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Kim Davis, lo Stato del Kentucky dovrà sborsare 225.000 dollari alle coppie gay discriminate

L’impiegata statale Kim Davis si rifiutò di rilasciare licenze matrimoniali a coppie gay. Salatissimo il conto.

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L’omofobia ha un prezzo, fortunatamente spesso salatissimo. Lo stato del Kentucky dovrà infatti pagare 225.000 dollari a quelle coppie omosessuali che si videro rifiutata la richiesta matrimoniale dall’ormai tristemente celebre impiegata della contea Kim Davis. A stabilirlo una Corte d’Appello.

Davis venne arrestata per oltraggio alla corte dal giudice distrettuale americano David Bunning, dopo aver negato nel 2015 licenze di matrimonio a coppie dello stesso sesso, a seguito della decisione della Corte suprema di legalizzare il matrimonio egualitario in tutto il Paese.

Nel 2017, Bunning si era pronunciato a favore di quattro coppie – due coppie dello stesso sesso e due coppie di sesso opposto – ordinando che lo stato del Kentucky dovesse rimborsare loro 225.000 dollari per le loro spese legali. Bunning stabilì inoltre che lo Stato del Kentucky avrebbe dovuto pagare anche le tasse sull’importo, perché la Davis stava agendo in ufficiale quando ignorò gli ordini del tribunale rifiutandosi di rilasciare le licenze di matrimonio alle coppie dello stesso sesso.

Il governatore del Kentucky, Matt Bevin, provò a difendersi, dichiarando che la Davis aveva agito in modo indipendente, per poi sostenere le sue opinioni. Nel gennaio di quest’anno, tuttavia, lo stesso Bevin ha riversato sulla Davis la responsabilità delle tasse. Ora, finalmente, la sentenza definitiva.

o del 6° Circuito degli Stati Uniti a Cincinnati hanno confermato la decisione di Bunning, addossando allo Stato del Kentucky l’intera somma. Le coppie a cui era stata negata la licenza di matrimonio sono state rappresentate dall’American Civil Liberties Union (ACLU), che via USA Today ha così festeggiato: “La Corte ha inviato un messaggio forte ad altri funzionari del governo del Kentucky, ribadendo come non sia incostituzionale utilizzare un ufficio pubblico per imporre le proprie opinioni religiose personali agli altri, ma che può anche essere un errore molto costoso. “



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Taglio dei parlamentari? Ma perché prima non tagliamo il Concordato?

«È veramente singolare questa smodata attenzione sul risparmio che deriverebbe dal taglio dei parlamentari (che frutterebbe quanto? 80 milioni di euro l’anno?) mentre nessuno parla di ridiscutere un patto che pesa sulle casse dello Stato per tre miliardi di euro l’anno».

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Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), commenta così il dibattito sul taglio del numero dei parlamentari che da settimane sembra aver monopolizzato il dibattito politico nel nostro paese.

«Oggi ricorre l’anniversario della firma dei Patti lateranensi», ricorda Grendene: «Quale momento migliore per riflettere su questo accordo del Ventennio fascista che nel 1984 fu rivisto in peggio dal punto di vista dei contribuenti, eliminando sì il carattere esclusivo della religione cattolica ma aumentando i privilegi di cui già godeva?». «È paradossale vedere quante energie sono state e sono tuttora assorbite dalla questione “taglio parlamentari sì, taglio parlamentari no” quando ben più risorse potrebbero liberarsi abolendo il Concordato: da solo – ricorda ancora il segretario Uaar –, il suo costo diretto e indiretto grava infatti sui contribuenti per circa tre miliardi di euro all’anno, con somme che pesano per oltre un miliardo come l’Otto per mille e assurde regalie come il pagamento delle bollette di acqua e luce per il Vaticano, che costano 5 milioni l’anno. Una uscita di denaro che peraltro non costituisce la totalità dei fondi che lo Stato destina alla Chiesa cattolica: bisogna infatti aggiungervi altri 4 miliardi di euro per un totale di quasi 7 miliardi di euro cui ogni anno lo Stato rinuncia a favore della Chiesa».

