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In Italia il vaccino arriverà a fine autunno. Speranza: “Pronti alla seconda ondata”

Il ministro della Salute condivide i timori di Fauci. Restano protezioni, distanze e quarantena per i sospetti

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ROMA. «Una seconda ondata epidemica o una recrudescenza non è certa ma è possibile. E quindi bisogna essere pronti. L’intervista a La Stampa di Anthony Fauci è a tal proposito molto chiara». Il ministro della salute Roberto Speranza al Senato lo dice a chiare lettere che non è il momento di abbassare la guardia. E mentre sul vaccino conferma l’alleanza a quattro con Francia, Germania e Olanda, perché «non possiamo essere spettatori di un mercato dove si fronteggiano le grandi superpotenze, nessuno deve essere lasciato indietro».

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Sulle misure restrittive Speranza lascia pochi margini di allentamento. Il Dpcm che ha sancito le riaperture del 18 maggio scade domenica e il ministro ha annunciato un nuovo decreto che confermerà l’obbligo del distanziamento, delle mascherine nei luoghi chiusi, della quarantena per positivi e casi sospetti e il divieto di assembramenti. «Siamo sulla strada giusta ma il nemico non è vinto. Per questo -ha aggiunto- non bisogna abbassare la guardia nel rispetto dei protocolli di sicurezza definiti per la riapertura delle attività produttive e commerciali». Una gelata per ristoratori, negozianti, balneari e quant’altri che speravano in un allentamento delle linee guida allegate al vecchio Dpcm. Anche sui viaggi da e per paesi extra Schengen Speranza frena. «La mia opinione è che il quadro epidemiologico mondiale non offra sufficienti garanzie per un’apertura senza regole prudenziali già dal 15 giugno». Ma poi confessa che, «con il prossimo Dpcm dovremmo decidere eventuali ed ulteriori misure di allentamento». Come il via libera al campionato di serie A, ai centri estivi a partire dal 15 giugno, mentre «priorità assoluta» è la riapertura delle scuole a settembre. Ancora da decidere la ripresa per centri termali, parchi tematici e rifugi alpini, mentre una «graduale ripresa» ci sarà per congressi e fiere.

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Ma se bisogna essere pronti a una possibile seconda ondata epidemica e se è necessario recuperare il milione e passa di prestazioni sanitarie bloccate dal Covid, allora, annuncia Speranza, «serviranno molte altre risorse, provenienti da tutti i livelli». Il Ministro non nomina né il Mes né il recovery fund, ma al Ministero si sta già lavorando a un piano da 20-25 milioni di euro per riammodernare gli ospedali, stabilizzare le recenti assunzioni e potenziare la medicina del territorio.

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Sul fronte vaccini arriva anche la conferma dell’alleanza a quattro, ma la strategia si deciderà domani nel vertice tra i ministri della Salute dell’Ue. Al quale Speranza si presenterà portandosi in tasca l’opzione per quelli della Johnson&Johnson e dell’AstraZeneca, che lo sta sperimentando insieme all’università di Oxford e alla nostra Irbm. «Tra le otto sperimentazioni in corso sono le due più avanzate», ammette il super-consulente di Speranza, Walter Ricciardi. «Ci stiamo organizzando perché il vaccino venga prodotto in Italia e per essere tra i Paesi leader. Se le cose vanno bene, in autunno o al massimo quest’inverno potremmo avere le prime dosi per gli italiani», è la previsione. Supportata dalla presa d’atto «che l’Europa è avanti rispetto agli Stati Uniti». Alla corsa per scoprire il vaccino si affianca però anche quella per poi produrlo. Cosa mica semplice, perché come precisa il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, «produrre un vaccino non è come produrre una compressa, per cui bastano pochi giorni, ma possono essere necessari mesi e mesi». «Da noi abbiamo qualche hub produttivo specializzato, ma occorre verificare se abbiano gli strumenti adatti alla produzione di quel determinato tipo di prodotto». Il leader degli industriali farmaceutici però non ha dubbi: «L’alleanza europea creata da Speranza farà si che in nessun Paese venga a mancare il vaccino». Da qualsiasi nazione provenga.


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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Stiamo davvero usando la sesta dose del vaccino Pfizer?

I dati comunicati dal commissario Domenico Arcuri non permettono di stabilire quanto le regioni stiano utilizzando anche la sesta dose di ciascuna fiala

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Le regioni italiane stanno effettivamente sfruttando la sesta dose del vaccino prodotto da Pfizer e BioNTech? Una domanda di una discreta importanza a poche settimane dall’avvio della campagna vaccinale e nel pieno delle polemiche relative alle forniture della multinazionale del farmaco, con tanto di minacce di causa da parte governo italiano. Il problema è che la risposta è che non lo sappiamo. E non lo sappiamo perché mancano i dati che possano aiutarci a capirlo.

