le mappe realmente intelligenti.

Per saggiare le quattro esperienze sono state utilizzate tre vetture  ottimizzate con soluzioni di connettività 5G fornite da Marelli e pneumatici intelligenti Cyber Tyre Pirelli in grado di rilevare le reali condizioni di aderenza dell’asfalto. A questi si deve aggiungere il Multi-Access Edge Computing (MEC) di Vodafone. Si tratta di particolari strutture di calcolo che invece di avere un’unica grande sede sono distribuite verso i bordi periferici (edge) della rete. Ciò garantisce la prossimità fisica alla strada delle risorse computazionali necessarie a ridurre i tempi di latenza (tempo che passa tra il comando e la sua esecuzione) della comunicazione tra i veicoli. Ma soprattutto tra l’infrastruttura di raccolta delle informazioni –come telecamere e semafori intelligenti– e le vetture connesse. Ecco in dettaglio le quattro experience.

Il sorpasso assistito

Il 5G promette di essere la soluzione per i sorpassi in totale sicurezza. In Vodafone lo hanno chiamato See Through (guardare attraverso) perché sfrutta la comunicazione tra due veicoli (V2V) per scambiare video in alta definizione e in tempo reale. Lo scopo è estendere il raggio visivo del guidatore in scenari di visibilità ostruita. Grazie al 5G, il conducente riceve in tempo reale sul display della vettura il video con la visione soggettiva frontale della prima macchina che lo precede: quella immediatamente davanti al veicolo che ne ostruisce parzialmente la visuale. Ciò permette di vedere attraverso l’ostacolo per verificare che la carreggiata sia libera e sicura nel concludere la manovra di sorpasso.

L’incrocio cooperativo

Seduti sul sedile posteriore dell’auto abbiamo assistito alla cronaca annunciata di un mancato incidente. L’Urban Cross Traffic Cooperativo è una soluzione che sfrutta la comunicazione trai veicoli e tra gli stessi con l’infrastruttura (come telecamere intelligenti) per ampliare il raggio visivo degli attuali sistemi di sicurezza.

Obiettivo ultimo è evitare la collisione tra veicoli che si approssimano a un incrocio, lanciando segnali visivi e acustici di warning al guidatore fino ad attuare una frenata automatica di emergenza (AEB – Automatic Emergency Breaking). In questo caso d’uso, la bassissima latenza del 5G (si parla di qualche millisecondo) garantisce la reattività  dei sistemi di frenata automatica che anticipano i tempi di reazione sia dell’automobilista, sia dei sistemi di assistenza alla guida come il radar anticollisione.

Niente più code

In gergo, questa soluzione si definisce Highway Chauffeur. Anche in questo caso si sfrutta la comunicazione tra due veicoli per scambiare in tempo reale informazioni di posizione e velocità di veicoli circolanti in colonna su una corsia. Lo scopo è permettere all’automobilista di mantenere una velocità e una corretta distanza di sicurezza che si adatta dinamicamente alle condizioni di traffico. Grazie a questa soluzione, sarà possibile migliorare la fluidità del traffico, ridurre gli ingorghi, il consumo di carburante e le emissioni. Si tratta di un’evoluzione degli attuali sistemi standard di Adaptive Cruise Control (ACC).

A bordo di Alfaromeo Giulia Quadrifoglio per la prova dell’Intelligent Speed Adaptation Control


Le mappe realmente intelligenti

L’ultima delle quattro soluzioni presentate nell’ambito della sperimentazione 5G di Vodafone è stata l’Intelligent Speed Adaptation and Control. Anche in questo caso si sfrutta la comunicazione V2V e I2V (Infrastructure-to-Vehicle) per la condivisione di informazioni statiche e dinamiche dell’ecosistema stradale intorno al veicolo: limiti di velocità, lavori in corso temporanei, restringimenti di carreggiata, curve pericolose, stato degli impianti semaforici e l’elenco sarebbe ancora lungo.

A queste informazioni si aggiungono quelle rilevate da altri veicoli circostanti. Tra queste, le condizioni pericolose del manto stradale registrate dai pneumatici sensorizzati Pirelli. Il nostro passaggio su una zona a scarsissima aderenza ha inviato a tutte le altre auto in prossimità l’alert e informato il conducente di adeguare la velocità di marcia per non incorrere in pericoli.

I quattro esperimenti sono andati tutti a buon fine; senza intoppi e senza incidenti. A conti fatti, sembra proprio che il 5G sia una reale tappa di avvicinamento verso la guida autonoma. Serve però che anche i legislatori stiano al passo con l’innovazione non solo a parole, ma con regolamenti e leggi adeguate.





