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Medicina

Immunoterapia senza chemioterapia Prospettive per il tumore al polmone

Grazie a un nuovo marker (TMB), che misura il numero di mutazioni, si potrà scegliere un trattamento su misura per ogni paziente. In uno studio questo ha permesso
di rinunciare alla chemioterapia nel 40 per cento dei casi

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Ogni giorno si registrano 115 nuovi casi di tumore al polmone; l’anno scorso si sono ammalati circa 41.800 italiani. È tra le neoplasie più difficili da trattare, anche perché nel 60-70 per cento dei casi è diagnosticata in fase avanzata, e la sopravvivenza a cinque anni è ancora molto bassa, pari al 15,8 per cento dei malati. Per questi pazienti l’immuno-oncologia, che funziona stimolando le cellule del sistema immunitario a combattere il cancro, ha rappresentato un importante passo in avanti nel trattamento della malattia e sta aprendo nuove prospettive anche in prima battuta, al momento della diagnosi. In particolare, è stato identificato un nuovo biomarcatore, il Tumor Mutational Burden (TMB), che misura il numero di mutazioni permettendo di “fotografare” in modo completo le alterazioni molecolari del tumore. È la nuova frontiera dell’immunoterapia «di precisione» e rappresenta una prospettiva promettente nella lotta alla malattia.

Tumore ad alto numero di mutazioni

«Il TMB è uno strumento prezioso perché può permettere di identificare i pazienti che potrebbero rispondere meglio all’immunoterapia — spiega Nicola Normanno, direttore del Dipartimento di ricerca traslazionale dell’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli — . Studi recenti hanno dimostrato che questo tipo di trattamento è più efficace nei tumori caratterizzati da un alto numero di mutazioni». È il caso del tumore al polmone. La validità del biomarcatore TMB è stata dimostrata nello studio di fase 3 CHeckMate -227: i dati iniziali, presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research svoltosi di recente a Chicago, rappresentano un importante passo in avanti nel trattamento di prima linea del tumore del polmone non a piccole cellule.

Verso il superamento della chemioterapia?

«I risultati positivi di questo studio stabiliscono il potenziale di TMB come importante biomarcatore predittivo per la selezione dei pazienti candidabili al trattamento di combinazione con due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, nel tumore del polmone non a piccole cellule avanzato — spiega Federico Cappuzzo, direttore del Dipartimento di oncoematologia dell’Ausl Romagna — . Il tasso di sopravvivenza, libera da progressione della malattia a un anno, era più del triplo (43 per cento) nei pazienti trattati con la combinazione delle due molecole immunoterapiche rispetto a quelli trattati con la chemioterapia (13 per cento). Ci stiamo avvicinando alla concreta possibilità di abbandonare la chemioterapia nel trattamento di molte persone, pari a circa il 40 cento, colpite da questa neoplasia in fase avanzata. Si tratta di un grande vantaggio per i pazienti in termini di migliore qualità di vita».

Il farmaco giusto «a misura di paziente»

«I nostri obiettivi — dice Michele Maio, direttore del Centro di immunoncologia e dell’Unità operativa complessa di immunoterapia oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese — sono, da un lato, fornire la migliore terapia a ogni persona colpita da tumore, dall’altro, utilizzare al meglio le risorse disponibili. Il nuovo test TMB si sta rivelando un biomarcatore molecolare “solido”, cioè analizzabile in maniera univoca, e per questo è particolarmente affidabile. In sintesi, costituirà un importante avanzamento per aiutare il clinico a selezionare il giusto trattamento per ciascun singolo paziente in ogni stadio della malattia». «Conoscere la biologia del tumore — interviene Cappuzzo — ci guida nella pratica clinica e permette di discutere col paziente della strategia globale del trattamento, piuttosto che dire: facciamo due cicli di chemioterapia e poi vediamo che succede».

Basterà un prelievo di sangue per la diagnosi

Il nuovo test TMB, “fotografando” le mutazioni del tumore, ha ricadute importanti nella fase della diagnosi del cancro al polmone. «Per valutare il carico mutazionale è necessario analizzare un numero elevato di geni, da 300 a 500 — spiega Normanno — . In questo modo, possono emergere anche possibili alterazioni genetiche, decisive per le successive scelte terapeutiche. È opportuno, quindi, che questo test sia eseguito già al momento della diagnosi: così l’oncologo potrà disporre di una “fotografia” molecolare completa per ogni paziente e scegliere la migliore terapia nel singolo caso». E i ricercatori sono già al lavoro perché in un futuro non troppo lontano il test possa essere effettuato tramite biopsia liquida. «Si tratta di una prospettiva importante con chiari vantaggi per il paziente perché sarà sufficiente un semplice prelievo di sangue» conclude Normanno.