«A prescindere da come la si pensi a riguardo, di fronte a questo semplice raffronto, una misura come quella sulla quale saremo chiamati a votare con referendum il 29 marzo non può che apparire come fumo negli occhi. A quando – conclude il segretario – una classe dirigente che sappia prendere decisioni davvero nell’interesse dei cittadini?».

Per saperne di più si consulti il sito www.icostidellachiesa.it, ora completamente rinnovato, che consente di accedere agevolmente ad ogni costo pubblico della Chiesa.



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Aborto, appello di associazioni e medici contro Università Campus Bio-Medico di Roma

“Impone l’obiezione di coscienza”. AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) si rivolge alle istituzioni per chiedere la revoca dell’accreditamento “se percorso studi non è completo e non comprende contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza”. Aderiscono, tra gli altri, medici, ginecologi, Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

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«La scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia dell’Università Campus Bio Medico di Roma nella sua carta definisce “crimine” l’interruzione volontaria della gravidanza e impone a studenti e frequentatori l’obiezione di coscienza in aperta violazione della legge 194 che, all’articolo 9, riconosce il diritto del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza esclusivamente in base a una scelta personale, e non come linea di condotta imposta dalla scuola o dal posto di lavoro».

Questa la denuncia di AMICA, (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto), che stamattina ha organizzato alla Camera una conferenza stampa sul tema. Nell’occasione è stato presentato anche un appello ai Ministri di Università e Salute, cui hanno già aderito, tra gli altri, medici, ginecologi, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti(Uaar). Alle istituzioni si chiede la revoca dell’accreditamento se non sarà assicurato agli specializzandi un percorso completo che comprenda contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza e se non si terrà conto del principio di laicità e di quello di appropriatezza.

Dal 2014 i laureati in Medicina e Chirurgia possono accedere alle Scuole di Specializzazione Universitarie di Area Sanitaria solo dopo aver superato un concorso nazionale che esita in una graduatoria, in base alla quale si procede all’assegnazione dei vincitori alle varie scuole.

Al fine di garantire a tutti gli specializzandi un’adeguata formazione teorica e clinica, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha definito, con Decreto del 13 giugno 2017 (Gazzetta Ufficiale, Supplemento ordinario n. 38 del 14 luglio 2017 – Serie generale n.163, allegato n.1), i requisiti e gli indicatori di attività formativa e assistenziale necessari per l’accreditamento delle varie Scuole di Specializzazione. Nel 2017 l’Osservatorio Nazionale per la Formazione Medica Specialistica, supportato da AGENAS e ANVUR, ha accreditato pienamente 672 Scuole di Specializzazione, mentre 629 sono state accreditate “con riserva”, ossia in via provvisoria e in attesa di ulteriore verifica. Tra queste figura la Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia del Campus Biomedico di Roma, che ad oggi continua a ricevere gli specializzandi dalla graduatoria nazionale. Il Campus Biomedico è retto «da uno Statuto conforme alle finalità e ai principi ispiratori dell’Istituzione, come espressi nella Carta delle Finalità e nel Codice Etico» (cfr: https://www.unicampus.it/ateneo/mission-e-storia). Nella Carta delle Finalità, agli artt. 10 e 11 si afferma quanto segue:

art. 10: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale. Essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza e ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni».

Art. 11: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna, ed è sempre degna della più alta considerazione. I criteri morali che devono guidare l’atto medico in questo campo si deducono dalla dignità della persona, dal significato e dalle finalità della sessualità umana. Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale».

«Tali dichiarazioni – sostengono i firmatari – evidenziano come la formazione offerta dal Campus Biomedico agli specializzandi in Ostetricia e Ginecologia sia basata su una impostazione ideologica e confessionale, carente di insegnamenti su temi fondamentali per l’attività professionale del ginecologo, quali la interruzione volontaria di gravidanza e la contraccezione. Le affermazioni contenute nella Carta delle Finalità costituiscono inoltre una grave violazione della legge 194, che non ammette l’imposizione dell’obiezione di coscienza da parte della struttura a cui si è stati assegnati sulla base di una graduatoria e non per libera scelta personale».

