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La truffa dei prodotti biologici, sono uguali a tutti gli altri

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“Il biologico secondo me fa le stesse cose del non biologico. Stessi trattamenti… Bisogna prenderli nel momento in cui diserbano. In quei momenti li bisogna andarli a prendere quelli che fanno il riso biologico!” Risicoltori che accusano altri risicoltori. I diserbanti in agricoltura biologica ovviamente non sono ammessi, ma sembra che qualcuno non ci creda molto. L’accusa è pesante perché il riso bio viene pagato anche 3 volte tanto rispetto a quello prodotto con agricoltura convenzionale, quella che può usare i diserbanti per combattere le erbe infestanti. Il bio viene pagato di più perché produce di meno. O almeno dovrebbe essere così.

Dal sito del Sinab, del Ministero dell’agricoltura vediamo però che il riso bio prodotto in Italia ammonta a 570.217 mila quintali, prodotti su 8405 ettari, che fa una media di 67,84 quintali a ettaro, cioè in pratica la stessa media del riso convenzionale. E i risicoltori piemontesi che fanno convenzionale non ci stanno e chiedono controlli. Ma come funzionano i controlli e chi deve controllare?

Nel video visibile a questo link la troupe di Report è stata nelle campagne intorno a Vercelli, la capitale del riso italiano. Attorno al canale Cavour, distese di riso. Tra poco verrà raccolto, ma i prezzi del riso stanno crollando per via di importazioni in Europa di riso asiatico a prezzi stracciati. Cambogia, Birmania, forti di un accordo commerciale con l’Europa per esportare a dazio zero, stanno conquistando i mercati europei. Eppure fino a ieri noi eravamo i signori del riso italiano.

 

Falso Bio, un milione di truffe

Quintali di prodotti che vengono fatti passare per delizie biologiche sottoposte a severi controlli ma che invece aggirano ogni norma falsificando le etichette e utilizzando, spesso, pericolosi pesticidi, liquidi non commestibili o persino sostanze destinate all’alimentazione zootecnica. Ovvero mangimi per animali.L’ultima frode è stata scoperta a Roma, dove sono state sequestrate duemila confezioni di finti cibi biologici destinati al commercio su internet. C’era di tutto: dalle tisane alle salse di pomodoro passando per gli integratori alimentari. Ma la portata del fenomeno è vastissima: solo nel 2013 il Nucleo Antifrode dei Carabinieri ha sequestrato in tutta Italia due milioni di finte etichette biologiche e confezioni “ingannevoli” e più di 77 mila prodotti agroalimentari. La Guardia di Finanza, invece, ne ha ritirati dal mercato quasi un milione in un anno.Un giro d’affari enorme che ha un doppio fine: truffare i clienti e accaparrarsi i finanziamenti europei elargiti per favorire l’agricoltura biologica in Italia. In un anno, sempre i militari dell’Arma hanno accertato frodi ai danni dell’Ue per oltre 12 milioni di euro. Tanto che ora Bruxelles per scongiurare altre truffe “all’italiana” potrebbe decidere di chiudere i rubinetti dei finanziamenti decurtando per il 2014-2020 le assegnazioni dei fondi per la Politica Agricola Comune. E sarebbe un grave danno, visto che in Italia gli agricoltori impegnati nel biologico sono più di 50 mila e nonostante la crisi il nostro paese si conferma come uno dei leader per produzioni “green”.La chiave di tutto infatti è proprio questa: cresce a dismisura la domanda di prodotti “bio” o di origine protetta e aumentano in maniera simmetrica le truffe. Soprattutto nell’e-commerce, il commercio via internet, che sta diventando sempre più pratico e popolare e dà la possibilità di esportare il prodotto “finto bio” in breve tempo su larghissima scala o di importare quello contraffatto dall’estero.

