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Il trionfo dell’oscurità di Guillermo Del Toro

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DelToroSe c’è un’immagine filmica che offre un senso alla svolta letteraria di Guillermo del Toro (la Trilogia de la Obscuridad, scritta in team con Chuck Hogan), questa è l’apertura, maestosa e terribile, del film La spina del diavolo, firmato nel 2001 dall’autore messicano, in cui assistiamo allo sganciamento di una bomba dal punto di vista “soggettivo” di un aereo. Mentre l’ordigno abbandona il nostro campo visivo per scomparire diretto  al suolo tra le nuvole e adempiere con meccanica efficienza alla sua missione di morte uccidendo un bambino, una voce off si chiede (e ci chiede): «What is the Ghost?» Ovvero, siamo messi di fronte in simultanea  alla teatralizzazione in chiave gotica di tecnologia, guerra e mito. Elementi puntuali che tornano e “mordono” con efficacia nell’incisivo e spettacolare incipit del primo libro della trilogia, La progenie, dove la guerra e i fantasmi del genere, riciclati con “nuova” carne, colpiscono – di nuovo a tradimento dopo l’11 settembre –  dentro un Boeing 777, proveniente dalla Germania e appena atterrato al JFK per diffondere in America una peste vampirica, sin troppo somigliante quanto meno al suo esordio a certi virus letali ben simmetricamente distribuiti nell’immaginario occidentale.

Servirebbe già qui una digressione necessaria a richiamare le molte sottotracce che giacciono sotto questa prima maschera dei vampiri di Del Toro e Hogan. Perché la pandemia (e soprattutto il contagio come simbolo del contatto da evitarsi con il diverso) è la paura per eccellenza, al pari del terrorismo, più radicata nel profondo su ambedue gli emisferi del pianeta. Ci hanno parimenti lavorato negli ultimi vent’anni tanto blasonati autori di medical thriller (dal Richard Preston di Area di contagioal più recente Contagio di Scott Sigler) quanto le autentiche sirene di un mondo reale che spesso lancia allarmi quando non deve (il panico bene manovrato sull’H1N1 nel 2009), destando legittimi sospetti sull’eventualità di analoghi comportamenti di segno opposto (il lancio, poi per nulla spiegato nel novembre scorso, a proposito di un super-virus creato all’Erasmus Medical Center, Olanda[1]): così ne La  progenie la superstizione transilvanica infetta gli Stati Uniti per mezzo di un virus parassita in grado di prendere possesso dell’organismo ospite, mutando sostanzialmente nel giro di poche ore il suo DNA, mentre il contagiato  sviluppa un’escrescenza al di sotto della lingua, un aculeo retrattile che gli permette di nutrirsi delle sostanze contenute nel sangue per poi liberarsi del plasma, nonché capacità fisiche superiori alla norma e un’incredibile resistenza a ogni tipo di ferita.

Se persino nel villaggio globale quotidiano le paure paiono quindi il frutto di un mix equilibrato di mitologia, cronaca e medicina, si capisce perché Del Toro abbia inserito il particolare che tra i bagagli stipati nelle carlinghe del Boeing “contaminato” ci sta pure la gigantesca bara di un antico vampiro detto “El Maestro”, giusto per dare ancora più forza alla tesi. E, infatti, al di là della smaccata citazione dal Dracula di Stoker (ma il Van Helsing di turno si chiama pure Abraham Setrakian…), ancora una volta il Male invasore e intruso viene dall’Europa, con grande spiegamento di sottotesti, involontari e consapevoli.  Mitologema tipico, per non dire storico, di Del Toro al punto che già nel 2008 Alessio Gradogna già così lo individuava, nell’analizzare la filmografia del nostro[2]: «… il fantasma e la Guerra sono la medesima cosa, strumenti del terrore volti a perseguitare l’uomo sia sussurrando indistintamente per accennare soltanto la propria presenza, sia esponendosi faccia a faccia, senza remore, per ostentare l’assoluta mostruosità che in essi impera». In questo caso il fantasma è soprattutto il fantasma del Genere – il vecchio archetipo vampirico che si ricicla osmoticamente nei nuovi terrori pandemici – e la guerra è la percezione della medesima, importata dal “mondo di fuori” sul suolo americano e collettivamente metabolizzata alla stregua del noto teorema di William I. Thomas, «Gli spettri non esistono, ma sono reali negli effetti». Ma, a questo punto, procediamo con ordine.

