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Medicina

La pericolosa alleanza tra influenza e Covid-19

L’influenza stagionale è in arrivo e rischia di mettere nuovamente sotto pressione il sistema sanitario con un’ondata di casi sospetti di Covid-19. Quali sono le somiglianze tra le due malattie e i loro sintomi? La campagna di vaccinazioni antinfluenzali sarà d’aiuto? E come si stanno preparando le strutture sanitarie nazionali?

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Oltre oceano l’hanno chiamata twindemic, una parola-macedonia che in italiano potremmo tradurre come “pangemia”, per descrivere la quasi certa, e imminente, sovrapposizione di influenza e Covid-19. La medesima modalità di diffusione dei due virus, unita alla sintomatologia quasi identica, minaccia di rivelarsi una tempesta perfetta per la tenuta del sistema sanitario nazionale, già messo alla dura prova dalla prima ondata di Covid-19.

Certo, rispetto a sei mesi fa, quando del coronavirus sapevamo poco o nulla, le aziende sanitarie si sono attrezzate, mentre la popolazione è consapevole e preparata a ridurre il rischio di infezione. Tuttavia, la facilità di diffusione del virus continua a fare paura, peraltro giustificata dal progressivo aumento del numero di casi nelle ultime settimane.

Per facilitare l’individuazione dei casi di Covid-19 dalle semplici influenze stagionali, la campagna di vaccinazione antinfluenzale di quest’anno sarà anticipata a ottobre e soprattutto estesa agli ultrasessantenni.

“Non c’è evidenza di un effetto della vaccinazione antinfluenzale su Covid-19. Comunque, ridurre il carico di influenza comporta un minor sovraccarico delle strutture sanitarie e quindi, indirettamente, può favorire una più pronta diagnosi e una migliore assistenza delle persone affette da Covid-19”, spiegano a “Le Scienze” gli esperti del Ministero della salute. La vaccinazione è la forma più efficace di prevenzione dell’influenza. Ed è di particolare importanza nei soggetti ad alto rischio di qualunque età, per semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti. Inoltre, vaccinando contro l’influenza, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso.  dispetto della scarsa considerazione di cui spesso gode, l’influenza è tutto tranne che innocua, classificandosi stabilmente tra le prime dieci cause di morte in Italia. Anche se si tratta di misure indirette basate sulla mortalità in eccesso, ogni anno in Italia si registrano circa 8000 decessi dovuti all’influenza e alle sue complicanze.

A livello globale, il virus dell’influenza provoca ogni anno tra 290.000 e 650.000 decessi, con una media di circa 390.000. “Tutti i virus, compresi quelli dell’influenza, fanno da depressori della risposta immunitaria, spalancando le porte del nostro organismo a batteri, come pneumococchi e meningococchi, e altri microrganismi, subito dopo il proprio picco. E il dramma è che agiscono come una vera e propria associazione a delinquere: un virus è male, più virus insieme sono peggio”, conferma Paolo Bonanni, professore di igiene all’Università di Firenze.

Entrambi i virus vengono trasmessi per contatto, attraverso le goccioline di saliva. “Di conseguenza, le stesse misure di salute pubblica, come l’igiene delle mani e il distanziamento sociale potrebbero prevenire sia la diffusione del Covid-19 che dell’influenza”, sostiene Bonanni.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, a oggi non ci sono prove che le persone che sono guarite da Covid-19 e hanno sviluppato anticorpi siano protette da una seconda infezione. E il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) riporta che la durata della risposta anticorpale rimane sconosciuta, ma è noto che gli anticorpi verso altri coronavirus diminuiscono nel tempo e sono state dimostrate reinfezioni omologhe. Questo è un problema perché le persone che ritengono di essere immuni perché risultate positive a un test per la ricerca di anticorpi potrebbero ignorare le raccomandazioni delle autorità sanitarie, aumentando il rischio di trasmissione di entrambi i virus.

