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Insegnanti di religione cattolica: sempre più ai posti di comando

Scuola e Laicità

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Erano i tempi del secondo governo Berlusconi, con ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. La legge 186 del 18 luglio 2003 diede il via all’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione cattolica. Un esercito di 13.880 docenti scelti dal vescovo venne così assunto con contratto statale a tempo indeterminato. Uno schiaffo ai precari delle materie obbligatorie, un (ennesimo) schiaffo alla laicità della scuola. Nel 2011 lo Snadir, Sindacato degli insegnanti di religione, rivendicò per i suoi assistiti il diritto di essere nominati presidente di commissione per gli “esami di terza media”, ossia gli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione. Possibilità forse mai messa in pratica: non c’è la fila per far domanda per un incarico privo di retribuzione aggiuntiva e da svolgere ad anno scolastico concluso. Più allettante, e in alcuni casi percorsa con successo, la strada di diventare preside: nel 2012 una sentenza del Tar Liguria aprì la strada al ruolo dirigenziale degli istituti scolastici anche agli insegnanti di religione, sacerdoti inclusi. Arriviamo all’ultima prodezza del nostro Stato clericale. Finora gli insegnanti col vangelo in mano contribuivano alla valutazione dei loro studenti senza voti numerici, con un generico giudizio. Erano esclusi dalla commissione d’esame. Il D.Lgs. 62/2017 ha scombinato le carte e conferito loro una sedia nella commissione esaminatrice di terza media.

Ci troviamo di fronte a una situazione surreale: il prossimo giugno un docente scelto dal vescovo giudicherà anche studenti i cui genitori hanno espressamente chiesto di tenerli alla larga dal suo insegnamento confessionale? Oppure si aprirà un balletto di insegnanti a seconda degli studenti da esaminare per l’esame di terza media? Dentro l’insegnante di religione, poi dentro quello di “alternativa”, poi fuori entrambi e commissione temporaneamente con un componente in meno se lo studente non ha seguito né l’una né l’altra materia?

L’Uaar ha più volte scritto alle scuole a agli uffici scolastici territoriali per arginare l’increscioso fenomeno della discriminazione infantile legata alla mancata attivazione delle attività didattiche alternative all’insegnamento della religione cattolica. Una piaga segnalata anche dalle organizzazioni che vigilano sul rispetto delle convenzioni internazionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che vede il nostro Paese messo sotto accusa in rapporti delle Nazioni Unite. L’ennesima tegola clericale rappresentata dagli insegnanti di religione cattolica nelle commissioni d’esame di terza media ha spinto ora l’Uaar a sottoscrivere un appello, condiviso da diverse realtà laiche, affinché il Miur ritorni sui suoi passi rettificando l’interpretazione del D.Lgs. 62/2017.

Il quadro è preoccupante. Al posto di una scuola pubblica inclusiva, laica e all’avanguardia si sta consolidando il modello scuola-parrocchia, sostenuto sia dal centro destra che dal centro sinistra, con un insegnamento «impartito in conformità della dottrina della Chiesa» che occupa ben due ore settimanali nell’età scolastica più vulnerabile, quella della scuola primaria. I relativi docenti, pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi, stanno incrementando la capacità di controllo della vita della scuola della Repubblica. Si deve sventare questo recente colpo di mano sugli esami di terza media, senza abbassare la guardia su altri fronti, come quello dei finanziamenti pubblici alle scuole private paritarie e quello dell’alternanza scuola-lavoro affidata, guarda un po’, anche agli insegnanti di religione cattolica.

UAAR

Articolo pubblicato su Left n. 17, del 27 aprile 2018

Pubblichiamo qui il testo dell’appello al MIUR.

Docenti IRC commissari d’esame?

Il D.l.vo 62/2017 stravolge tacitamente le disposizioni contenute nell’art. 185 comma 3 del D.l.vo 297/1994. Si tratta della sostituzione dell’elenco relativo alle materie d’esame all’Esame di Stato conclusivo della Scuola Secondaria di I grado con la dicitura riferita a “tutti i docenti del Consiglio di Classe”. Tra le materie indicate nel D.l.vo del 1994 non figurava l’Insegnamento della Religione Cattolica. E’ questa un’ultima trappola tesa dalla L.107/2015 che istituisce quella che è stata denominata “Buona Scuola”.

