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La diffusione delle fake news è davvero “colpa” degli over 65?

Uno studio pubblicato su Science Advances sembra attribuire la proliferazione delle bufale a chi ha più di 65 anni. Ma il discorso è più complesso (e la tesi abbastanza opinabile)

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Per il modo in cui è stata presentata, la notizia parrebbe non lasciare adito a dubbi: come molti giornali hanno riportato nelle ultime ore, un nuovo studio scientifico ha stabilito che gli over 65 sono i principali condivisori e viralizzatori di fake news online. Con titoli più o meno simili, ne parlano ad esempio The Verge Vice, oltre a una miriade di altre testate d’Oltreoceano, e – al traino – alcuni giornali e siti italiani. Basta fare una rapida ricerca su Google per rendersi conto di quanto lo scoop abbia avuto successo presso le redazioni di mezzo mondo, riservando agli utenti del web meno giovani il ruolo ingrato dei somari che utilizzano male gli strumenti dello share e del like.

Al di là dei titoli giornalistici, molto netti nel riassumere in una battuta le conclusioni di uno studio ben più articolato, i contenuti degli articoli riprendono i contenuti di un paper scientificopubblicato mercoledì 9 gennaio sulla rivista Science Advances, un giornale di impact factor 11,5 (dunque piuttosto alto) che fa parte del gruppo Science.

Notizia vera, dunque, ma che merita diverse puntualizzazioni prima di poter essere generalizzata. Anche senza entrare nel merito dei dettagli fini della ricerca, condotta dalle eccellenti università di New York e Princeton, la metodologia adottata dagli autori dello studio – per loro stessa dichiarazione, nero su bianco – merita alcuni chiarimenti. Abbiamo raccolto qui quelli che ci paiono più significativi.

1. Lo studio è focalizzato solo sugli Stati Uniti

Prima di esportare i risultati fuori dal Nord America, può essere utile sapere che il campione di circa 3500 persone coinvolte nello studio è costituito esclusivamente da cittadini statunitensi. I ricercatori hanno cercato di scegliere un campione rappresentativo che tenesse conto non solo delle differenze di età, ma anche – tra le altre cose – di generelivello d’istruzionedisponibilità economiche e orientamento politico. Se da un lato è emerso che l’anno di nascita è il fattore più determinante rispetto a tutte le altre possibili categorizzazioni, dall’altro tutta la ricerca si concentra sulla sola società statunitense, tra l’altro in un intervallo temporale molto particolare quale il periodo pre-elettorale dell’ultima campagna presidenziale, nel 2016.

2. Facebook-centrismo e politico-centrismo
Come in ogni studio condotto seriamente, i ricercatori non hanno preteso di ricavare conclusioni assolute, ma hanno ben circoscritto il caso di studio in esame. In particolare, la ricerca ha riguardato esclusivamente Facebook, tralasciando tutti gli altri modi in cui la disinformazione può propagarsi in rete, da Twitter a WhatsApp, dal passaparola digitale ai risultati forniti dai motori di ricerca. Secondo altri studi di cui abbiamo già parlato qui su Wired, ad esempio, la responsabilità della viralizzazione delle fake news su Twitter sarebbe da attribuire prevalentemente ai bot e non agli account corrispondenti agli utenti umani.

L’altro aspetto, intrinseco alla ricerca, è che ci si è concentrati solamente sulle bufale a sfondo politico, ossia su quelle potenzialmente in grado di alterare l’orientamento dell’elettorato. Questo può indirettamente includere anche tematiche scientifiche (basta pensare al riscaldamento globalesecondo la linea politica di Donald Trump), ma lascia fuori tutti quei campi della disinformazione scientifica che non sono entrati nei dibatti della campagna elettorale statunitense, dalle pseudo-medicine all’alimentazione, dall’esplorazione spaziale ai complottismi di varia natura. Per non parlare di una serie di altri filoni quali le fake news legate alla sfera hi-tech, al mondo dello spettacolo o alle truffe informatiche.

fake news

(foto: NurPhoto/Getty Images)

 

