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L’islam è un problema

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Sappiamo dalla stampa che ha voluto farsi il bagno interamente vestita. Che ha rischiato di annegare. Che ha rifiutato l’aiuto dei bagnini. Che suo marito non ha mosso un dito e non ha nemmeno ringraziato i soccorritori. Non sappiamo il suo nome. Ma sappiamo qual è il suo problema. Si chiama islam.

Lo sappiamo. Tutti. Anche se non tutti abbiamo il coraggio di dirlo. Anche perché dirlo costituisce a sua volta un problema, se lo si vuole dire — o scrivere — con le migliori intenzioni e senza alcun intento provocatorio. Perché è molto alto il rischio che sia preso comunque come offensivo, che sia accusato di “islamofobia”, che sia accostato a quanto diffuso dai razzisti. A prescindere. E allora, perché rischiare?

Si è potuto sperare che la libertà di espressione fosse ancora un valore ritenuto importante e condiviso

La negazione del problema viene da lontano, ma negli ultimi tempi si è decisamente accentuata. Il massacro della redazione del Charlie Hebdo è stato l’ultimo momento in cui si è potuto sperare che la libertà di espressione fosse ancora un valore ritenuto importante e condiviso, e che questa libertà comprendesse la libertà di criticare la religione. Ma già nei mesi successivi sono cominciati i distinguo. A ben vedere sono cominciati già nelle ore successive alla strage, quando ha cominciato a circolare un meme con il fermo immagine in cui si vedeva il poliziotto Ahmed Merabet, addetto alla protezione del Charlie Hebdo, pochi istanti prima di essere colpito a morte da uno dei jihadisti. Due frecce indicavano i due uomini e una scritta recitava: “Nel caso siate confusi: questo è un terrorista, questo è un musulmano”. Non so se abbia fatto venire meno la confusione, di certo non è stato un esempio di correttezza. Perché uno dei due era un poliziotto musulmano, l’altro un terrorista musulmano. Che un musulmano uccida un altro musulmano non è del resto una notizia. È un dato banale: su base mondiale, la maggior parte delle vittime dei terroristi musulmani sono musulmani (non terroristi).

La negazione rappresenta, ovviamente, una comprensibile esigenza dei musulmani moderati. Ma viene ripresa acriticamente nel mondo liberal e di sinistra. L’ha fatto il Manifesto dopo la strage di Barcellona, dando spazio alle parole di Mansur Ata, vicepresidente della comunità islamica Ahmadìa di Cordoba. Che ha cominciato l’intervista così: “Lo scriva ben chiaro, per favore: l’islam non ha nulla a che vedere con la violenza, basta leggere il Corano. Chiunque semini morte non può dirsi musulmano”. Ma chiunque legga il Corano si imbatterà in numerosi passaggi inequivocabilmente violenti, qualunque interpretazione vorrà dargli. Ma l’intervistatore non ritiene opportuno farlo notare, e passa alla domanda successiva. Anche il titolo riprende una risposta di Ata: “La religione islamica viene strumentalizzata come vettore di ideologie politiche”. Accade anche il contrario, purtroppo: che la politica si faccia vettore di ideologie religiose. Tanto per fare un esempio, Benoît Hamon, candidato socialista alle ultime presidenziali francesi, ha sottoscritto un appello in favore di un’associazione “femminista” islamista.

 

islam

Il clima è questo. Un altro esempio. Tre mesi fa è stato pubblicato anche in Italia il libro Generazione Isis, scritto dal sociologo Olivier Roy, apprezzatissimo consulente di tante istituzioni. Nella quarta di copertina l’editore Feltrinelli lo presenta con queste parole: “Non è l’Islam a essere violento. Lo sono i ragazzi nichilisti e disperati che crescono nel cuore delle società occidentali.” Così facendo, ha ulteriormente forzato un testo la cui tesi principale è che “non è l’integralismo islamico la prima causa di questo terrorismo, ma un disagio tutto giovanile”. L’Isis sarebbe soltanto un pretesto; i salafiti sarebbero sì estremisti, ma non predicano il martirio. Roy paragona esplicitamente i terroristi islamici ai nichilisti anarchici di fine Ottocento, ma avrebbe dovuto sottolineare che uccidevano soprattutto sovrani e presidenti, anziché persone inermi e bambini. Nella generale scarsità di dati a sostegno delle sue tesi l’autore non manca di portare come “prova” anche la rivoluzione culturale di Mao e quella dei khmer rossi. E definisce i terroristi dello Stato Islamico “born again”, perché diversi di essi sono rinati alla vera fede in carcere.

