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La Costituzione calpestata per finanziare le scuole private

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51_news_168419A Milano un convegno per parlare di scuola e di finanziamenti pubblici, il 26 ottobre: le scuole paritaria non devono pesare sulle casse statali. [Marina Boscaino] n continuità diretta con le iniziative che hanno caratterizzato il percorso del referendum consultivo di Bologna (che ha visto i bolognesi pronunciarsi a favore del finanziamento pubblico esclusivamente a vantaggio delle scuole dell’infanzia pubbliche – statali e comunali; e la giunta di quella città ignorare completamente gli esiti di quella consultazione), sabato 26 ottobre, a Milano, tre associazioni – NonUnodiMeno, Per la Scuola della Repubblica e Amici della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni – hanno organizzato il convegno nazionale di formazione: Senza oneri per lo Stato – Un principio costituzionale da rispettare: no al finanziamento alle scuole private. “Senza oneri per lo Stato” è la tassativa conclusione del terzo comma dell’art. 33 della Costituzione: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Si tratta di un’enunciazione inequivocabile, che significa che gli istituti non pubblici non possono essere pagati con i contributi della fiscalità generale. Eppure, a partire dalla legge di parità (62/00), macroscopiche sono state le deviazioni da questo principio, che da allora ha avuto continuamente bisogno di essere ribadito.

Si è rafforzato uno iato spesso incolmabile tra principi e pratica politica e amministrativa: la normativa da una parte e i contributi continui che vengono erogati per le scuole paritarie (trasversalmente e regolarmente, ministro dopo ministro) hanno confinato il principio all’enunciazione vetero, obsoleta, demodé di alcuni intransigenti. Nel frattempo si moltiplicavano elusioni e deroghe di ogni tipo (compreso l’inserimento delle scuole dell’infanzia comunali tra le scuole paritarie, perché non statali; il che ha richiesto al Comitato art. 33 di Bologna la formulazione di un quesito referendario che sottolineasse la determinazione pubblico/privato). La gran parte delle forze politiche, che pure si dicono/dicevano laiche, invece di ammettere apertamente la contaminazione neoliberista, la tutela del privato, l’occhieggiare al cattolicesimo più intransigente ed esigente (quello in mano al quale sono la maggior parte delle scuole paritarie) e, conseguentemente, ammettere di aver smobilitato l’antico culto della laicità per indulgere alla acquiescenza ad altri diritti (sempre nella tutela del customer care), continuano a reclamare diritto e libertà di scelta, mancanza di scuole statali pertanto principio di sussidiarietà: dio, patria, famiglia. E al diavolo la scuola di tutti e per tutti. È stato così, ad esempio, che si è affermato il “modello Lombardia”: sostegno delle paritarie, tentativi di chiamata diretta dei docenti, buoni scuola – “dote per la libertà di scelta: una minaccia costante al principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale. Ovvero il principio costituzionale secondo cui, poiché da una parte la scuola deve mettere in analoghe condizioni tutti i cittadini del Paese, ovunque risiedano; e poiché i titoli di studio rilasciati sul territorio nazionale devono essere identici in termini di effetti giuridici, il sistema scolastico italiano – da Lampedusa a Sondrio – deve ispirarsi ad un rigoroso principio di omogeneità. Di questo e di altro si parlerà nel convegno di Milano, nel corso del quale Lorenza Carlassale terrà una lectio magistralis sulla Costituzione.

Si tratterà di ricordare che il binomio scuola pubblica e laicità rappresenta la più alta, praticabile ed intenzionale concretizzazione di una cittadinanza inclusiva e non esclusiva. Laicità non solo come non confessionalità, ma principio più esteso ed estendibile, atteggiamento generale di valorizzazione della diversità. È consapevolezza praticata che nell’integrazione, nella sinergia e nella multi e pluriculturalità sta l’espressione più completa e complessa della cittadinanza come facoltà di esseri autonomi pensanti. La scuola di tutti e per tutti, la scuola pubblica deve essere il luogo in cui diritti e doveri di ciascuno e di tutti assumono il pieno spessore culturale, etico e civile. Valorizzare il binomio costituisce l’antidoto principale contro il pensiero unico, contro quella pedodemagogia che hanno tentato di indurci a pensare politiche e provvedimenti presi dai decisori come reali, mentre si trattava di semplici annunci. Che hanno tentato di farci credere legittime scorciatoie e illegittimità, se solo pensiamo alle procedure attraverso le quali è stata resa operativa la (contro)riforma Gelmini, prima ancora che fosse testo di legge. La laicità non è dunque solo un principio da difendere; ma è condizione indispensabile perché la nostra professionalità di insegnanti ed in generale di operatori della scuola si realizzi; è condizione professionale, è competenza. È la forma culturale del pensiero critico. Pubblico e laico: garanzia per tutti, nessuno escluso.

Apocalisselaica.net

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».



