Contattaci

Medicina

Il vero problema dell’Organizzazione mondiale della sanità

Ritardi, errori e dietrofront: l’Oms è sotto tiro per la gestione della pandemia. Ma a ben guardare ha poche colpe. E oggi ne abbiamo più bisogno che mai, anche se sopravvive con un budget ridicolo e non ha potere sugli Stati

Pubblicato

il

L’Oms è un baraccone che va smontato e rifatto da capo”, ha sentenziato il virologo Andrea Crisanti. In un tweet il collega Roberto Burioni l’ha definita “sempre più deludente”. E se il vicepremier nipponico Taro Aso l’ha ribattezzata con sarcasmo “Organizzazione cinese della sanità”, il Wall Street Journal ha preferito l’epiteto “Disinformazione mondiale della sanità sul coronavirus”. Chiamatela come volete, ma un fatto è certo: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è sotto accusa per come ha gestito la pandemia di Covid-19 e rischia di uscirne con le ossa rotte. Martedì Donald Trump ha formalizzato il ritiro degli Stati Uniti, finora il principale finanziatore dell’agenzia, che da tempo deve fare i conti con un budget risicato. Il destino dell’Oms si fa sempre più incerto proprio in un momento in cui avremmo bisogno di una guida affidabile per coordinare gli sforzi globali contro la pandemia, che ormai viaggia al ritmo di oltre 200mila nuovi contagi al giorno.

Le accuse di Trump

In questi mesi le critiche all’agenzia guidata da Tedros Adhanom Ghebreyesus sono state feroci e su più fronti. In primis il ritardo nel rispondere all’emergenza, con la dichiarazione di pandemia arrivata solo l’11 marzo, quando ormai Sars-Cov-2 aveva contagiato oltre 100mila persone in mezzo mondo, a cui si aggiunge l’accusa di aver ignorato per settimane le prime evidenze sulla trasmissione da persona a persona. Quindi il biasimo per aver fornito informazioni contraddittorie sulle misure da adottare (le mascherine? inutili, necessarie, raccomandate, boh). Infine l’insinuazione di essere filocinese, con Tedros intento a lodare la trasparenza del governo di Pechino mentre, a detta dell’amministrazione americana (e non solo), la Cina cercava di insabbiare ciò che stava realmente accadendo a Wuhan.

Anziché occuparsi di salute pubblica, l’Oms si sarebbe così lasciata invischiare in faccende politiche. Ma da che mondo è mondo, ogni epidemia è anche una faccenda politica. Negarlo sarebbe davvero ingenuo: la diplomazia internazionale fa parte del gioco, tanto più che l’Oms ha le mani legate. Rispetto ad altri organismi delle Nazioni Unite, come per esempio l’Organizzazione mondiale del commercio, non può fare la voce grossa con gli Stati che non rispettano gli accordi perché, oltre a dipendere dai loro finanziamenti, non ha alcuna autorità sulle decisioni dei governi nella gestione dell’emergenza.

Ill direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus (foto: FABRICE COFFRINI)

L’Oms non può neppure fare ispezioni, perciò accusare Tedros di essersi recato a Pechino solo in febbraio non alcun ha senso, visto che senza invito non avrebbe potuto mettere piede nel Paese. L’unico strumento a disposizione per convincere un governo riluttante a cooperare è la diplomazia. Se avesse infatti accusato pubblicamente la Cina di scarsa trasparenza o avesse dato del bugiardo a Xi Jinping, difficilmente avrebbe ottenuto quelle informazioni sul nuovo coronavirus di cui il mondo aveva disperato bisogno. Può piacere oppure no, ma è così che funziona.

Decidere nell’incertezza

L’Oms è abituata alle critiche perché diventa un facile bersaglio durante ogni epidemia. In modo alterno, viene accusata di sovrastimare il rischio e fare allarmismo, come accadde durante la pandemia di influenza suina del 2009, oppure, al contrario, di sottostimare la minaccia e agire in ritardo, come è successo con l’epidemia di ebola del 2014. È duramente criticata sia se sconsiglia i viaggi internazionali, come fece nel 2003 con la Sars, sia se si astiene dal farlo, come succede oggi. Come fa, sbaglia. E si tratta di decisioni sempre molto difficili, sia perché devono essere prese in condizioni di enorme incertezza, sia perché hanno rilevanti conseguenze sanitarie, economiche e politiche. E siccome in una situazione di emergenza le scelte non possono essere rimandate, l’unico modo per gestire l’incertezza che predomina nelle fasi iniziali di qualsiasi epidemia è sbilanciarsi dalla parte della sicurezzaBetter safe than sorry, dice il proverbio inglese: meglio eccedere nelle precauzioni che doversi scusare per non avere fatto abbastanza.

