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La corsa all’economia dello spazio. L’Europa punta 16 miliardi

La Commissione europea propone di aumentare il budget per l’economia dello spazio. Obiettivo: salvaguardare l’industria locale e la competitività nel campo dei satelliti

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Sedici miliardi di euro per la corsa allo spazio. A tanto ammonta la spesa iscritta dalla Commissione europea nella proposta di budget 2021-2027. Circa 5 miliardi in più rispetto agli investimenti 2014-2020, tre volte tanto quelli del precedente settennato. D’altronde, come si legge nella propostache la Commissione ha spedito a Europarlamento e Consiglio europeo per avviare le negoziazioni (il cosiddetto trilogo), “tecnologia, dati e servizi spaziali sono diventati indispensabili nella vita quotidiana degli europei e giocano un ruolo essenziale per preservare vari interessi strategici. L’industria spaziale dell’Unione è già una delle più competitive al mondo”. Il primato, però, non è per sempre. “L’emergere di nuovi concorrenti e lo sviluppo di nuove tecnologie stanno rivoluzionando i modelli industriali tradizionali”, prosegue il documento.

Per questo Bruxelles intende aumentare gli investimenti. I programmi Galileo e Egnos, per la navigazione satellitare globale e regionale, riceveranno 9,7 miliardi. L’obiettivo è arrivare a fornire servizi gratuiti sempre più accurati, con un margine di errore nel posizionamento di 20 centimetri. Egnos è adoperato in 350 aeroporti per coordinare gli atterraggi quando c’è maltempo. Ed entro il 2035 la Commissione si aspetta un aumento del 4% dei voli sull’Europa. Galileo da quest’anno è integrato in ogni auto venduta in Europa per supportare il sistema automatico di chiamate di emergenza, Ecall, mentre dal 2019 integrerà tachigrafi digitali per controllare chi sfora i limiti di velocità.

E in futuro potrebbe tornare utile per applicazioni come droni, auto a guida autonoma e robot.

Altri 5,8 miliardi incasserà il programma Copernicus. Consiste nell’osservazione satellitare della terra e viene adoperato per monitorare emergenze ambientali, per la sicurezza in mare e per il cambiamento climatico. In futuro i dati saranno resi aperti per consentire a imprese e startup di costruire il proprio modello di business anche sulla base delle informazioni raccolte dai satelliti Ue. Per l’agricoltura, per esempio.

Infine 500 milioni foraggeranno i programmi di sicurezza. Da un lato la sorveglianza dello spazio, dall’attività solare agli asteroidi fino al rientro dei satelliti. Oggi un satellite su tre è prodotto in Europa. Un secondo piano, chiamato Govsatcom, svilupperà canali di comunicazione via satellite blindati e dallo spazio servirà a monitorare le frontiere e a fornire dati alle forze dell’ordine.

La staffetta globale Quella dello spazio è un’industria che già oggi in Europa dà lavoro a 231mila persone. Nel 2017 la Commissione stima che il settore abbia fatturato ricavi tra 53 miliardi di euro e 62 miliardi, a seconda dei servizi inclusi nel censimento. Un volume di affari secondo solo agli Stati Uniti.

La corsa alle stelle, però, si sta facendo sempre più agguerrita. Cina e Indiasono entrate a gamba tesa nella competizione. “Nel breve periodo, la riduzione dei costi di accesso allo spazio e la competizione da parte di altre nazioni che vogliono avventurarsi nell’esplorazione spaziale stanno portando a un’evidente conseguenza: l’Europa rischia di essere messa da parte nel settore dei lanciatori”, si legge nel pamphlet L’economia dello spazio, scritto a quattro mani di Andrea Sommariva, economista dell’università Bocconi di Milano, e da Giovanni Bignami, presidente dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), deceduto nel maggio del 2017.

