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La contestualizzazione della scomunica e della ‘ndrangheta

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img1024-700_dettaglio2_Madonna-Maria-SS.-Delle-Grazie-Oppido-Mamertino“Rivoluzione!” Ormai qualunque atto di papa Francesco, anche il più banale, viene salutato in questo modo. Figuriamoci se la “scomunica” ai mafiosi poteva essere esentata da questo trattamento. A ben guardare, però, di rivoluzionario c’è soltanto, ancora una volta, l’enfatizzazione mediatica di parole non nuove. O addirittura antichissime, come “scomunica”.

La Madonna si inchina al boss

I fatti di Oppido Mamertina sono ormai noti a tutti. La processione in onore della Madonna delle Grazie ha fatto sosta davanti alla casa del boss Giuseppe Mazzagatti, dove alla statua è stato fatto fare un inchino. Non hanno avuto nulla da ridire né il sindaco né il parroco né gli altri fedeli partecipanti al rito: solo i carabinieri si sono allontanati per protesta.

Don Benedetto Rustico si è “rammaricato” dell’interpretazione data dal maresciallo e “dell’eco sproporzionata che la stampa ha dato pur sapendo che questo non è un evento così catastrofico”. Perché, se non c’erano i carabinieri a registrare il fatto e se non c’era la stampa a darne notizia, tutto sarebbe rientrato nella tradizione e nessuno avrebbe saputo nulla di un fatto accaduto solo dieci giorni dopo la “scomunica” lanciata dal papa. Don Rustico ha sostenuto che “la processione ha la consuetudine di un percorso già definito”, e non ha tutti i torti: è tradizione che la processione passi e si fermi sotto la casa di “don” Mazzagatti.

Don Ru­sti­co non ci dice per­ché la par­roc­chia ab­bia ac­cet­ta­to quei doni


Un uomo che finanzia copiosamente la Chiesa locale e che copre d’oro la statua della Madonna che gli rende omaggio: chi ha provato a rubarlo è finito ammazzatoDon Rustico non ci dice perché la parrocchia abbia accettato quei doni, e perché i portatori della statua siano legati alla ‘ndrangheta. Non ci dice nemmeno perché abbia invitato a prendere a schiaffi il giornalista del Fatto Quotidiano. Non ci dice — ma è intuibile — cosa la Chiesa, che si atteggia a maestra di moralità, possa aver insegnato in questi anni ai suoi fedeli di Oppido Mamertina. Non ci dice nemmeno che lui, don Rustico, è imparentato con don Mazzagatti.

Scappati i buoi, il presidente dei vescovi calabresi, mons. Salvatore Nunnari, ha sostenuto che erano i preti che dovevano “scappare dalla processione”. Come al solito (vedi scandali pedofilia) si cerca di derubricare il caso a mosca bianca, a eccezione alla regola. Ma nessuno (vescovi, cardinali, papi) prende provvedimenti nei confronti del parroco, che pure sono pubblicamente richiesti da tanti cittadini. Nemmeno il sindaco Domenico Giannetta trova il coraggio di prendere le distanze. Ci fa la figura di quello che conta meno del boss e del parroco, forse anche del direttore dell’agenzia postale. Sollecitato dalla diffusione dell’hashtag #iononmiinchino da parte di Fiorello, lo invita alla prossima festa in onore della Madonna. Affinché tutto cambi per non cambiare nulla.