Ma come si comportano, esattamente, i professionisti delle truffe alimentari? I modi per ingannare gli ignari consumatori sono tre. Il primo è ovviamente quello di falsificarel’etichetta grazie a tipografi compiacenti che riproducono alla perfezione i marchi “DOP”, “IGP”,”STG-biologico”: sigle che attestano la provenienza protetta del cibo e il trattamento senza pesticidi. Mentre in realtà per quegli alimenti non c’è tracciabilità, non si sa dove sono stati prodotti né come. Negli ultimi anni gli organi di controllo hanno incrementato la vigilanza sulle confezioni alimentari, ma molte truffe continuano a resistere.

Il secondo modo è quello di violare le più basilari norme igienico-sanitarie o addirittura di utilizzare elevati contenuti di Ogm o agenti chimici vietati secondo le norme europee nell’agricoltura biologica.

Poi c’è – appunto – chi cerca di ottenere i finanziamenti europei riservati agli imprenditori agricoli non rispettando le norme e i parametri sulla produzione biologica. O chi, addirittura, si finge un agricoltore mentre in realtà svolge tutt’altro mestiere. Racconta a l’Espresso il comandante del Nucleo Antifrodi dei Carabinieri di Roma Riccardo Raggiotti: «L’universo dei truffatori è variegato: in questi anni c’è capitato di tutto. Uno dei casi più classici è però quello di inserire nel Sistema Informativo Agricolo Nazionale dati sui terreni completamente fasulli. In pratica: pur di avere i soldi dicono di essere possidenti di un immenso terreno coltivabile mentre in realtà inseriscono i dati catastali del parco pubblico o del campo da calcio cittadino». E se i controlli non sono attenti e severi rischiano pure di ottenerli.

La truffe di alimenti bio riguardano principalmente i prodotti ortofrutticoli oppure in scatola: dalle minestre alla soia. Però in questi anni le forze dell’ordine si sono trovate a doversi occupare di tutto: dai latticini ai prodotti surgelati da forno fino alla pasta fatta con la farina di riso. In alcuni casi si tratta semplicemente di alimenti di scarsa qualità o al di sotto dello standard qualitativo che ci si aspetta da un prodotto “green”. In altri casi, invece, sono proprio prodotti tossici.

Proprio come quelli “low cost” sequestrati in tutta Italia lo scorso aprile dalla Guardia di Finanza di Pesaro e dall’Ispettorato repressione frodi del ministero della Politiche Agricole di Roma. Mille e cinquecento tonnellate di mais, 800 tonnellate di semi di soia e 340 tonnellate di panello e olio di colza provenienti dall’Europa dell’Est che stavano per finire sulle nostre tavole e che contenevano il “clormequat”, un pericolosissimo pesticida. Nei chicchi di grano, poi, sono state trovate tracce di prodotti chimici “destinati all’industria mangimistica per l’alimentazione zootecnica”. Per animali, insomma. Nella maxi truffa internazionale erano coinvolte 23 società fra italiane e straniere, che per evitare i controlli nazionali sdoganavano i cibi a Malta prima di portarli nel nostro paese.

Erano vendute a carissimo prezzo, invece, le oltre 100 mila tonnellate di falsi prodotti biologici sequestrate lo scorso giugno sempre dalle Fiamme Gialle a Cagliari. Mais, grano, soia, semi di girasoli: l’organizzazione criminale era riuscita a mettere in piedi un giro da oltre 135 milioni di euro evadendo – tra l’altro – l’Iva per cinque milioni. Il gruppo con sede a Capoterra poteva contare sull’appoggio di molte società fantasma nel comparto dell’intermediazione di prodotti cerealicoli biologici.
E tossico era anche il miele sequestrato ad Ascoli Piceno dal Corpo Forestale dello Stato nel maggio del 2012 durante l’operazione “Ape Maia Bio”. Migliaia di confezioni destinate agli scaffali dei piccoli supermercati “di nicchia” che contenevano miele e preparati biologici a base di propoli nei quali erano stati utilizzati farmaci nocivi e vietati.