Per questo AMICA e le associazioni, realtà e personalità aderenti chiedono:

• al Ministro della Salute e al Ministro dell’Università e della Ricerca di attivare la verifica, da parte dell’Osservatorio Nazionale per la Formazione Medica Specialistica, della completezza dei programmi di studio della Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia del Campus Biomedico in tema di interruzione volontaria della gravidanza e contraccezione. Qualora tali insegnamenti non fossero presenti nei programmi formativi, si chiede la revoca dell’accreditamento;

• al Ministro dell’Università e della Ricerca di specificare nel dettaglio, tra i criteri e i requisiti fondamentali per l’accreditamento, gli argomenti che devono essere obbligatoriamente trattati nei programmi di studio delle Scuole di Specializzazione. In particolare, le Scuole di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia non possono escludere la formazione sull’interruzione volontaria della gravidanza, la contraccezione, la fecondazione medicalmente assistita.

• al Ministro della Salute di agire nei confronti del Campus Biomedico per la piena applicazione delle norme in vigore in Italia, che prevedono il rispetto della legge 22 maggio 1978 n. 194, che non ammette l’imposizione dell’obiezione di coscienza;

• al Ministro della Salute, al Ministro dell’Università e della Ricerca e ai Presidenti di Regione di vigilare sull’attuazione dell’art. 15 della legge 194 del 1978, che impegna le Università, le Regioni e le Aziende Ospedaliere a promuovere la formazione e «l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».



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Il vento gelido dell’antiabortismo

Dagli Usa all’America Latina, i fondamentalisti cristiani hanno sferrato un durissimo attacco ai diritti riproduttivi delle donne

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Non ci sono giudici atei nella Corte suprema degli Stati Uniti d’America. Il che non ha impedito alla Corte di sentenziare favorevolmente al diritto di scelta della donna in tema di aborto fin dal 1973, con la storica decisione sul caso Roe v. Wade. Ma i tempi cambiano e purtroppo non sempre verso contesti più consapevoli e favorevoli alla libertà, all’autodeterminazione dell’individuo e al riconoscimento dei diritti umani.

Nel 2018 la Corte bocciò – di misura, cinque a tre – la legge che limitava il diritto all’aborto in Texas. E il 2020 sarà un anno decisivo perché stati federali come Louisiana, Ohio, Kentucky, Mississippi, Georgia, Alabama stanno tentando di restringere e ridurre a vario titolo la libertà di scelta della donna sull’interruzione della gravidanza.

Su queste leggi dovrà esprimersi la Corte suprema, nella quale l’ultimo arrivato è il cattolicissimo Brett Kavanaugh; la sua nomina, un altro dei graziosi omaggi che Trump ha regalato agli Usa e al mondo intero, rallegra i più influenti gruppi antiabortisti statunitensi, stando alle dichiarazioni di LifeNews.com, National Right to Life Committee e March for Life rilasciate per commentare la scelta del nuovo Giudice.

Su queste leggi dovrà esprimersi la Corte suprema, nella quale l’ultimo arrivato è il cattolicissimo Brett Kavanaugh

Già nel lontano 1989 il giudice Blackmun – che era stato l’estensore della decisione Roe v. Wade del 1973 – manifestò la sua pessimistica opinione nella relazione di dissenso relativa al caso Webster v. Reproductive Health Services. Si trattava di una legge del Missouri che di misura confermava il diritto all’autodeterminazione della donna, ma riduceva le risorse che lo stato avrebbe messo a disposizione per garantirlo. Scriveva Blackmun: «Temo per il futuro. I segni sono evidenti e nefasti, e soffia un vento freddo». Vento freddo che negli Usa è diventato gelido, soffiando ora in giro per il mondo.

90 milioni di donne in età fertile vivono nei 26 paesi dove, secondo i dati del Center for Reproductive Rights, l’aborto è sempre illegale. Sempre. Anche per donne incinte per stupro, per incesto e anche quando la loro salute è in pericolo. Nei paesi dove il diritto all’aborto è riconosciuto con più o meno restrizioni, nuove strategie antiabortiste si affermano e si affiancano a quelle storiche per conquistare altri target di opinione pubblica e influenzare la classe politica. Si tentano approcci differenti per ridurre, limare e infine sottrarre alle donne il diritto di scelta sulla propria salute e sulla propria vita. I fondamentalisti continuano a colpevolizzare e criminalizzare le donne che scelgono di abortire, agitando i loro miseri spauracchi nella più vieta e odiosa tradizione.