3. Di quante persone parliamo davvero

Nello studio scientifico sono state interpellate 8763 persone, di cui solo meno della metà ha acconsentito all’inserimento dei propri dati personali (inclusa l’età) nel database dei ricercatori. Ma al di là della dimensione del campione statistico – grande, ma ben lontana dal paradigma dei dig data – può essere utile ricordare che a livello mondiale appena il 4% degli account attivi su Facebook è controllato da persone dai 65 anni in su. Se anche fosse replicabile a livello internazionale la statistica secondo cui i più anziani condividono le bufale fino a 7 volte in più della fascia d’età 18-29 e oltre il doppio della fascia 45-65 anni, quale sarebbe l’impatto reale di queste condivisioni sull’intero ecosistema Facebook? Se anche gli over 65 fossero mediamente i più disattenti, il loro contributo sarebbe davvero così determinante?

4. Notizie vecchio stile e La Rebubblica
Come si contano le fake news? Si tratta di un problema complicatissimo, che necessariamente impone di fare delle scelte e quindi di avere delle limitazioni. In questo caso i ricercatori hanno deciso per prima cosa di limitarsi alle sole notizie in formato tradizionale, ossia a quelle con la struttura di un articolo di giornale online, condivisibili su Facebook con la classica anteprima foto-più-titolo. Ciò significa aver trascurato del tutto la galassia delle bufale raccontate attraverso fotografie, meme, video, didascalie alterate e post testuali, formati che sono il piatto principale della dieta mediatica degli utenti più giovani. Questa limitazione, da sola, potrebbe giustificare buona parte dello squilibrio per età che è emerso nei risultati.

Altra questione è come identificare il campionario delle notizie da considerare bufale. I ricercatori in proposito si sono affidati a una lista di siti selezionati da BuzzFeed tra quelli più attivi nel creare fake news, qualcosa di analogo (ma ben più ridotto in quantità) alla black listrealizzata per l’Italia da Bufale.net. Di 30 siti bufalari individuati, alla fine sono stati considerati solo i 21 domini meno “dichiaratamente partigiani”, per i quali tutti gli articoli sono indiscriminatamente stati considerati fake. Al contrario, nessuna fake news rilanciata da altri siti o giornali è stata inclusa nel computo, e l’unico criterio di classificazione è basato sulla url (la sequenza di caratteri del link) della notizia. Sarebbe un po’ come, cercando di creare un’analogia per l’Italia, se considerassimo solo i contenuti pubblicati su domini come La Rebubblica (scritta con 3 b), Il Fatto Quotidaino (a vocali invertite) e Diodidream, trascurando le fake news occasionali che escono anche sui giornali più autorevoli, le notizie distorte e quelle raccontate con una visione colpevolmente parziale.

5. Quindi di chi è la colpa delle bufale?
La domanda non ammette una risposta semplice, soprattutto se si affronta la questione con un approccio scientifico. Per dare un’idea della complessitàdel fenomeno, restando sempre negli Stati Uniti, l’università di Santa Barbara, in California, ha raccolto oltre una quindicina di studi accademicisul tema (di cui la maggior parte pubblicati tra il 2017 e il 2018) che esaminano una vastità di dinamiche tra cui il ruolo dei condizionamenti cognitivi, degli algoritmi che determinano la visibilità dei contenuti, dell’intervento di bot e troll sui social e di come gruppi diversi di persone reagiscono in modo differente davanti a notizie rivolte a un preciso target di pubblico.

Probabilmente non sono del tutto infondati o insensati i tentativi di interpretazione dello studio appena uscito su Science Advances, che vorrebbero attribuire un ruolo importante nella défaillance degli over 65 alla loro scarsa alfabetizzazione digitale e al rafforzamento – con l’età – dei pregiudizi come il confirmation bias. Tuttavia ricondurre il tema delle fake news a un problema di età anagrafica pare davvero troppo semplicistico, e difficile da sostenere se si considera il fenomeno nella sua complessità e pluralità di forme.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Coronavirus creato in laboratorio? Una bufala ecco perchè