La scomunica non è più una scomunica

Quasi in contemporanea, gli ‘ndranghetisti rinchiusi nel carcere di Larino hanno minacciato, e praticato, lo sciopero della messa: “che ci veniamo a fare, se siamo scomunicati?” Dopo qualche giorno lo sciopero è rientrato: è intervenuto il vescovo di Termoli-Larini Gianfranco De Luca, ha incontrato i detenuti e ha celebrato messa per loro. Il cappellano del carcere, don Marco Colonna (pagato dai contribuenti italiani, ricordiamolo), ha spiegato loro che “il papa non vuole cacciare nessuno: ha chiesto la redenzione, non l’espulsione”. Per cui continuerà a dar loro la comunione. Il vescovo di Campobasso, mons. Bregantini, ha negato ogni rivolta: i detenuti, sostiene, hanno solo voluto porre una “questione”. E invita a “chiudersi a riflettere su come conciliare la forza della misericordia con il dramma della scomunica”. Perché “i detenuti sono persone serie”. Nulla è cambiato.

oppido-550x304La criminalità organizzata è sempre stata religiosissima. Oggi si mette persino a far teologia, e non a caso: i detenuti di Larino hanno ragione, che ci vanno a fare a messa se, ai sensi del diritto canonico, non possono ricevere la comunione? Sembra quasi che, di diritto canonico, ne capiscano più loro che le gerarchie ecclesiastiche. Che si stanno inventando la scomunica-che-non-scomunica. Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, che tanti progressisti apprezzano, su Repubblica ha contestualizzato alla Fisichella: il papa “non ha firmato uno specifico decreto di scomunica per i mafiosi”, ma ha soltanto “minacciato con linguaggio profetico quanti appartengono alla mafia”. E ha deplorato il fatto che il papa debba “assaporare ancora una volta il fraintendimento delle sue parole e delle sue intenzioni”. Perché mancava il pezzo di carta formale. Del resto, il papa non aveva incontrato i detenuti a Castrovillari? La Chiesa non scomunica-scomunica più nessuno, solo gli sbattezzati, donne che abortiscono (con tanto di endorsement ai movimenti integralisti “pro life” da parte di Bergoglio) e cattolici riformisti.

Tutti stril­la­no che la ma­fia non ha nul­la a che fare col cri­stia­ne­si­mo, la ma­fia è sen­za Dio

Nel frattempo, tutti strillano che la mafia non ha nulla a che fare col cristianesimo, la mafia è senza Dio, anzi, la mafia è “un’organizzazione che è in sé antievangelica e atea”, come ebbe a dire mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace. È vero, la mafia non ha nulla a che fare con il vangelo, esattamente come le reazioni dei fedeli di Oppido, le processioni (tutte) o il dogma trinitario. Hanno a che fare con la tradizione, e la tradizione è legata al territorio. Quello presidiato da don Rustico, da don Colonna e da mons. Bregantini col sostegno teologico del priore Bianchi. Quella tradizione che permette ancora oggi alla Chiesa cattolica di sopravvivere.

A nostro avviso peccano di troppo entusiasmo Roberto Saviano e il procuratore Nicola Gratteri nell’attribuire al papa il tentativo di rivoluzionare il profondo sud italiano. il papa è lontano, viene per un giorno e poi scompare. E come l’invito ad aprire i conventi ai rifugiati, o l’anelito di una chiesa povera, le parole di Bergoglio sortiscono un grande effetto sull’immaginario collettivo, ma tutti i suoi subalterni (senza che il papa li smentisca) le collocano invariabilmente nella giusta prospettiva, che è quella della tranquilla continuazione della solita politica ecclesiastica.  Di cambiamenti concreti non se ne vedono, né si vede alcuna conversione nel cuore del clero. Per il momento, questo è l’unico dato di fatto.

La redazione

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Imola azzera gli oneri per gli edifici di culto. Un esempio da seguire

«È una notizia di cui non possiamo che essere contenti e di cui siamo anche molto fieri poiché è frutto di una nostra campagna. Ora speriamo che anche altri Comuni seguano l’esempio di Imola così da liberare milioni di euro da destinare a scuole, nidi, parchi e centri civici di proprietà pubblica»

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«È una notizia di cui non possiamo che essere contenti e di cui siamo anche molto fieri poiché è frutto di una nostra campagna. Ora speriamo che anche altri Comuni seguano l’esempio di Imola così da liberare milioni di euro da destinare a scuole, nidi, parchi e centri civici di proprietà pubblica»

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così la notizia che il comune di Imola – con la delibera 121 del 17 settembre scorso – ha azzerato gli oneri per il culto, ossia quella tassa di religione comunale introdotta dalla legge n. 10/1977, cd. “legge Bucalossi” (confluita nel testo unico emanato con Dpr n. 380/2001), in base alla quale i comuni possono (ma non sono obbligati) destinare all’edilizia di culto una parte degli oneri di urbanizzazione secondaria raccolti annualmente.