Influenza A, le vittime sono quindici volte di più

Influenza A, le vittime sono quindici volte di più


Gli statunitensi Centers for Disease Control e Prevention (CDC) hanno elaborato una nuova stima dei decessi causati dalla pandemia influenzale provocata dal virus H1N1 tra aprile 2009 e agosto 2010. Il numero delle vittime oscillerebbe tra 151.000 e 575.000 circa, ovvero quindici volte di più rispetto alle stime precedenti. Il 59 per cento dei decessi sarebbe avvenuto nel Sudest asiatico e in Africa. La stima dei CDC è stata ottenuta con un nuovo modello della mortalità da influenza ponderato sui dati dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La pandemia di influenza causata dal virus H1N1 (nota come influenza A) fra aprile 2009 e agosto 2010 avrebbe causato un numero di decessi enormemente più grande rispetto ai 18.500 per i quali era stata ottenuta la conferma dell’agente eziologico attraverso analisi di laboratorio. La nuova stima oscillerebbe fra 151.700 e 575.400 morti. Ad affermarlo è uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori che pubblicano in merito un articolo sulla rivista “The Lancet” a prima firma Fatimah S. Dawood degli statunitensi Centers for Disease Control and Prevention.

E’ noto che in generale il numero dei decessi per influenza confermati con test in laboratorio è significativamente inferiore al numero effettivo di vittime. Tuttavia spesso è difficile arrivare a una valutazione più precisa.

I risultati suggeriscono che l’80 per cento delle decessi abbia riguardato persone di età inferiore ai 65 anni, a differenza di quanto avviene nel caso dell’influenza stagionale, dove la maggior parte delle morti si verifica tra gli anziani. Poiché la pandemia del 2009 ha colpito fasce di popolazioni mediamente più giovani, l’onere globale in termini di anni di vita persi è stato molto più alto rispetto a quanto lo sarebbe stato per una stagione influenzale tipica. Inoltre, lo studio di Dawood e colleghi suggerisce che il 59 per cento dei decessi potrebbe essersi verificato nel Sudest asiatico e in Africa.

Per arrivare alla nuova stima, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello che ha usato i dati specifici sull’influenza in 12 nazioni a reddito basso, medio e alto. Inoltre hanno ipotizzato che il rischio di morte per influenza sia più alto in alcuni paesi rispetto ad altri, e hanno sfruttato per questa ponderazione statistica i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità sui tassi di mortalità per patologie delle basse vie respiratorie nei diversi paesi.

Le nuove stime si basano solo su dati provenienti dalle nazioni che durante la pandemia del 2009 hanno registrato sia il numero di persone che avevano sviluppato sintomi influenzali sia il numero di decessi tra i casi di influenza. Tuttavia, avvertono i ricercatori, la carenza nella disponibilità di dati di buona qualità per la maggior parte dei paesi colpiti, in particolare per quelli a basso e medio reddito,  può influire sulla precisione delle nuove stime.

Secondo gli autori, “è necessario uno sforzo continuato per rafforzare la sorveglianza sull’influenza in tutto il mondo, in particolare per quanto riguarda la mortalità associata, sia per orientare le strategie di prevenzione contro l’influenza stagionale sia per costruire sistemi di sorveglianza che forniscano dati migliori, più tempestivi e rappresentativi a livello globale durante le future pandemie”.

La previsione su quali saranno i principali ceppi di virus dell’influenza circolanti è affidata al Sistema globale di sorveglianza dell’influenza (GISRS), istituito dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1952. Attraverso una rete di 142 centri nazionali dedicati, cinque dei quali di riferimento per gli altri – Atlanta, Londra, Melbourne, Pechino e Tokyo – il GISRS monitora senza interruzione il virus e la sua evoluzione. Il centro per l’Italia è il Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.