È un rischio che riconosce la stessa Commissione europea nel documento del trilogo: “In termini di competitività, l’industria spaziale europea sta affrontando una dura concorrenza da parte di tradizionali, emergenti e nuove potenze dello spazio e da attori industriali. In aggiunta l’ecosistema di business sta spostando il focus dall’infrastruttura ad applicazioni e servizi. Questo pone l’industria europea sotto pressione (dai lanciatori di satelliti fino ai fornitori di servizi nell’indotto)”. Nel 2014 il settore dei lanciatori valeva 2,4 miliardi di dollari e 36mila impiegati.

Per Sommariva e Bignami, “finora il continente è rimasto legato al vecchio modello, ovvero contratti statali all’interno di un mercato basato su un monopolio di fatto”. È Ariane, che costruisce lanciatori e missili medi e pesanti. Fa eccezione l’italiana Avio, che produce razzi medi e piccoli, i Vega. “Servirebbero nuove politiche europee che cerchino di aumentare la competizione, far nascere nuove “Avio” e così far avanzare l’Europa verso l’indipendenza del settore dei lanciatori”, si legge nel libro. Qualcosa si muove, anche in Italia. D-Orbit è una startup di Fino Mornasco, nel Comasco, specializzata in sistemi di trasporto di satelliti. Ha firmato accordi con Ariane, ma anche con privati, come l’olandese Hyperion. Persino la Cina è interessata ai suoi progetti.

 

satelliti

A Madrid, vista dalla cattedrale dell’Almudena (foto: Gerard Julien/AFP/Getty Images)

Dal pubblico al privato

Il neonato Space economy evolution lab (See lab), centro di ricerca presso la Scuola di direzione aziendale della Bocconi, diretto proprio da Sommariva, cita un fatturato globale del settore spazio di 350 miliardi di dollari. Spiega Sommariva: “Il 70% deriva dalla fornitura di servizi, mentre il 30% circa dal comparto manifatturiero”, ossia la costruzioni di razzi, satelliti e strutture a terra. Appannaggio dei governi, lo spazio sta diventando però sempre di più un’impresa privata.

Per il See lab il risultato di investimenti come la SpaceX dell’imprenditore Elon Musk, la Blue Origin del patron di Amazon, Jeff Bezos, o Spaceship One, fondata dal cofondatore di Microsoft Paul Allen, è che il costo medio di un chilo di materiale lanciato nello spazio costa circa le metà rispetto a vettori classici. Come l’europeo Ariane. In sostanza, il vecchio continente rischia di non avere più prezzi competitivi per andare in orbita.

“I governi sono i grandi clienti. Quello che cambia nell’economia dello spazio è come contrattano queste forniture”, spiega Ian Christensen, direttore programmi privati della Secure World Foundation, fondazione statunitense che promuove sostenibilità e cooperazione nella corsa allo spazio. Per lo stesso Sommariva occorre “cooperazione internazionale per i progetti più avanzati. Nessuno da solo ha i soldi”. È il caso del Lunar orbital platform gateway, uno stazione spaziale che orbita intorno alla Luna. Al progetto lavorano la Nasa, l’Agenzia spaziale europea, la russa Roscosmos, la giapponese Jaxa e la Csa dal Canada. “Si stima che i primi elementi saranno installati nel 2022. Sarà uno spazioporto che potrebbe favorire la ricerca di minerali sulla Luna”, osserva Sommariva.

Una delle frontiere dell’economia dello spazio è l’estrazione di minerali fondamentali per l’industria terrestre, come le terre rare. “Questa base potrebbe far nascere attività minerarie nello spazio, partendo dalla Luna”, suggerisce Sommariva.

Sull’esito di questa ricerca è scettico Ugo Bardi, docente di chimica all’università di Firenze e presidente dell’associazione per gli studi su peak oil e gas (Aspo). “Penso che trasportare minerali dallo spazio alla terra resterà molto costoso. Penso che funzionerà l’uso nello spazio di metalli leggeri per assemblare piccoli satelliti in orbita. Avrebbe un immediato risparmio”, evidenzia Bardi.