«Su ogni ristrutturazione, costruzione, variazione edilizia paghiamo al nostro comune gli oneri di urbanizzazione», spiega Roberto Vuilleumier, responsabile della Campagna Oneri dell’Uaar e delegato dell’associazione presso il comune di Imola. «È una imposta destinata al patrimonio pubblico, per opere quali asili nido, scuole, impianti sportivi, aree verdi, strutture culturali e sanitarie. Con un’unica eccezione di stampo clericale: può essere destinata infatti anche a “chiese e altri edifici religiosi”. La nostra associazione – prosegue – ha stimato in oltre 94 milioni di euro il danno erariale a livello nazionale causato da questi contributi (come documentato in una delle tante voci dell’inchiesta I costi della Chiesa): a mo’ di esempio si pensi che se l’azzeramento fosse stato fatto 20 anni fa, il comune di Imola avrebbe avuto almeno 2 milioni di euro in più nelle proprie casse da investire in opere pubbliche a beneficio di tutti i cittadini».

«L’esempio di Imola – fa eco Grendene – dimostra che si può fare, che è solo una scelta degli amministratori pubblici beneficiare le confessioni di finanziamenti che potrebbero invece essere indirizzati a vantaggio di tutti i cittadini. Noi speriamo che altri comuni seguano questo esempio. Ma soprattutto speriamo che il Parlamento si attivi in questo senso. È curioso che queste forme di clericalismo istituzionale resistano, anche in presenza del calo della pratica religiosa e in periodo di tagli alle spese di funzionamento della Repubblica. Nel 2017 qualcosa era sembrato muoversi: era stato infatti presentato un emendamento al decreto fiscale a firma degli onorevoli Mara Mucci e Ivan Catalano (Gruppo Misto), che chiedeva di sopprimere le parole “chiese ed altri edifici religiosi” dalle destinazioni previste per gli oneri di urbanizzazione secondaria del Testo Unico dell’Edilizia. L’emendamento non passò. Basterebbe riprenderlo tale e quale».





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«Sui crocifissi, un bel cambio di passo»

l’Uaar sulle dichiarazioni del ministro

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«È un bel cambio di passo, soprattutto se pensiamo ai rosari cui ci aveva abituato l’ex vicepresidente del Consiglio. Ora speriamo che alle parole seguano i fatti».

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così le affermazioni del ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, il quale, intervistato a «Un giorno da pecora», la trasmissione radiofonica di Rai Radio 1, ha detto che al posto del crocifisso sarebbe «meglio appendere alla parete una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione».

«Quella per una scuola pubblica senza simboli religiosi – prosegue Grendene – è una campagna che la nostra associazione porta avanti da decenni, nella convinzione che la presenza del crocifisso costituisca un’inammissibile privilegio per la religione cattolica e soprattutto che le pareti delle aule scolastiche debbano essere interamente dedicate all’istruzione e all’apprendimento, senza condizionamenti. Le dichiarazioni del ministro sono peraltro totalmente in linea con le risultanze di un confronto che abbiamo aperto sui nostri social giusto un anno fa, quando abbiamo chiesto quali immagini, frasi e simboli si vorrebbero vedere esposti al posto del crocifisso sulle pareti delle aule scolastiche: a spuntarla era stata proprio la Costituzione e in particolare l’articolo 34 della nostra carta fondamentale, quello che recita che “La scuola è aperta a tutti”».