“Ogni febbraio gli esperti dell’OMS si riuniscono e, sulla base delle segnalazioni dei vari laboratori nazionali, elaborano degli algoritmi sui ceppi che potrebbero diffondersi maggiormente nella successiva stagione influenzale”, spiega Paolo Bonanni, professore di igiene all’Università di Firenze, che chiarisce: “Come per il meteo, si tratta di previsioni: la maggioranza delle volte gli esperti ci azzeccano, altre no. L’incertezza fa parte del gioco, con così tanti ceppi esistenti sarebbe impossibile comportarsi diversamente.”

L’influenza è causata da quattro virus imparentati tra loro. Quelli di tipo A e di tipo B sono responsabili della sintomatologia classica, mentre quello di tipo C è generalmente asintomatico. Infine, esiste anche un virus di tipo D, la cui possibilità di infettare l’uomo rimane tuttavia poco chiara.

I virus di tipo A circolano sia nell’uomo che in altre specie e sono ulteriormente suddivisi in sottotipi, distinti in base alle differenze tra le proteine di superficie: emoagglutinina (H) e neuraminidasi (N). Ad oggi sono stati identificati 16 sottotipi di emoagglutinina e 9 di neuraminidasi.

I virus di tipo B riguardano solo l’uomo e ricadono in due diversi lignaggi: Victoria e Yamagata. La combinazione di queste possibilità determina di anno in anno la formulazione del vaccino: il trivalente di quest’anno comprende i ceppi H1N1 e H3N2 dei virus di tipo A e un lignaggio Victoria del tipo B. Nel quadrivalente è presente anche un lignaggio Yamagata del tipo B.

“Nel nostro paese sono stati approvati quattro vaccini, tre dei quali saranno presto in commercio: due quadrivalenti e un trivalente”, riassume l’infettivologa e igienista Antonella Spadea, direttrice dell’unità operativa complessa Accoglienza, tutela e promozione della salute del distretto 14 dell’ASL Roma 1 nonché membro del Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (NITAG). Il quarto vaccino è il famigerato spray nasale quadrivalente, contenente virus vivi ma attenuati, usato diffusamente nel Regno Unito per i bambini e di cui la Regione Lombardia ha di recente annunciato la disponibilità.

I due vaccini quadrivalenti della campagna 2020-21 si differenziano per l’origine della coltura – uovo oppure cellule renali di cane – e sono rivolti ai più giovani; mentre il trivalente, che contiene un adiuvante per il sistema immunitario, è indicato per gli anziani.

“Superati i quarant’anni, il sistema immunitario tende a indebolirsi progressivamente. Per migliorare la risposta dell’organismo agli antigeni, in alcuni vaccini viene perciò aggiunto lo squalene, una molecola simile al cortisolo. Ecco perché è fondamentale che le Regioni offrano a ogni età il giusto vaccino”, aggiunge Scalea.

Come tutti i virus, anche quelli influenzali sono incapaci di riprodursi in modo autonomo. Per sviluppare questi vaccini bisogna innanzitutto inocularli in una cellula ospite, attendere che si riproducano e quindi prelevarli e centrifugarli fino a ridurli in microscopici frammenti – i cosiddetti “split” – che contengono gli antigeni, cioè le proteine che, nel nostro corpo, sono in grado di indurre la risposta immunitaria.

© Science Photo Library/AGF


“Trattandosi di prodotti biologici, la produzione di vaccini richiede molto tempo, in genere fino a sei mesi. I controlli di qualità sono estremamente severi e inoltre, basta una qualunque contaminazione per dover eliminare l’intero lotto” nota Spadea. Nella frammentazione del servizio sanitario nazionale, alcune Regioni si sono mosse per tempo, acquistando un quantitativo idoneo di dosi con largo anticipo.

Altre stanno cercando di colmare il ritardo, rivolgendosi anche al mercato estero, con grandi difficoltà: l’estensione della vaccinazione agli ultrasessantenni – circa 4 milioni di persone in più – ha fatto impennare le richieste, mettendo a dura prova la capacità produttiva delle aziende. Farmindustria ha dichiarato che la richiesta è aumentata del 40 per cento in base alle gare già fatte: in totale, i vaccini ordinati dalle Regioni quest’anno si aggirerebbero attorno ai 17 milioni contro i circa 10 dell’anno scorso.