La stragrande maggioranza dei terroristi islamici vive e agisce fuori dall’Europa

A conti fatti, era meglio se restavano delinquenti comuni. Giovani lo sono senz’altro, i jihadisti, anche perché i giovani sono sì più ribelli, ma anche più condizionabili (è più difficile cambiare idea, da adulti). Ma bisogna mettersi d’accordo: non si può definirli, contemporaneamente, “esclusi” e “annoiati”. Non tutti del resto si fanno esplodere, anzi: molti tentano la fuga. E anche quelli che si fanno esplodere, che peraltro sono pure pagati per farlo, mirano soprattutto al paradiso (islamico) e alla gloria (islamica). La stragrande maggioranza dei terroristi islamici vive e agisce fuori dall’Europa, e non ha quindi alcun senso parlare di immigrati di prima o di quarta generazione: il maggior numero di foreign fighters pro capite spetta alle Maldive, dove vige un rigido regime islamista. E comunque le cellule jihadiste europee sono quasi esclusivamente costituite da amici, fratelli, cugini: network familiari in cui i figli estremizzano le convinzioni dei genitori, magari sotto l’influenza di un imam carismatico, spesso all’interno di realtà ormai monoculturali quali Molenbeek e Birmingham. Un background islamico e frequentazioni islamiche sono, non sorprendentemente, le caratteristiche più ricorrenti tra i terroristi islamici.

Naturalmente l’islam è cosa diversa dal terrorismo islamico. Ma anche Roy, a differenza del suo editore, deve alla fine ammettere che il terrorismo islamico interpella inevitabilmente l’islam, che non può limitarsi a ribattere che l’Isis non è vero islam o che l’islam è una religione di pace. Non funziona. Il terrorismo islamico è per definizione islamico, e chi lo nega può farlo soltanto in malafede, o nel disperato tentativo di nascondere alcuni imbarazzanti aspetti dell’islam. Come il fatto che Maometto sia stato un comandante militare, e che il Corano ne celebri le gesta. Celebra anche la pace, è vero, perché nei testi sacri c’è tutto e il contrario di tutto e chiunque può utilizzarli a proprio favore, dal pacifista all’assassino di bambini.

Nell’islam ci sono senz’altro imam moderati. Ma ci sono anche imam terroristi, come quello di Barcellona. E l’imam opera in una moschea: predica ai fedeli, incontra i fedeli e ci parla. Il terrorismo antiabortista negli Usa ha visto protagonisti anche ministri di culto cristiani, ma nessuno mette in dubbio la matrice cristiana dei loro atti. Come si fa a sostenere che la religione c’entra in un caso e non c’entra nell’altro? Come si fa ad affermare che la maggioranza dei fedeli musulmani è moderata, se quando vengono intervistati si dichiarano in maggioranza favorevoli all’imposizione della sharia anche ai non musulmani, nonché alla pena di morte per gli apostati? Come si fa a sostenere che “la religione islamica viene strumentalizzata come vettore di ideologie politiche”, quando è proprio la crescente radicalizzazione dei fedeli a radicalizzare tanti governi?

Un esempio recentissimo viene dalla Malaysia. Dove un gruppo di giovani atei ha “osato” fotografarsi e pubblicare la fotografia in rete. Zelanti fedeli hanno cominciato a chiederne la morte, perché tanti di essi saranno sicuramente ex musulmani. Il governo li ha prontamente ascoltati e ha già cominciato a investigare, e a reprimere ogni manifestazione di ateismo. Il tutto nel silenzio del ministro degli esteri Alfano, che pure ha recentemente lanciato (su Avvenire) un osservatorio sulla libertà religiosa nel mondo. Ma il silenzio generale coinvolge tutti coloro che gridano all’islamofobia alla minima critica (ripeto: “critica”, non minaccia di qualsiasi tipo). E stiamo parlando della Malaysia, ritenuto un paese islamico “moderato”. Come l’Indonesia, dove nei giorni scorsi una donna è stata condannata a due anni e sei mesi di carcere per aver insegnato un islam “scorretto”. O come la Turchia, dove si diffondono gli autobus per sole donne. Sono nazioni governate da partiti che, sino a poco tempo fa, erano considerati analoghi alle Democrazie Cristiane occidentali. Quanto vi accade è però ben poco democratico, come anche le femministe bendisposte verso l’islam dovranno ammettere.

