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L’arte della guerriglia: intervista a Gastone Breccia

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arte_guerrigliaLa guerriglia può essere definita nella sua essenza come l’asimmetrica lotta del debole contro il forte, una descrizione concisa e immediata utile a comprendere questo tipo di conflitto dai contorni sfuggenti. Il glossario della guerriglia si compone, tuttavia, di molti attributi necessari a circoscrivere quest’arte bellica che si presenta, a ogni latitudine ed epoca, come indiretta, ingannevole, dinamica, obliqua, subdola, elusiva, flessibile, rapida, invisibile, ibrida… La guerriglia è perciò un fenomeno che non si esaurisce nella semplice dialettica “debole vs forte”.
Ci aiuta ad analizzare la complessità del combattimento non ortodosso Gastone Breccia, con il recente saggio L’arte della guerriglia (il Mulino, Bologna 2013, pp. 293, € 25.00).
Nel libro Breccia ricostruisce la storia, la tattica, la difficile collocazione giuridica dello scontro irregolare, a partire dalla denominazione spagnola guerrilla (piccola guerra) nata nei primi anni dell’Ottocento, per indicare la resistenza iberica agli eserciti napoleonici: un appellativo recente per designare uno stile combattentistico, quello della dissimmetria bellica, antico quanto il mondo; un diminutivo in apparenza lezioso che identifica una pratica feroce e cruenta. Nel saggio l’autore illustra le differenze sostanziali tra le svariate tipologie di guerriglia (tellurica, di popolo, di frontiera, petite guerre), delinea il pensiero strategico che alimenta le contese a-lineari, interpreta  testi di teoria militare ed esamina le specificità della controguerriglia (COIN, acronimo per counter insurgency), ossia la speculare azione di contenimento/sradicamento del conflitto asimmetrico.
Nella seconda parte del libro lo storico traccia, grazie a un articolato excursus (1979-2012), “Le linee essenziali della tragedia afgana”, vera summa enciclopedica della prassi bellica irregolare «completa di tutti gli elementi fondamentali che caratterizzano questo tipo di conflitti…». Breccia ripercorre così la storia di una guerra alternativa allo scontro frontale, che da sempre predilige l’uso dell’astuzia anziché della forza, consolidando l’asserzione di T.E.Lawrence che definì la guerriglia «più intellettuale di un assalto alla baionetta».

1) Scorrendo la bibliografia in calce al saggio, si ha l’impressione che la manualistica italiana sull’argomento sia più esigua rispetto alla produzione straniera, in particolare di matrice anglosassone. Quali sono i motivi di un interesse così misurato per un tema tanto attuale? È una riflessione erronea la mia o, invece, si sente di condividerla?

L’impressione è senza dubbio corretta. Il motivo è duplice: prima di tutto in Italia la storia militare non ha mai avuto un rilievo paragonabile a quello riservatole nei paesi anglosassoni (con alcune notevoli eccezioni, come il maestro Raimondo Luraghi, da poco scomparso, o più di recente autori del calibro scientifico di Alessandro Barbero o Nicola Labanca, per citare i primi nomi che mi vengono in mente); in secondo luogo, il tema della guerriglia è ideologicamente molto delicato. Per restare al XX secolo, l’eroismo di chi scelse di opporsi alla dittatura fascista e all’occupazione nazista – la «nostra» guerriglia – è stato quasi sempre collocato «al di sopra» di una vera analisi storico-militare «tecnica»; per il resto, abbiamo preferito dimenticare che tutte le altre esperienze italiane in questo ambito si sono situate sul versante della controguerriglia, dalla Libia negli anni ’20 e ’30 all’Africa Orientale alla Jugoslavia nel 1941-43. Al contrario, gli inglesi si sono trovati a combattere la guerriglia almeno dalla metà del ‘700, hanno sviluppato teorie e tecniche adeguate, e hanno quindi sempre mantenuto viva la discussione sul tema.

2) In teoria potremmo ascrivere la figura del terrorista nell’ambito della criminologia e quella del guerrigliero all’arte della guerra. Nella realtà le cose sono più complesse, poiché la condizione giuridica del soldato non convenzionale è sempre stata difficile da definire con chiarezza. Rispetto al passato, l’odierna legittimazione del combattente irregolare è ancora così problematica?

A mio modo di vedere, nemmeno in teoria «terrorista» e «guerrigliero» possono essere rigidamente distinti. Il terrorismo (ovvero: prendere di mira obiettivi civili al fine di seminare insicurezza tra la popolazione, il cui sostegno è il principale scopo di qualsiasi campagna irregolare) è una delle armi a disposizione della guerriglia; gli insorti possono scegliere se e quando farvi ricorso, ma è discutibile se questo muti la qualità della loro lotta, e quindi la loro legittimità. I «sicari» ebrei che combattevano i romani compivano attentati terroristici, così come i patrioti algerini del FLN negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso; e non credo che gli irregolari potranno mai rinunciare all’arma del terrore, che fa parte (come scrivo nel mio saggio) dei caratteri tattici fondamentali della guerriglia.
Anche oggi, la distinzione tra «terrorista» e «guerrigliero» resta problematica: l’asimmetria oggettiva (in fatto di tecnologia e potenza di fuoco) tra le parti in causa non consente di trovare un terreno comune neanche per ciò che riguarda il riconoscimento reciproco, e la liceità (o meno) dei mezzi di lotta. In un conflitto in cui solo A possiede cacciabombardieri, artiglieria e carri armati, non si può pretendere che B non semini pentole a pressione imbottite di fertilizzanti sul ciglio delle strade; in un conflitto dove A provoca vittime civili con bombardamenti da alta quota, non si può pensare che B limiti le proprie azioni prendendo di mira i soli militari nemici in uniforme. Questa è la realtà della guerriglia.

3) Una sezione del libro è dedicata alla controinsurrezione e alla saggistica contemporanea riferita all’argomento. Alcune delle sue riflessioni mi sono parse critiche. Quali sono gli aspetti di questa letteratura specialistica che la convincono di meno?

afgha_guerrillaMi sembra che si utilizzino troppe etichette per uno stesso oggetto: sarebbe meglio applicare, anche in questo ambito, il rasoio di Ockham – entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem – non bisogna creare degli «enti» qualora non ve ne sia la reale necessità. Oggi leggiamo di «guerra di quarta generazione», «guerra asimmetrica», «guerra tra la popolazione», «guerra illimitata», «guerra a bassa intensità», fino alle OOTW, ovvero operations other than war, «operazioni diverse dalla guerra», sigla utilizzata volentieri dal Pentagono… Ma la guerriglia e la controguerriglia sono vecchie quasi come il mondo, e hanno sorprendentemente mantenuto caratteri costanti attraverso i millenni, come cerco di dimostrare nel mio saggio: piuttosto che creare nuovi modelli interpretativi, mi sembra più utile analizzare e comprendere questi caratteri di «lunga durata».