Come per Philip Ridley la “scoperta” dello scrittore Guillermo Del Toro (Guadalajara, Messico, 1964) è veicolata  dal cinema. Ma Del Toro, all’opposto di Ridley, è soprattutto uomo di cinema, affetto in positivo da una bulimia creativa e produttiva che lo porta a firmare, garantire, far da consulente e produttore esecutivo, a spendersi insomma in prima persona e mettendoci la faccia per più di un progetto affine alla sua poetica (fra i tanti, The Orphanage di Juan Antonio Bayona, Con gli occhi dell’assassino di Guillem Morales e Non avere paura del buio di Troy Nixey). Novello e latino Roger Corman, ecco estendersi il paradosso al dato di fatto che appaiono più numerosi i progetti – per capirci, “marchiati” – che i film effettivamente girati (una lista interessante ma tutt’altro che abbondante visto che comprende quasi un ventennio di attività), stravaganza che negli ultimi tempi si accentua con la deriva letteraria della “Trilogia dell’Oscurità”, (La progenieLa caduta e Notteeterna). Verificata allora la genesi ctonia, quasi junghiana, del mondo immaginifico di Del Toro, diamo ancora una volta ragione a Gradogna,  autore dell’unico (al momento) testo critico italiano sull’artista messicano:  quello di Del Toro è sul serio un mondo di “dannati ed eroi”, dove i due termini sono funzionalmente interscambiabili perché nelle Terre di Mezzo, quell’ideale paesaggio della mente che accomuna molti autori del fantastico anche in assenza di Tolkien, il Male e il Bene – quelli con l’iniziale maiuscola – non sono così ben delineati e neppure altrettanto contrapposti. E dove il profondo senso poetico del mondo sotterraneo di un autore più che allo scontro fra gli Archetipi sembra alludere al potere della mimesi come griffe autoriale. Un ulteriore paradosso, ma solo uno dei tanti, è che il meno amato – dallo stesso Del Toro – dei film del regista messicano meglio presta il fianco a queste riflessioni.

Mimic, tratto da un racconto di Donald A. Wollheim (operazione travagliata da profondi dissensi con la produzione e da pesanti fattori personali), è al di là di meriti o demeriti un’esemplare metafora del potere metonimico degli Archetipi e della loro “con-Fusione” con le cellule in chiaro del mondo reale. Riassumendo brevemente il plot, accade che un gruppo di ricercatori guidati dall’intrepida dottoressa Susan Tyler, nel tentativo di neutralizzare un virus che sta minacciando la vita dei bambini di New York, scopre che, modificando il DNA degli scarafaggi propagatori dell’epidemia, si ottengono dei cloni “antagonisti”. Una volta introdotti questi ultimi nel biosistema della Grande Mela, l’epidemia viene così debellata con la distruzione delle blatte appestatrici. Ma nel giro di tre anni dai cloni si sviluppa una nuova specie mutante nonché gigante in grado di adattarsi alle proibitive condizioni del sottosuolo e dotata soprattutto di un’eccezionale capacità mimetica. Così i mostri possono confondersi perfettamente con l’ambiente underground delle viscere di New York nonché palesarsi come “Uomini Neri” anche nel notturno e sempre piovoso Mondo di Sopra onde poter cacciare al meglio la loro preda preferita, l’uomo.