L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo — iniziato con il rinnovo del sistema concordatario — per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di ”materia obbligatoria” con diritto all’esonero. Solo con difficoltà sono state introdotte norme e istituti per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative fra cui la frequenza di una reale materia alternativa. Nessuna promozione è stata fatta per informare le famiglie su tali alternative sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate, in particolare nella scuola primaria, ben poche opzioni.

A confermare il valore che la Scuola dello Stato attribuisce all’Irc si è introdotto il ruolo per i docenti chiamati ad impartirlo. Si sono dovute superare grandi difficoltà per l’anomalia di docenti assunti nei ruoli dello Stato ma designati da un’altra autorità che mantiene il diritto di revocarli dal loro servizio imponendo allo Stato l’obbligo di individuare una nuova sede in cui essi possano esercitarlo. È sembrato ovvio, senza esserlo, al MIUR che tali insegnanti, equiparati agli altri in ruolo per altre materie, possano essere chiamati a far parte delle Commissioni d’esame per gli esami di licenza media.

Le sottoscritte associazioni che si battono da anni per il rispetto della laicità della Scuola e dello Stato, si oppongono con forza a tale stravolgimento della Legge 121/1985, attuativa del Nuovo Concordato. Rivolgono pertanto al MIUR la richiesta urgente di chiarimenti indispensabili per insegnanti e famiglie di alunni e alunne in procinto di affrontare la prova del citato Esame:

  • l’IRC sarà materia d’esame? Se non lo sarà, a qual fine la presenza del docente? L’eventuale presenza di un docente di a. a. non si configura come discriminante nei confronti di coloro che hanno scelto attività di studio o di ricerca individuali o la non presenza a scuola durante l’Irc?
  • nella prova d’esame, a differenza di quanto avviene nelle operazioni di scrutinio, i voti sono soltanto numerici: è quindi prevedibile una valutazione numerica dell’IRC?
  • il docente di R.C. nella votazione per promozione o bocciatura si comporta come previsto nel DPR 202/1990, ossia non vota se il suo voto fosse determinante?

Queste sono solo alcune delle ambiguità da chiarire. Il docente di R.C. non deve essere inserito nelle Commissioni d’Esame di III Media. Questa — lo ribadiamo — è la nostra posizione. Denunciare l’incongruenza di tale nuova norma diventa un’occasione per riproporre la necessità di rivedere l’intera normativa concernente l’Irc e di riproporne la collocazione fuori dell’orario ordinario delle lezioni.

Comitato Nazionale Scuola e Costituzione
Comitato bolognese Scuola e Costituzione
Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica
Manifesto dei 500
Ass. Naz. Sostegno Attivo
Cogedeliguria
Ass. Naz. del Libero Pensiero “Giordano Bruno”
Coordinamento Genitori Democratici (CGD)
Comitato Genovese Scuola e Costituzione
CRIDES (Centro di iniziativa per la difesa dei diritti nella scuola)
Movimento di Cooperazione Educativa (MCE)
UAAR
FNISM
CIDI

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Le leggende metropolitane sull’aborto

Dai documentari di propaganda al sofisma di Beethoven, dalle foto miracolose alle bufale sui vaccini, ecco alcune delle leggende metropolitane sull’aborto care ai pro-life

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Il 19 maggio la Marcia per la vita ricorderà all’Italia, ancora una volta, come il diritto all’aborto, cioè all’interruzione volontaria di gravidanza, sia ancora in buona parte negato. Non basta infatti la farsa dell’obiezione di coscienza a rendere l’accesso all’intervento, in teoria garantito per legge, una corsa a ostacoli (nelle strutture pubbliche, ovviamente). Come mostra l’ennesimo manifesto antiabortista, bisogna considerare anche il costante linciaggio della libera scelta. L’aborto deve essere una cosa sporca, immorale, criminale, la sola parola deve suscitare repulsione e colpevolezza. Funzionali a questa narrazione, da noi come altrove, oltre alle solite bufale (come quella del rischio di cancro per chi abortisce) si sono affermate anche diverse leggende metropolitane.