4) A pag. 187 del suo libro c’è un passaggio di particolare interesse: «La civiltà occidentale, con un inedito sforzo di rimozione, ha respinto la morte ai propri margini estremi, non solo nella vita civile e in tempo di pace, ma anche per i militari in caso di conflitto…». La situazione che lei descrive sembra paradossale (la guerra è intrinsecamente connessa alla dimensione della morte) eppure la sua interpretazione è realistica: penso, ad esempio, alla politica statunitense volta a limitare al massimo la perdita dei propri soldati inviati a presidiare i territori ostili. Che cosa comporta tale rimozione a livello di scelte strategiche, specie a fronte di un avversario disposto al martirio?

Sì, credo che questo sia davvero un punto cruciale. L’ossessione per le operazioni a zero casualties («perdite zero») è estremamente dannosa per almeno tre motivi: primo perché induce i comandi superiori a programmare interventi dal costo economico esorbitante (appoggio aereo continuo, armamenti pesanti, ecc.), che finiscono così per togliere risorse ad altre attività di ricostruzione e a rendere insostenibile, nel lungo periodo, l’intera campagna; secondo, perché induce i comandi sul campo a richiedere con troppa frequenza l’appoggio aereo o il fuoco indiretto dell’artiglieria, e quindi molto spesso a provocare perdite tra la popolazione civile, cosa che – a prescindere da ogni ovvia considerazione etica – rende peggio che inefficace l’azione delle truppe regolari; terzo, perché l’ossessione per la sicurezza conferisce un immediato vantaggio al nemico, che vede nella propria disponibilità ad accettare l’idea della morte il segno di una superiorità morale… In Afghanistan questo è terribilmente chiaro: buona parte dei maschi adulti – che appartengono a popolazioni guerriere, abituate da sempre a uccidere e morire per una minima offesa, con buona pace delle anime belle – guardano con disprezzo i militari occidentali supercorazzati e superprotetti, che pattugliano i loro villaggi solo a bordo dei blindati. «Se non sapete morire, non potete vincere…»

5) Di recente lei ha avuto modo di visitare il teatro di guerra afgano per motivi di studio. Qual è la situazione attuale nel territorio? Può spiegarci, in sintesi, di quali vantaggi gode l’insorgenza antioccidentale in questa precisa fase del conflitto?

Sapere che le forze armate «regolari» stanno per abbandonare il paese: questo è un vantaggio che chi conduce una campagna di controguerriglia non dovrebbe mai dare al nemico. Gli insorti sono così consapevoli del fatto che devono soltanto aspettare e sopravvivere abbastanza a lungo (ormai non molto a lungo, per la verità) prima di trovarsi ad affrontare solo le truppe governative, in molti casi del tutto inadeguate (checché se ne dica sui media occidentali) al compito che si prospetta. Un secondo vantaggio, altrettanto importante, viene dalla palese inefficienza e dalla corruzione diffusa tra i funzionari del governo «legittimo» di Kabul: gli insorti hanno buon gioco a screditare quello che è stato fatto in suo nome – in molti casi da gente preparata e onesta, occidentali e afghani, con grande dispendio di risorse e a rischio della propria incolumità – puntando il dito contro le carenze strutturali dell’amministrazione pubblica, il perdurare di privilegi inaccettabili, il nepotismo, l’impossibilità di ottenere giustizia contro i soprusi dei «signori della guerra» ancora al potere in molti distretti. Non bisogna mai dimenticare che i Talebani conquistarono il potere, alla metà degli anni ’90, perché furono in grado di garantire un certo ordine e rispetto della legalità, seppure nella durissima forma da loro scelta, dopo anni di guerra civile. La maggior parte della popolazione, in un paese come l’Afghanistan che dal 1979 non conosce davvero la pace, chiede solo di poter vivere senza temere quasi ogni giorno per la propria vita e quella dei propri famigliari: in dodici anni gli occidentali e il governo di Kabul non sono ancora riusciti a raggiungere questo obiettivo minimo, almeno non su tutto il territorio nazionale, ed è molto difficile che ci riescano nell’immediato futuro.

 

Carmilla

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Charles Duke, il decimo uomo ad avere camminato sulla Luna

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Intervista a Charles Duke, dell’Apollo 16, quinta e penultima missione ad avere portato un equipaggio sulla Luna

[dropcap style=”style1″]È[/dropcap] possibile che Charles Duke non abbia provato la stessa emozione che sentiva quando entrò nel modulo di comando di Apollo 16 (detto Casper) il 16 aprile 1972 per raggiungere la Luna, ma una tensione la si percepiva ugualmente sul volto dell’astronauta quando il 22 ottobre scorso si è affacciato al modello della capsula, perfettamente identico, presente a Volandia, al Museo del Volo. Duke, a Milano in questi giorni, ha risposto alle nostre domande su quei giorni nello Spazio.

Qual è il ricordo più bello della missione Apollo 16?

«Certamente le fasi che ci hanno portato all’allunaggio, in quanto è stato il momento più frenetico e dinamico della missione, perché era necessario trovare il luogo giusto dove atterrare.»

L’allunaggio di Apollo 16, quinta e penultima missione con equipaggio sulla Luna, fu alquanto complesso. I test dei sistemi di controllo per orientare il Modulo Lunare rilevarono dei guasti già in orbita attorno al nostro satellite, al punto che si arrivò molto vicini ad annullare la missione. Ci vollero sei ore per decidere che si poteva scendere, ma a qual punto il piano di volo originale era saltato, e il nuovo piano prevedeva la discesa in un’area molto “tormentata” e con pendii che arrivavano a 10° di inclinazione. E l’inclinazione massima prevista per la partenza dalla Luna era di 8°…

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L’Apollo 16 in orbita attorno alla Luna. | NASA

È giusto tornare sulla Luna per costruire una base permanente?

«Certo che sì! Una base sulla Luna è fondamentale prima di pensare a raggiungere Marte. Costruire una base lunare significa mettere a punto tutto ciò che potrebbe servire a una base marziana, ma su di un oggetto relativamente vicino. Se qualcosa dovesse andare male sarebbe più semplice recuperare la squadra in poco tempo.»

Dunque Marte è l’obiettivo?