La scorsa settimana il commissario Domenico Arcuri   ha reso note delle modifiche rispetto alle consegne delle fiale di vaccino. Dati che Wired ha utilizzato per calcolare quanto sarebbero state penalizzate, in percentuale, le regioni e le province autonome. Questo il risultato.

 


Le regioni in verde più scuro sono quelle che non hanno subito riduzioni nelle consegne. A mano a mano che il colore vira verso il rosso, invece, cresce la percentuale di dosi non consegnate. I dati sono stati pubblicati lo scorsi 17 gennaio.

Al netto della riduzione temporanea della consegna delle fiale (in parte compensate dall’uso di 6 dosi invece di per ogni fiala), questo è l’unico dato che potrebbe consentire di capire se effettivamente si stia iniettando anche la sesta dose per ciascuna fiala. Potrebbe nel senso che basterebbe dividere il numero di dosi iniettate, disponibile in formato aperto, per le fiale consegnate e si saprebbe quante dosi vengono ricavate da una fiala.

Ancora, negli open data relativi ai vaccini si parla di dosi consegnate (ed iniettate) e non di fiale. E poiché qui è in discussione il numero di dose per fiala, questa circostanza che non permette di effettuare un raffronto e capire se effettivamente venga somministrata anche la sesta dose.

Certo, si potrebbe costruire almeno una stima prendendo in considerazione le siringhe. Sì, perché per riuscire a estrarre la sesta dose dalle fiale occorre impiegare le siringhe per dosaggio di precisione. Sapere in quali centri vaccinali sono state consegnate e in quali no permetterebbe di stimare quante fiale vengono spremute fino a ottenere sei dosi. Ma questo non è un dato che sia messo a disposizione del pubblico.

Che in alcune zone sia effettivamente avvenuto lo si può sapere calcolando la percentuale di dosi somministrate rispetto a quelle consegnate (visibile anche nella dashboard governativa). In alcuni casi questa percentuale, per esempio il 24 gennaio a Bolzano, ha superato il 100%. Questo errore immaginiamo sia dovuto al fatto che da alcune fiale siano state ricavate sei dosi e quindi risultino in eccedenza rispetto alle cinque previste inizialmente.

Insomma, con i dati che si hanno a disposizione non è possibile capire se l’Italia stia sfruttando al massimo la fornitura del vaccino di Pfizer/BioNTech. Una maggiore informazione su questi aspetti consentirebbe di misurare ancora meglio l’efficacia della campagna vaccinale messa in campo dal governo e dal commissario Arcuri, all’insegna di una ulteriore trasparenza.


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C’è qualcosa che non funziona nei dati italiani sui tamponi

Il tasso di positività comunicato dal governo ha due problemi: conta due volte alcuni casi testati e tiene conto dei tamponi di verifica. Per questo è così basso

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Chiunque segua il bollettino quotidiano della Protezione civile se ne sarà accorto: da qualche giorno il tasso di positività dei tamponi in Italia sembra essersi ridotto. Fino a giovedì scorso, il rapporto tra il numero di tamponi positivi sul totale dei tamponi eseguiti era intorno al 10%, da una settimana a questa parte è sceso intorno al 5%. Il problema è che questa contrazione è solo matematica. E non trova riscontri nella realtà, che è complicata non solo dal modo in cui viene calcolato e comunicato il tasso, ma anche dall’introduzione dei tamponi rapidi nei numeri e dalle diverse strategie di utilizzo di questi test da parte delle regioni.

Premessa: misurare il tasso di positività è importante perché, incrociandolo con il numero dei tamponi eseguiti, permette di capire come stia evolvendo la gestione della pandemia. Un alto tasso di positività e un basso numero di tamponi, per esempio, sono indice di un’epidemia in espansione e di un sistema di tracciamento saltato. Al contrario, un alto numero di tamponi e un tasso di positività non elevato indicano contagi in contrazione e tracciamento efficace. Che è esattamente la situazione che emerge osservando i numeri italiani.

Il problema, però, è che una parte del numero dei tamponi racconta una storia più complessa di una semplice cifra. Per alcuni positivi, infatti, si conteggiano due tamponi: un primo tampone rapido e un secondo molecolare di conferma. Questi vengono contati come due tamponi distinti anche quando riguardano la stessa persona e rientrano entrambi nel denominatore del tasso di positività (che, ricordiamolo, viene calcolato come rapporto tra positivi e numero totale dei tamponi).