«Hai appena ucciso Beethoven»

[…] una donna ha la tubercolosi, e il padre la sifilide; insieme i due hanno avuto e generato quattro bambini – il primo bambino è nato cieco, il secondo è nato prematuro, il terzo era sordo e muto, il quarto è nato con la tubercolosi – ed ora ne aspettano un quinto: raccomandereste loro di abortire? Se la risposta è affermativa, sappiate che non sarebbe mai nato Beethoven (1770 –1827).

Il testo proviene da un articolo del 2015 su Tempi.it, ed è una delle tante incarnazioni del cosiddetto sofisma di Beethoven,  da almeno cinquant’anni  tra le munizioni retoriche dei cosiddetti pro-life. L’argomentazione è in teoria prontamente smontabile con un controesempio, come ha fatto l’ecologo Garret Hardin: se vogliamo giocare al gioco “cosa sarebbe successo se?”, con la stessa onestà potremmo chiederci se la madre di Adolf Hitler avrebbe dovuto abortire.

Ma è importante notare che il sofisma di Beethoven, oltre a essere completamente inutile a qualsiasi discussione sensata sull’interruzione volontaria di gravidanza, è anche disonesto . In poche righe sono infatti concentrate una serie di mirate inesattezze. Ludwig van Beethoven non era il quinto figlio (in alcune versioni è presentato addirittura come l’ottavo), ma il secondo. Il primogenito, anche lui di nome Ludwig come il nonno, visse solo sei giorni. Solo il compositore e due fratelli raggiunsero l’età adulta, ma non sappiamo praticamente nulla dei 3 fratelli e della sorella morti da bambini. La madre, Maria Magdalena Keverich, è morta quarantenne di tubercolosi, ma non si sa quali fossero le sue condizioni quando nacque il compositore. La sifilide del padre non è mai stata diagnosticata, è solo una delle tante ipotesi fatte per spiegare lo stato di salute di Ludwig, morto a 56 anni.

Aborto come doping

Anche famose enciclopedie ne parlano come di un fatto accertato, una pagina buia della storia dello sport. Eppure la realtà è che a oggi non ci sono prove degne di questo nome che esista, o sia esistita, la pratica diffusa di concepire un figlio e abortire allo scopo di esaltare le prestazioni sportive. Le voci cominciarono a circolare durante la Guerra fredda, e in particolare è stata attribuita alle atlete del blocco sovietico a partire dalle olimpiadi del 1956. La teoria alla base della presunta pratica è che, grazie ai cambiamenti ormonali, si sarebbero ottenuti in maniera naturale gli effetti di un doping. Il rapporto costi/benefici di questo metodo è tutt’altro che scontato, ma in tempi di corsa agli armamenti ha poco senso scartare qualcosa come troppo irrazionale: il clima era tale che poteva anche essere vero. Non c’era nessuna prova, ma ormai il sasso era stato lanciato, e la voce riemerse nei decenni successivi, generando molte discussioni ma niente di più. Nel 1994 arriva il colpo di scena: una tv tedesca intervista Olga Karasyova, ginnasta medaglia d’oro alle olimpiadi del ’68 a Città de Messico. L’atleta confessa che a 14 anni, prima dei giochi, è stata costretta a fare sesso con uno degli allenatori per rimanere incinta e poi abortire, pena l’esclusione dalla squadra. Come spiega Snopes, nel 1998 l’atleta denuncia per diffamazione a un giornale russo che aveva ripreso quelle affermazioni. Non era lei l’intervistata dalla tv tedesca, in quel momento era in crociera. L’unica prova della presunta pratica sarebbe quindi una testimonianza poi smentita.

Ma se alla nascita la leggenda sembrava alimentata dalla diffidenza per quello che accadeva oltre la cortina di ferro, in seguito è entrata a far parte dell’armamentario propagandistico dei movimenti pro-life nordamericani.