Un vero classico poi è la vendita all’estero di finto olio biologico. Si tratta infatti del prodotto “made in Italy” più ambito al mondo, e cadere in una truffa, soprattutto online, è facilissimo. L’ultimo maxi sequestro di questo genere è stato portato a segno dalle Fiamme Gialle di Trani: un’organizzatissima associazione per delinquere aveva messo in piedi il commercio di bottiglie spacciandole per “olio pugliese extravergine e biologico”. In realtà, perquisendo i frantoi i finanzieri hanno trovato due silos contenenti due diversi tipi di olio che venivano miscelati. Alla faccia della qualità dichiarata. Fra questi, poi, c’era anche il “lampante”: l’olio che un tempo veniva usato per le lampadine. E che ovviamente non è commestibile.

Questa impennata di truffe sta preoccupando l’Unione Europea. E proprio di recente l’ha spinta a correre ai ripari varando norme di controllo più severe che entreranno in vigore il prossimo gennaio. Fra le tante, questa è la più significativa: ogni anno ciascun Paese Ue si dovrà impegnare a prelevare forzatamente un numero minimo di campioni di prodotti “bio” sul proprio territorio da analizzare, valutare e – se è il caso – bocciare. Prima ancora che ci pensino l e forze dell’ordine.

Un semplice test su delle mele “biologiche”

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Scoperto un nuovo stato della materia

E’ disordinato, ma obbedisce alle sue regole

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Pur ‘disordinato‘ ha un proprio ordine: così si può descrivere il nuovo stato della materia dal comportamento bizzarro, osservato per la prima volta dal gruppo di fisici teorici dei Laboratori Nazionali di Los Alamos guidato dall’italiano Cristiano Nisoli,. La sua particolarità del nuovo stato della materia è che, nonostante riguardi la materia classica, si comporta secondo le leggi del regno dell’infinitamente piccolo governato dalla fisica quantistica. Il risultato, descritto sulla rivista Nature Physics, in futuro potrà essere molto utile per le tecnologie quantistiche, dall’internet del futuro alle comunicazioni, ai supercomputer.

“In fisica si pensa che la materia sia organizzata o in uno stato ordinato, come quello dei cristalli, o dei liquidi e dei gas, o più disordinato, che rispondono a temperatura e pressione. Ma esistono, come abbiamo dimostrato, degli stati di materia che pur disordinati obbediscono ad alcune regole“, spiega all’ANSA Nisoli. I ricercatori hanno lavorato su nanomagneti artificiali, chiamati ghiacci di spin, che cambiano direzione a seconda dei cambiamenti di temperatura, osservando il loro comportamento a livello microscopico.

“Di solito se la temperatura si abbassa rapidamente, l’energia del sistema scende. In questo caso invece è rimasta intappolata. Un comportamento questo – commenta Nisoli – che viola alcuni principi della termodinamica. Il sistema infatti è stato intrappolato da ‘costrizioni’ che i fisici chiamano ‘topologiche’ e che finora si erano viste solo in sistemi quantistici, non classici, cioè grossi e con più energia rispetto a quella dei sistemi quantistici”.

Dopo averlo creato artificialmente, i ricercatori vogliono ora vedere se anche in naturaesiste un materiale del genere, perchè potrebbe essere utile per diverse applicazioni pratiche. “Questo é importante perché i sistemi quantistici fanno molte cose strane e interessanti, per esempio la superconduttività.

Il ‘problema’ è che le fanno a temperature molto basse, vicine allo zero assuluto, cioè -273 gradi Celsius. I sistemi classici artificiali invece possono essere progettati per funzionare a temperature e campi più facilmente utilizzabili nella vita di tutti i giorni”

 
  

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ANSA

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5 linee guida per legiferare sull’intelligenza artificiale

Il caso Cambridge Analytica ha evidenziato una falla nel sistema legislativo: in Gran Bretagna, con un comitato dedicato, si propongono le prime linee guida

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“Serve chiarezza su cosa diavolo succede ai nostri dati”. Parola di Lord Clement-Jones, capo del comitato dedicato all’Intelligenza Artificiale della House of Lords britannica. Le audizioni al Congresso degli Stati Uniti di Mark Zuckerberg sul caso Cambridge Analytica hanno evidenziato con forza la necessità di un intervento legislativo a contenimento della libertà d’azione dei migliori mezzi tecnologici, in tema sfruttamento dei dati degli utenti. E la Gran Bretagna sembra voler battere immediatamente questa strada.