Il tema profondo che da qui in poi informerà sempre di sé  l’opera di Del Toro è proprio questa capacità dei mostri di impersonare in modo perfetto il pavor nocturnus (Don’t Be Afraid of the Darks’intitola appunto uno dei tanti film sceneggiati e prodotti da Del Toro) e il terrore delle cose che nel buio possono essere contenute. Il travestimento “normale” con cui gli scarafaggi mutati si manifestano all’occhio umano non è meno terrificante di quel che sta sotto. Alte e spettrali figure nere, all’apparenza avvolte in un mantello, esibenti un’inquietante e amorfa faccia giallastra, priva di espressione in quanto “maschera” in tutto e per tutto; a un millimetro, appunto, dall’Archetipo, e non a caso ai due coraggiosi ragazzini che si avventurano sotto la metropolitana alla caccia di reperti da consegnare alla Tyler, qualcuno urla prima che vengano inghiottiti dalle tenebre: «Fate attenzione all’Uomo Nero!». Perché nel frattempo questo Uomo Nero che viene dal mondo di sotto è già dilagato come idea e immagine nell’immaginario di New York (per estensione analogica l’immaginario del pianeta). Dilagato, associato, quindi inglobato e in qualche modo accettato, “normalizzato”. Non a caso c’è chi lo urta in un vicolo buio e, pur rimanendone comprensibilmente turbato, non può far altro che dire: «Mi scusi» e procedere oltre. Il Male è così mimetizzato alla perfezione e libero di agire indisturbato.

E’ il 1997 e non stiamo qui a elencare le virtù profetiche del film che peraltro ostenta una delle ossessioni tipiche del fantastico in generale, tali sin dai tempi degli Ultracorpi di Don Siegel. Quello che è interessante è che Del Toro con Mimic riesce a profetizzare in primis  la sua stessa opera in divenire, soprattutto quella letteraria.

Pur manipolato e detestato, e neppure premiato al botteghino, Mimic, oltre a  partorire un trascurabile miniserial straight to video (Mimic 2Mimic 3 – Sentinel), nel quale Del Toro nulla c’entra, detta quindi in prospettiva una serie di costanti che si ripresenteranno puntuali nei titoli a venire: la metamorfosi archetipale di cui abbiamo detto, i bambini come vittime e protagonisti, la collisione dei mondi – il reale contro il soprannaturale, la metafisica contro la politica – e la reciproca contaminazione dei medesimi. E che s’impongono come chiave di accesso ai tre cospicui tomi della Trilogia de la Obscuridad. Sulla “forma” della quale ci tocca però precisare che, alla faccia della globalizzazione linguistica, il titolo originale del primo libro, ovvero Nocturna (da noi La progenie), in Italia è diventato il “marchio” riconoscibile della trilogia, riportato in frontespizio anche sul secondo volume, La caduta, che nell’originale chiamasi Oscura, e sul terzo, Notte eterna, ovvero e con coerenza Eterna. Se ci azzecca o meno il marketing o più semplicemente si siano tradotti alla lettera i tre titoli americani (The StrainThe FallThe Night Eternal), ci lascia dentro un milligrammo di perplessa irritazione questa volontaria rinuncia alla titolazione originale “latina” di ben altro impatto significante, a ricordarci che tutto quanto non parla inglese è sempre figlio di un dio minore. Soprassediamo ancor più infastiditi sul termine “thriller” stampigliato sotto i titoli. Perché anche l’horror, quello autentico, nel suo primo impatto sullo scaffale continua a essere figlio di un dio minore. Marketing o trascurabile sciocchezza, fate voi.