Il valore dell’essere umano donna viene svilito e umiliato. La persona incinta è equiparata ad una mera incubatrice

Più subdolo, ma non meno pericoloso è l’atteggiamento condiscendente di chi enfatizza la tutela del feto, trascurando il diritto imprescindibile della donna a decidere sul proprio corpo e sul proprio futuro. In questo caso il valore dell’essere umano donna viene svilito e umiliato. La persona incinta è equiparata ad una mera incubatrice, che realizza la sua funzione sociale sfornando paffuti neonati, dalla cura dei quali “lo stato” gentilmente si offre di esonerare le gestanti.

Addirittura, la deputata argentina Marcela Campagnoli ha proposto di sottoporre a un cesareo le donne che vogliono abortire alla ventesima settimana, ipotizzando di incubare il feto fino al termine e di farlo adottare! La soluzione è a suo dire utile a contemperare i bisogni delle “madri” che desiderano abortire con quelli del “nascituro”. Suonano simili le magnanime parole del vescovo argentino Oscar Ojea quando sollecita il parlamento a «trovare nuove e creative soluzioni affinché le donne non prendano la decisione che non è la soluzione per nessuno», e ringrazia le donne che nelle più difficili circostanze hanno scelto di prendersi cura del loro bambino.

Nel vicino Cile l’aborto è stato considerato un crimine fino al 2017 – anno in cui, con un piccolo passo in avanti, una legge lo ha depenalizzato, ma solo in caso di stupro, pericolo di vita per la donna o per la sopravvivenza del feto. José Antonio Kast, leader di Accion Republicana, il partito di ultradestra che nel suo programma ha tra l’altro la proposta di riabilitare gli aguzzini di Pinochet in galera, si vanta di voler abolire questa legge tornando al divieto assoluto di aborto legale. Intanto l’obiezione di coscienza, che in Cile non necessita di motivazioni e può estendersi all’intera struttura sanitaria con una semplice comunicazione al ministero della salute, può diventare un ostacolo insormontabile all’accesso al diritto. Il trasferimento della donna in una struttura disponibile – in teoria un servizio pubblico e gratuito per legge – diventa infatti, nelle zone andine e rurali, talmente complicato da essere spesso di fatto impossibile.

Raccapricciante la situazione in Salvador, dove l’aborto è illegale sempre e comunque

Raccapricciante la situazione in Salvador, dove l’aborto è illegale sempre e comunque, anche quando la vita della donna si trova in grave pericolo. Le interviste raccolte da Amnesty International testimoniano di vere e proprie inquisizioni della polizia direttamente negli ospedali, di donne portate in prigione in attesa del processo, ancora sanguinanti per l’emorragia. Qualsiasi emergenza ostetrica, emorragia o aborto spontaneo, viene indagata come interruzione di gravidanza, considerata un crimine e sia le donne, sia i sanitari che le assistono rischiano anni di prigione.

Anche quest’anno l’11 ottobre, giornata internazionale delle ragazze, è stata una occasione per ricordare tutte le giovani donne che devono scegliere fra una gravidanza indesiderata e un aborto clandestino. I dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità parlano di 4 milioni di ragazze – fra i 15 e i 19 anni – che ogni anno ricorrono all’aborto in condizioni non sicure, e di 16 milioni di ragazze che partoriscono un bambino, con la conseguenza di dover spesso abbandonare gli studi o sposarsi contro la loro volontà.

La lotta per l’autodeterminazione della donna vede le associazioni e le donne molto impegnate per ottenere diritti fondamentali legati alla salute e alla riproduzione, ma anche quelli già ottenuti dobbiamo tenerceli ben stretti, perché le forze reazionarie sono virulente. E soprattutto molto ben finanziate.



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