 
  

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il Corriere

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Medicina

Vaccini, la procura di Roma ha ribadito che alcune argomentazioni NoVax sono bufale

Dalla presunta correlazione con l’autismo fino ai sospetti che le case farmaceutiche siano ingiustamente ‘ingrassate’ dalla vendita dei vaccini, ecco perché gli ‘esposti NoVax’ depositati in procura sono da archiviare

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La procura di Roma ha confermato, riprendendo analoghe pronunce della Corte di cassazione, che alcune delle più chiacchierate argomentazioni antivacciniste – tra cui la correlazione con l’autismo e gli ingiusti profitti delle case farmaceutiche – sono di fatto campate in aria e non hanno motivo di essere ulteriormente discusse. In un provvedimento di tre pagine, il pubblico ministero ha infatti sollecitato il giudice per le indagini preliminari ad archiviare l’indagine sollecitata dal movimento NoVax e partita in seguito ad alcuni esposti contro ignoti.

Nella richiesta di intervento delle autorità, gli oppositori dei vaccini avevano ipotizzato diversi reati, fra i quali commercio e somministrazione di medicinali guastidelitti colposi contro la salute pubblica e la possibilità che l’obbligo vaccinale nasconda lo scopo di arricchire indebitamente le case farmaceutiche. In particolare, si chiedeva al sistema giudiziario italiano di valutare (ancora una volta) “l’eventuale tossicità dei vaccini” e “il loro collegamento con lo sviluppo di patologie come l’autismo”, nonché “la correttezza delle condotte tenute, nei controlli sui vaccini, dai membri delle commissioni come Aifa ed Ema”.

Le accuse e i sospetti sono stati rispediti al mittente, uno per uno, dalla procura, che oltre a chiedere l’archiviazione ha spiegato i motivi per cui – a oggi – non ha alcun senso approfondire le indagini giuridiche sui punti contestati. Ecco, nel dettaglio, in che modo 4 delle più ricorrenti tesi (o, per meglio dire, bufale) NoVax sono state smontate.

1. Scienza e sistema giudiziario sono d’accordo sull’autismo

Anzitutto, ha ribadito il Pubblico ministero, “sul piano giuridico non vi è alcuna prova scientifica in grado di dimostrare il nesso tra vaccino, sindrome dello spettro autistico e malattie autoimmuni”. Soprattutto, però, è interessante la presa di posizione dei magistrati romani contro l’atteggiamento dogmatico di chi si ostina a osteggiare i vaccini sulla base di false credenze: “dire che i vaccini siano causa di autismo o altre patologie”, è stato ripetuto, “significa aderire pregiudizialmente ovvero fideisticamente a una tesi, rispetto alla quale qualunque argomento risulta inconsistente“.

Per spiegare la propria presa di posizione, i magistrati hanno ripreso ancora una volta il caso Wakefield nel 1998 e il paper pubblicato sulla rivista The Lancet, ripercorrendo le tappe di una delle bufale scientifiche più dure a morire. La presunta correlazione vaccini-autismo è stata descritta, in conclusione, come una falsa teoria basata “su studi pseudo scientifici facilmente smontati non solo dalla scienza ufficiale, ma dal fatto notorio che le vaccinazioni di massa hanno di fatto debellato malattie come il vaiolo e poliomelite”.

2. Non c’è alcun delitto contro la salute pubblica
Il Pubblico ministero ha parlato anche degli effetti indesiderati dei vaccini, riconoscendo che “rientra nella letteratura scientifica” l’esistenza di reazioni avverse, sopratutto a carico del sistema neurologico”. Tuttavia, è stato sottolineato, “le cosiddette reazioni avverse in genere compaiono entro pochi minuti dalla vaccinazione, e [sono] quindi facilmente riscontrabili dal medico“.

Ma a essere degna di nota è soprattutto la presa di posizione in favore della sicurezza dei vaccini, attraverso una tesi che si rafforza proprio quando si discute di salute pubblica e benessere complessivo della popolazione. “È fuor di luogo”, dicono i magistrati, “che l’incidenza [delle reazioni avverse] in tal senso non è significativa, o comunque tale da inficiare il rapporto costi-benefici, sempre presente nell’ambito medico”.