’origine naturale del nuovo coronavirus è accertata da un recente studio su Nature Medicine che compara i genomi virali. Il servizio del 2015 si riferisce a uno studio dell’epoca che nulla ha a che fare con la pandemia attuale, dicono gli esperti

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Ammettiamolo. L’ormai famoso servizio del Tgr Leonardo di qualche anno fa che sta circolando da un paio di giorni un po’ di pelle d’oca la fa venire: nel 2015 in Cina si stava creando in laboratorio un nuovo virus potenzialmente pericoloso per l’essere umano, unendo il coronavirus della Sars con un altro coronavirus dei pipistrelli. Coincidenze? Basta fare un minimo di ricerca sul web (evitando i rilanci di Matteo Salvini) per capire che sì, sono solo coincidenze. Perché il coronavirus Sars-Cov-2 che sta spaventando il mondo oggi è di origine naturale. Vediamo perché.

Teorie complottiste sulla provenienza del nuovo coronavirus si sono diffuse più veloci del patogeno stesso fin dalle prime notizie dello scoppio dell’epidemia a Wuhan. Purtroppo la bufala ha preso sempre più piede e il servizio del Tg Leonardo, decontestualizzato, sta contribuendo ad alimentarla.

Ricostruiamo dunque il contesto. Quel prodotto giornalistico del 2015 fa riferimento a un articolo dello stesso anno pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine dal titolo Sars-like cluster of circulating bat coronavirus pose threat for human emergence in cui si discuteva di una ricerca portata avanti in Cina che stava creando un nuovo coronavirus in laboratorio che avrebbe avuto le potenzialità di infettare l’essere umano e, essendo basato sul coronavirus della Sars, la comunità scientifica stava discutendo sul rapporto tra rischi e benefici di una simile ricerca.

Bisogna dire infatti che gli scienziati che nel mondo studiano – e sì, talvolta modificano – i virus non sono pericolosi criminali con deliri di onnipotenza o mercenari al soldo dei governi per creare volutamente armi biologiche. Sono ricercatori convinti che le proprie ricerche possano invece servire proprio per prevenire situazioni come quella in cui ci troviamo ora: studiare virus che non esistono in natura in questo momento ma che potrebbero generarsi per pura casualità o per i nostri comportamenti (invasione di habitat, promiscuità con animali domestici e esotici, etc) per sviluppare strategie per stroncare l’emergenza qualora venisse a presentarsi.

Basta confrontare la sequenza del nuovo coronavirus con quella di altri coronavirus naturali per evidenziare il fatto che, per quanto possano essere simili, ci sono differenze distribuite uniformemente in tutto il genoma. Se invece il virus fosse stato modificato e poi scappato/lasciato uscire da un laboratorio avremmo una sostanziale identità di sequenza e qua e là in aree ben localizzate dei pezzetti completamente diversi, che corrisponderebbero ai pacchetti di geni aggiunti artificialmente dagli scienziati.

A conferma di ciò, la stessa Nature Medicine ha diffuso ormai una decina di giorni fa (il 17 marzo) un articolo sull’origine del nuovo coronavirus. Gli autori del documento hanno appunto comparato i dati genomici disponibili su Sars-Cov-2 con le sequenze note di altri coronavirus, concludendone questo: “la nostra analisi mostra chiaramente che Sars-Cov-2 non è un costrutto di laboratorio o un virus manipolato volutamente”.

 

E chi tra politici e vip, nonostante le evidenze scientifiche e le spiegazioni di esperti che il loro mestiere lo sanno fare, continua a condividere teorie complottiste trite e ritrite, imbellettate di emoticon e punteggiatura allarmistiche, non fa altro che alimentare paure e sospetti infondati, dando prova di mancanza di senso civico oltre che di senso critico.