Non è polemica pignoleria. La trilogia di Del Toro (e Chuck Hogan, scrittore per nulla noto nell’italica nazione sino al formarsi della coppia) è horror, a dirla in stressante politichese “senza se e senza ma”. I vampiri da loro proposti non sono per nostra fortuna i i pallidi  e piagnucolosi, benvestiti mostriciattoli destinati al mercato adolescenziale. Bensì mostri orribili che fanno cose orribili, circondati da personaggi di grande spessore “kinghiano” (gli autori li seguono e li tratteggiano con cura maniacale e fervore appassionato), tra i quali giova ricordare il testardo “eroe” Eph Goodweather, epidemiologo in prima linea, la sua collega Nora Martinez, il miliardario Eldritch Palmer che è il grande burattinaio dell’avvento del Male prima negli Stati Uniti e poi nel mondo intero (con il suo personale tornaconto perché vuol divenire immortale), e l’anziano ex professore universitario, sopravvissuto all’Olocausto Abraham Setrakian, l’unico che sa la verità sull’Apocalisse in corso e i cui flashback ambientati in campo di concentramento sono tra i migliori passaggi del primo libro. E, a ridosso di queste notazioni, c’è tutto Del Toro, il “bambino terribile” al quale il sistema ha inteso affiancare il professionista “controllore” (Hogan) perché in un prodotto studiato a tavolino tutto ha da essere dosato e ben equilibrato. Per chi ben conosce il cinema del nostro, non esistono dubbi: Guillermo, all’interno di una storia con parecchi rivoli scientifici e tecnologici, è colui che ti prende per mano e ti rinchiude, anche con una strizzatina d’occhio e una risatina, in quello sgabuzzino ricolmo di Orchi, archetipi e creature di un folclore che si ritiene essere solo fantasia infantile e che è stato il “deposito” immaginifico dell’ultimo, grosso modo, trentennuo. Mentre Hogan rifinisce, centellina, mette ordine e celebra le nozze, possibili e un po’ sacrileghe, tra scienza e folklore. Una notevole autometafora del fanciullo di Guadalajara che si confronta con i Babau dell’infanzia divenuti nella Trilogia i mostri dominanti il pianeta («E’ tornato il Signor Sanguisuga!», urla un pilota superstite del Boeing – Vaso di Pandora, riferendosi ai terrorizzanti racconti uditi da bambino…), è reperibile suyoutube  ove sono visibili i tre booktrailer, uno per ogni tomo, ai quali Del Toro ha messo personalmente mano: immagini inquietanti che si alternano a frasi ancora più angoscianti da “Arriva un incubo che nessuno potrà fermare” a “Un rivolo sinistro percorre la città”, da “Una stirpe maledetta si diffonde nel mondo” a “Tu hai sotto la tua pelle qualcosa che li fa impazzire” fino alla mazzata finale del “”Desidererai che sia solo un racconto”. Ovvio che  c’è anche dell’ironia, ma il particolare più interessante è ogni cambio scenico viene “annunciato” dalla mano di un bambino che disegna con un pennarello l’impianto di quel che andremo a vedere. Un bambino, va sottolineato.

Riallacciandoci ancora a Gradogna, ecco che il mondo di Del Toro allora si presenta come «un grande  ricettacolo di morte e salvezza, un’unica grande opera in divenire in cui si combatte per il Bene, o ciò che sembra tale, e al contempo ci si crogiola con il Male, o ciò che dovrebbe essere… C’è la realtà storica, nera e buia, esemplificata dalla guerra civile spagnola (e il nazismo nella Trilogia), come cartina di tornasole utilizzata per dare spazio ai diversi sentimenti dell’animo umano… C’è la fiaba, ad altezza di bambino, popolata da mostri e sangue, atrocità e vendette, pericoli e fughe, ma anche amore e amicizia, lealtà e volontà, coraggio e purezza. Ci sono i vampiri (o i mezzosangue – ), i vendicatori e i vendicati, i giustizieri e le forze cosmiche della distruzione… la forza di Del Toro è la messinscena di un mondo a metà fra la Terra e il Cielo, un mondo in cui coabitano la favola e la cruda quotidianità»[3]

Il tutto con la più logica delle conseguenze, ovvero la commistione assoluta tra i generi del fantastico (medical genetic thriller, vampire story, action, fantasy, horror e altro ancora…), il che, scantonando per una riga, è quanto il mercato chiede con convinzione agli autori statunitensi ed è quel che si è negato a quelli italiani.