L’islam è un problema che interpella chiunque, o non si verserebbero fiumi d’inchiostro sull’argoment

L’islam è un problema che interpella chiunque, o non si verserebbero fiumi d’inchiostro sull’argomento. Ma i fiumi d’inchiostro sono inversamente proporzionali alle azioni intraprese per cercare di risolverlo. Si assiste ormai a un ridicolo gioco delle parti, ovunque. In Australia ha avuto luogo un siparietto tra una senatrice estremista di destra, presentatasi in burqa al dibattito parlamentare, e il procuratore generale che l’ha rimbrottata perché “è una cosa orribile schernire il burqa”. Con intensità diversa e per ragioni diverse mi ritengo lontanissimo da entrambi. E continuo a ritenere il velo un simbolo di sottomissione: figuriamoci il burqa.

L’islam è un problema, anche se non certo l’unico. L’islam è una religione: non è quindi né di pace né di guerra, perché tutte le religioni sono state di pace e di guerra. Può essere un elemento tranquillizzante ma può anche rappresentare un combustile potentissimo in grado di incendiare vasti territori. È intellettualmente disonesto sia sostenere che accada sempre, sia che non accada mai. Né criminalizzare l’islam, né negarne gli aspetti problematici renderanno più laici e ragionevoli l’islam e i musulmani. Un obiettivo che interessa tutti, in teoria. In pratica, nessuno. Agli uni e agli altri rivolgo un invito, anzi due. Abbandonate ogni retorica. E ogni volta che volete parlare di islam rivolgete un pensiero, magari anche solo di sfuggita, ai ragazzi malesi, bangladesi, pakistani che rischiano la morte — e talvolta sono uccisi — soltanto per essersi dichiarati atei.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Campagna “Non affidarti al caso”: il Consiglio di Stato accoglie il ricorso del Comune di Genova

«Anche se non è la prima volta che ci troviamo di fronte a decisioni irrazionali e censorie questa va davvero oltre le più pessimistiche aspettative e siamo prontissimi a dare battaglia».

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«Anche se non è la prima volta che ci troviamo di fronte a decisioni irrazionali e censorie questa va davvero oltre le più pessimistiche aspettative e siamo prontissimi a dare battaglia». Così Adele Orioli, segretaria dell’Uaar, in merito alla notizia che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dal Comune di Genova contro la campagna “Testa o croce? Non affidarti al caso” mirante a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di una scelta ragionata dei propri medici, con particolare riferimento all’obiezione di coscienza.

«Si tratta di una sentenza liberticida, sintomatica dell’aria che si respira nelle istituzioni dopo il convegno di Verona e che conferma ancora una volta che l’obiezione di coscienza è un nervo scoperto in questo paese», prosegue Orioli.

Le affissioni della campagna in questione hanno campeggiato negli ultimi mesi su tutto il territorio nazionale, ma non a Genova. Il Comune le aveva infatti rifiutate adducendo come motivazione «una possibile violazione di norme vigenti in riferimento alla protezione della coscienza individuale» e «al rispetto e tutela dovuti a ogni confessione religiosa». L’Uaar aveva presentato ricorso al Tar della Liguria contro la delibera del Comune, ricorso che era stato accolto. La sentenza del Consiglio di Stato ribalta ora a sua volta quella del Tar.

«Ovviamente la questione non finisce qui, anzi, rappresenta un’occasione per portare anche davanti alla Corte di Cassazione ben tre principi costituzionali: quello della laicità; quello della libertà di espressione e quello dell’eguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini (art. 3) a prescindere dalle convinzioni religiose personali di ognuno», dice ancora Orioli. «Siamo pronti a portare anche questo caso davanti alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, dove molte delle intemerate clericali del Consiglio di Stato sono già state smontate in passato. Perché l’Uaar, checché ne pensi il comune di Genova, c’è per creare un mondo più libero e migliore per tutti».