Pur essendo diversa da stagione a stagione, l’incidenza dei casi di influenza si aggira mediamente intorno al 10 per cento (range: 4-15 per cento) della popolazione generale, ogni anno, mentre nella fascia d’età 0-14 anni, che è quella più colpita, l’incidenza, mediamente, è pari a circa il 26 per cento (12-40 per cento).

Lo scorso anno si è vaccinata il 16,8 per cento della popolazione generale, con punte superiori al 20 per cento in Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Molise. All’estremo opposto della classifica si posiziona la provincia di Bolzano (8,2 per cento), storica maglia nera delle vaccinazioni in Italia.

Limitando l’analisi alla popolazione anziana, la percentuale nazionale si attesta al 54,6 per cento. Molise, Umbria e Campania guidano la graduatoria con valori superiori al 60 per cento, mentre a Bolzano si assesta al 32,5 per cento. Una copertura molto lontana da quella ideale, pari al 95 per cento delle persone a rischio, suggerita dall’OMS. L’obiettivo realistico è raggiungere almeno il 75 per cento necessario a ridurre nettamente la circolazione del virus.

Incidenza delle sindromi influenzali in Italia per classi di età nella stagione 2019-2020 (Da Rapporto Influnet – Istituto Superiore di Sanità)


Il rispetto delle misure di prevenzione e della quarantena resta un elemento cruciale per contrastare la diffusione dell’infezione. “È quindi necessario mantenere elevata la resilienza dei servizi territoriali, continuare a rafforzare la consapevolezza e la compliance della popolazione al rispetto delle misure di controllo, realizzare la ricerca attiva e l’accertamento diagnostico di potenziali casi, l’isolamento dei casi, la quarantena dei loro contatti stretti. Queste azioni sono fondamentali per controllare la trasmissione ed eventualmente identificare rapidamente e fronteggiare recrudescenze epidemiche”, fanno sapere dal Ministero della salute.

Il supporto della medicina territoriale è stato fondamentale durante la pandemia per diminuire la pressione sugli ospedali. E lo sarà anche durante la campagna di vaccinazione antinfluenzale, a carico di medici di famiglia, aziende sanitarie locali e pediatri.

Secondo la Società italiana di medicina generale, la grande mole delle richieste verrà smaltita nel primo mese, continuando la somministrazione anche a novembre e dicembre, come raccomandato da OMS e Agenzia italiana del farmaco (AIFA). Dovendo rispettare i protocolli anti-Covid, l’attività vaccinale assorbirà più tempo ai medici di famiglia e richiederà maggiore coordinamento con i servizi vaccinali regionali, anche nell’individuare spazi idonei diversi dagli ambulatori.

Chi rischia di rimanere con il cerino in mano sono le persone che non rientrano fra le categorie per le quali la vaccinazione è raccomandata ma che ogni anno si rivolgono al farmacista per acquistare il vaccino a proprie spese. Secondo un’indagine di Assosalute, le persone che desiderano vaccinarsi sono passate dal 14 per cento dello scorso anno al 38 per cento di oggi. La crescita della domanda è confermata dalle previsioni di Federfarma, secondo la quale un milione di persone rimarranno a bocca asciutta.


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Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

I colori delle regioni: dall’11 gennaio Lombardia in zona arancione con Veneto, Emilia

L’ordinanza di oggi del ministero della Salute: nessuna regione in zona rossa. L’Istituto superiore di sanità: «Nuovo rapido aumento del numero di casi nelle prossime settimane» se non vengono implementate «rigorose misure di mitigazione»

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Lombardia,Veneto, Emilia-Romagna, Calabria e Sicilia andranno, da lunedì 11 gennaio, in zona arancione.

Le altre regioni dovrebbero rimanere in zona gialla.