«Sì, il progetto è molto interessante, però al momento abbiamo solo la capsula Orion – in fase di costruzione alla Nasa – che avrà bisogno di moduli aggiuntivi per il lungo viaggio. Purtroppo però non abbiamo ancora un modulo in grado di scendere e ripartire da Marte, quindi penso che il primo viaggio non prevederà la discesa, ma solo un’entrata in orbita e poi il ritorno a casa. Ma sono certo che prima o poi toccheremo anche la superficie del Pianeta Rosso.»

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Lo “spirito” del progetto per Marte è ancora quello che ha portato sulla Luna?

«No, purtroppo. Non c’è un interesse come quello degli anni Sessanta e Settanta. Oltretutto non c’è ancora un piano preciso. Non c’è una data sicura entro cui fare atterrare degli uomini, come accadde per la Luna. E si procede molto lentamente. Basti pensare che il primo lancio umano con la nuova capsula e il nuovo razzo è previsto non prima del 2018.»

duke

Charlie Duke a Volandia. | LUIGI BIGNAMI

Cosa pensare dell’industria privata che entra nel mondo dell’esplorazione spaziale?

«È positivo e mi emoziona. È interessante che, se pur finanziate dalla Nasa, ci siano società private che hanno iniziato a costruire capsule e razzi. Al momento sono soprattutto “cargo” per il trasporto di materiali alla Stazione spaziale, ma penso che presto porteranno nello Spazio anche uomini.»

APOLLO 16 A VOLANDIA

Volandia, parco tematico dell’Aeronautica è a Malpensa, negli edifici delle storiche officine aeronautiche Caproni. Oggi ospita una replica esatta del modulo di comando dell’Apollo 16. «I moduli delle missioni Apollo erano tutti uguali», spiega Luigi Pizzimenti, curatore del settore spaziale di Volandia e responsabile della visita di Duke. «La navicella rispecchia fedelmente tutti i particolari delle capsule Apollo, dalle caratteristiche esterne ai computer di bordo, fino alle bruciature che subì al rientro nell’atmosfera.»

 

 

Crediti e Fonti :
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Siamo tutti Charlie Hebdo. Intervista a Gérard Biard, caporedattore del giornale

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“Non c’è democrazia possibile senza laicità”. Ripubblichiamo un’intervista al caporedattore di Charlie Hebdo Gérard Biard uscita nel numero 5/2013 di MicroMega. Biard, sopravvissuto alla strage, spiega qui perché, nella patria della laïcité, c’è ancora bisogno di un giornale dichiaratamente ateo e anticlericale, senza autocensure.
Una camionetta della polizia mi accoglie all’entrata del palazzo nel XX arrondissement di Parigi, ai limiti delle periferie «calde», dove si trova la redazione di Charlie Hebdo, settimanale satirico bête et méchant e dichiaratamente anti-clericale. La prima apparizione fu nel 1960, sotto il nome di Hara-Kiri, mensile fondato da François Cavanna e da Georges Bernier, alias Professor Choron.

Dopo numerose incarnazioni, censure e resurrezioni, Hara-Kiri viene definitivamente proibito dal ministero dell’Interno nel 1969 per un famoso titolo sulla morte di Charles de Gaulle. Facendo eco ai titoli dei giornali che avevano commentato pochi giorni prima la tragica notizia di un incendio in discoteca che aveva provocato 146 morti, il giorno dopo la morte del generale de Gaulle nella sua casa di Colombay, Hara-Kiri esce col titolo: «Tragico ballo a Colombay: un morto». Il giorno dopo la polizia mette i sigilli sulla porta della redazione. Ma Cavanna, Topor, Wolinski e gli altri non si arrendono, e in una settimana trasformano il mensile Charlie con cui collaborano tutti, un giornale di satira e fumetti molto vicino al Linus italiano, in un nuovo settimanale: Charlie Hebdo. Incontro Gérard Biard, caporedattore del giornale, che mi racconta cosa significa in un paese già laico come la Francia fare della satira anticlericale.

L’atmosfera della redazione mi riporta indietro di trent’anni, ai Linus accumulati sul divano nel salotto di mio padre, ai libri di Claire Bretécher che leggeva mia madre, insomma, al laicismo spensierato e impertinente della mia infanzia negli anni Settanta. Ma anche forse un po’ ingenuo: un laicismo basato su una razionalità progressista e un’idea di cittadinanza laica che, nel mondo globale di oggi, dove ci si dilania per difendere un pezzetto d’identità, sembra ormai difficile da proporre come posizione politica. La Francia è forse l’ultimo baluardo dell’universalismo dei valori laici, contro un comunitarismo ormai vincente quasi ovunque e forse più capace di rispondere alle esigenze di un mondo in cui nessuno si sente più cittadino di nessuna repubblica… Estremo passatismo o ultima resistenza? Lo chiedo a Biard, una generazione e mezzo almeno più giovane del mitico Cavanna, ma con lo stesso spirito. Condividiamo un ateismo ironico che mi fa sentire a casa, come se finalmente potessi con lui confessare pensieri che ormai sono fuori dal discorso ufficiale: chi ha il coraggio oggi di dire a una cena che credere all’immacolata concezione è una stronzata?

Charlie Hebdo si proclama «un giornale ateo». Che cosa significa per voi fare del giornalismo ateo?

Charlie Hebdo è un giornale di satira che nasce con uno spirito dichiaratamente anticlericale. Fin dall’inizio, il bersaglio satirico numero uno è stata la Chiesa cattolica francese. A partire dalla creazione di Hara-Kiri negli anni Sessanta, il progetto è quello di un giornale ateo.

Essere ateo significa essere un giornale che si oppone a qualsiasi dogma religioso, che non crede ovviamente alla superiorità di nessuna religione sulle altre (per noi sono tutte ugualmente cretine!) e soprattutto che si oppone a qualsiasi ingerenza del mondo religioso sul terreno politico. Finché la religione resta nella sfera del privato, vabbè, ognuno ha il diritto di credere alle proprie stranezze: se qualcuno vuol credere all’immacolata concezione, cosa vuoi dirgli? È un problema suo. Non è che non abbiamo la nostra opinione sulle credenze assurde che la gente sventola davanti a tutti senza vergogna, ma che ci si può fare? Bisogna essere tolleranti! Ma, come giornale politico, diventiamo intolleranti quando la religione diventa un dogma politico, ossia, vuole interferire con le scelte politiche.

Cosa che potrebbe sorprendere il pubblico italiano, che si immagina una Francia patria del laicismo in cui la religione non interviene negli affari politici.