3. Mercurio, adiuvanti e gli effetti collaterali fantasma
Se gli antivaccinisti hanno ripetutamente puntato il dito contro sostanze adiuvanti presenti nelle soluzioni vaccinali quali l’idrossido di alluminio e il fosfato di alluminio, il Pubblico ministero ha ribadito come “gli studi scientifici abbiano dimostrato” che non c’è alcun “possibile danno”causato da tali composti. Per quanto riguarda altre sostanze “additate come pericolose”, tra cui formaldeide e fenossietanolo, i magistrati si sono limitati a ricordare che “nei vaccini offerti alla prima infanzia non sono neppure contenute, e che spesso i medesimi composti si trovano invece “in prodotti cosmetici anche a uso pediatrico, come le salviette monouso”. Infine, lapidaria, la considerazione sul mercurio“non viene utilizzato da oltre dieci anni”.

4. I dati confutano la tesi degli ingiusti profitti farmaceutici
Per smontare la teoria delle aziende produttrici di vaccini ingrassate grazie alle politiche vaccinali, la procura ha citato a titolo di esempio i dati Istat del 2015. In tutto il Paese nell’arco dell’intero anno i vaccini sono corrisposti a un fatturato di 318 milioni di euro, una cifra pari ad appena l’1,4% della spesa farmaceutica nazionale. Per fare un confronto numerico, utilizzato anche dai magistrati, i soli farmaci per l’epatite C (una patologia per la quale per ora non esiste vaccino) sono costati quasi 2 miliardi di euro, 6 volte il costo complessivo sostenuto dal Sistema sanitario per tutti i vaccini messi insieme.

Questi numeri sono emblematici, si legge nella richiesta di archiviazione, per “eliminare il sospetto” di questo presunto scopo occulto delle vaccinazioni. E per archiviare, questa volta in senso metaforico, anche i relativi complottismi.

 
  

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Medicina

L’eredità Neanderthal che ci protegge dai virus

Ben 152 varianti geniche che ci proteggono da molti virus sono un’eredità dell’incrocio tra Neanderthal ed esseri umani moderni

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Arrivati in Eurasia centinaia di migliaia di anni prima degli Homo sapiens, i Neanderthal avevano avuto il tempo di evolvere difese contro virus presenti in Europa e in Asia ma non in Africa, un vantaggio adattativo che ha assicurato la permanenza di quelle varianti nel nostro genoma(red)
I Neanderthal ci hanno lasciato un’eredità genetica positiva: un cospicuo numero di mutazioni in alcuni geni che offrono protezione da molti virus a RNA. La scoperta – fatta dai biologi evoluzionisti David Enard, dell’Università dell’Arizona a Tucson, e Dmitri A. Petrov, della Stanford University, e illustrata su “Cell” – è un’ulteriore conferma dell’importanza del patrimonio genetico che abbiamo ereditato dai nostri cugini estinti.

I Neanderthal sono scomparsi fra 30.000 e 40.000 anni fa, ma hanno fatto in tempo a incrociarsi con la nostra specie, che aveva da poco iniziato a diffondersi in tutto il mondo. Le tracce di questo incrocio sono presenti in buona parte delle popolazioni non africane, e rappresentano in media circa il 2 per cento del genoma. Alcune di queste tracce, inoltre, sono molto più diffuse di altre, tanto da suggerire che la loro persistenza sia legata a un vantaggio evolutivo.

 


I Neanderthal probabilmente contagiarono i primi esseri umani moderni giunti in Eurasia con i virus a RNA tipici del continente, ma grazie al mescolamento delle popolazioni trasmisero loro anche le difese genetiche che avevano sviluppato, secondo un modello detto “veleno-antidoto” (Cortesia Enard & Petrov / Cell)

Analizzando i circa 4500 geni che negli esseri umani moderni  interagiscono con i virus attraverso le proteine che producono, e confrontandoli con il database dei geni neanderthaliani identificati finora, Enard e Petrov hanno individuato 152 sequenze di DNA tipiche dei Neanderthal.

Una serie di test ha permesso di concludere che le proteine espresse da quei geni di origine neanderthaliana offrono una certa protezione dalle infezioni dovute a diversi tipi di virus a RNA. In particolare, le proteine prodotte dalle varianti neanderthaliane interferiscono con il ciclo di replicazione del virus all’interno della cellula infettata, impedendone quindi la riproduzione e la capacità di infettare a cascata sempre più cellule.