Non sempre l’Oms ha avuto il coraggio necessario, ma non ha mai sminuito il rischio, né la possibilità che il mondo dovesse affrontare lo scenario peggiore. Se talvolta ha preso posizione con ritardo, è stato probabilmente per un eccesso di cautela diplomatica. È sempre un errore, certo. Ma nel complesso l’Oms resta un faro nella comunicazione del rischio: ha saputo tenerci informati in modo trasparente, puntuale, articolato, senza mai negare l’incertezza e con il necessario grado di empatia. Considerando la sfilata di premier negazionisti che ci è passata sotto gli occhi – da Xi Jinping a Donald Trump, da Jair Bolsonaro a Boris Johnson – lunga vita all’Oms…

Uno tsunami di articoli scientifici

E che dire dei continui ripensamenti sui comportamenti da adottare? L’ultimo episodio riguarda la lettera firmata da 239 scienziati per invitare l’Oms a rivedere le linee guida sul contagio per via aerea che, secondo i firmatari, oltre alle goccioline di muco e saliva espulse con tosse o starnuti, può essere causato anche dall’aerosol emesso parlando o respirando. Su quest’ultima via di trasmissione, lamentano gli esperti nella lettera, l’Oms non ha ancora recepito le nuove evidenze scientifiche. Attendere evidenze consolidate è un caposaldo della comunicazione scientifica in tempo di pace, ma in emergenza rischia di ritardare l’assunzione di misure precauzionali importanti. Una decisione non senza conseguenze, visto che includere l’aerosol tra le principali vie di contagio significherebbe raccomandare l’uso delle mascherine negli ambienti chiusi anche quando la distanza di sicurezza è rispettata, a partire dalle scuole e dagli ambienti di lavoro.

Il fatto è che le conoscenze evolvono e le evidenze scientifiche si rafforzano nel corso del tempo. Sei mesi fa non sapevamo neppure dell’esistenza di Sars-Cov-2, subito dopo la pandemia ha scatenato una corsa senza precedenti tra i laboratori di ricerca di tutto il mondo. La rivista Science non esita a parlare di “uno tsunami di articoli scientifici” che cresce al ritmo di oltre 5mila alla settimana, rendendo umanamente impossibile persino riuscire a leggerli tutti. Lavori non sempre solidi, spesso contradditori e ormai annunciati ai media prima ancora di essere pubblicati, talvolta persino prima di condividere le bozze preliminari sugli archivi online come medRxiv e bioRxiv che offrono il libero accesso ai cosiddetti pre-print.

Di fronte al continuo evolvere delle conoscenze, le raccomandazioni sanitarie non possono che adeguarsi, seppure con il tempo necessario a vagliare quest’incredibile mole di pubblicazioni. Il problema non è che l’Oms cambia le sue posizioni; saremmo nei guai se non lo facesse. Il problema è semmai la nostra incapacità di accettare l’incertezza come un elemento costitutivo delle situazioni di emergenza, con cui dovremmo invece imparare a venire a patti.

La querelle sugli asintomatici

Prendiamo la polemica forse più eclatante che nelle ultime settimane ha investito l’Oms, quella sugli asintomatici. Il caso è scoppiato l’8 giugno quando, a margine di una conferenza stampaMaria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’Oms, si è lasciata sfuggire che la trasmissione del coronavirus da persone asintomatiche sarebbe “molto rara”. Apriti cielo. Ma come? –  si sono chiesti in molti senza nascondere l’indignazione – il fatto che anche le persone che non manifestano sintomi possano essere contagiose è proprio un tratto distintivo e ben consolidato della Covid-19.

Maria Van Kerkhove, Technical Lead dell’Oms (foto: AFP via Getty Images)

Il polverone ha costretto Van Kerkhove a spiegarsi meglio, invocando l’equivoco. In effetti, l’esperta dell’Oms stava rispondendo a una domanda di un giornalista quando ha fatto riferimento a un particolare nucleo di studi, non esaustivi delle conoscenze sul contagio da parte degli asintomatici, che come ben noto non è affatto raro. Insomma, non era quello che voleva dire Van Kerkhove, tanto meno era la posizione dell’Oms sugli asintomatici.