Purtroppo non è così! La Francia, nonostante tutto, resta culturalmente un vecchio paese cattolico. E l’abbiamo visto bene in questo periodo di agitazione politica e continue manifestazioni intorno alla legge sul matrimonio per tutti, promulgata il 18 maggio 2013 da Hollande. Di colpo, abbiamo visto risorgere una Francia che avevamo tutti in parte dimenticato, una Francia profonda e retrograda che va ben al di là dei cattolici integralisti (quelli tra l’altro non li avevamo certo dimenticati perché ci hanno fatto circa dodici processi in vent’anni!), e tocca l’estrema destra – un’estrema destra che potremmo chiamare «pagana» che adora gli idoli del folklore francese – in un’alleanza preoccupante anche con forze della destra tradizionale. Perché, anche se la questione del matrimonio gay crea disagio nella destra tradizionale, che non ha una posizione omogenea, abbiamo visto sfilare i parlamentari dell’Ump (Union pour un mouvement populaire, primo partito di destra francese) a braccetto con i fanatici di estrema destra e gli integralisti cattolici. Eravamo abituati ad avere come nemico il Front national che in questa storia si è comportato invece in modo molto intelligente e non ha chiesto ai suoi elettori di andare a manifestare contro il matrimonio gay. Marine Le Pen ha lasciato «libertà di coscienza» agli elettori facendo una mossa elettorale molto furba. E invece ci siamo trovati di fronte alla vecchia forza politica della Chiesa, quel potere oscuro che non è mai completamente scomparso dalla Francia e che interviene pesantemente nelle questioni sociali. Così compatta e robusta, la forza oscura dei cattolici in Francia non la si vedeva dal lontano 1986, quando il ministro dell’Educazione dell’epoca propose una legge per diminuire le sovvenzioni alle scuole private, che in realtà significava tagliare i fondi alle scuole cattoliche.

Certo noi, dato che siamo un giornale satirico e anticlericale, ci confrontiamo con l’estrema destra cattolica tutti i giorni, ma gli estremisti si manifestavano su questioni più specifiche, spesso culturali: per esempio la censura di certi libri o di certe opere teatrali. Un caso che ti può interessare è quello della richiesta di censurare la rappresentazione teatrale di Romeo Castellucci Sul concetto di volto nel figlio di Dio, presentata al festival di Avignone nel 2011 e poi a Parigi al Théatre de la Ville. Un gruppo di integralisti cattolici aveva cercato di bloccare l’entrata degli spettatori alla prima parigina della spettacolo che metteva in scena un grande ritratto di Cristo di Antonello da Messina. Poi, una volta entrati gli spettatori grazie alla protezione della polizia e all’intervento del direttore del teatro, alcuni attivisti che avevano comprato il biglietto per penetrare nella sala, invasero il palcoscenico mettendosi in ginocchio e implorando la fine della cristofobia… Noi eravamo intervenuti sulla vicenda beccandoci immediatamente una querela per blasfemia.

Ma la destra che abbiamo visto risorgere ultimamente non è una questione di quattro fanatici: è una realtà molto più profondamente radicata nella storia francese, che la legge del 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato non è bastata a cancellare. Un potere cattolico che aveva già rialzato la testa negli anni di Pétain, tra il 1940 e il 1944, e che poi è rimasto silente ma ben presente nella società francese.

Però gli esempi che mi hai dato sono esempi in cui questa destra silente ha perso: la legge sul matrimonio per tutti è passata e nessuna censura è stata imposta a Castellucci insomma se è presente nella società, il suo successo politico sembra comunque limitato.

È vero, ma il peso politico del benpensantismo religioso è ancora alto anche nel nostro paese. Sicuramente la sinistra francese è più protetta di quella italiana contro le influenze religiose, e quando c’è in Francia un governo di sinistra, riesce quasi sempre a imporre cambiamenti di visione sociale senza l’assenso dei cattolici. In Italia invece la sinistra è «infiltrata», per così dire, da numerosi cattolici nelle sue file, e dunque non può fare il gioco duro contro la società cattolica. Deve fare dei compromessi. Per non parlare poi, del peso del Vaticano e del fatto di avere la Chiesa in casa. Però, la cosiddetta «laicità alla francese» non è sempre rispettata anche qui da noi.

Che cos’è la laicità alla francese?

Bisognerebbe chiamarla «laicità» e basta: non c’è un modello francese di laicità diverso dagli altri. La laicità è una sola: è il principio che permette di avere un discorso politico per così dire «sereno» e che permette a tutte le ideologie religiose di esprimersi allo stesso livello, ossia l’idea che non esiste una religione di Stato. Ciò che i religiosi non riescono a capire o non vogliono capire è che la laicità è la sola soluzione perché vi sia libertà di coscienza.

Questo è molto interessante, perché sembra fare dellateismo una posizione politica. Secondo te è così? Essere atei è una scelta politica? Una societàatea è una società politicamente migliore? Sarebbe comunque una scelta politica altamente sui generis, perché se prendiamo il comunitarismo allamericana, abbiamo lesempio di una società democratica che lascia esprimere tutti i punti di vista differenti, ma certo non laica.

Beh, gli Stati Uniti, come tu dici, non sono certo una società laica. Se pensi che il presidente, quando accetta il mandato, giura ancora sulla Bibbia… Ma, per rispondere alla tua domanda se uno Stato ateo è il sommo della società ideale, io, come ateo, ti rispondo di sì, ma non vorrei mai imporre il mio punto di vista agli altri: sarebbe antidemocratico. Il fine della democrazia è permettere a tutti di esprimere il proprio punto di vista in modo egualitario, imponendo allo stesso tempo dei limiti sociali per preservare l’ordine e l’equilibrio. Direi che il mio punto di vista è che la laicità non è il fondamento della democrazia, ma non c’è democrazia possibile senza laicità.

Ritorniamo ai vostri dodici processi con i cattolici integralisti. Quali sono i limiti che avete superato? Quali sono le accuse che vi sono state rivolte? Èinteressante capire che tipo di simbolo il credente vuole difendere Hai in mente un esempio in cui vi siete resi conto che c’è un limite al di là del quale neppure la satira può andare?