Gli obiettivi di Bruxelles

Se l’estrazione di minerali e metalli resta una frontiera più lontana, il primo campo per misurare le potenze spaziali è l’economia legata alle orbite intorno alla Terra in cui gravitano i satelliti. Da qui la spinta del budget europeo 2021-27. Come riconosce Bruxelles, il sistema dei 30 satelliti di Galileo, il cui lancio in orbita sarà concluso nel 2020, richiede investimenti in infrastrutture e lanciatori. L’agenzia europea per il sistema globale di navigazione satellitare (Gnss), calcola che entro il 2030 prodotti e servizi basati su questa tecnologia muoveranno un giro d’affari da 250 miliardi di euro. Perciò, avverte Bruxelles “il valore aggiunto del sistema europeo Gnss non risiede soltanto nell’assicurare l’indipendenza dell’Europa rispetto a una tecnologia critica, ma anche nell’assicurare importanti benefici macroeconomici”.

Oggi 100 milioni apparecchi si collegano a Egnos, ma entro il 2027 ci si aspetta che triplichino a 290 milioni. E i satelliti dovranno rafforzare la rete di comunicazioni 5G, per raggiungere “i nuovi traguardi della banda larga, 30 mbps (download) entro il 2020 ed entro il 2025 100 mbps per tutti, anche nelle aree più remote”.

Il budget aggiuntivo a Copernicus, per esempio, consentirà di concentrarsi sugli effetti del cambiamento climatico e sulla sorveglianza per stroncare traffici illegali. Nel precedente settennato il programma ha sottoscritto 1.100 contratti di fornitura per un valore di oltre 2,1 miliardi.

Bruxelles stima tra il 2017 e il 2035 un indotto che va dai 67 miliardi di euro ai 131 miliardi. Un raddoppio. Senza però specificare a quali condizioni si possa verificare il passaggio da un estremo all’altro della forbice. Questo vale anche per i posti di lavoro creati: 12mila diretti e tra 27mila e 37mila nell’indotto. Sempre con ampie oscillazioni e senza una spiegazione del come e perché.

Bruxelles intende rivedere anche la cinghia di trasmissione delle decisioni. Le strategie restano in capo alla Commissione, che si avvarrà di due superconsulenti. Una è l’Agenzia spaziale europea, Esa, alla quale sarà affiancata con un ruolo di primo piano l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale. È in realtà un nuovo nome per un ente già esistente, l’Agenzia nazionale del sistema globale di navigazione satellitare europeo. La Commissione punta a chiudere il trilogo con Europarlamento e Consiglio in tempi stretti. Entro il 2019 vorrebbe ottenere il via libera al nuovo piano di spesa.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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2018, record del riscaldamento degli oceani

Gli oceani – che assorbono circa il 90 per cento del calore dovuto al riscaldamento globale – continuano a scaldarsi: fra il 2017 e il 2018 hanno assorbito l’equivalente del calore prodotto da 100 milioni di bombe di Hiroshima e la situazione tende a peggiorare. Se non verrà bloccata l’emissione di gas serra, entro la fine del secolo il livello del mare aumenterà di 30 centmetri per la sola espansione termica

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Gli oceani assorbono fino al 90 per cento del calore prodotto dal riscaldamento globale (Pubblico dominio)

Per gli oceani il 2018 è stato l’anno più caldo mai registrato, nel quale si è avuto un accumulo record di calore. Rispetto al 2017, l’aumento di calore (o anomalia termica) è stato circa 100 milioni di volte superiore a quello prodotto dalla bomba di Hiroshima e, espresso in joule, circa 388 volte superiore alla produzione totale di elettricità della Cina nel 2017.
Ma quel che è peggio è che la tendenza continuerà anche in futuro raggiungendo livelli dalle conseguenze estremamente allarmanti se non sarà posto un freno all’accumulo dei gas serra in atmosfera.