Non ci saranno invece regioni in zona rossa.

I dati che emergono dal monitoraggio dell’Istituto superiore di Sanità hanno portato alla decisione del governo, ufficializzata da un’ordinanza del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza.

Qui trovate le regole per le regioni che entreranno lunedì in zona rossaqui quelle per le regioni in zona arancionequi quelle per le regioni in zona giallaQui l’autocertificazione che tornerà necessaria per spostarsi, in alcune occasioni.

Nel monitoraggio si spiega come la situazione epidemiologica nel Paese sia «in peggioramento» e che l’incidenza a 14 giorni «torna a crescere dopo alcune settimane», mentre «aumenta anche l’impatto della pandemia sui servizi assistenziali». L’indice Rt nazionale, sempre secondo il monitoraggio, «è in aumento per la quarta settimana consecutiva e, per la prima volta dopo sei settimane», sopra quota 1.

L’indice Rt nelle Regioni

Le tre Regioni con l’Rt puntuale significativamente superiore a 1 sono Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia; altre 6 lo superano nel valore medio (Liguria, Molise, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta), altre 4 hanno un valore uguale (Puglia) o che lo sfiora (Lazio, Piemonte, Veneto). Il Veneto «mostra un tasso di incidenza particolarmente elevato, rispetto al contesto nazionale».

Secondo il monitoraggio, l’epidemia si trova ora «in una fase delicata che sembra preludere ad un nuovo rapido aumento nel numero di casi nelle prossime settimane, qualora non venissero definite ed implementate rigorosamente misure di mitigazione più stringenti».

Ecco l’indice Rt nelle diverse Regioni:
Abruzzo: 0,9 (intervallo: 0.83-0.97)
Basilicata:0.83 (intervallo: 0.67-1)
Calabria: 1.14 (intervallo: 1.04- 1.24)
Campania: 0.83 (intervallo: 0.76- 0.89)
Emilia-Romagna: 1.05 (intervallo: 1.03-1.08)
Friuli Venezia Giulia: 0.91 (intervallo: 0.89-0.95)
Lazio: 0.98 (intervallo: 0.94- 1.02)
Liguria: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.08)
Lombardia: 1.27 (intervallo: 1.24- 1.3)
Marche: 0.93 (intervallo: 0.82- 1.05)
Molise: 1.27 (intervallo: 0.96- 1.63)
Piemonte: 0.95 (intervallo: 0.92- 0.99)
Provincia autonoma di Bolzano: 0.81 (intervallo: 0.75- 0.89)
Provincia autonoma di Trento: 0.85 (intervallo: 0.79- 0.91)
Puglia: 1 (intervallo: 0.96- 1.03)
Sardegna: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.09)
Sicilia: 1.04 (intervallo: 0.99- 1.08)
Toscana: 0.9 (intervallo: 0.87- 0.95)
Umbria: 1.01 (intervallo: 0.95- 1.08)
Valle d’Aosta: 1.07 (intervallo: 0.87- 1.27)
Veneto: 0.97 (intervallo: 0.96- 0.98)

Aumenta il rischio di una epidemia «non controllata»

Nel monitoraggio si riconosce anche che l’attuale incidenza, su tutto il territorio nazionale, è ancora lontana da livelli che permetterebbero il completo ripristino di un sistema di tracciamento efficace: «Il servizio sanitario», si legge, «ha mostrato i primi segni di criticità quando il valore a livello nazionale ha superato i 50 casi per 100.000 in sette giorni». L’incidenza a livello nazionale negli ultimi 14 giorni, si legge nel monitoraggio, è di 313,28 per 100.000 abitanti, con un picco in Veneto (927,36 per 100.000 abitanti negli ultimi 14 giorni). Per questo il monitoraggio parla di un «aumento complessivo del rischio di una epidemia non controllata e non gestibile».