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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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No, il burqa non è per nulla una mascherina

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

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Indossare un burqa in pubblico può essere considerato un diritto umano? È una domanda che sorge spontanea, vedendo con quanta passione se ne stanno interessando le due più importanti associazioni al mondo che si occupano di diritti umani. Hanno azzardato un paragone tra il velo integrale e le mascherine anti-pandemia, e si sono chieste: perché vietare il primo e imporre le seconde?

Ha cominciato il mese scorso Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

L’attacco, ovviamente, non è piaciuto granché ai francesi. Ma nemmeno a tanti altri commentatori

Ma nemmeno a tanti altri commentatori. Karima Bennoune, relatrice Onu nel campo dei diritti culturali, gli ha ricordato che affermazioni di questo tipo rischiano di delegittimare non solo una vitale misura di salute pubblica, ma anche l’impegno di tante donne musulmane contro l’uso del burqa.

Non deve essere sembrata molto convincente. Perché, nei giorni scorsi, le stesse considerazioni di Roth sono state riproposte sul sito della sezione italiana di Amnesty International in modo più approfondito, ma altrettanto netto. L’introduzione del divieto di indossare il velo integrale in pubblico è stata giudicata il frutto di «un’inedita alleanza tra populisti di destra, gruppi del movimento femminista e laici». Le argomentazioni a sostegno dell’interdizione sono state ritenute «assurde»: in particolare, sono state respinte quelle che ritengono che burqa e niqab siano «minacce alla sicurezza e/o una manifestazione di disuguaglianza di genere», in quanto Amnesty le reputa «interpretazioni presentate come dogmi». La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera alla legge francese è stata definita «una delusione sconcertante», la conferma di una diffusa «ipocrisia». Anche il titolo e la conclusione del pezzo hanno voluto riprendere in pieno le affermazioni di Roth: Una mascherina contro il Covid-19 è davvero così diversa da un niqab?

Beh, sì. Decisamente. L’imposizione della mascherina e del confinamento ha certamente costituito una riduzione temporanea della libertà di tutti, main nome di un principio ancora più elevato, quello della salute di tutti (della libertà di ognuno di non essere contagiato, per essere ancora più precisi) – in un periodo in cui, per le stesse ragioni, le persone autorizzate a spostarsi da casa sono state peraltro poche. Per contro, niqab e burqa sono, nella migliore delle ipotesi, manifestazioni di devozione di alcune fedeli particolarmente zelanti: perché l’appartenenza religiosa dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre forme di copertura del volto (come, per esempio, un casco integrale o un passamontagna)?

Che vi siano donne che vogliano indossarli è indubbio, ma sorprende che si dimentichi così facilmente che, da Khomeini in poi, l’insistente richiesta di indossare il velo è stato un elemento centrale della strategia delle compagini islamiste, ulteriormente accentuato da gruppi terroristici come i talebani e l’Isis: tutta gente che con i diritti umani ha sempre avuto ben poco da spartire. Sfortunatamente, il mondo del volontariato non è stato il solo a sottovalutare il problema. Pensiamo a quello della cultura, ben esemplificato dalla normalizzazione del velo attuata dal Museo Egizio di Torino. L’industria dell’effimero ci si è addirittura buttata a capofitto: dall’uniforme per le bambine delle elementari creata e venduta da Marks&Spencer (e pazienza se, storicamente, la dottrina prevalente pretendeva l’uso del velo soltanto dopo l’arrivo del primo ciclo) alla testimonial di L’Oreal (poi licenziata per i suoi tweet contro Israele – e che ora si presenta senza velo, pur continuando a vendere veli). L’identificazione “musulmana = velata” è diventato ormai un assioma anche in occidente, per la totale soddisfazione degli islamisti di tutto il mondo.

Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto

Purtroppo, effimero e non centrale è anche l’impegno delle ong contro la legge iraniana che impone il velo a tutte le donne, musulmane o no. Sembra infatti che preferiscano lottare contro i divieti di indossare il velo integrale vigenti in alcuni paesi occidentali, incuranti del fatto che tali divieti sono più frequenti fuori dall’Europa. Al punto che, pur di accreditare le rivendicazioni islamiste, Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto, perché «una maschera è fondamentale per protestare dove sussistono preoccupazioni del tutto legittime sull’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale»: in Europa? Dove a coprirsi il volto sono spesso maneschi neofascisti?

Per coerenza, se veramente ritengono che quella di indossare il burqa sia una libera scelta, Human Rights Watch e Amnesty International dovrebbero chiedere, nello stesso tempo e con le stesse motivazioni, di abolire anche il divieto di poligamia. Per quanto mi riguarda, è sicuramente più libera e pacifica la scelta di girare in pubblico completamente nudi, ma non si vede alcun attivismo in favore dei naturisti. È triste constatare che chi si impegna per i diritti dell’uomo preferisce difendere le prerogative di una religione, anziché i diritti delle donne che patiscono precetti patriarcali. È meritorio battersi ovunque per la libertà: ma confinare le donne tra quattro mura o in un abito che non possono non scegliere, piaccia o no, fascismo è e fascismo resta.



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