C’è però anche il fatto che, usando il termine asintomatici, Van Kerkhove si riferiva a persone che non sviluppano mai i sintomi; con lo stesso termine, tuttavia, spesso si indica una platea più vasta che comprende anche chi sviluppa solo sintomi lievi (paucisintomatici) e chi sviluppa i sintomi nei giorni seguenti (presintomatici). Una babele che affligge anche molti studi scientifici e che rende difficile persino confrontare le ricerche. Al punto che il ruolo degli asintomatici non è affatto chiaro come si vuol far credere: se infatti è ben documentato che le persone senza sintomi possono trasmettere il contagio, non è chiaro quanto spesso accada o che peso abbiano i pre-sintomatici.

Di sicuro è stato uno scivolone comunicativo di cui avremmo fatto volentieri a meno. Forse un incidente comprensibile, considerata la pressione a cui da mesi sono sottoposti i funzionari dell’Oms. Comunque niente che possa competere con quello che abbiamo ascoltato da diversi politici e scienziati: dall’improbabile definizione Rt dell’assessore lombardo Giulio Gallera, all’abitudine di mangiare topi vivi attribuita alla comunità cinese dal governatore del Veneto Luca Zaia, fino alle rassicurazioni inopportune dei nostri luminari: è solo un’influenza, il rischio in Italia è zero, il virus è clinicamente scomparso. E giusto perché non credere che il problema affligga solo il Bel Paese, niente può eguagliare la folle idea di iniettarsi disinfettanti in vena proposta da Trump.

In ogni caso, che l’infelice espressione di Van Kerkhove sia stata un equivoco o un passo falso, come lasciarsi sfuggire l’occasione? Negli Stati Uniti diversi esponenti della destra repubblicana ne hanno approfittato per invocare un allentamento delle restrizioni e delle misure di contenimento. In realtà è proprio l’incertezza sul ruolo degli asintomatici a rendere così importanti il distanziamento sociale, le mascherine e le altre misure di precauzione. Ma questo almeno spiega perché due paroline equivoche a margine di una conferenza stampa abbiano avuto tanta enfasi su alcuni mass media, ben disposti a inserire nel filone “l’Oms ne ha combinata un’altra” qualsiasi notizia che investa l’agenzia delle Nazioni Unite.

Il palazzo dell’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra, Svizzera (foto: Harold Cunningham/Getty Images)

L’Oms di cui abbiamo bisogno

Non dovrebbe stupire, in un momento di forte ritorno del nazionalismo, se un simbolo di cooperazione internazionale come l’Oms è finito sotto il tiro incrociato di opinionisti di destra e leader populisti. Tuttavia, se è vero che molte critiche sono pretestuose, il problema di fondo resta: l’Oms non è indipendente, sopravvive con un budget ridicolo e non ha alcun potere per fare rispettare gli accordi internazionali. Forse non ha tutti i torti chi l’accusa di essere un carrozzone di burocrati bisognoso di profonde riforme. Come ha spigato a Vox Simon Fraser della University in British Columbia, quando il peggio sarà passato, la comunità internazionale si troverà di fronte a una scelta: smantellare l’Oms e difendere ciascuno il proprio fortino, oppure rinunciare a parte della propria sovranità nazionale e affidare alla cooperazione la risposta alla prossima pandemia.

Settant’anni fa, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, abbiamo dato all’Oms il compito di coordinare gli sforzi contro le minacce per la salute, di prevenire la diffusione delle malattie e di sostenere l’assistenza sanitaria universale. Se verrà scoperto un vaccinotoccherà all’Oms il compito di organizzare la distribuzione di miliardi di dosi e negoziare un prezzo equo affinché possano essere accessibili anche ai Paesi più poveri. Come ha confidato alla Cbc Anthony Fauci, l’esperto di punta della task force scientifica sul coronavirus del governo statunitense, “l’Oms sarà pure un’organizzazione imperfetta, e in questi mesi ha commesso qualche passo falso; ma ha fatto anche molte cose giuste e il mondo ha ancora bisogno della sua guida”.