A stabilirlo è uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori diretti da Lijing Cheng dell’Accademia cinese delle scienze e Kevin E. Trenberth del National Center for Atmospheric Research a Boulder, in Colorado, che firmano un articolo su “Advances in Atmospheric Sciences”.

Subito dopo il 2018, gli anni con il massimo accumulo di calore oceanico sono stati, nell’ordine, 2017, 2015, 2016 e 2014, con una significativa progressione lineare, L’unica eccezione – quella del 2015 che ha superato il 2016, nonostante in quest’ultimo la temperatura superficiale media globale fosse superiore – è imputabile a un forte evento di El Niño e al rimescolamento delle acque profonde e superficiali che lo caratterizza.

I dati sono stati raccolti con il sistema di monitoraggio oceanico Argo (in funzione da 13 anni), formato da una flotta di circa 4000 robot galleggianti alla deriva negli oceani di tutto il mondo, che ogni pochi giorni si immergono fino a una profondità di 2000 metri per poi misurare lungo tutto il percorso di risalita la temperatura, il pH, la salinità e altri parametri delle acque.

La misurazione del calore oceanico è particolarmente importante per valutare il riscaldamento globale perché oltre il 90 per cento del calore del riscaldamento globale si deposita negli oceani ed è meno influenzato dalle fluttuazioni naturali, tanto da rappresentare uno dei più robusti indicatori dei cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature oceaniche ha molte conseguenze, a partire dall’aumento del livello del mare per espansione termica, che a sua volta può contaminare con acqua salata le falde d’acqua dolce costiere, e compromettere infrastrutture portuali e strade litoranee.

Inoltre, la maggiore disponibilità di calore si traduce in tempeste più intense e fenomeni meteorologici estremi, come piogge torrenziali in alcune aree e ondate di calore e siccità in altre.

In un secondo articolo pubblicato su “Science”, Cheng, Trenberth e colleghi usano i dati raccolti e quelli di precedenti ricerche – che hanno permesso di ricostruire, sia pure con minore precisione, le temperature dei mari a partire dal 1960 – per valutare l’andamento e la velocità di cambiamento del calore oceanico.

In uno scenario business-as-usual, in cui non viene fatto alcuno sforzo reale per ridurre le emissioni di gas serra, fra il 2081 e il 2100 i 2000 metri più superficiali degli oceani subiranno un riscaldamento di 0,78 °C, con un innalzamento del mare per espansione termica di 30 centimetri, sei volte maggiore di quello che si è avuto negli ultimi 60 anni. Se invece l’obiettivo dell’accordo di Parigi fosse raggiunto, il riscaldamento totale degli oceani potrebbe essere dimezzato.





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Fisica

Sta per cominciare una nuova corsa allo Spazio?

La Cina è riuscita a portare un rover sulla faccia nascosta della Luna, e ha in serbo piani ancora più ambiziosi. La Nasa sta approntando lo Space Launch System. Le aziende private lavorano a regime. Sembra stia per cominciare una nuova, seconda, corsa allo Spazio

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Stati Uniti. Cina. Unione europea. Russia, India, Giappone e (ultimamente) Etiopia. E ancora: SpaceX, Virgin Galactic, Blue Origin, Stratolaunch. Segnatevi bene questi nomi, perché saranno i protagonisti di una competizione senza esclusione di colpi, che si giocherà tutta nei cieli. Molto in alto, per la verità: a cinquant’anni (complottisti permettendo) dallo sbarco statunitense sulla Luna, momento culmine della corsa allo Spazio che impegnò Stati Uniti e Unione sovietica nel periodo della guerra fredda, potrebbe presto cominciare, secondo alcuni tra i più autorevoli esperti di politiche spaziali, una nuova battaglia (pacifica, si spera) per l’esplorazione e la conquista dello Spazio. Con conseguenze al momento del tutto imprevedibili: è vero che la prima corsa allo Spazio ebbe ricadute scientifiche e tecnologiche di ampissima portata, ma bisogna considerare il rischio che la competizione passi oggi dal campo della scienza a quello militare. Uno scenario solo apparentemente distopico: le attuali posizioni dell’amministrazione Trump e il segreto impenetrabile sulle reali capacità tecnologiche della Cina in ambito spaziale lasciano aperte le porte a tutte le possibilità.