I tempi sono ormai maturi e, spiega Lord Clement-Jones al Guardian“non starà solo alla Silicon Valley prendere decisioni sui principi” dell’etica nella gestione e trattamento dei dati.

Nel rapporto rilasciato

dal comitato dedicato all’AI sono riportate cinque norme etiche che dovrebbero essere non solo trasversali ai diversi settori dell’industria tech, ma anche seguite a livello internazionale:

1. “L’intelligenza artificiale dovrebbe essere sviluppata per il bene comune e a beneficio dell’umanità“;
2. “Dovrebbe operare in base a principi di intelligibilità e correttezza“;
3. “Non dovrebbe essere usata per sminuire i diritti su dati e privacy di individui, famiglie, comunità“;
4. “Tutti i cittadini dovrebbero avere il diritto di essere educati per consentir loro di prosperare mentalmente, emotivamente ed economicamente insieme all’intelligenza artificiale“;
5. “Il potere autonomo di ferire, distruggere o ingannare gli esseri umani non dovrebbe mai essere attribuito all’intelligenza artificiale“.

È evidente, come riconosce lo stesso politico, che queste non siano che delle linee guida da usare come faro per adattare le legislazioni dei singoli settori e che non possano semplicemente essere tradotte in legge.

Nel rapporto, riporta sempre la testata britannica, emerge anche la preoccupazione in merito a un ipotetico monopolio dei dati, da scongiurare il prima possibile: FacebookGoogle Tencent sono citati come esempi di multinazionali con un tale potere sulla raccolta di dati da essere in grado di approntare intelligenze artificiali migliori di tutte le altre, rendendo incapaci di competere realtà più piccole.

 
  

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Wired, Foto h heyerlein/Unsplash

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Intelligenza artificiale, dominio Usa minacciato dalla Cina

Per la prima volta l’egemonia americana nel settore dell’intelligenza artificiale è messa a dura prova

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Negli ultimi sessant’anni, l’intelligenza artificiale (IA) ha avuto la sua bella parte di alti e bassi, ma una delle caratteristiche rimaste immutate in tale campo è il predominio degli Stati Uniti. Contributi significativi all’IA di sicuro sono arrivati da ogni parte del mondo ma, fino a tempi assai recenti, ogni sistema di IA destinato a far notizia a ogni latitudine era stato messo a punto negli Usa.
DeepBlue, che sconfisse il grande campione di scacchi Garry Kasparov, era un sistema IBM, come pure Watson che nel 2011 sbaragliò i giocatori campioni di Jeopardy. Il robot Stanley, che nel 2005 dimostrò la fattibilità di auto automatiche, era stato concepito all’Università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Se poi si va a scavare ancora più a fondo, le ragioni del predominio degli Stati Uniti diventano chiare: in molti dei documenti di ricerca più importanti nel canone IA si cita anche Darpa, l’agenzia che finanzia la ricerca militare negli Usa.

Adesso, però, per la prima volta l’egemonia americana nel settore dell’intelligenza artificiale è messa a dura prova. Uno dei fattori più particolari nell’attuale boom dell’IA è l’improvvisa presenza tangibile della Cina come forza globale.

Uno dei mezzi più ordinari, e nondimeno più utili, per quantificare la tempra scientifica di una nazione è studiare come si colloca un dato paese dal punto di vista delle pubblicazioni scientifiche di spicco. Da un’ottica storica, una delle conferenze scientifiche di IA più importanti al mondo è il meeting annuale dell’Associazione per la promozione dell’IA (Association for the Advancement of AI). La prima conferenza si tenne nel 1980 e, nel volgere di pochi anni, questo importante evento iniziò ad attirare circa cinquemila delegati. La conferenza del 1980 fu dominata dagli Stati Uniti: in quell’edizione non ci fu neppure uno studio scritto da ricercatori di un istituto cinese. E la presenza della comunità scientifica europea fu soltanto modesta.