Il grido silenzioso

Il grido silenzioso è un cortometraggio di propaganda pro-life del 1984. Tradotto in diverse lingue e ora ampiamente disponibile di Youtube, ha l’obiettivo di mostrare l’aborto come uno Snuff movie .

Dopo aver mostrato gli strumenti usati dai medici, il Dr. Bernard Nathanson passa a commentare una serie di ecografie effettuate durante un aborto alla dodicesima settimana. L’obiettivo è dimostrare che l’embrione durante l’aborto soffre ed è spaventato, al punto da spalancare la bocca per urlare. Per farlo si usa ogni manipolazione possibile e immaginabile, non solo con le parole della narrazione, ma anche variando la velocità in modo da far recitare meglio l’embrione. Il film è stato immediatamente smontato dagli esperti (anche oggi il consenso è che entro il trimestre l’embrione non abbia le strutture per percepire il dolore) ma ovviamente non era a questi che era rivolto. Uno dei più grandi fan dello spot anti-abortista fu infatti il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Secondo il Dr. Nathanson, la mente dietro al video, a ispirare l’operazione sarebbe stata proprio una frase di Reagan, secondo il quale l’aborto era una lunga agonia per embrione.

La mano della speranza

Durante una delicata operazione fetale, una manina emerge dalla pancia della mamma e afferra il dito del chirurgo. Un fotografo coglie l’attimo ed è nata la leggenda. La mano della speranza e la storia che l’accompagna sono dei primi anni 2000, ma continuano a circolare tra gli antiabortisti. In una discussione razionale sull’aborto, un evento del genere non dovrebbe aggiungere o togliere nulla, a partire dal fatto che la donna non stava nemmeno abortendo. Ma volendo stabilire un’equivalenza tra la scelta di abortire e l’omicidio, non poteva andare diversamente. Intento propagandistico a parte, la foto è al 100% vera, mentre non si può dire lo stesso dei fatti che spesso la accompagnano. Il dottor Dr. Joseph Bruner, autore dell’intervento sul feto malato di spina bifida, ha smentito un particolare fondamentale: la mano della speranza non è uscita dall’utero per volontà del feto, né ha mai afferrato il suo dito. Sia la madre che il feto erano sotto anestesia, e non poteva esserci alcuna azione volontaria. Il braccio è fuoriuscito passivamente e il chirurgo non ha fatto altro che spingerlo dentro. Il fotografo però, si convinse di aver immortalato il miracolo.

Horror story: ristoranti, vaccini, bibite

Anche il destino degli embrioni abortiti genera leggende. Una molto comune si basa sul loro presunto potenziale culinario presso altri popoli, in particolare i cinesi. D’altra parte le leggende sui ristoranti cinesi sono così numerose che non stupisce comprendano carne umana al menù, che si tratti del nonno di cui riciclare i documenti o aborti clandestini in fondo fa poca differenza. Più subdole, specialmente di queste tempi, le leggende che legano aborti e vaccini. Se ci sono feti abortiti nei vaccini, allora secondo alcuni potrebbero addirittura esistere i contorni per una obiezione di coscienza. La realtà è presto detta: esistono linee cellulari ricavate da feti volontariamente abortiti, e sono usate anche per coltivare i virus necessari alla preparazione dei vaccini, e quindi a salvare vite umane. Queste linee cellulari esistono da decenni, cioè le cellule provenienti da campioni prelevati negli anni ’30 o ’40 vengono da allora coltivate: non c’è quindi bisogno di un costante approvvigionamento. Si stima, tra l’altro, che l’immunità garantita dalle principali vaccinazioni prevenga 633000 aborti spontanei solo negli Usa.