Licenza Creative Commons




 
Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Clicca per commentare

Leave a Reply



Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Medicina

Covid-19 sta tornando in Europa, Sileri: “Pronti a chiudere le frontiere e nuovi controlli”

Il vice-ministro alla Salute: “Se continuiamo a monitorare e a contenere i focolai, seguendo le indicazioni sull’uso della mascherina, possiamo ridurre la ripresa dei contagi. Ma…”

Pubblicato

il

Pierpaolo Sileri

Troppi si erano rilassati e tanti hanno fatto finta di non vedere che nel resto del mondo la pandemia continuava a mietere vittime. Così nel nome del business c’è stata una corsa ad abbattere tutte le norme e un’ondata negazionista. Ma è bene mettere un freno prima che sia troppo tardi.

“Se continuiamo a monitorare e a contenere i focolai, seguendo le indicazioni sull’uso della mascherina, possiamo ridurre la ripresa dei contagi. Sarà importante osservare quanto accadrà nelle prossime settimane del Nord Europa, dove le temperature caleranno prima che da noi e il virus potrebbe generare maggiori contagi”.

A sottolinearlo è Pierpaolo Sileri, vice-ministro alla Salute, che alla ‘Stampa’ dice: “Una seconda ondata nei termini di marzo la vedo improbabile. Allora non eravamo preparati. Oggi usiamo le mascherine, i medici gestiscono la malattia meglio, i posti in terapia intensiva sono raddoppiati”. Ma la ripresa dei contagi in Europa può portare a nuove restrizioni alle frontiere? “Qualora servisse sì. Per questo in più di un’occasione ho parlato di una strategia comunitaria, europea: per adottare misure più lungimiranti, come l’uso del tampone ripetuto a distanza di pochi giorni dall’arrivo dai paesi sotto osservazione per numero di contagi, come dalle aree extra Schengen. La sfida ora è controllare tutti coloro che vengono dall’estero”.

L’app Immuni l’hanno scaricata in pochi. E ancora uno strumento su cui puntate? “Certo che lo è, Immuni è arrivata in un momento in cui l’epidemia, almeno in Italia, si stava riducendo, anche se siamo stati i primi, in Europa, a fornire una applicazione di tracciamento del contagio. C’è stato un rilassamento che ha indotto a non scaricare l’app, ma adesso il download si rivela fondamentale e soprattutto peri più giovani, a cui voglio rivolgermi: siate intelligenti come avete già dimostrato di essere durante il lockdown, scaricate Immuni perché potrete contribuire ad un migliore tracciamento sanitario, a vostro beneficio vostro, di amici e famiglie”.

Nonostante la ribellione di Salvini verrà prorogato l’obbligo di mascherina? “La mascherina, dove non è possibile mantenere il distanziamento e sicuramente al chiuso nei locali pubblici, sarà ancora con noi: protegge noi e gli altri. Serve dare il buon esempio, non invogliare ad una deroga”.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

Ma quindi i bambini possono trasmettere il nuovo coronavirus?

Che ruolo hanno i più piccoli nella diffusione del nuovo coronavirus? Per ora una risposta non c’è, ma una nuova ricerca dimostra che possono presentare nel naso e nella gola livelli di rna virale da 10 a 100 volte superiori rispetto agli adulti

Pubblicato

il

(foto: Nicolò Campo/LightRocket via Getty Images)

È stata una delle domande più importanti fin dall’inizio della pandemia. E per cui ancora oggi non abbiamo una spiegazione definitiva. Qual è la relazione tra i bambini e il coronavirus e che ruolo svolgono nella sua trasmissione? Finora, infatti, sappiamo che i più piccoli presentano spesso sintomi più lievi da Covid-19 e che, quindi, vengono in qualche modo risparmiati dal virus. Ma oggi a tornare sull’argomento è un nuovo studio pubblicato sulle pagine di Jama Pediatrics, che ha evidenziato come i bambini al di sotto dei cinque anni possano ospitare nel naso e nella gola livelli di rna virale uguali e persino superiori agli adulti. Un dato, quindi, che indica per ora solo la possibilità che i più piccoli possano trasmettere il virus, ma che dovrebbe comunque far riflettere sulla tanto discussa riapertura delle scuole“Abbiamo scoperto che i bambini sotto i cinque anni con Covid-19 hanno una carica virale maggiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, e ciò potrebbe suggerire una maggiore trasmissione”, ha spiegato l’autrice della ricerca Taylor Heald-Sargent, infettivologa del Ann and Robert H. Lurie Children’s Hospital di Chicago. “Questi nuovi dati hanno importanti implicazioni per la salute pubblica, in particolare durante il dibattito sulla sicurezza della riapertura delle scuole e degli asili”.