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Tutte le bufale su Carola Rackete e la Sea Watch 3

Dal padre venditore di armi all’assenza di patente nautica, passando per un fantomatico banchetto dei parlamentari Pd a bordo della nave: la comandante è stata investita da un’ondata di fake news

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Mentre Carola Rackete si trova da due giorni agli arresti domiciliari, in rete continua a circolare una lunga serie di notizie false o tendenziose a proposito della chiacchieratissima capitana della Sea Watch 3. Nella maggior parte dei casi si tratta di fake news molto semplici da smascherare, che sono frutto di una palese volontà di disinformare, oppure di rielaborazioni politiche e giornalistiche piuttosto discutibili. Molte delle bufale hanno iniziato a comparire sul web nel corso del weekend scorso, in concomitanza con la notizia dello sbarco dei 40 migranti rimasti a bordo e l’arresto di Rackete da parte della guardia di finanza.

Ma andiamo con ordine. A fianco delle tante discussioni più tecniche, le fake news diventate più virali in rete sono le seguenti: ecco come sappiamo che si tratta di falsi.

1. Il padre di Carola Rackete NON vende armi

Come nella più classica delle macchine del fango, già da sabato scorso ha iniziato a diffondersi sui social la notizia che il papà di Rackete, di nome Ekkehart, sarebbe un mercante di armi, e che l’intera famiglia trarrebbe vantaggio economico dalla destabilizzazione del contesto internazionale. La storia falsa, smascherata inizialmente da GiornalettismoBufale.net e da Bufale per tutti i gusti, è ben presto chiarita: Rackete padre svolge, tra le altre cose, un’attività di consulenza da 7 anni presso l’azienda tedesca Mehler Engineered Defence, un’impresa che non produce armi o dispositivi offensivi, bensì sistemi difensivi di sicurezza,

tra l’altro impiegati sia in campo militare sia in ambito civile.

Se è vero che nel passato di Ekkehart Rackete ci sono anni di esperienza militare, la sua attuale occupazione riguarda (attraverso un’attività di consulenza, lo ribadiamo: quindi in modo parecchio indiretto) la blindatura di mezzi di trasporto, dunque non ha alcun collegamento con i traffici di armi né con i flussi migratori dal continente africano verso l’Europa.

2. Rackete NON è sprovvista di patente nautica

La sparata secondo cui la trentenne tedesca sarebbe priva dei titoli per poter condurre una nave è semplicemente falsa. Da quanto emerge in base alle ricostruzioni che sono state fatte online, sembra che si sia iniziato a sparlare di Rackete come di presunta non-patentata dopo che non si è riusciti a trovare riscontro dell’esistenza della patente né su Google né sui social network. In altre parole, dato che Rackete non aveva mai particolarmente pubblicizzato online l’aver conseguito l’abilitazione nautica, qualcuno ha scambiato l’impossibilità di trovare conferme online con l’inesistenza della patente stessa, oppure – più probabile – ha volutamente raccontato una frottola.

 Sea Watch 3

Secondo le informazioni raccolte finora, in particolare, Rackete avrebbe ottenuto la laurea in Nautica e trasporto marittimo presso la Jade Hochschule di Elsfleth già nel 2011, ricevendo quindi d’ufficio la qualifica di ufficiale di picchetto. Il titolo di comandante, invece, non corrisponde a un’attribuzione formale sancita da un esame, ma è stato conferito sulla base dell’esperienza maturata sul campo.

3. I parlamentari sulla Sea Watch 3 NON hanno banchettato

A partire da una foto (ritoccata) che lo scorso weekend si è diffusa sui social network, è circolata la notizia che i parlamentari che sono saliti sulla Sea Watch 3 ne abbiano approfittato per un lauto pranzetto a base di pesce fresco. In questo caso il debunking è immediato, visto che online è disponibile anche la versione originale dell’immagine, in cui si vede che tutte le persone inquadrate – tra cui alcuni esponenti del Partito democratico e di Sinistra italiana – sono semplicemente seduti sul bordo di un gommone, senza alcuna tavola imbandita al centro dell’imbarcazione.