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La variante inglese del coronavirus esiste, ma non si sa se e quanto sia più pericolosa

La variante inglese di Sars-Cov-2 con le sue “preoccupanti” mutazioni spaventa il mondo, ma per gli esperti è troppo presto per saltare alle conclusioni

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(immagine: Pixabay)

Annunciata, smentita, e adesso confermata anche dall’Ecdc. La variante inglese del coronavirus esiste e si sta diffondendo rapidamente. Secondo le autorità britanniche porta diverse mutazioni preoccupanti che potrebbero aver aumentato la capacità del virus di trasmettersi (dicono fino al 70% in più). Ma gli scienziati invitano alla calma: servono prove più consistenti per affermare con certezza che la maggiore diffusione non sia semplicemente frutto del caso.

Combinazioni di mutazioni

La variante inglese di Sars-Cov-2 differirebbe dal genoma dell’originale di Wuhan in 17 punti – mutazioni che avrebbe acquisito nel corso di mesi e che, sebbene prese singolarmente siano già note, hanno dato origine a una combinazione nuova.

B.1.1.7, come è stata chiamata, porterebbe diverse mutazioni nella regione del genoma che codifica per la proteina spike, quella che consente al coronavirus di legarsi alle cellule e penetrarvi.

Una variante simile – che ora gli esperti dicono essere emersa separatamente nell’albero filogenetico del virus – si sta diffondendo altrettanto rapidamente in Sudafrica.

 

Alcune delle mutazioni della variante B.1.1.7 sono state messe sotto osservazione più stretta da parte degli esperti, in particolare la mutazione N501Y e la delezione 69-70, entrambe sulla proteina spike.

È più trasmissibile?

Basandosi su simulazioni e modelli animali, la mutazione N501Y potrebbe aver conferito a Sars-Cov-2 una migliore capacità di trasmettersi da persona a persona, aumentando la sua affinità con i recettori Ace-2 umani.

In effetti la variante B.1.1.7 sembra diffondersi molto velocemente nel Regno Unito e secondo le autorità (lo riporta anche l’Ecdc) la trasmissibilità sarebbe aumentata fino al 70%. Anche per questo il governo britannico ha istituito misure di contenimento del contagio molto stringenti, le più restrittive dallo scorso marzo, almeno nelle zone più colpite ossia Londra e il sud est dell’Inghilterra. Altri paesi europei e non hanno già limitato i collegamenti con Uk, con l’intenzione di contenere gli spostamenti (e il virus) nel periodo di feste e per impostare nuovi protocolli di viaggio per le persone in arrivo dalle regioni più coinvolte.

In ogni caso sembra che la variante sia già uscita dal Regno Unito, con casi registrati in Danimarca, Olanda e Belgio. E sembra ci sia anche una coppia italiana in rientro da Londra. La variante, comunque, potrebbe già essere molto più diffusa di quanto si pensi.

Dati certi sull’aumento di trasmissibilità, però, ancora non ci sono, dicono gli esperti, che ricordano come anche l’allarme per la variante spagnola sia poi rientrato e che la maggiore diffusione potrebbe essere dovuta al caso, a una concomitanza di circostanze favorevoli ma non connesse alla genetica del patogeno. “Ci sono troppe incognite”, ha commentato Christian Drosten, virologo della Charité University Hospital di Berlino a Science Magazine, che menziona anche il fatto che la variante inglese possieda anche una mutazione nel gene Orf8, che invece è stata collegata da alcuni studi precedenti a una riduzione della capacità di diffondersi.

Resiste ai vaccini?

La delezione 69-70 (che era già comparsa in Thailandia e Germania all’inizio del 2020 e che si è stabilizzata in Danimarca e poi in Inghilterra in estate) potrebbe invece essere coinvolta nella minore suscettibilità agli anticorpi.