Generalmente è l’attacco ai grandi simboli: Gesù, Maometto, il papa, insomma il sacrilegio. Noi non abbiamo alcun limite in effetti, tranne quello del razzismo, della diffamazione e del rispetto della vita privata. Ci imponiamo insomma le regole che ci impone la legge. Il sacrilegio non è un delitto, e nemmeno la blasfemia, mentre le affermazioni razziste contro un gruppo lo sono. Tutti i processi nei quali siamo stati coinvolti, a causa o dei cattolici integralisti o delle associazioni islamiche, avevano lo scopo militante per questi gruppi di creare un’atmosfera adatta perché la legge francese riconoscesse il delitto di blasfemia. Lo chiamano in altri modi, per esempio «razzismo antireligioso», «oltraggio al pudore», ma quel che hanno in mente è veramente la blasfemia. E fino ad oggi la legge ha reagito in modo sano rispondendo «no», che in Francia l’offesa alla divinità, ossia la bestemmia, non è punita. Per esempio, per la pubblicazione delle caricature di Maometto, siamo stati accusati di «oltraggio ai sentimenti religiosi», insomma tutte perifrasi che indicano la stessa cosa… Ma abbiamo sempre vinto. L’associazione che ci ha fatto più processi, l’Agrif (Alliance génerale contre le racisme et pour le respect de l’identité française et chrétienne) ci ha attaccato per razzismo anticristiano e razzismo antifrancese. Se i giudici avessero riconosciuto il crimine di razzismo anticristiano, il cristianesimo sarebbe diventato così non più un’opinione, ma un’identità. Non avremmo dunque più potuto fare le nostre copertine con Gesù che ci piacciono tanto. Il fulcro dello Stato laico è esattamente questo: considerare le religioni delle libere opinioni e non delle identità. In uno Stato laico, la gente non si definisce rispetto a una religione, o a un gruppo etnico, ma rispetto a una cittadinanza. È questo che è importante. Il voto agli stranieri residenti nelle elezioni municipali è un diritto che essi chiedono in nome della cittadinanza, e non perché sono stranieri provenienti da un certo gruppo etnico o appartenenti a una certa religione. Chi risiede e lavora in Francia si sente cittadino francese, ed è per questo che vuole votare come gli altri. Non rivendica l’appartenenza al suo gruppo. Rivendica l’appartenenza alla Repubblica. La cittadinanza è a fondamento anche del testo della legge sul matrimonio per tutti: in quanto cittadini liberi, due persone hanno il diritto di unirsi in matrimonio, quale che sia il loro sesso.

Sì, però questo modello oggi in Europa è in crisi. Il multiculturalismo sembra essere il modello di integrazione che la maggior parte dei paesi sta scegliendo, con unidea di cittadinanza molto più «modulare» e variegata.

Sì, c’è stato in Francia il tentativo di introdurre un’idea di laicità positiva, basata su una forma di comunitarismo. Ma è davvero contrario all’idea di laicità francese, che è dichiaratamente universalista e non comunitarista. C’è stata comunque un’evoluzione anche a sinistra in Francia rispetto all’opposizione universalismo/comunitarismo. Per esempio, l’estrema sinistra ha difeso la «questione musulmana» in Francia, sostenendo che non si può trattarla solo come un problema sociale: si tratta soprattutto di una questione di rapporti tra diverse identità religiose. È vero che i musulmani sono discriminati in Francia, ma secondo me questo ha molto più a che fare con il razzismo e la xenofobia che con il loro «essere musulmani»: anch’essi, quando rivendicano diritti, non lo fanno in quanto musulmani, ma in quanto cittadini francesi. Però oggi a sinistra si discute sul bisogno di tener conto anche dell’identità culturale. Io credo che una società in cui la gente rivendica diritti in quanto «cittadino» invece che in nome del suo gruppo sociale sia una società che incarna meglio il valore della laicità. È questa la superiorità della laicità francese sul comunitarismo anglosassone, dove ognuno resta per conto suo e non ha un’identità comune, condivisa con gli altri. Nei paesi che adottano il modello comunitarista, i diritti vanno aggiustati di volta in volta, ogni qualvolta una comunità si alza e rivendica diritti speciali. Mentre in Francia i governi sia di destra sia di sinistra hanno sempre mantenuto il modello universalista: lo vediamo nelle scuole, negli ospedali, nel servizio pubblico. D’altronde l’evoluzione del diritto in Francia ha conservato questo modello, come per esempio nel caso della legge «sul velo» ossia la legge che proibisce l’espressione di segni religiosi a scuola.

Come avete reagito alla legge sul velo?

Visto che siamo un giornale ateo militante eravamo d’accordo! Anche se ovviamente è una legge che puntualmente può creare dei problemi, che però si possono risolvere con la discussione e la negoziazione (e un minimo di elasticità!). I nostri commenti e disegni satirici erano piuttosto orientati a difendere la legge e a scherzare sui suoi oppositori.

E come avevate reagito alle caricature di Maometto pubblicate sul Jyllands-Posten, un giornale danese che ha una reputazione piuttosto a destra e xenofoba

Ovviamente abbiamo ripreso le caricature! Siamo stati il solo giornale, insieme a France Soir e LExpress, a pubblicarle, con un apparato critico che diceva che effettivamente i disegni non erano tutti divertenti e si poteva comprendere che alcuni avessero creato reazioni emotive forti, ma che il problema non era quello: ci sono delle leggi in Danimarca, e se qualcuno si sente ferito da un’immagine può andare in tribunale, ma non si minaccia la gente di morte! Questo no: è un delitto migliaia di volte più grave di quello di fare dei disegni osceni e offensivi. Chi non capisce questa differenza è fuori dal gioco della democrazia. Abbiamo pubblicato dunque le caricature nel famoso numero con Maometto in copertina che dice: «C’est dur d’être aimé par des cons!» («È duro essere amato da degli stronzi!») che ci è valso un processo, che per fortuna abbiamo vinto. Ma il fatto che il Jyllands-Posten fosse un giornale di destra non ci poneva alcun problema. Se le caricature fossero state pubblicate in Francia da Le Figaro e i giornalisti fossero stati minacciati di morte per questo, le avremmo riprese subito. È completamente idiota la scelta che ha fatto qualche giornale di sinistra di non sostenere il Jyllands-Posten per ragioni politiche: c’erano giornalisti e disegnatori minacciati di morte, alcuni di loro lo sono ancora adesso, bisognava prendere posizione per la libertà di espressione, che sia di destra o di sinistra. E poi in questo caso, non c’era stata nessuna affermazione razzista né xenofoba, solo la presa in giro di qualche simbolo religioso.

E voi avete mai ricevuto minacce di morte?

A cosa credi che serva la camionetta della polizia davanti all’entrata? Abbiamo ricevuto centinaia di minacce di morte. Charb, che è il nostro direttore, ha una guardia del corpo permanente.

E Cavanna, che è stato un mito per il lettori italiani di Linus, collabora ancora?