Ecco il nostro recap della situazione attuale.

Lo stolto guarda il dito, la Cina indica la Luna

 

Non possiamo che cominciare dalla Cina, se non altro per questioni di attualità. Pochi giorni fa, come vi abbiamo raccontato, la sonda cinese Chang’e-4 è atterrata sulla faccia nascosta del nostro satellite, stabilendo un primato storico: mentre la parte visibile della Luna, infatti, è stata esplorata in più occasioni, nessuno finora – né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea, né la Russia, aveva tentato lo sbarco, ben più difficile, sul lato opposto.

La missione era stata lanciata il 7 dicembre scorso dalla base spaziale di Xichang, nella provincia del Sichuan, e dopo poco meno di un mese di viaggio il lander e il rover sono allunati nel cratere von Karman, un buco di dimensioni enormi – circa 2500 chilometri di diametro – ovviamente non visibile dalla Terra. Obiettivi della missione: lo studio della superficie lunare e di ciò che c’è immediatamente sotto e la rilevazione delle onde radio provenienti dallo Spazio.

L’impresa di Chang’-e 4, comunque, non è che la punta dell’iceberg. Il programma spaziale cinese iniziò ufficialmente negli anni cinquanta, quando, assistiti dall’Unione Sovietica, gli scienziati asiatici si concentrarono sullo sviluppo di missili balistici; successivamente, con il consolidamento del potere di Mao e il suo cosiddetto grande balzo in avanti (il piano di trasformazione dell’economia cinese da sistema agricolo a società industriale), il programma subì una battuta d’arresto. Bisognerà infatti aspettare al 1970 per il lancio in orbita del primo satellite cinese; otto anni più tardi, Deng Xiaoping dichiarò esplicitamente che la Cina non avrebbe preso parte alla corsa allo Spazio, almeno per quanto riguardava l’esplorazione in senso stretto, e si sarebbe piuttosto concentrata sullo sviluppo di veicoli e satelliti per le telecomunicazioni e la meteorologia.

Nel ’92, altro cambio di programma: i cinesi si resero conto, come ha ricostruito su The Conversation Wendy Whitman-Cobb, docente di scienze politiche della Cameron Unviersity, esperta in politiche spaziali, che possedere una stazione spaziale orbitante avrebbe significato guadagnare un significativo aumento di prestigio presso la comunità internazionale. Detto, fatto: fu inaugurato un nuovo programma spaziale, che portò allo sviluppo della navicella Shenzou. Successivamente iniziarono i voli con equipaggio, fu costruita la prima stazione spaziale, Tiangong-1, e poi, in tempi più recenti, fu avviata la missione Chang’e, con obiettivo la Luna. Il successo di Chang’e 4 è solo l’inizio: la Cina ha infatti in mente piani ancora più ambiziosi, tra cui la costruzione di una nuova stazione, il recupero di campioni dal suolo marziano e la fondazione di una base permanente sulla Luna. La Cina non va troppo per il sottile: stando alla road map messa a punto da China Aerospace Science and Technology Corp, la repubblica del dragone si è prepotentemente candidata a diventare leader mondiale nella tecnologia spaziale entro il 2045.