«Ma non solo: la nostra azione giuridica a Strasburgo è stato il “leading case” religioso degli ultimi due decenni. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, cui la socia Uaar Soile Lautsi, con il sostegno dell’associazione, si era rivolta, con una sentenza storica si era espressa contro la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Ma la decisione era stata poi appellata dal governo italiano, e la Grande Chambre della Corte il 18 marzo 2011 si è pronunciata definitivamente, “assolvendo” l’Italia e affermando che ogni paese è autonomo in materia religiosa e che il crocifisso sarebbe comunque soltanto un simbolo “passivo”. Noi continuiamo a pensare che in uno Stato laico i luoghi pubblici debbano essere neutri dal punto di vista religioso e siamo contenti di sapere che il ministro la pensa come noi. E visto che nessuna legge lo impone, basterebbe solo un bel decreto ministeriale sugli arredi scolastici che vada in questo senso».





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Le reazioni clericali alla sentenza sul suicidio assistito

Puntuali quelle tonanti dei vescovi della CEI e dei loro succubi seguaci politici. Certo, potevamo ben immaginarcelo che avrebbe suscitato le loro reazioni stizzite qualora fosse arrivata la vittoria laica tanto auspicata dai cittadini italiani dotati di buonsenso

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Nonostante il pressoché totale silenzio mediatico e l’assenza di un qualsivoglia dibattito politico sull’argomento durante gli ultimi undici mesi, tempo durante il quale il Parlamento avrebbe dovuto ridefinire i termini del reato di istigazione e aiuto al suicidio (Art. 580), già da una manciata di ore dalla recente sentenza della Corte costituzionale sono state numerosissime le reazioni che si sono susseguite.

Puntuali quelle tonanti dei vescovi della CEI e dei loro succubi seguaci politici. Certo, potevamo ben immaginarcelo che avrebbe suscitato le loro reazioni stizzite qualora fosse arrivata la vittoria laica tanto auspicata dai cittadini italiani dotati di buonsenso. Ci mancherebbe e sarebbe stato sorprendente essere smentiti dei nostri presentimenti dal momento che erano già intervenuti per esercitare pressione sulla Corte costituzionale stessa. Una vittoria peraltro doppiamente sentita perché non solo spingerà il Parlamento a prendere finalmente provvedimenti per colmare il vuoto normativo, ma anche perché questa vittoria è stata ottenuta grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato, ora scagionato dalle odiose accuse di istigazione e aiuto al suicidio. Come è noto infatti, nel febbraio 2017 fu lui ad accompagnare il DJ Fabiano Antoniani in una clinica in Svizzera a seguito di esplicita richiesta, consentendogli di congedarsi da una vita che riteneva non più vivibile a causa di atroci sofferenze.

La CEI si dice quindi “sgomenta”. Le persone che conoscono il vero valore della libertà potrebbero anche rispondere a questo loro sgomento tagliando corto con un bel “siamo alle solite” o tutt’al più con un bel “chissenefrega”. Ma il dovere di un cittadino che voglia dirsi anche laico e ragionevole è quello di tollerare le opinioni altrui, per quanto singolari, attraverso il confronto, le argomentazioni e il dibattito. Ovvero attraverso tutto ciò che finora la CEI si è ben guardata dal fare, arroccandosi per anni dietro posizioni dogmatiche, anatemi e agendo con quelle ingerenti pressioni sulle istituzioni, che chiaramente hanno l’obiettivo di negare sia il pluralismo di opinioni che il confronto. Viene dunque istintivo chiedersi perché mai la sentenza sgomenti i vescovi italiani. Ogni anno in Italia sono migliaia i malati terminali che decidono di suicidarsi, spesso in modi atroci, anche senza quell’assistenza da parte dei propri cari, famigliari o amici. Sgomenti perché? Perché finalmente la più alta istituzione giudiziaria italiana ha riconosciuto che non è punibile aiutare qualcuno che sceglie di morire perché dilaniato da dolori o da malattie terminali?