Amiamo Del Toro, al di là dell’evidente contagio strumentale con Hogan e il marketing. Lo amiamo per la coerenza fanciullesca senza la quale non ci si muove tra gli archetipi dell’horror. Perché l’uomo sa benissimo dove si trova. Lui vive e abita in quelle Terre di Mezzo dove troppi sostengono di essere transitati, gente che mente sapendo di mentire. E da qui deriva la sua straordinaria, multiforme e pletorica energia. Così come le sue tante, addirittura troppe, maschere artistiche che comprendono persino videogame e cartoon. In fin dei conti la vera efficacia del trittico sta proprio in questo intreccio “cellulare” tra elementi  folklorico-fiabeschi a reali incubi del presente. E in questo caso non è possibile evitare il confronto, storico e culturale, con quella catechesi della paura che il gran maestro del Maine, Stephen King, ha eretto negli anni Ottanta come monumento trans-genere: quei bambini – come Tad Trenton in Cujo – che dopo avere affrontato i mostri della propria nursery li riscoprono poi, metamorfizzati per il canonico principio del mimetismo del Male, nel corso della loro vita. Ma non si tratta  solo di banali metafore. Se l’horror contemporaneo ha avuto e ha – anche, soprattutto con Del Toro – un pregio, è quello di aver saputo riporre in un angolo il richiamo al simbolo, compiendo il miracolo di metterci di fronte a un fatto compiuto in chiave persino politica: in quel richiamo alla tradizione che sostituisce la nave Demetrio di Bram Stoker (con la quale il transilvanico conte irrompeva nel cuore della società vittoriana) con il volo intercontinentale che colpisce “il cuore dell’Occidente”, Del Toro e Hogan rimettono in scena il dramma sempiterno dell’11 settembre 2001 e dei contagi psichici che da quel momento ancora si espandono nelle menti e nei “mondi esterni”. Virus e infezioni che non appartengono soltanto al soma, ma che s’impongono come “demoni sotto la pelle” in senso cronenberghiano. Tanta verosimiglianza, unita a un’inattaccabile base scientifica, regala al genere inquietante autenticità. Non più, finalmente, prodotto di puro intrattenimento, ma, se possibile, assordante sirena di allarme in un mondo che occulti persuasori e poco raccomandabili “professori” intendono deprivare dei sensi percettivi.

Danilo Arona

[1]    Si tratterebbe di una variante estremamente contagiosa del virus dell’influenza aviaria H5N1 che, attraverso cinque modificazioni genetiche, sarebbe capace di trasmettersi a milioni di persone con esiti mortali.

[2]    Alessio Gradogna, I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro, Edizioni Il Foglio, Piombino 2008, pag. 88-89.

[3]    Alessio Gradogna, op.cit., pag. 37

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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La fenomenologia del somaro, un estratto dal nuovo libro di Roberto Burioni

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Ha una pagina da oltre 300mila fan, su cui continua a parlare di vaccini e scienza. Il virologo dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano Roberto Burioni è stato in prima linea nel cercare di arginare le bufale sulle vaccinazioni, oltre a essere uno dei promotori del loro obbligo per l’iscrizione degli studenti a scuola. Ora il medico, ospite anche al Wired Next Fest di Firenze lo scorso settembre, esce in libreria con una nuova fatica, 

La congiura dei somari (Rizzoli, 176 pagine, 17 euro), di cui vi proponiamo un estratto.

La fenomenologia del somaroTutto è cominciato sul finire del 2015, mentre mi trovavo con la mia famiglia nella California del Sud. A quei tempi – sembra passata una vita – usavo Facebook esclusivamente per conseguire gli scopi per cui è stato progettato, cioè controllare come erano invecchiate le mie ex fidanzate.

Avevo circa 150 contatti, con i quali condividevo vecchie foto, avventure scolastiche e ricordi dei professori più bizzarri.

A un certo punto un’amica, che aveva creato un gruppo dove s’incontravano centinaia di mamme, mi invitò a partecipare per spiegare qualcosa sui vaccini. Mi disse che c’era molta confusione, si diffondevano molti timori e sarebbe stato utile fugare qualche dubbio.

Accettai con piacere, non fosse altro perché, essendo padre estremamente apprensivo di una bambina che allora aveva quattro anni, capivo bene cosa significasse temere per il proprio figlio.