Stati Uniti: arriva lo Space Launch System, ma…https://www.youtube.com/watch?v=AOj3n0HfobU
Come rispondono (se rispondono) gli Stati Uniti. Così e così. Il Washington Post racconta che oltreoceano “non è stato ancora possibile mettere a punto una controproposta credibile ai piani di sviluppo a lungo termine della Cina. Né il popolo americano né il comando delle forze armate sembrano percepire l’importanza strategica delle operazioni della Cina nello spazio tra la Terra e la Luna. Vedono tutto attraverso le lenti dell’esperienza passata durante la guerra fredda, assumendo che le motivazioni che spingono la Cina siano le stesse di quelle che spingevano l’Unione sovietica – sostanzialmente prestigio e ‘spunta di caselle’ – ma non è così”.

Il programma su cui più di ogni altro si sta concentrando l’agenzia spaziale statunitense è lo sviluppo e la costruzione dello Space Launch System, “il razzo più grosso e potente mai realizzato nella storia”, che nelle intenzioni dovrebbe aprire una nuova era per l’esplorazione dello Spazio aperto, al di là della bassa orbita terrestre. Sostanzialmente, lo Sls è un vettore che la Nasa impiegherà per il lancio delle nuove particelle, con o senza equipaggio, come per esempio la capsula Orion, con destinazione Marte.

Poi ci sono, naturalmente, altre questioni sul tavolo: il mantenimento in vita della Stazione spaziale internazionale, il recupero di campioni dagli asteroidi, l’esplorazione di Venere. Ma la strada americana per lo Spazio rischia di essere più complicata del previsto. “Al momento”, ci ha raccontato Whitman-Cobb“non vedo alcuna risposta significativa degli Stati Uniti alle mosse cinesi, almeno in termini di esplorazione spaziale pacifica. Date le attuali restrizioni di budget, è molto improbabile che la Nasa riesca ad avere le risorse necessarie ad accelerare lo sviluppo dello Sls; per quanto riguarda la Stazione spaziale internazionale, è interessante notare che l’amministrazione Trump, inizialmente, aveva intenzione di terminare la partecipazione statunitense all’inizio del decennio 2020-2030, ma i partner internazionali del progetto, insieme ad alcuni membri influenti del Congresso americano, vorrebbero prolungarla almeno fino al 2030, per evitare che la Cina, che nel frattempo sta sviluppando la sua seconda stazione spaziale, rimanga l’unica nazione con presenza umana permanente nello Spazio”.

I privati, dal canto loro, non stanno certo a guardare. Dei piani di SpaceXabbiamo parlato in più occasioni; progetti simili, anche se meno ambiziosi, sono sulle scrivanie degli ingegneri di Blue OriginVirgin Galactic Stratolaunch. L’ascesa dei privati nel campo dell’esplorazione spaziale ha dato già i suoi primi significativi risultati: fino a non molto tempo fa, portare in orbita un chilo di materiale costava all’incirca 20mila euro; oggi SpaceX ha ridotto la spesa a un quarto della cifra, rendendo di fatto lo Spazio molto più accessibile a privati, scuole, nazioni in via di sviluppo e altre aziende.

Dove si colloca tutto ciò in una possibile nuova corsa allo Spazio? Secondo Whitman-Cobb, la conseguenza è lo spostamento degli obiettivi delle agenzie pubbliche: “La Nasa, per esempio, ha essenzialmente modificato la destinazione delle sue missioni, spostandola al di là della bassa orbita terrestre e lasciando quest’ultima alle aziende private”.