Una variante della leggenda vorrebbe addirittura i feti abortiti nelle bibite e in altri alimenti industriali. Anche in questo caso infatti si sfrutta la scarsa dimestichezza del pubblico sull’uso delle colture cellulari, che non sono esclusive del settore biomedico. Nessuna lattina di Pepsi, ovviamente, contiene tessuti o cellule fetali, ma come altre grandi aziende citate nella bufala collabora con Senomyx, una compagnia biotecnologica che studia gli additivi alimentari. E Senomyx detiene dei brevetti in cui compare la sigla HEK293, una linea di cellule di fegato derivata da un feto degli anni ’70. Le cellule sono state modificate per esprimere i recettori che ci permettono di sentire le fragranze, consentendo alla compagnia di testare velocemente nuovi aromi. Questo è bastato a creare la bufala che i grandi marchi che si servono di Senomyx usino feti abortiti per fabbricare loro prodotti. Che il reparto ricerca e sviluppo di Senomyx si serva di una comunissima linea cellulare sul mercato non dovrebbe essere particolarmente sconvolgente, ma non aveva fatto i conti con gli antiabortisti…

 
  

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Wired

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La giornata contro l’omofobia. I casi di minorenni gay picchiati in famiglia e mandati dall’esorcista

Crescono i maltrattamenti e violenze in casa: 400 episodi tra i teenagers. La denuncia di Gay Help line che ha ricevuto 20mila chiamate in un anno. Solo una vittima su quaranta denuncia alla polizia

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Puniti per essere gay, da chi  avrebbe dovuto amarli e difenderli. Giuseppe, napoletano, è  stato sequestrato in casa, preso a pugni dal fratello, maltratto dal padre che gli ha bruciato le caviglie gettandogli addosso della benzina. Marco, che abita in una città del centro Italia, quando ha detto al padre  di amare un coetaneo, è stato obbligato a sottoporsi ad un esorcismo, legato ad una sedia e costretto a recitare versetti contro Satana e sodomia. Laura, 12 anni, ha segni sui polsi, ferite sul corpo. Se l’è fatte lei, si autoinfligge punizioni  da quando la madre, scoperto che la figlia è innamorata di una ragazza, l’ha malmenata, trascinata a terra per i capelli, insultata perché “poco femminile”.

Storia di giovani omosessuali italiani nell’ultimo anno. Perché l’omofobia non è solo lo sconosciuto che offende e aggredisce per strada, ma ha anche il volto di chi ti cresce, di chi dovrebbe amarti. Lo raccontano, in vista della giornata contro l’omofobia, queste e altre le denunce raccolte dal numero verde contro l’omotransfobia Gay help line.it (800 713 713) che in un anno ha ricevuto 20mila chiamate, conversazioni in chat, mail , di cui  il 70% per omofobia, 3200 da minori e e ben oltre 400 segnalazioni di maltrattamenti gravi a teeangers, soprattutto da parte dei familiari. Ora Giuseppe, con il supporto del Miur e dell’OSCAD, osservatorio  contro gli atti discriminatori, è stato messo sotto protezione e i familiari denunciati, Marco è ospitato in una struttura e la storia di Laura è stata segnalata ai servizi. Ma altri ancora aspettano, in silenzio. Troppa la paura di denunciare, ancora la vergogna, la paura del rifiuto.

“Se infatti il 12 per cento degli italiani si dichiara omosessuale, il 15 per cento degli italiani prova disgusto per i gay e purtroppo questo accade anche tra i giovani. E i risutati si vedono: dai 20mila contatti  il dato che emerge è che cresce il livello di omofobia, e aumentano anche i casi di offesa, di ricatto nei confronti di persone non dichiarate”, dice Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay center e responsabile del numero verde.

 Un altro dato che salta gli occhi è anche l’età sempre più giovane degli aggressori e ricattatori, che in diversi casi sono anche minori. La situazione non migliora neanche nelle famiglie: restano costanti i casi di genitori che non accettano l’omosessualità dei figli, oltre 400 le segnalazioni in cui arrivano a segregarli in casa e a sottoporli a violenze.

”Una sola vittima su 40 pensa che denunciare possa migliorare la propria situazione. Specialmente i più giovani temono oltre alle discriminazioni anche la reazione della propria famiglia. In particolare gli studenti dicono che difficilmente trovano nella propria scuola docenti o adulti che li potrebbero aiutare.  Per questo è importante l’approvazione della legge contro l’omofobia che preveda un piano di intervento, che consenta di supportare le vittime su tutto il territorio nazionale. Perche cambi la mentalità”, sottolinea Marrazzo

E proprio dalle scuole, dove l’associazione ha fatto azioni di sostegno alle vittime con l’OSCAD e il Miur, viene un messaggio di speranza, come dall’alberghiero di Formia che, segue il progretto  Laboratorio Rainbow, e ha relizzato il video accanto,  gli altri video prodotti dagli alunni di altre scuole italiane  sono visibili sul sito www.facebook.com/laboratoriorainbow/. 
 