Certo, a più di novant’anni non viene più regolarmente in redazione, ma collabora ancora regolarmente: scrive per il giornale tutte le settimane. È stato un pilastro del giornale e ne ha inventato lo stile.

Unaltra domanda. Qual è la relazione tra satira sessuale e satira anticlericale? Perché il sesso ha spesso un ruolo «rivoluzionario» nella satira?

L’oscenità è scioccante, porta fuori dai limiti del consentito, permette di scuotere il lettore. Esistono poi leggi sulla pornografia e sull’uso di immagini oscene, e la satira gioca al limite di queste leggi. Una volta ci siamo beccati un processo anche per questo, un numero dedicato alla famiglia reale di Monaco, in cui effettivamente li ritraevamo in posizioni poco convenienti… Ma il vantaggio del disegno è che lascia molta più libertà della scrittura. Con un disegno si possono far passare cose che non passerebbero mai per iscritto. Un disegno è molto meno violento di un testo. Se disegnate il culo di Hollande è divertente, ma scrivere del culo di Hollande è molto più complicato: c’è subito la parolaculo che è offensiva e poi descrivere un culo a parole… E anche a livello di legge, un disegno può andare molto più lontano di un testo. Disegnare Charlotte di Monaco in pozioni oscene non è per esempio un delitto di diffamazione, mentre se descrivessimo un suo rapporto sessuale con qualcuno nei dettagli, allora sì, entreremmo nella diffamazione e nell’attacco alla vita privata.

Abbiamo fatto disegni sulla visita del papa che francamente non avremmo potuto tradurre in parole. Mi ricordo i disegni più duri furono quelli sui comitati contro l’aborto, che erano entrati negli ospedali con atti vandalici. Avevamo fatto un numero intitolato: «Atei: fate la stessa cosa nelle chiese» in cui con i disegni mostravamo gli immaginari militanti atei che defecavano nelle fonti battesimali. I cattolici ci hanno ovviamente fatto un processo che abbiamo vinto. Ma riconosco che i disegni erano davvero violenti. Comunque, insisto: un disegno passerà sempre più facilmente di un testo. Farà sempre ridere qualcuno, e in più l’interpretazione resta molto più aperta. Ridere fa bene, e qualcosa che provoca una reazione positiva come la risata sarà sempre giudicata meno severamente di un testo freddo per esempio in cui si attacca qualcuno senza sorriso.

Perché questo nome: «Charlie Hebdo»?

All’inizio c’era Hara-Kiri. Poi esisteva un mensile, veramente sullo stile del Linusitaliano, che si chiamava Charlie perché era stato il primo a pubblicare le vignette di Charlie Brown in Francia. Quando, nel 1969, Hara-Kiri fu censurato e chiuso, la settimana seguente uscì il nuovo giornale con il nome Charlie Hebdo. Cavanna e gli altri di Hara-Kiri erano anche nella redazione di Charlie e decisero di trasformarlo in settimanale.

Quanti lettori avete?

Vendiamo in edicola cinquantamila copie alla settimana. Non abbiamo mai fatto studi precisi, ma normalmente si moltiplica il numero di vendite per quattro per sapere il numero di lettori. Direi pertanto intorno ai duecentomila lettori.

Unultima domanda. Mi hai detto che i limiti della vostra satira sono solo quelli imposti dalla legge. Ma esistono argomenti più «sensibili» per voi, argomenti insomma che preferite non affrontare?

Non ci piace scherzare sulla vita privata della gente, a meno che non sia messa in mostra dai protagonisti stessi, come nell’irresistibile caso di Dominique Strauss-Kahn, o per l’Italia, di Berlusconi, che sono perle per la satira! Però, se la persona non mette in mostra la sua vita privata, cerchiamo di non andare a frugare nei suoi affari. All’epoca della presidenza di Jacques Chirac, avevamo avuto l’occasione di pubblicare una storia sulla figlia handicappata di Chirac, una storia particolarmente bieca, che alla fine abbiamo deciso di non pubblicare, perché non diceva nulla sulla vita politica di Chirac, anche se diceva qualcosa sulla sua vita personale. Ovviamente, quando si tratta di Strauss-Kahn è tutta un’altra cosa, perché la sua vita privata la dice lunga sulla sua vita pubblica.

E su Strauss-Kahn che posizione avevate preso?

In questi casi, Charlie Hebdo non dà una linea generale da seguire, ogni giornalista segue la sua opinione. L’atmosfera generale era comunque quella di pensare che l’avevamo scampata bella, e che se fosse stato lui il presidente della Francia nel 2012… beh, ti immagini? Quello che è stato interessante è la ripercussione di quel fatto sul dibattito sui rapporti uomo/donna nella società francese. In questo senso è stato salutare, e ha permesso di far emergere cose sul ruolo dei rapporti tra i sessi nella politica e nella società francese che forse conoscevamo ma di cui non eravamo interamente consapevoli. D’un tratto, tutti i discorsi sulla galanteria francese, sul fantasma dei libertini e sul ruolo importante dell’erotismo nella cultura francese, hanno perso un po’ di smalto… Diciamo che laffaire Strauss-Kahn ha fatto rientrare il mito del libertinismo francese, che è anche una delle fonti della libertà d’espressione in Francia, nei limiti del conflitto sociale: tra adulti liberi e consenzienti si può fare quel che si vuole, ma quando le relazioni di potere sono così asimmetriche, allora non c’è più libertà, solo sfruttamento. Il suo caso la dice lunga sulla sua considerazione delle donne, ossia della metà dell’umanità. E ovviamente, qualcuno che vede metà dell’umanità in quel modo non sembra l’individuo più adatto per governare un paese.

E Berlusconi? Ne parlate mai?

Ah sì, devo dire che ho proprio un debole per lui, lo seguo costantemente. Mi fa ridere come nessun altro! È formidabile, il personaggio ideale per la satira.

Per concludere, perché la laicità è un messaggio politico?

Perché è il senso stesso della democrazia. Sappiamo ormai che la democrazia è l’unico sistema di governo possibile. Senza laicità la democrazia non funziona. È la condizione della democrazia, che è un sistema politico che accetta di essere continuamente rimesso in questione. La religione, per sua natura, non accetta nessuna messa in questione. Una legge religiosa è per sua essenza immutabile. La religione, per sua natura, non è dunque compatibile con la democrazia.

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Pietro Greco: l’Europa in crisi d’identità riparta dalla scienza

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Intervista al giornalista e divulgatore scientifico Pietro Greco, autore del libro di storia della scienza: La scienza e l’Europa, dalle origini al XIII sec.