Per capirlo, i ricercatori hanno analizzato campioni raccolti dai tamponi rinofaringeri tra il 23 marzo e il 27 aprile scorso in diverse aree di Chicago. I test provenivano da 145 persone positive al nuovo coronavirus, tra cui 46 bambini di età inferiore ai 5 anni, 51 bambini dai 5 ai 17 anni e 48 adulti dai 18 ai 65 anni. Il team ha incluso nello studio solamente i bambini e gli adulti che presentavano sintomi da lievi a moderati dell’infezione entro la prima settimana dall’esordio dei sintomi (sono stati esclusi, quindi, gli asintomatici e i pazienti che avevano sintomi da più di una settimana prima del tampone). Dai risultati, i ricercatori hanno osservato che i bambini più piccoli, quelli di età inferiore ai 5 anni, presentavano livelli di rna virale simili e persino superiori (da 10 a 100 volte) rispetto agli adulti. “Il nostro studio non è stato progettato per dimostrare che i bambini più piccoli diffondono la Covid-19 tanto quanto gli adulti, ma è una possibilità”, spiega Heald-Sargent. “Dobbiamo tenerne conto nelle strategie per ridurre la trasmissione, mentre continuiamo a conoscere meglio questo virus”.

Sebbene il nuovo studio abbia alcune limitazioni, come l’aver coinvolto un piccolo campione di partecipanti e aver analizzato solo la presenza del’rna virale (e non il virus infettivo), gli esperti sottolineano che ci sono prove sempre più evidenti del fatto che i bambini piccoli possono trasportare quantità significative del nuovo coronavirus“Ho sentito molte persone dire che i bambini non si infettano. E questo ultimo studio dimostra chiaramente che non è vero”, ha commentato al New York Times Stacey Schultz-Cherry, virologa del St. Jude Children’s Research Hospital. “Penso che questo sia un primo passo importante, davvero importante, per comprendere il ruolo che i bambini svolgono nella trasmissione”.

Informazioni, quindi, preziose soprattutto per la tanto discussa riapertura delle scuole“Ora che siamo alla fine di luglio e pensiamo di riaprire le scuole a breve, questi risultati devono davvero essere presi in considerazione”, aggiunge Jason Kindrachuk, virologo dell’Università di Manitoba. “Sospetto che probabilmente queste evidenze si tradurranno nel fatto che c’è anche il virus, ma non possiamo dirlo senza vedere i dati”, commenta Juliet Morrison, virologa all’Università della California, a Riverside.“Riapriremo asili nido e scuole elementari”. Ma se questi risultati dovessero essere confermati, “allora sì, sarei preoccupata”.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

Due vaccini contro il coronavirus arrivano all’ultima fase di sperimentazione

La fase 3 del trial clinico del vaccino a mRna è partita e coinvolgerà 30mila persone negli Stati Uniti con l’obiettivo di verificarne l’efficacia

Pubblicato

il

I vaccini a mrna contro il nuovo coronavirus volano verso l’ultima fase della sperimentazione sull’essere umano. Sia la biotech statunitense Moderna Inc sia Pfizer/BioNTech hanno annunciato la partenza della fase 3 della sperimentazione clinica dei propri candidati basati sulla tecnologia a rna messaggero, rispettivamente il mrna-1273 (sviluppato in collaborazione con l’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (Niaid) del National Institutes of Health) e il Bnt162b2 . L’obiettivo primario per entrambi gli studi sarà valutare l’efficacia dei dispositivi contro Sars-Cov-2.

Il vaccino mrna-1273 di Moderna

La fase 3 dello studio clinico del candidato vaccino mrna-1273, ribattezzata Cove (Coronavirus Efficacy) ha preso il via il 27 luglio con la somministrazione di una dose da 100 microgrammi nei nuovi volontari. Si tratta, precisa l’azienda in una nota, di uno studio randomizzato controllato, che significa che i 30mila partecipanti previsti verranno assegnati in modo casuale a due gruppi: un gruppo riceverà effettivamente il nuovo vaccino sperimentale, l’altro una dose equivalente di soluzione salina (placebo). Sarà svolto in doppio cieco, ossia né i volontari né i ricercatori che monitoreranno i dati sapranno a priori chi davvero è stato vaccinato contro Sars-Cov-2.