La nuova variante potrebbe dunque eludere l’immunità data dai vaccini oggi esistenti? Anche per rispondere a questo quesito non ci sono abbastanza dati per il momento. Tuttavia gli esperti sembrano confidare nel fatto che la probabilità che accada sia bassa: gli altri virus che mutano velocemente e che conosciamo da molto più tempo (quelli del raffreddore e dell’influenza, per esempio) hanno bisogno di anni prima di accumulare sufficienti mutazioni da rendere le vaccinazioni inutili.

vaccini anti-Covid sviluppati finora sembrano indurre unaforte risposta immunitaria e in più le persone sane possiedono un sistema immunitario capace di mettere in atto altre forme di difesa che le varianti attuali di Sars-Cov-2 difficilmente riusciranno a superare.

Infine le piattaforme per la produzione di vaccini, in particolare quelli a mRna, sono più flessibili e alla bisogna dovrebbero riuscire a star dietro alle mutazioni del virus.


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Burioni: “L’efficacia del vaccino pone un dilemma etico”

“Per determinare l’efficacia e la sicurezza del vaccino (semplificando) abbiamo preso (complessivamente) circa 70 mila persone – spiega Burioni – e le abbiamo divise in due gruppi

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La “notevole efficacia del vaccino” contro Covid-19 “pone un dilemma etico” legato “alla prosecuzione delle sperimentazioni in doppio cieco”: metà dei volontari sono stati vaccinati per davvero, l’altra metà “per finta”, ha cioè ricevuto placebo restando esposta al rischio di contrarre l’infezione da Sars-Cov-2. A evidenziare questo dilemma è il virologo Roberto Burioni, in un articolo sul sito di divulgazione scientifica ‘Medical Facts’. “Che fare – si chiede – Non vaccinare questi soggetti e lasciarli esposti a un rischio personale non irrilevante per avere più informazioni sulla sicurezza di questi nuovi vaccini, oppure vaccinarli per proteggere la loro salute rinunciando alle informazioni sulla sicurezza del vaccino?

“Questo è un interrogativo serio, non il domandarsi se i cittadini hanno il diritto, in nome della loro ignoranza e del loro egoismo, di non vaccinarsi – chiosa – mettendo in pericolo loro stessi e tutta la nostra comunità”.

“Per determinare l’efficacia e la sicurezza del vaccino (semplificando) abbiamo preso (complessivamente) circa 70 mila persone – spiega Burioni – e le abbiamo divise in due gruppi. Metà sono state vaccinate per davvero, metà sono state vaccinate per finta. I partecipanti, naturalmente, non sanno a quale gruppo appartengono. Questo ci serviva per due motivi. Il primo è valutare l’efficacia dei vaccini: per questo abbiamo controllato se i vaccinati si infettavano meno dei non vaccinati, e i risultati sono stati entusiasmanti. Il secondo è per valutare la sicurezza dei vaccini”.

Per valutare la sicurezza bisogna, però – prosegue docente all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano – osservare nel tempo (tipicamente due anni) cosa succede in questi due gruppi. A un paziente vaccinato potrebbe per esempio venire tra otto mesi una malattia autoimmune; per capire se si tratta di un caso o di qualcosa causato dal vaccino c’è bisogno di osservare la frequenza di questa malattia nel gruppo di controllo, vaccinato per finta. Se anche nel gruppo di controllo le malattie autoimmuni (o altre malattie) si verificano nei non vaccinati con la stessa frequenza che si riporta nel gruppo di vaccinati, possiamo affermare che il vaccino non c’entra. Se di una malattia c’è maggiore frequenza nel gruppo dei vaccinati dobbiamo invece alzare le antenne e approfondire la questione”.

La cosa sembra semplice, ma diventa immensamente complicata – rileva Burioni – nel momento in cui il vaccino offre una protezione altissima. In questo caso i 35 mila vaccinati per finta si troverebbero esposti per due anni a una pericolosa infezione che potrebbe essere prevenuta se venisse loro somministrata una vaccinazione ‘vera’. Ma se gli somministrassimo la vaccinazione, addio osservazioni sulla sicurezza del vaccino”. Ecco il “dilemma etico” sollevato dal virologo.


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27 March 2020

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