[dropcap style=”style2″]P[/dropcap]ietro Greco è, tra i giornalisti che si occupano di scienza, uno dei più accreditati. Non a caso, perché unisce, a una formazione scientifica ineccepibile (tra l’altro, è laureato in chimica) e una lunga esperienza, doti di divulgazione, di competenza, di curiosità, di attenzione non solo verso la scienza in generale e il suo sviluppo storico, ma soprattutto verso il suo rapporto con la società, le sue implicazioni e i suoi effetti. In una parola, un intellettuale e un uomo di scienza a tutto tondo.
Una delle sue ultime fatiche è il volume La scienza in Europa. Dalle origini al XIII secolo firmato per L’Asino d’oro, giovane casa editrice romana con un catalogo così ricco, ricercato e attento nella scelta dei temi e degli autori che non meraviglia affatto che abbia affidato al nostro autore alcuni tra i suoi titoli più preziosi come i volumi su Margherita Hack e Lisa Meitner, della collana “Profilo di donna”, dedicata alle donne nella scienza, e questo volume.
La scienza in Europa. Dalle origini al XIII secolo è il primo di una trilogia che sposa felicemente un tema complesso e originale come quello del ruolo decisivo della conoscenza scientifica per la formazione dell’identità europea, con un linguaggio assolutamente accessibile e una trama avvincente come un romanzo. Ma partiamo dall’inizio. Abbiamo chiesto a Pietro Greco come nasce l’idea di questo volume.

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«Stavo riflettendo anche insieme ad altri sul declino economico dell’Italia – racconta a Cronache laiche -. Un declino però non solo economico. Siamo l’unico paese, tra i grandi d’Europa e tra quelli extraeuropei con economia più avanzata, che ha un modello di sviluppo senza ricerca. Da noi è plateale. Mi sono chiesto perché. Anche l’Europa sta vivendo attualmente delle difficoltà. La prima è certamente identitaria: noi non ci sentiamo a sufficienza cittadini europei. È la prima difficoltà che notano e mettono in rilievo studiosi, storici, filosofi che io cito. Questa crisi identitaria è intrecciata anche ad una crisi di tipo economico».

Vale a dire?
Da quasi dieci anni il declino dell’Europa (quello dell’Italia è di molto superiore, quasi trent’anni!) è quantitativamente misurabile – per esempio, banalmente, il PIL cresce meno che in altri paesi del mondo – e si è manifestato nell’ultima crisi economica dalla quale l’Europa non riesce a uscire.
Però la crisi è più complessiva, è una crisi di identità, come dicevo, non si sa che ruolo deve avere questo continente, tant’è che stanno prevalendo gli egoismi nazionali rispetto all’idea di unità europea.
Allora mi sono chiesto come mai. Alcune banali analisi di tipo statistico hanno dimostrato che quando noi parliamo di Europa, parliamo di diversi frammenti che non si sono significativamente unificati e ognuno di essi si muove ad una velocità diversa e verso direzioni diverse. Esiste un ‘Europa che presenta maggiori difficoltà economiche e sociali ed è quella, guarda caso, che investe meno in ricerca scientifica e che non ha sviluppato un’industria dell’alta tecnologia. È l’Europa del sud, del Portogallo, della Spagna, dell’Italia, della Grecia, di Cipro, Malta. Poi c’è un’altra parte, quella più antica. Ovvero l’Europa che ha contribuito alla formazione dell’Unione europea e che è la parte più centrale, quella che affaccia sulla Manica e che comprende la Francia, la Gran Bretagna, l’Irlanda. Certo, questi Paesi sono molto diversi fra loro, stanno sicuramente meglio dei paesi del sud ma anche loro fanno fatica a tenere il passo con il resto del mondo.
Ci sono i paesi che si adattano a nuovi andamenti come per esempio la Gran Bretagna che, dopo una profonda crisi industriale, si sta specializzando sempre più nella finanza. Seguono i paesi ex comunisti che presentano certamente una situazione economica peggiore della nostra, ma hanno quello che i matematici chiamano una “derivata positiva”, ovvero stanno migliorando velocemente la loro condizione.
In pole position i paesi che investono di più in ricerca scientifica come la Slovenia, l’Estonia, la repubblica Ceca, mentre sono in maggiori difficoltà quelli che investono meno.
E poi c’è il frammento più grande che non è affatto in difficoltà ed è quello che ruota intorno alla Germania e di cui fanno parte l’Austria, la Svizzera fino ad arrivare, alla Scandinavia. Questi paesi reggono perfettamente il confronto con il resto del mondo, anche con le parti più dinamiche e guarda caso sono i paesi che investono di più in ricerca scientifica.

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Qual è il ruolo della scienza e della conoscenza in questo scenario?
Partendo da questa realtà, con un’Europa divisa in frammenti che si muovono a velocità e in direzioni diverse, considerando che alcuni che reggono bene il confronto con il resto del mondo e che altri invece sono in difficoltà , è evidente che in questo la scienza ha una sua responsabilità, allora mi sono chiesto se la scienza fosse la causa del declino europeo.
Le prime considerazioni portano a dire che la scienza è stata l’elemento fondamentale che ha consentito a questo piccolo e marginale continente di diventare nel XV – XVI secolo il continente leader del mondo.
Purtroppo anche militarmente, ma non solo: la democrazia è nata qui, il welfare , la grande economia, l’industria sono nate qui almeno fino a quando ha cominciato ad avere delle difficoltà con l’innovazione tecnologica e queste difficoltà hanno prodotto due guerre mondiali che debbono essere lette, a mio avviso, come il frutto di una società che aveva comportamento ambiguo, non risolto con l’innovazione. La modernità creava nuove condizioni, ridefiniva le classi, i ceti sociali, chiedeva grande impegno. C’è stata una reazione che ha prodotto un malessere che poi si è tradotto in guerra tra le nazioni. Questa incapacità di accettare la modernità e governarla ha avuto come punte negative avanzate il fascismo e il nazismo.