I volontari sono stati selezionati in decine di centri di riferimento negli Usa per rispecchiare la popolazione adulta (dai 18 anni in su), con particolare attenzione alle categorie più a rischio di contrarre il nuovo coronavirus e quindi di ammalarsi di Covid-19.

L’obiettivo del trial Cove è di valutare l’efficacia del candidato vaccino a mrna: nell’arco di 2 anni un comitato esterno e indipendente di ricercatori del Niaid monitorerà i volontari annotando le infezioni contratte per capire se mrna-1273 è in grado in primo luogo di prevenire la malattia sintomatica. In alternativa, gli esperti dovranno capire se il dispositivo ha la capacità di prevenire l’infezione da Sars-Cov-2 oppure di evitare le forme gravi di Covid-19 (quelle che necessitano del ricovero). Un’altra domanda a cui dovranno trovare una risposta è se sia sufficiente una sola somministrazione di vaccino per ottenere protezione o se ne occorrano altre successive. E infine c’è da capire per quanto tempo durerà un’eventuale immunità.

La sperimentazione di Moderna rientra nel programma Warp Speed dell’amministrazione Trump e l’azienda ha da poco ricevuto 472 milioni di dollari dal governo per implementare lo sviluppo del suo vaccino. Se tutto andrà bene, mrna-1273 sarà il primo vaccino a mrna approvato dalla Fda e Moderna, grazie a accordi commerciali con diversi partner, prevede di riuscire a erogare da 500 milioni a 1 miliardo di dosi all’anno a partire dal 2021.

Il vaccino Bnt162b2 di Pfizer

Quasi in contemporanea anche Pfizer e la partner BioNTech hanno annunciato l’inizio del trial clinico di fase 2/3 del candidato vaccino a mrna chiamato Bnt162b2, a base di un mrna per una glicoproteina di Sars-Cov-2 ottimizzato per suscitare una potente risposta immunitaria. Le aziende ne stanno sperimentando altre 3 varianti ma Bnt162b2 ha dato i migliori risultati per il momento.

Lo studio è di tipo randomizzato controllato in doppio cieco e prevede la partecipazione di 30mila volontari tra i 18 e gli 85 anni presso 12o centri di riferimento internazionali (esclusa la Cina). I volontari che verranno effettivamente vaccinati (metà di loro invece costituirà il gruppo di controllo con placebo) riceveranno due dosi da 30 microgrammi di Bnt162b2.

Obiettivo è appurare l’efficacia del candidato vaccino: i ricercatori dovranno capire se previene Covid-19 in persone che non hanno mai contratto Sars-Cov-2 e poi se previene la malattia indipendentemente da precedenti infezioni. In secondo luogo valuteranno se il candidato vaccino previene le forme gravi di Covid-19 oppure se impedisca l’instaurarsi dell’infezione.

Le aziende sono fiduciose del successo della sperimentazione e stanno preparando la documentazione da sottomettere alla Fda per richiedere l’approvazione già il prossimo ottobre per poter distribuire 100 milioni di dosi entro la fine del 2020 e 1,3 miliardi entro il 2021.

 



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Chi Siamo

Sezioni

SCIENZA

Vuoi ricevere le notizie?

Dicono di noi

DAL MONDO DELLA RICERCA

  • Le Scienze
  • Nature (EN)
  • Immunologia

Comunicato stampa - Una pellicola sottilissima e biodegradabile in grado di rivestire volumi di acqu

Comunicato stampa - Un nuovo strumento bioinformatico individua rapidamente le alterazioni del genom

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico du

Nature, Published online: 10 August 2020; doi:10.1038/d41586-020-02361-xThe tragedy is one of the la

Nature, Published online: 10 August 2020; doi:10.1038/d41586-020-02338-wAstrophysicist Katie Mack’s

Nature, Published online: 10 August 2020; doi:10.1038/d41586-020-02340-2Marine biologist Greg Rouse

Comunicato stampa - Lo rivela uno studio condotto dal Cnr-Ibcn in collaborazione con il laboratorio

Una molecola che si trova nei vasi sanguigni e interagisce con il sistema immunitario contribuisce a

Comunicato stampa - Uno studio internazionale pubblicato su The Lancet mette in discussione la sicur

E’ davvero un medico?

Coronavirus

Casi in tempo reale . Clicca l’immagine per la mappa interattiva

Archivio

LunMarMerGioVenSabDom
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31 

Condividi o invia il post

direzione@bambinidisatana.com
Whatsapp
Tumblr

I più letti