  

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la Repubblica

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Religione a scuola, ora basta

A scuola si parla di sesso, omosessualità e “gender”… nei libri di religione

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E alla fine il gender, a scuola, ci è finito davvero. Ma non come si può pensare, a cavallo di un unicorno, col magico glitter pronto a trasformare i maschi in femmine, le ragazze in camioniste e le bidelle in drag queen. No, ci è finito nel modo più subdolo possibile: attraverso i libri di religione. È quanto denuncia a Gaypost.it un docente di un liceo milanese. I testi sono adottati in molte scuole, sia in Lombardia, sia sul territorio nazionale. Vediamo cosa c’è scritto.

I libri approvati dalla Cei

Il libro si chiama Il nuovo Tiberiade, pubblicato da Editrice la Scuola e curato da Renato Manganotti e Nicola Incampo. E se vogliamo completare il quadro, culturale e teologico, dentro il quale l’opera è stata concepita e si muove, troviamo anche il diretto avallo della Conferenza Episcopale Italiana, con tanto di firma di Angelo Bagnasco. Insomma, nelle pagine di quel testo troviamo il pensiero ufficiale della chiesa italiana. Quella a guida Bergoglio, per intenderci. Pensiero che va diffuso tra gli/le adolescenti delle nostre scuole.

La società senza Dio? È contro l’uomo

E cosa dice questo pensiero? Parte da lontano, spiegando che la cultura contemporanea si struttura attorno all’idea che si può fare a meno di Dio, seguendo «l’input di maestri del sospetto, Marx, Nietzsche e Freud» colpevoli di aver «voluto mettere l’uomo contro Dio». Quei tre bricconcelli, insomma, hanno regalato un frutto pericolosissimo all’umanità, perché come ci ricorda Henri de Lubac, «uno dei maggiori teologi del Novecento», leggiamo ancora, «non è vero che l’uomo non può organizzare la terra senza Dio. Ciò che è vero è che, senza Dio, può solo organizzarla contro l’uomo». Proprio così, scritto a pagina 316.

 

Sei ateo? Sei maleducato ed egoista

Andando avanti, ancora e sempre nella stessa pagina, scopriamo che non abbiamo capito nulla dei concetti di libertà e di felicità. La prima, nell’ottica di chi non crede, «è spesso vissuta come possibilità di esprimere convinzioni senza alcuna cura del rispetto per gli altri, mentre la felicità pare ridursi alla sola soddisfazione dei propri bisogni e dei propri progetti, magari senza alcun sacrificio». Insomma, se non vai a fare la comunione sei destinato a diventare maleducato ed egoista.

Ateismo e atti vandalici

E non solo, c’è il rischio di essere anche criminali. Perché nella cultura senza Dio, il male è sempre in agguato: «è sufficiente guardare ai tristi fenomeni dei giorni nostri per scoprire tanti gesti ignobili di vandalismo che, sempre più spesso, offendono i sentimenti della comunità cristiana e della società civile». Insomma, non solo veniamo a scoprire che – almeno, posta così – se non sei cristiano gli atti vandalici non ti offendono (e chissà cosa ne pensano ebrei, buddisti, musulmani e altre minoranze religiose presenti nel nostro paese), ma sembra quasi che si sia più esposti a spaccare vetrine e bruciare cassonetti. Bene.

Da Simone de Beauvoir al “gender”

Una cultura senza Dio produce un umanesimo nemico dell’uomo. E su questo concetto, dunque, si scomodano Simone de Beauvoir e la sua famosa affermazione «Donna non si nasce, si diventa». Ed ecco che il “gender” è servito, sul piatto d’argento. «È questo il triste fondamento» leggiamo ancora «di ciò che oggi, sotto il nome di “gender”, appare come una nuova filosofia della sessualità». E vai di manipolazione della natura, di caos tra sesso, genere e ruolo di genere, di corruzione dei costumi nel quadro di «un momento storico di grande confusione culturale». Il minestrone di inesattezze, condito da tanta malafede, è bello e pronto.