In questo modo, usando semplice matematica, con l’aumento del denominatore, il tasso scende. Per provare a spiegare meglio la questione, Wired ha visualizzato i dati delle ultime due settimane in questa infografica:

Per comodità ecco come vengono calcolati i diversi tassi di positività:
– tasso comunicato (in verde): rapporto tra numero di positivi e tamponi totali (compresi i controlli);
– tasso primi tamponi (in rosso): rapporto tra numero di positivi e primi tamponi totali (casi testati);
– tasso tamponi molecolari (in blu): rapporto tra numero di positivi al tampone molecolare e totale tamponi molecolari;
– tasso tamponi rapidi (in azzurro): rapporto tra numero di positivi al tampone rapido antigenico e totale tamponi rapidi antigenici.

Osservando il grafico, si nota uno scalino tra il 14 ed il 15 gennaio. Un cambiamento che coincide con l’introduzione, nell’insieme dei dati, dei numeri relativi ai tamponi antigenici, prima non presenti. (Questi dati compaiono solo dal 16 gennaio perché nel dataset della Protezione civile ci sono solo i totali. E quindi per conoscere i tamponi e i positivi registrati nella data t occorre sottrarre al valore della data t quello della data t-1).

Per tornare alla visualizzazione, i due tipi di tampone sono rappresentati dai punti in blu e in azzurro. I punti verdi, essendo calcolati a partire dalla somma di molecolari e antigenici rapidi, si trovano correttamente nel mezzo tra i due. Le dimensioni dei punti, invece, rappresentano il numero dei tamponi eseguiti.

Come si vede, tra il 14 ed il 15 gennaio si registra un importante incremento. Cliccando sui punti, un popup mostra i dati: sono stati 160mila giovedì scorso per poi salire a 273mila il giorno successivo. In altre parole, è cresciuto il denominatore, quasi del 75%. Al contempo, il numero dei nuovi positivi (ovvero le persone che hanno scoperto di aver contratto il Sars-CoV-2) è rimasto sostanzialmente invariato: dai 17mila del 14 gennaio si è passati ai 16mila del 15 gennaio.

Il punto è che i test antigenici rapidi hanno fatto salire il numero dei tamponi eseguiti, ma non hanno contribuito in egual misura a far crescere quello dei positivi. A questo si aggiunge anche un altro fattore confondente, che riguarda le politiche regionali su come vengono conteggiati e considerati i tamponi rapidi.

Per spiegare meglio la situazione, prendiamo i dati di due regioni alla data di ieri: il Veneto comunicava 137mila tamponi rapidi eseguiti e 0 positivi, la Sicilia 116mila tamponi e 0 positivi.

Per capire come sia possibile, Wired ha contattato l’assessorato alla Salute siciliano. La risposta è stata che è in corso una campagna di screening tra insegnanti e genitori degli studenti delle scuole secondarie, legata al rientro in classe, che spiega l’alto numero di tamponi rapidi (103mila nell’ultima settimana).

Gli 0 positivi, invece, sono dovuti al fatto che quando una persona risulta positiva al tampone rapido, di default in Sicilia viene sottoposta a un tampone molecolare di conferma. Una procedura che, nel dataset, si traduce nel conteggio di due tamponi per ogni positivo individuato con questa modalità. Il risultato è che il tasso di positività si riduce, ma è una riduzione tutta matematica.

Che succede, invece, in quelle regioni che comunicano un numero di persone positive ai tamponi antigenici maggiore di 0Wired lo ha chiesto all’assessorato alla Sanità del Piemonte, che a ieri ha comunicato 62mila test rapidi eseguiti e 619 positivi. Qui la scelta è quella, in presenza di un positivo a un tampone rapido, di valutare il link epidemiologico, facendo quindi affidamento al contact tracing.

Per fare un esempio: una persona convivente di un positivo al tampone molecolare che risulti positiva a un antigenico rapido viene considerata come un caso positivo confermato, senza bisogno di ulteriori test. Lo prevede, del resto, la nota tecnica redatta dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità.

Siamo insomma di fronte a procedure diverse adottate dalle singole regioni e province autonome. Tutte legittime, sia chiaro. Il problema è che questa mancanza di uniformità toglie significato ai tassi di positività calcolati considerando anche i tamponi antigenici nel totale dei tamponi eseguiti.

Proprio per questo, ma anche per evitare di prendere in considerazione i tamponi su persone positive per testarne la negativizzazione (i cosiddetti tamponi di controllo), Wired calcola il tasso di positività mettendo in rapporto i nuovi positivi con i casi testati, ovvero con il numero di persone sottoposte per la prima volta a tampone.

Il risultato è rappresentato dai punti rossi sul grafico. In questo caso vediamo una tendenza del tasso di positività ad abbassarsi, edulcorata dal fatto che il numero di tamponi oscilla tra i 42mila tamponi dell’11 gennaio e i 92mila del 20 gennaio. Mentre quello dei nuovi positivi si muove tra gli 8mila del 18 gennaio e i poco meno di 20mila del 9 gennaio.