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Liberi di scegliere: a Verona i colori dell’arcobaleno contro l’oscurantismo

In tanti alla contromanifestazione organizzata da Non una di meno e che ha visto tantissime adesioni

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Oscurantisti da una parte e chi vuole una società aperta, libera e tollerante dall’altra: “Per quanto mi riguarda manifestiamo a favore di una società aperta, una società che crede nelle libertà di tutte e di tutti, e quindi mi fa piacere che abbiamo l’occasione di essere qui”.

Parole dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, arrivando a Verona alla prima delle contro manifestazioni in occasione del Congresso mondiale delle famiglie.
“Penso – ha aggiunto – che i signori del governo che vanno a una manifestazione dove invece si tolgono diritti a interi gruppi sociali non ci rappresentano, non rappresentano l’intera nazione. Allora siamo qui a dire non nel nome nostro, ministro Salvini, non a nome nostro. Noi abbiamo un’altra idea di società e per noi tutti devono essere rispettati, non devono esistere discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e di genere. I signori del congresso delle famiglie vogliono sottrarre diritti che sono stati ottenuti con decenni di battaglie. Non possiamo permettere questo e allora – ha concluso – dobbiamo far capire che gran parte dell’Italia non ci sta”.





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Campidoglio invita a saltare la scuola per omaggiare il papa. “Un invito sconcertante”

«Ci sarebbe da ridere se a piangere non fosse la laicità delle istituzioni».

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«Ci sarebbe da ridere se a piangere non fosse la laicità delle istituzioni». Adele Orioli, segretaria dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), commenta così l’invito rivolto dal Comune di Roma alle scuole del territorio affinché si raccolgano numerose, il prossimo 26 marzo alle ore 10.00, in Piazza del Campidoglio in occasione dell’omaggio alla città di Roma e ai suoi cittadini che il papa renderà dalla loggia michelangiolesca di Palazzo Senatorio.

La lettera del Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici del Comune di Roma indirizzata ai dirigenti scolastici degli Istituti comprensivi e delle Scuole Secondarie di primo e secondo grado (di cui l’Uaar è in possesso) recita: «Roma Capitale ha il piacere di comunicare ai Dirigenti scolastici, ai Docenti, agli alunni, agli studenti e relative famiglie che, Sua Santità Papa Francesco renderà omaggio alla città di Roma e ai suoi cittadini e cittadine, martedì 26 marzo p.v., alle ore 10.30, dalla loggia michelangiolesca di Palazzo Senatorio. L’ultima visita del precedente pontefice risale al 9 marzo del 2009 pertanto, il Santo Padre accogliendo l’invito della Sindaca di Roma dimostra nei confronti della cittadinanza intera, e dell’Amministrazione Capitolina che la rappresenta, una rinnovata e affettuosa attenzione. Il Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici invita quindi le scuole e le famiglie di Roma a partecipare numerose, il prossimo 26 marzo 2019 alle ore 10.00, in Piazza del Campidoglio, con ingresso da Piazza dell’Ara Coeli e, a tale proposito, chiede agli istituti interessati di compilare la scheda allegata e di farla pervenire entro il 21 marzo p.v. al seguente indirizzo di posta elettronica (…)».

«Un invito a disertare le lezioni per salutare un rappresentante religioso! In spregio a ogni principio di laicità della scuola. Oltretutto – prosegue Orioli – per gli studenti romani che proprio morissero dalla voglia di salutare il papa non è necessario saltare la scuola: basta andare a San Pietro la domenica! Non da ultimo, ci sono alunni che legittimamente non frequentano l’ora di religione: una scelta che inviti come questo sembrano deridere. La scuola dovrebbe essere di tutti: che alternative hanno previsto al Campidoglio per tutti questi altri loro cittadini? Speriamo – conclude Orioli – che il Comune riconsideri questa decisione e solleciti gli studenti a una qualche gita educativa piuttosto che a sventolare manine e bandierine per far contento Bergoglio».





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