Guerra nello Spazio?
Torniamo alla questione iniziale. Ci sono davvero gli estremi per l’inizio di una corsa allo Spazio? E cosa potrebbe accadere se gli intenti di questa corsa non dovessero essere così pacifici? La risposta, come accennavamo, non è semplice. In linea di massima, ci dice Whitman-Cobb, “le corse allo Spazio non sono negative, di per sé. La rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la guerra fredda ha portato allo sviluppo di tecnologie e spin-off che hanno aiutato l’economia globale: satelliti meteorologici, Gps, comunicazioni più efficienti, computer più piccoli. Una nuova corsa allo Spazio potrebbe avere anche conseguenze positive in termini di esplorazione, spingendo più in là i limiti dell’attuale conoscenza”. Il rovescio della medaglia: “Se ci dovesse essere una corsa allo Spazio”, continua l’esperta, “temo però che si potrebbe gareggiare in campo militare. Il che sarebbe naturalmente più pericoloso. La maggior parte della tecnologia spaziale ha un doppio utilizzo: può essere usata per scopi sia pacifici che bellici. Quindi, nonostante le nazioni continuino ad affermare che i propri satelliti (o altri strumenti) siano stati sviluppati per scopi pacifici, la paura è che possano essere usati anche in altro modo. L’amministrazione Trump, per esempio, si sta servendo dello spettro di una minaccia russa o cinese per perorare la necessità di una American Space Force. La Cina ha condotto un test anti-satelliti per distruggere (secondo la versione ufficiale) un satellite meteorologico guasto, il che ha creato una nuvola di detriti orbitanti che mettono in pericolo altre navicelle sulla stessa orbita, come nel film Gravity. E il Dipartimento della difesa cinese, nel suo report del 2018, ha dichiarato che il programma militare spaziale ‘continua a crescere rapidamente’”. Incrociamo le dita.





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Fisica

I computer piccolissimi che ci cambieranno la vita

Computer di dimensioni quasi microscopiche sono ormai alla portata della tecnologia elettronica. L’ultimo ostacolo da superare riguarda lo sviluppo di metodi per ottimizzarne l’efficienza energetica in modo da produrre batterie di dimensioni anch’esse minuscole ma a lunghissima durata di Stuart Biles / Scientific American

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Ricordate Salto nel buio, la commedia fantascientifica degli anni ottanta su una microscopica capsula con equipaggio iniettata in un essere umano?
Anche se siamo lontani anni dal lancio di sottomarini all’interno dei nostri corpi, i progressi dell’ingegneria hanno reso possibile la costruzione di computer così piccoli che l’idea di inserirli nel tessuto vivente non è più solo il parto dell’immaginazione di uno scrittore di fantascienza.

Sono già passati vent’anni da quando lo scienziato britannico Kevin Warwick impiantò per la prima volta un trasmettitore RFID al silicio nel suo braccio per controllare a distanza i computer di porte, luci e altri dispositivi. In seguito ha fatto un ulteriore passo avanti interfacciando il dispositivo con il proprio sistema nervoso in modo da controllare un braccio robotico, e guadagnarsi il soprannome di “Captain Cyborg”.
Anche se non è una notizia da strillare ogni giorno in prima pagina, il ritmo della tecnologia dei microcomputer non ha rallentato, e a volte resto ancora stupito dall’ingegnosità di alcuni nuovi sviluppi.

Per esempio, all’inizio di quest’anno, un team dell’Università del Michigan diretto da David Blaauw, docente di ingegneria elettronica e informatica, ha usato un processore ad alta efficienza energetica costruito dall’azienda per cui lavoro, la Arm, per costruire il computer più piccolo del mondo.

Il dispositivo, che misura appena 0,3 millimetri di lato, ha solo un decimo delle dimensioni del precedente detentore del record, un computer a energia solare non più grande di un granello di sale. Dato che è possibile integrare nel nuovo dispositivo dei sensori di temperatura e pressione, il team di Blaauw prevede che, tra le altre applicazioni, potrebbe essere impiantato nei tumori per determinare se si riducono dopo i trattamenti chemioterapici. (Gli studi dimostrano che i tumori possono avere temperature leggermente superiori a quelle dei tessuti sani).

Anche se lo sviluppo di minuscoli computer è entusiasmante, ci sono ostacoli che ne impediscono un’ampia diffusione nel settore sanitario e in altri settori. Uno dei problemi maggiori è la creazione di batterie sufficientemente piccole per alimentare i dispositivi.