Entrai, cominciai a illustrare i vaccini, il loro funzionamento, la loro efficacia, le loro modalità di somministrazione e rimasi scioccato: erano le mamme che li spiegavano a me! Avete capito bene: gente che aveva come unico titolo di studio la tessera a punti del supermercato, che come unici esami superati poteva vantare quelli del sangue, che non sapeva cosa fossero il sistema immunitario, un virus, un batterio, un vaccino, mi faceva notare che le vaccinazioni sovraccaricano il sistema immunitario, che i virus possono danneggiare lo sviluppo del bambino, che i batteri sono benefici e comunque dalle malattie si guarisce da soli; insomma, che i vaccini – forse la più grande conquista dell’uomo – sono non solo inefficaci, ma anche pericolosissimi.

Roberto Burioni

Io tentavo di ribattere, ma non c’era niente da fare. Mi opponevano pagine internet strapiene di sciocchezze, finti lavori scientifici, siti dove si diceva che “un ricercatore dell’Università di [mettere il nome di una città esotica]” (espressione che ha ormai sostituito la desueta “un amico di mio cugino mi ha detto che…”) aveva infallibilmente dimostrato che le vaccinazioni provocano l’autismo, l’epilessia, la forfora, la calvizie e pure gli errori arbitrali.

Di queste mamme ne ricordo una, appassionata di cucina, che pubblicava elaborate ricette con relative foto dei succulenti risultati. Voleva spiegarmi come funzionano gli adiuvanti (le sostanze contenute nei vaccini in grado di aumentarne l’efficacia stimolando in assoluta sicurezza il sistema immunitario), allora le feci notare che, mentre io non mi sarei mai permesso di insegnarle come si cucina una lasagna, lei stava invece facendomi una lezione proprio sugli argomenti che insegno ai miei studenti e ai miei colleghi durante lezioni e convegni.

Niente da fare.

Lì mi accorsi che erano in tanti, e le pagine della rete e dei social networkerano i pascoli dove scorrazzavano non solo indisturbati, ma pure padroni. Parlavano di cose che non conoscevano, insegnavano nozioni che non sapevano, spiegavano concetti che non avevano capito. Erano moltissimi, erano ovunque.

Avevo sempre sospettato che i babbei in circolazione fossero in quantità considerevole ma, in un solo istante, Facebook non solo confermava in maniera definitiva la mia convinzione, ma mi forniva contestualmente nome e cognome di un gran numero di loro. Da appassionato di musica mi venne in mente La Cenerentola di Rossini e mi risuonò nella testa la voce di Don Magnifico, che cantava: “Mi sognai tra il fosco, e il chiaro un bellissimo somaro; un somaro, ma solenne”.

Avevo incontrato i Somari. I Somari raglianti.

Ora dobbiamo un poco intenderci: come nel vecchio film di André Cayatte,Siamo tutti assassini, nella vita siamo tutti somari.

Nessuno di noi conosce tutto: io – tanto per fare un esempio – so qualcosa di vaccini, virus e batteri non perché sono particolarmente intelligente e intuitivo, ma perché li studio da una vita. Se parliamo di come preparare una torta o come montare una presa elettrica sono somarissimo, non avendo idea di come si faccia. Però quando mi serve una torta vado in pasticceria, dove è al lavoro un esperto pasticciere, e allo stesso modo, se necessito del montaggio di una presa elettrica, chiamo un bravo elettricista.

Questo precetto basilare – e per me decisamente scontato – su internet non è applicato: ci sono elettricisti che parlano di terremoti, geologi che parlano di prese elettriche, pasticcieri che parlano di terapia dei tumori e oncologi che parlano di torte. Da qui la corretta definizione di Somaro, un termine grottesco e spiritoso che in nessun modo vuole essere un insulto, ma che io, da quel momento in poi, mi misi a utilizzare per descrivere una persona che blatera di un argomento che non conosce.

Nel tempo, più scrupolosamente, avvantaggiandomi della formazionescientifica che mi appartiene, ho messo a punto la descrizione del Somaro ragliante, giungendo alla formula esatta che oggi sono in grado di pubblicare: “Un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate”.