Naturalmente, tutto ciò non sorprende: all’inizio la conferenza è rimasta un evento circoscritto agli Usa, e a quei tempi la Cina era una nazione assai diversa.
Se ci spostiamo in avanti di 18 anni, la conferenza del 1998 vide ancora un netto predominio dell’America, ma con una presenza sostanziale non-americana, in particolare di delegati provenienti dall’Europa. Dalla Cina – in particolare da Hong Kong, tornata sotto il governo cinese soltanto da un anno – arrivò però un contributo.

Il sorpasso cinese nelle pubblicazioni

Oggi la situazione è completamente diversa: alla conferenza del 2018, che si è svolta a New Orleans a febbraio, la Cina ha presentato un numero di studi superiore a quello degli Usa del 25 per cento (1242 rispetto a 934). Tuttavia, c’è un dato ancor più significativo: la Cina si è piazzata al secondo posto nelle ammissioni, con soltanto tre studi in meno rispetto agli Usa.
È difficile non evincere da tutto ciò che la Cina ormai è entrata in concorrenza agguerrita con gli Usa per il predominio nell’IA. Nessuna nazione europea, per altro, è in grado di competere anche solo lontanamente con questi numeri e, pur considerandola nel suo insieme, l’Europa non è in lizza né per il primo posto della classifica né per il secondo.

Perché dunque all’improvviso la Cina è così importante? La risposta sta tutta in una parola: dimensioni. Le tecniche di apprendimento delle macchine dietro l’attuale boom dell’intelligenza artificiale sono veramente affamate di dati. Per riconoscere i volti umani, tradurre lingue e pilotare auto automatiche sono indispensabili quantità mastodontiche di “training data”, una sorta di combustibile per gli algoritmi di apprendimento delle macchine che generiamo ogni volta che navighiamo online o utilizziamo i nostri smartphone.

Il vantaggio dimensionale

Con una popolazione in un mercato unico più grande di Stati Uniti ed Europa prese insieme, le aziende cinesi hanno un vantaggio naturale in termini di accesso ai dati. Anche se forse non sono famigliari ai normali consumatori in Occidente, le società tech cinesi come Tencent, Baidu, Alibaba e JD.com sono veri e propri colossi globali in termini di numeri di utenti e di capitalizzazione di mercato. E tutti quanti investono nell’IA su ampia scala, quasi da capogiro. Se provate a chiedere a un adolescente britannico se conosce WeChat, l’app per i social media Tencent, vi fisserà con lo sguardo nel vuoto (lo so perché ho provato). In Cina, invece, l’app conta quasi un miliardo di utenti.

La storia di Andrew Ng

Uno dei volti della rivoluzione dell’IA cinese appartiene a Andrew Ng: britannico, nato da genitori di Hong Kong, è stato direttore del laboratorio di intelligenza artificiale di Stanford, uno dei grandi centri storici per la ricerca dell’IA negli Stati Uniti. Si è fatto un nome mettendo a punto un software di IA che controlla gli elicotteri, e ha vinto il Computers and Thought Award, il premio più importante per la ricerca destinato ai giovani scienziati specializzati in IA.
In seguito Ng è andato a lavorare per Google, dando vita al suo “brain project” prima di diventare responsabile di Baidu. L’anno scorso ha lasciato il motore di ricerca cinese Baidu per lanciarsi in nuove imprese. Brillante, carismatico e soprattutto straordinariamente pieno di energie, Ng ha la tendenza a coniare slogan orecchiabili destinati a fare presa. Di recente ha twittato: “Quasi tutto ciò che una persona normale può fare in meno di un secondo, noi possiamo automatizzarlo con l’IA”. Non sono propenso a metterlo in discussione.
Nel 2017 Ng ha dichiarato che l’IA è “la nuova elettricità” e che “proprio come più o meno un secolo fa l’elettricità ha trasformato molte industrie, così adesso l’IA le modificherà quasi tutte radicalmente”. Se è così, allora è alquanto probabile che nei decenni a venire la Cina sarà il generatore in grado di alimentare l’IA.

L’autore è professore di informatica all’Università di Oxford e ha pubblicato il libro ‘Artificial Intelligence: A Ladybird Expert Book’.

 
  

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