Sulla sinistra il fotomontaggio, sulla destra la foto originale

I più attenti hanno fin da subito notato anche alcune stranezze nel fotomontaggio, dato che al gommone è stato aggiunto un nome con un evidente errore grammaticale (“gita Sea Wathc” anziché Sea Watch, secondo Bufale.net un possibile riferimento sarcastico alle polemiche sulla cannabis), oltre che un volto ritagliato in malo modo sul lato destro del gommone. Al di là dei dettagli tecnici, qui è palese la volontà di creare un caso politico a partire dal nulla. Interessante, come ha fatto notare Next Quotidiano, che molti diffusori della bufala abbiano continuato a difendere la propria tesi anche dopo essere stati smascherati, sostenendo che i volti corrucciati di alcuni politici siano la prova schiacciante che sono stati colti in flagranza di banchetto.

4. Padre Alex Zanotelli NON ha negato l’incidente di Lampedusa

Dopo la notizia, confermata da Adnkronos, che il padre missionario Alex Zanotelli avrebbe sostenuto la candidatura di Rackete per un premio Nobel, ha iniziato a spargersi la voce di un’ulteriore affermazione dello stesso Zanotelli, secondo cui tutti i fatti di cronaca relativi a Lampedusa sarebbero stati alterati dalla stampa, incluso lo speronamento stesso tra la Sea Watch 3 e la motovedetta della guardia di finanza.

La falsa dichiarazione attribuita a padre Alex Zanotelli

 

In realtà però questa seconda affermazione, che farebbe riferimento a fantomatiche prove del mancato contatto tra le due imbarcazioni, è frutto di una falsa attribuzione. Non risulta infatti alcuna prova, né giornalistica né sotto forma di registrazioni, di una simile tesi sostenuta da Zanotelli. Addirittura, online si trova la medesima storia, con le stesse identiche parole, attribuita a Laura de Clementi, ma è possibile che in realtà sia frutto di una totale invenzione. Sicuramente, invece, simili argomentazioni non si trovano né nelle interviste rilasciate né sui canali social di Zanotelli, quindi fino a prova contraria sono da ritenere informazioni non confermate.

5. Rackete NON è stata intervistata dal Corriere della Sera

Il 30 giugno il Corriere della Sera ha pubblicato (sia sulla versione cartacea sia online) un’intervista a Carola Rackete, nello specifico un botta-e-risposta in prima persona contenente una dozzina di domande. Come diverse persone hanno fatto notare immediatamente dopo la pubblicazione, l’intervista non può essere vera, poiché Rackete non può parlare coi giornalisti mentre è agli arresti domiciliari.

Il titolo dell’intervista (simulata) del Corriere della Sera

 

La situazione è stata parzialmente chiarita dal Corriere stesso, che nell’articolo ha specificato che “la capitana trentunenne è ai domiciliari e non può rilasciare dichiarazioni, ma attraverso i suoi avvocati chiarisce i dubbi sollevati da più parti sul suo comportamento”. Se ne può dedurre, dunque, che l’intervista sia stata ricavata rielaborando le risposte fornite dai legali, trasformandole in un’ipotetica conversazione con Rackete che però non è mai avvenuta.

6. La Sea Watch 3 NON può essere definita “pirata”

In questo caso si tratta di una questione a metà tra i tecnicismi e le strategie di comunicazione. Diversi giornali ed esponenti politici, soprattutto orientati verso destra, hanno più volte utilizzato le immagini di pirata e pirateria per riferirsi a Rackete e all’imbarcazione che ospitava i migranti, nonché ai politici saliti a bordo della stessa Sea Watch 3. Nel caso si tratti di un’immagine evocativa senza alcuna pretesa di correttezza tecnica, allora la questione può essere relegata a una discussione sullo storytelling della vicenda, con tutte le evocative implicazioni giornalistiche e politiche.

La prima pagina de ‘La Verità’ di domenica 30 giugno

 

Qualora invece si volesse valutare tecnicamente l’opportunità di fare riferimento alla pirateria, la risposta sarebbe allora che non ha senso. Come ha dettagliatamente spiegato Il Post, infatti, in questo caso manca il requisito fondamentale di trovarsi all’esterno delle acque territoriali nazionali: quanto accaduto non può rientrare nella fattispecie giuridica cui fa riferimento l’articolo 101 della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare, quello che regola la definizione di pirateria.