Calcolato in questo modo, il tasso di positività ieri era pari al 14,71%. Come a dire che ogni sette persone testate una era positiva. Un’incidenza ben più alta del 4,85% comunicato dalle istituzioni e ripreso da tutti i media, che però presenta tutti questi limiti. Ed ha quindi poco significato.


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I colori delle regioni: dall’11 gennaio Lombardia in zona arancione con Veneto, Emilia

L’ordinanza di oggi del ministero della Salute: nessuna regione in zona rossa. L’Istituto superiore di sanità: «Nuovo rapido aumento del numero di casi nelle prossime settimane» se non vengono implementate «rigorose misure di mitigazione»

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Lombardia,Veneto, Emilia-Romagna, Calabria e Sicilia andranno, da lunedì 11 gennaio, in zona arancione.

Le altre regioni dovrebbero rimanere in zona gialla.

Non ci saranno invece regioni in zona rossa.

I dati che emergono dal monitoraggio dell’Istituto superiore di Sanità hanno portato alla decisione del governo, ufficializzata da un’ordinanza del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza.

Qui trovate le regole per le regioni che entreranno lunedì in zona rossaqui quelle per le regioni in zona arancionequi quelle per le regioni in zona giallaQui l’autocertificazione che tornerà necessaria per spostarsi, in alcune occasioni.

Nel monitoraggio si spiega come la situazione epidemiologica nel Paese sia «in peggioramento» e che l’incidenza a 14 giorni «torna a crescere dopo alcune settimane», mentre «aumenta anche l’impatto della pandemia sui servizi assistenziali». L’indice Rt nazionale, sempre secondo il monitoraggio, «è in aumento per la quarta settimana consecutiva e, per la prima volta dopo sei settimane», sopra quota 1.

L’indice Rt nelle Regioni

Le tre Regioni con l’Rt puntuale significativamente superiore a 1 sono Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia; altre 6 lo superano nel valore medio (Liguria, Molise, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta), altre 4 hanno un valore uguale (Puglia) o che lo sfiora (Lazio, Piemonte, Veneto). Il Veneto «mostra un tasso di incidenza particolarmente elevato, rispetto al contesto nazionale».

Secondo il monitoraggio, l’epidemia si trova ora «in una fase delicata che sembra preludere ad un nuovo rapido aumento nel numero di casi nelle prossime settimane, qualora non venissero definite ed implementate rigorosamente misure di mitigazione più stringenti».

Ecco l’indice Rt nelle diverse Regioni:
Abruzzo: 0,9 (intervallo: 0.83-0.97)
Basilicata:0.83 (intervallo: 0.67-1)
Calabria: 1.14 (intervallo: 1.04- 1.24)
Campania: 0.83 (intervallo: 0.76- 0.89)
Emilia-Romagna: 1.05 (intervallo: 1.03-1.08)
Friuli Venezia Giulia: 0.91 (intervallo: 0.89-0.95)
Lazio: 0.98 (intervallo: 0.94- 1.02)
Liguria: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.08)
Lombardia: 1.27 (intervallo: 1.24- 1.3)
Marche: 0.93 (intervallo: 0.82- 1.05)
Molise: 1.27 (intervallo: 0.96- 1.63)
Piemonte: 0.95 (intervallo: 0.92- 0.99)
Provincia autonoma di Bolzano: 0.81 (intervallo: 0.75- 0.89)
Provincia autonoma di Trento: 0.85 (intervallo: 0.79- 0.91)
Puglia: 1 (intervallo: 0.96- 1.03)
Sardegna: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.09)
Sicilia: 1.04 (intervallo: 0.99- 1.08)
Toscana: 0.9 (intervallo: 0.87- 0.95)
Umbria: 1.01 (intervallo: 0.95- 1.08)
Valle d’Aosta: 1.07 (intervallo: 0.87- 1.27)
Veneto: 0.97 (intervallo: 0.96- 0.98)

Aumenta il rischio di una epidemia «non controllata»

Nel monitoraggio si riconosce anche che l’attuale incidenza, su tutto il territorio nazionale, è ancora lontana da livelli che permetterebbero il completo ripristino di un sistema di tracciamento efficace: «Il servizio sanitario», si legge, «ha mostrato i primi segni di criticità quando il valore a livello nazionale ha superato i 50 casi per 100.000 in sette giorni». L’incidenza a livello nazionale negli ultimi 14 giorni, si legge nel monitoraggio, è di 313,28 per 100.000 abitanti, con un picco in Veneto (927,36 per 100.000 abitanti negli ultimi 14 giorni). Per questo il monitoraggio parla di un «aumento complessivo del rischio di una epidemia non controllata e non gestibile».


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positive review  di continuare così,oltretutto siete sempre più famosi e conosciuti. ciao.

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9 December 2018

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