Alla faccia della compassione, della pietà e della misericordia di cui tanto si riempiono la bocca nei loro sermoni domenicali, insomma. A nostro parere sgomentano forse di più coloro che antepongono le loro convinzioni e i loro dogmi religiosi sulla pretestuosa sacralità della vita, alle sofferenze altrui. Facile che Oltretevere abbiano maturato nel corso dei millenni una certa familiarità con i supplizi e con le pene corporali e tormentose, ma lo Stato laico e i cittadini che lo compongono non possono eticamente permettersi di avallare quella che si configurerebbe come una sorta di tortura di Stato, per giunta ai danni di individui già afflitti. Ancora una volta sembra che la Chiesa voglia fare la Chiesa, ma per una volta è lo Stato che ha fatto lo Stato, all’insegna di una scelta laica e decisamente umanista.

Tra le reazioni non sono mancati gli isterismi integralisti dei soliti ultrà clericali. Massimo Gandolfini ha già minacciato e chiamato a raccolta le sue family lobby no-choice e i politici clericali per “dare battaglia” in una futura discussione parlamentare. Lo segue a ruota la fondamentalista cattolica Paola Binetti, che arriva perfino a criticare la sentenza definendo “una follia” il diritto all’autodeterminazione terapeutica già sancito nella nostra Costituzione sin dal 1948 (sic!). Si è espresso sulla sentenza anche il leader leghista sbaciucchia crocifissi Matteo Salvini, il quale non ha mancato di sottolineare come secondo lui “la vita è sacra” e le istituzioni non possono concedere ai cittadini sofferenti la libertà di porre fine alla loro vita. Una sacralità della vita che a quanto pare, per lui, oscilla tanto quanto i barconi dei migranti disperati in mare che la vita l’hanno persa a causa dei suoi decreti sicurezza, visto che fino al 2017 si diceva assolutamente favorevole alla libertà di scelta in materia di fine vita. Ma la coerenza, si sa, non è mai stato il suo forte.

Tutti chiedono che venga eventualmente prevista l’obiezione di coscienza per i medici. In primis gli stessi medici cattolici, sebbene siano solo il 2% del totale quelli realmente preoccupati da questa sentenza, ma anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Chi si dice contrario all’inserimento dell’obiezione di coscienza in una futura ed eventuale legge che vada a colmare il vuoto normativo lasciato dalla sentenza della Consulta, lo fa giustamente con cognizione di causa, forte dell’esperienza maturata con la legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, la cui applicazione è divenuta ormai una sopravvivenza alla giungla. Peraltro nel suicidio assistito il ruolo del medico è marginale e passivo rispetto a un ginecologo chiamato a praticare un aborto. Ad esempio in Svizzera il medico si limita alla prescrizione di un farmaco dopo aver constatato l’effettiva volontà del paziente ed è quest’ultimo a concludere l’operazione in autonomia. Il rifiuto di rispettare la volontà di chi richiede di porre fine alle proprie sofferenze secondo coscienza, in questo caso, sarebbe più equiparabile all’arroganza di far prevalere le proprie differenti opinioni sugli altri.

In conclusione, il vero effetto dirompente di questa decisione della Corte costituzionale è proprio quello di aver ravvivato il dibattito pubblico e a maggior ragione quello politico, ma con una differenza. In Parlamento ora c’è una nuova maggioranza, presumibilmente più sensibile e favorevole ad intervenire sui delicati temi del fine vita. Se si volesse farlo subito, basterebbe incardinare e calendarizzare subito una delle tante leggi presentate da tempo che giacciono ferme in qualche cassetto di qualche commissione parlamentare, nonostante le opinioni dell’89% degli italiani. Se c’è la volontà e i numeri non mancano, attendiamo solo gli sviluppi. Laicamente.





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