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Pietro Crisafulli e la bufala della bimba danneggiata dal vaccino

Una bufala che nasce da un No-Vax e racconta la falsa storia di una bimba danneggiata da un vaccino. Giusto per spargere il panico

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Mi sono imbattuto post su Facebook. Uno di quei post contro i vaccini, scritto palesemente da un no-vax, in un italiano approssimativo.

marco dimitri

Premetto che le vaccinazioni vanno fatte, per varie evidenti ragioni, alcune malattie come il morbillo sono mortali, in più esistono persone immunodepresse, non possono essere vaccinate perchè sofferenti di malattie, ad esempio la leucemia, bambini in età prevaccinale.

Chiedete comunque al vostro medico immunologo, io non ho titolo.

Torniamo al messaggio in oggetto, incorporo da Facebook

“VACCINI, SONO SCONVOLTO. 
Ho assistito oggi, ad una straziante scena al pronto soccorso pediatrico.
Una giovane madre, con una piccola bambina in braccio, ed altri parenti urlavano e piangevano disperatamente. Alla piccola bambina sotto un anno di età, nelle ore precedenti avevano fatto il vaccino. Qualche ora dopo, la bambina stava malissimo, gli occhi che non si vedevano più, febbre alta, tremava, ed urlava. Erano tutti nel totale panico. Sono veramente sconvolto. Parlando poi con i medici del PS pediatrico, concordavano con quello che gli avevo detto, ma alzavano le mani. Anche qualche operatore sanitario, mi diceva i miei non li ho vaccinati, è mai li vaccineró. 
Dobbiamo fare qualcosa, per il bene dei nostri figli, nipoti, è per la nuova generazione. Tutti uniti, fermiamo questi criminali per il bene dell’umanità. Auguri piccola, mi auguro che non sia stata danneggiata.
Pietro Crisafulli

Il messaggio è stato scritto da un certo Pietro Crisafulli, non so chi sia ma la storia raccontata è davvero lacunosa “Alla piccola bambina sotto un anno di età, nelle ore precedenti avevano fatto il vaccino”.

Avevano fatto il vaccino? Non specifica quale tipo di vaccinazione sia stata iniettata alla presunta bambina, nemmeno specifica quale relazione medica abbia assodato  “il vaccino” al malore che  Pietro Crisafulli descrive.L’uomo afferma di trovarsi  in un pronto soccorso pediatrico.

Sempre in un italiano approssimativo, afferma “Parlando poi con i medici del PS pediatrico, concordavano con quello che gli avevo detto, ma alzavano le mani. Anche qualche operatore sanitario, mi diceva i miei non li ho vaccinati, è mai li vaccineró. “. Questa è un’affermazione gravissima, in quanto  il personale medico non fornisce informazioni a terze persone, tantomeno consiglia di non vaccinare.

Anche se è palese essere una bufala inventata e scritta pure male, è stata condivisa da 700 persone. Bisogna sempre controllare la veridicità di ciò che si condivide, la notizia, ad esempio, non appare in nessun giornale, in nessuna  agenzia stampa.

Semplicemente una bufala che potrebbe (dovrebbe) sfociare nel reato, visto che gioca con la vita delle persone più fragili: i bambini.

Oggi una bimba non vaccinata  sta lottando tra la vita e la morte, succede a Verona, la bambina ha 10 anni ed ha contratto il tetano perchè i suoi genitori non l’hanno vaccinata.

Persone che postano messaggi con storie false come il Sig. Pietro Crisafulli, contribuiscono a seminare il panico ed a desistere di vaccinare i propri figli.  La bimba di Verona è una vittima dei No-Vax, non è una vittima del tetano, il tetano l’abbiamo scongiurato grazie ai vaccini.

Il resto della pagina di Pietro Crisafulli è pieno zeppo di offese rivolte all’immunologo Roberto Burioni, offese tipo “somaro” “vaccinati il cervello”. Questo per dire a che punto i No-Vax sono arrivati. Non resta che sperare in una legge severa che punisca questi untori.



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