I Neanderthal – osservano i ricercatori – hanno vissuto fuori dall’Africa per centinaia di migliaia di anni, un tempo sufficiente perché il loro sistemaimmunitario evolvesse delle difese contro virus presenti in Europa e in Asia ma non in Africa. “Gli esseri umani moderni – ha detto Enard – hanno ‘preso in prestito’ le difese genetiche già presenti nei Neanderthal senza dover aspettare che si sviluppassero le loro mutazioni adattative, che avrebbero richiesto molto più tempo.”

 
  

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Un elettrodo restituisce la possibilità di camminare a tre pazienti paralizzati

Grazie a un elettrodo impiantato nella spina dorsale, due equipe mediche statunitensi sono riuscite a far riacquisire la mobilità volontaria degli arti inferiori a tre ragazzi paralizzati da anni. Una speranza per i pazienti in tutto il mondo, ma la strada da fare è ancora lunga

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Camminare ancora sulle proprie gambe. Per Jered Chinnock, Kelly Thomas e Jeff Marquis era più un sogno che una reale possibilità, dopo anni di paralisi. Ora, grazie a un dispositivo elettrico impiantato a livello della lesione al midollo spinale, quel sogno si è realizzato, e quando l’apparecchio è acceso riescono a muovere qualche incerto passo da soli, contando sulle proprie forze. A rendere noto il successo sono le équipe di ricerca della Mayo Clinic e dell’Università di Louisville, rispettivamente dalle pagine di Nature e New England Journal of Medicine. Pur non nascondendo un certo entusiasmo, i ricercatori sottolineano tuttavia come sia necessario andare cauti: non si sa ancora con esattezza come il dispositivo interagisca con l’organismo e pare che non funzioni per tutti i pazienti allo stesso modo.

L’impianto
Quando si ha un incidente, come quello Jered, Kelly o Jeff, che ti spezza la schiena, c’è poco da fare. È praticamente impossibile riparare la lesione e le terapie che si possono intraprendere riguardano soprattutto interventi per stabilizzare la colonna vertebrale, il potenziamento della parte superiore del corpo e la fisioterapia per mantenere un minimo di tono muscolare anche dalla lesione in giù.

È un lavoro costante e impegnativo da fare su se stessi, ma senza grandi prospettive di recupero.

I tre ragazzi, però, hanno voluto credere nella ricerca, nella tecnologia, e hanno scelto di partecipare a una sperimentazione (Jered con la Mayo Clinic, Kelly e Jeff con l’Università di Louisville): i chirurghi hanno impiantato al di sotto della loro lesione a carico del midollo spinale un elettrodo collegato a un dispositivo (posto nell’addome) che genera impulsi elettrici. Quando il dispositivo è acceso, i pazienti sono in grado di compiere spontaneamente dei movimenti. È bene chiarire che non si tratta di un risultato immediato: senza la riabilitazione intensiva non si sarebbe arrivati a nulla.

L’equipe che ha seguito Jered, per esempio, riferisce che dopo poche settimane dall’impianto, il ragazzo steso su un fianco poteva compiere movimenti simili a dei passi. “Solleva la gamba, scalcia il piede”, era il mantra da ripetere per tutte le sedute di allenamento. Jered è poi riuscito a stare in piedi da solo e infine, dopo 43 settimane e oltre 100 sessioni di allenamento, a camminare sulle proprie gambe.

Coi piedi di piombo
Risultati davvero straordinari agli occhi della comunità scientifica, ma sono gli autori stessi a frenare l’entusiasmo perché c’è ancora tanto da fare e da capire.

Ammettono infatti di non sapere con esattezza come funzioni il dispositivo, cioè in che modo l’elettrodo riesca a veicolare i comandi dal cervello ai muscoli oltre la lesione spinale. Inoltre il team della Louisville ha tentato l’impianto su altri due pazienti, i quali però non hanno avuto il medesimo iter di successo. Sembra dunque che per raggiungere simili risultati debba verificarsi una combinazione di circostanze favorevoli.

I ricercatori pensano infatti che il dispositivo sia efficace quando le vie nervose a valle della lesione sono ancora attive ma dormienti e un po’ arrugginite. Gli impulsi elettrici applicati risveglierebbero questi circuiti, ma solo con una riabilitazione rigorosa, capendo a quali segnali rispondono i vari muscoli, è possibile recuperare i movimenti volontari.

 
  

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