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Google annuncia la supremazia quantistica

Con uno studio pubblicato su “Nature” arriva la conferma che il computer quantistico sviluppato dai ricercatori di Google ha davvero superato il più potente supercomputer del mondo costruito da IBM: che però ridimensiona il risultato raggiunto dai rivali

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Dopo le prime indiscrezioni di cui avevamo scritto appena un mese fa, arriva adesso su “Nature” la conferma della conquista della quantum supremacy, o supremazia quantistica. A tagliare il traguardo, considerato una pietra miliare fondamentale per lo sviluppo dei computer quantistici, è stato un gruppo di ricercatori del Google Quantum AI Lab. In effetti, in un commento online la IBM – proprietaria del più potente supercomputer del mondo – tenta di ridimensionare il risultato; ma tutti – anche la stessa IBM – concordano sul fatto che il traguardo raggiunto è comunque senza precedenti.

Lo studio pubblicato su “Nature” fa chiarezza su quanto era trapelato nelle scorse settimane tramite un documento comparso su un sito interno della NASA e rimosso poche ore dopo. Pochi dati, che erano però bastati a comprendere la portata del lavoro della squadra di ricerca guidata dal Google Quantum AI Lab, ma che non avevano ancora nessuna conferma ufficiale.

L’articolo di “Nature” riporta che, grazie al processore quantistico programmabile Sycamore a 53 qubit, è stato possibile completare in appena 200 secondi un’elaborazione che anche al più potente supercomputer del mondo avrebbe richiesto circa 10.000 anni. Un’affermazione inequivocabile del raggiungimento della quantum supremacy, ossia essere riusciti a battere le prestazioni dei computer tradizionali più potenti in circolazione.

Per capire la portata del traguardo serve fare un passo indietro, ai primi anni ottanta, quando vennero poste le basi teoriche per la nascita dei primi computer capaci di sfruttare pienamente i bizzarri comportamenti dei quanti. Nacque quindi la necessità di porre obiettivi “comprensibili” per lo sviluppo di questa tecnologia ritenuta a lungo poco più che fantascienza, e uno dei traguardi che si imposero gli sviluppatori fu arrivare a produrre calcolatori quantistici capaci di completare un qualsiasi calcolo, anche se completamente inutile, che nessun computer tradizionali fosse in grado di elaborare. Il concetto ha trovato poi grande popolarità sotto il termine di quantum supremacy, proposto nel 2012 da John Preskill.

Per arrivare all’obiettivo i ricercatori di Google hanno sviluppato un processore a 54 qubit, denominato Sycamore, e lo hanno messo al lavoro su una precisa tipologia di calcoli detti di sampling o campionamento. Per raggiungere lo scopo i ricercatori hanno ovviamente scelto le condizioni di gioco più adatte allo scopo: “Si tratta di un problema ingegnerizzato ad hoc, senza nessuna utilità pratica se non quella di raggiungere la quantum supremacy”, ci spiega Fabio Sciarrino, responsabile del Quantum information Lab della Sapienza Università di Roma.

Ma nonostante quest’apparente artificiosa inutilità, il traguardo raggiunto ha una grande rilevanza scientifica, non solo tecnologica, “perché finora non si aveva nessuna certezza che un simile risultato si potesse davvero ottenere. Si temeva che non fosse possibile mantenere le caratteristiche di un sistema quantistico anche in un sistema di dimensioni notevoli come questo”. In appena 200 secondi il processore Sycamore ha completato un’elaborazione “inutile” ma in ogni caso impossibile per qualunque altro computer visto che anche il più potente del mondo, il Summit di IBM, avrebbe dovuto lavorare per circa 10.000 anni.

I produttori del supercomputer più potente del pianeta però non ci stanno ad avere il ruolo degli sconfitti e rispondono precisando che con le giuste correzioni la loro macchina avrebbe potuto risolvere il calcolo in appena 2,5 giorni. “Una precisazione che però non toglie nulla al traguardo raggiunto da Google”, osserva Sciarrino. “Che sia un calcolo di giorni o anni, è un dato di fatto che ormai il livello dei supercomputer è stato raggiunto. Mai si era arrivati a qualcosa di questo livello”.

Raggiunta la quantum supremacy, si apre ora una nuova fase per lo sviluppo di questa tecnologia. E anche se sono ancora lontani dall’avere applicazioni concrete – c’è ancora molto lavoro da fare sia sul fronte hardware, in particolare nella riduzione del rumore e degli errori, sia sul fronte del software, dove sarà necessario sviluppare programmi capaci di dare contributi alla soluzione di problemi concreti – i computer quantistici rappresentano comunque il futuro.

“C’è un margine di crescita enorme e gli investimenti fatti finora nel settore sono nulla rispetto a quanto fatto invece con i computer tradizionali”, conclude Sciarrino. Solo il tempo potrà dare risposte, ma se la cosiddetta legge di Neven si rivelerà corretta l’attesa sarà davvero breve





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