(Tutti i diritti riservati a Rizzoli)

Da buon ricercatore, ho analizzato a lungo il suo comportamento, accorgendomi che la vita di branco è indispensabile a questa molesta specie: solo quando si trova circondato da simili il Somaro riesce a ritenersi molto intelligente, visto che il primario bisogno di ogni babbeo è quello di avere accanto un collega che lo rassicuri sulle sue capacità mentali. Inoltre, ragliando all’unisono, tanti asini tutti insieme possono convincersi a vicenda che non stanno effettivamente ragliando, ma intonando un gospel o una celestiale cantata di Bach. La prossimità di estranei è dunque evitata, visto che potrebbero accorgersi che non di Bach si tratta, ma di ragli sonori.

La promiscuità (quella cosa che i Somari scrivono spesso “promisquità”) viene quindi sfuggita con cura, attraverso una vita riservata e un generico ricondursi alle cose naturali che vengono considerate a priori estremamente benefiche, dimenticando che tra i genuini doni della natura, oltre al virus dell’ebola, alle eruzioni vulcaniche, ai terremoti e alle inondazioni, devono essere annoverati il veleno più potente che esista (la tossina di un batterio chiamato botulino) e il cancerogeno più pericoloso (si chiama aflatossina ed è prodotto da certi tipi di muffe).

Alcune abitudini della specie sono singolari. Il Somaro ragliante si nutre avidamente di stupidaggini che trova su internet: oltre alle scontate notizie riguardanti conseguenze mortali delle vaccinazioni, predilige scie chimiche rilasciate da aviogetti nonché terremoti provocati da onde elettromagnetiche emesse da alieni. Se trova una balla gigantesca, la beve con gusto.

Conoscete quelli che quando un dito indica la Luna guardano il dito e non la Luna? Bene, in questo caso il Somaro non guarda né il dito né la Luna, ma dice: “Noi lassù non ci siamo mai andati, l’allunaggio è tutta una truffa!”.

 

 

Certo, non se la passano bene: sono circondati da avvocati a corto di lavoro, medici con procedimento disciplinare a carico e giornalisti in disuso malinconici e vocianti, che succhiano al Somaro ragliante i liquidi (dal conto in banca); singolarmente, la vittima trae piacere da tale pratica, avvantaggiando il parassita.

La specie è tutto sommato pacifica, ma può essere dannosa: a se stessa e ad altri. Infatti, seppure in buona fede, può diffondere pericolose bugie e instillare ingiustificate paure tali da indurre le persone a comportamenti che possono avere gravi conseguenze.

La brutta notizia è che sono tanti, molti più di quelli che immaginiamo.

La bella notizia è che non solo li possiamo fermare, ma possiamo anche farli tornare a essere persone normali in grado di ragionare. Perché io, che sono ottimista, so che dentro ogni Somaro c’è un cervello, e se c’è un cervello c’è speranza.

Ma come fare? Niente paura: per bloccare i Somari e per convertirli alla ragione abbiamo qualcosa di più efficace degli antibiotici, più sicuro dei vaccini, un rimedio antico ed economico. Vi state chiedendo di cosa si tratti? Ma la soluzione è molto semplice! Ne avete in mano un esemplare in questo momento.

Somari si curano con i libri, in dosi massicce.

 
  

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Soldi ed immagine, omertà della Chiesa sulla pedofilia

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Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario.

pedofiliaLa fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiesta Avarizia sugli scandali finanziari della #Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?

«Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza».

Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?

«Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?

«I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?

«È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.

«L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…

«Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

Italian journalists Gianluigi Nuzzi, left, and Emiliano Fittipaldi, leave the Vatican City from the Perugino gate, Tuesday, Nov. 24, 2015. The two Italian journalists who wrote books detailing Vatican mismanagement faced trial on Tuesday in a Vatican courtroom along with three people accused of leaking them the information in a case that has drawn scorn from media watchdogs. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano per Avarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?

«Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

E nessuno è entrato nel merito…
«Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

03/11/2015 Roma Rai, trasmissione televisiva Porta a Porta, nella foto Emiliano Fittipaldi giornalista e autore del libro Avarizia

Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?

«Il processo in #Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

E il giornalista come si comporta?

«Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

 
  

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Libri

Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano gli orrori

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II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria” , tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

 
Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.
Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

 
Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».
Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

 
E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

 
I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

 

[Database]

 
Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.
E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima.

 

Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento?

 

Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?
Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

 
  

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Crediti :

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