Tra gender e distruzione della famiglia

Adesso, sarebbe semplice ricordare ai signori che hanno scritto questo testo – e che riportano a pagina 317 le affermazioni di Benedetto XVI a riguardo, passando per la distruzione della famiglia – che il cosiddetto “gender” (così come inteso dalla chiesa) è, tecnicamente, una delle tante fake news che popolano la narrazione del tempo presente. Più volte mi sono soffermato su cosa esso è e su cosa esso non è e non voglio tornarci adesso. La questione che preoccupa di più, invece, investe la qualità dell’insegnamento della religione cattolica nel nostro Paese. Che pare basarsi sulla diffusione di profonde inesattezze.

Eccessi linguistici

Non è questo l’unico manuale adottato nelle scuole milanesi, infatti. Un altro testo è Radici, di Serena Pace e Davide Guglielminetti (Elledici – il Capitello). Il libro tenta di essere un po’ più obiettivo, ma il risultato – se guardiamo i contenuti – è comunque goffo e deludente. Parlando di nuove famiglie, a pagina 301, gli autori ricordano che la lotta ingaggiata in Europa per la conquista dei diritti produce eccessi, linguistici in primis: «le parole tanto abituali come “marito” e “moglie” o “padre” e “madre”finiscono per essere considerate discriminanti, al punto di essere sostituite dal semplice “coniuge”, oppure dalla dicitura “genitore 1” e “genitore 2″».

I gay? Moralmente disordinati. Lo dice Bergoglio

Anche qui, poi, si arriva al “gender” e a pagina 302 leggiamo: «In sostanza – e semplificando – si nasce sì maschi e femmine, ma si è/si diventa quel che si decide di diventare». E a tale questione ne seguono altre, nelle stesse pagine: quella della famiglia sulla cui differenza tra maschio e femmina si fonda l’idea stessa della creazione di Dio, le unioni di fatto che vanno ben distinte dal matrimonio e, infine, la questione omosessuale, in cui si ribadisce che vivere serenamente da gay fa parte del disordine morale del nostro tempo: catechismo alla mano e con tanto di ipse dixit di Bergoglio.

E il ministero dell’istruzione che fa?

Il pensiero della chiesa sull’omosessualità è noto da tempo e non stupisce che organi ufficiali abbiano dato l’imprimatur a libri che veicolano omofobia e sentimenti negativi contro le persone Lgbt, le loro relazioni e le loro famiglie. Un’altra questione dovrebbe farci gridare allo scandalo, invece: il silenzio del Ministero dell’Istruzione di fronte a certe falsità, prima tra tutte quella sul “gender”. Tra i compiti dell’istruzione pubblica, infatti, dovrebbe esserci anche quello di formare futuri cittadini e cittadine: creare, cioè, coscienza civica e non certo instillare sentimenti di sospetto contro le minoranze. O peggio ancora, diffondere informazioni che hanno lo stesso valore scientifico di teorie per cui la Terra è piatta e i vaccini ti rendono autistico.

Un frutto avvelenato contro le persone Lgbt

Certo, è anche vero che lo stesso ministero, sotto la guida di Valeria Fedeli, ha approvato delle linee guida in cui si scongiura l’offensiva “gender”. Un frutto avvelenato, questo sì, che il governo di centro-sinistra lascia all’Italia il cui futuro è abbastanza incerto. Un futuro in cui forze reazionarie, di estrema destra, razziste e omofobe rischiano di dominare la scena politica per i prossimi anni. Era davvero necessario aprire la strada a questa involuzione culturale? Una domanda che interroga direttamente i responsabili di questi attacchi contro la comunità Lgbt del nostro Paese. Una domanda che, ahinoi, sappiamo già non avrà risposte plausibili, rassicuranti e convincenti.

 
  

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Crediti :

Gaypost.it

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