Via via che le dimensioni delle batterie si riducono, anche la quantità di energia che immagazzinano diminuisce drasticamente. Le batterie necessarie per i computer minuscoli sono notevolmente più piccole delle piccole batterie convenzionali usate per alimentare dispositivi come i pacemaker e gli impianti cocleari, e la loro capacità – dice Blaauw – può essere mille volte inferiore.

Una possibile soluzione è trovare il modo per ricaricare frequentemente i dispositivi. Per esempio, i raggi infrarossi possono ricaricare a distanza i sensori impiantati in topi di laboratorio.

Gli scienziati stanno anche studiando come produrre elettricità per piccoli computer sfruttando una tecnica nota come recupero di energia termoelettrica, anche se finora non ci sono stati successi a una scala così piccola. Per far sì che questa tecnica funzioni, ci deve essere una differenza di temperatura tra due superfici di un dispositivo, ma i nuovi mini computer sono così piccoli che è difficile rendere una loro parte qualsiasi molto più calda di un’altra.

Altri metodi ancora allo studio prevedono il ricorso a molecole di glucosio come fonte di energia.

Una soluzione efficace potrebbe essere quella di risparmiare la piccola quantità di energia che può essere immagazzinata in una batteria minuscola. Blaauw e il suo team hanno visto che possono ridurre drasticamente il consumo di energia “svegliando” solo periodicamente i computer per fare calcoli e poi rimettendoli a riposo.

Oltre a massimizzare la quantità di tempo in cui i piccoli computer non sono attivi, si può abbattere il loro consumo energetico riducendo la quantità di elettricità che consumano quando sono attivi.

Blaauw e il suo gruppo sono riusciti a ridurre il consumo di energia a riposo del loro computer fino alla soglia infinitesimale di 30 picowatt, 300 trilionesimi di watt, grazie a una modificazione dei transistor usati, alla riduzione delle dimensioni di alcuni circuiti e ad alcune ottimizzazioni dei circuiti.

Le piccole dimensioni e il ridotto consumo energetico dei mini computer però servirebbero a poco se i dati che raccolgono non potessero essere comunicati correttamente. Per consumare meno elettricità possibile, Blaauw e il suo team hanno dovuto modificare anche questo processo.

Attivando l’antenna radio per le trasmissioni solo per pochi miliardesimi di secondo, i computer possono farsi riconoscere senza sprecare troppa energia. “Perché una radio possa essere sentita, deve ‘urlare’ piuttosto forte”, ha detto Blaauw. “In sostanza, abbiamo fatto sì che invece di urlare tutto il tempo, emetta solo un segnale forte ma breve.”

Se i gruppi di ricerca come quello di Blaauw riescono a superare gli ostacoli tecnologici, è verosimile che un giorno i computer minuscoli potranno rivoluzionare ben più del rilevamento dei tumori.

La CubeWorks, un’azienda nata dall’iniziativa Michigan Micro Mote (M3) dell’Università del Michigan, ha sviluppato un sistema di microsensori in rete che possono essere incorporati in oggetti di uso quotidiano – dai sistemi domotici ai parchi eolici fino ai dispositivi per monitorare i livelli di glucosio – e collegati all’Internet degli oggetti.

Alimentati dalla luce solare, questi computer possono raccogliere informazioni sulla temperatura e la pressione dell’ambiente, oltre a scattare immagini digitali e tracciare il movimento all’interno di una determinata area. Un giorno, sistemi come questi potranno trasformare il modo in cui interagiamo con tutto, dagli edifici in cui viviamo agli abiti che indossiamo.

Anche se non saremo ancora in grado di lanciare sottomarini all’interno del nostro corpo, i computer di dimensioni millimetriche probabilmente arriveranno sul mercato nel prossimo decennio e cominceranno ad avere un impatto significativo sul mondo.

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 28 dicembre 2018





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