Quando e come si è sviluppato il declino?
Il declino ha avuto il suo apice negli anni trenta, quando le leggi razziali in Germania e poi in Italia hanno dato la misura di quanto era forte il problema nei confronti della modernità perché dalla parte di Europa occupata dal nazifascismo sono stati esiliati proprio gli intellettuali e in particolare gli scienziati.
Pensiamo che fino al 1933, un terzo dei premi Nobel assegnati dal 1900, anno di nascita del premio, era tedesco e un terzo dei premi Nobel tedeschi scientifici erano di ebrei. Nei trent’anni successivi il 50% dei premi Nobel sono stati americani e addirittura il 60-70% anglo-americani: è chiaro che con l’avvento del nazifascismo c’è un passaggio di consegne, l’asse centrale della scienza è passato dal centro Europa, dalla Germania, agli Stati Uniti ed è lì che inizia un primo declino.
Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa è riuscita a tenere il passo, anche se il testimone della ricerca scientifica è passato agli USA ma oggi fa fatica a reggerlo. Faccio solo due esempi: la media mondiale degli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico il 2% del PIL e in questo momento l’Europa è leggermente al di sotto. Quindi non solo siamo terzi dopo l’Asia e gli Usa, ma siamo anche in termini relativi più lenti della media mondiale. Pensiamo che solo fino a 100 anni fa, nel 1910, 1920, 1930 l’Europa aveva pressoché il monopolio assoluto della scienza e siamo passati da una situazione di monopolio ad una situazione di incipiente marginalità.

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Sei partito da questa considerazione per affrontare un lungo viaggio storico a cercare le radici della nascita della scienza in Europa e come questa nascita abbia fatto da collante all’unità europea. Quali sono i punti significativi?
La storia non si può tagliare con l’accetta ma la scienza non è nata nel XVII secolo in Europa, anche se in questo periodo ha avuto uno sviluppo importante e decisivo per cui è legittimo, secondo me, parlare ancora di rivoluzione scientifica del ‘600.
Una scienza epistemologicamente matura, molto moderna, e con dei risultati teorici e pratici molto importanti si è sviluppata in epoca ellenistica a partire sostanzialmente dal III secolo a. c. . Faccio due nomi: Euclide e Archimede. Non sono gli unici, ma sono quelli che sono ancora noti a tutti almeno quanto Galileo e Newton, scienziati di valore assoluto.
La scienza, ne sono convinto, nasce in questo periodo soprattutto nel bacino mediterraneo orientale, in Egitto, in tutto il medioriente e in parte nella stessa Greci. Poi seguono diverse fasi in cui il suo sviluppo si interrompe. La prima fase accade quando i romani occupano il mediterraneo, la seconda verso il I-II dopo c. e una terza fase si conclude con Ipazia. Dopo il suo assassinio nel 415 inizia il declino della civiltà romana.

E’ particolare che fai coincidere la fine di un periodo di sviluppo scientifico e la crisi successiva con il tragico assassinio da parte dei parabolani cristiani, di una donna, una scienziata, icona del libero pensiero come Ipazia…
Penso che sia una metafora più che una causa: con Ipazia viene a mancare, si esaurisce quel filone di scienza ellenistica che era riuscita a sopravvivere fino al IV- V secolo d.c. Non a caso Alessandria d’Egitto, pochi lo ricordano oggi, è stata la capitale mondiale della scienza per circa 700 anni, un periodo lunghissimo in cui questa città è stata veramente il centro dell’innovazione e del pensiero scientifico.
La società romana era stata straordinaria nella politica, nel diritto, in alcuni ambiti dell’ingegneria, tant’è che molti manufatti romani restano ancora oggi. Ma come capacità di interrogare la natura sia da un punto di vista teorico sia da un punto di vista sperimentale non ha prodotto alcun risultato Nella civiltà romana semplicemente la scienza non c’era. Probabilmente per come era strutturata la sua economia che non aveva bisogno di particolare innovazione.
Io cito sempre una bellissima frase utilizzata da uno storico della matematica Carl BOYER “l’unico contributo che i romani hanno dato allo sviluppo della matematica è quando Cicerone è andato a Siracusa e si è accorto che avevano sepolto Archimede in maniera non degna e quindi gli fa comporre una tomba degna”.

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Che cosa succede dopo?
Noi abbiamo testimonianze di una scienza, certamente non al livello di quella ellenistica, ma importante in India, in Cina, comunque in tutto l’estremo oriente. Ci sono due teorie a proposito dello sviluppo della scienza prima del XVII secolo. La prima è che la scienza sia nata indipendentemente in tutti questi centri. La seconda, che la scienza sia nata sostanzialmente in epoca ellenistica nel bacino del mediterraneo e poi si sia diffusa in tutto l’oriente estremo per poi svilupparsi autonomamente.
Io penso che la scienza cinese e indiana si sia sviluppata effettivamente dopo le contaminazioni più o meno dirette che ha avuto con la scienza ellenistica. Ma questo è un discorso che esula dal libro. La cosa importante è che c’è stata una fase successiva che è nata intorno al VII-VIII secolo a.c che ha fatto sì che la scienza ellenistica venisse recuperata, fatta propria, metabolizzata producendo innovazioni da parte degli arabi.
Gli arabi hanno tradotto dal greco tutti i grandi classici della filosofia e della scienza ellenistica. A Damasco esisteva una importantissima scuola di traduzione sistematica, poi trasferita a Bagdad che, dopo Alessandria, è stata capitale mondiale della scienza. Importante non solo perché è stata fatta scienza attiva ma anche perché tutti i testi sono stati tradotti in arabo dal greco, dal siriano e perfino dal persiano.
Gli arabi avevano inoltre una grande capacità di contaminare e di contaminarsi. C’era un flusso di scambi culturali davvero importante e in questo flusso c’erano anche gli scienziati arabi che andavano e venivano, che si confrontavano con indiani, persiani. Gli arabi avevano addirittura un intero quartiere di una città cinese, l’imperatore cinese gli aveva concesso di vivere secondo le leggi dell’Islam. Uno degli elementi che a noi resta, il più importante dal punto di vista squisitamente teorico, è l’assunzione, grazie a questa contaminazione, dei numeri indiani e la numerazione posizionale, che utilizziamo ancora oggi e che era enormemente superiore al modo di computare della numerazione latina. Gli arabi l’hanno assunta dagli indiani, l’hanno acquisita loro e poi l’hanno restituita a noi.

Quando è nata l’Europa?
Quelli che noi chiamiamo i secoli bui del Medioevo, in effetti erano secoli bui per l’Europa. Per il resto del mondo, per gli arabi, l’India, la Cina, in realtà sono stati un secoli luminosi. I flussi tra questi mondi non si sono mai interrotti neanche nel medioevo più prossimo a noi, ma la cosa era assolutamente asimmetrica per ogni 20 novità che venivano dalla Cina noi ne portavamo una sola. La Cina era enormemente più ricca, enormemente più popolata e anche molto più sviluppata. Contemporaneamente paesi dell’Europa più occidentale come Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, la penisola iberica, sono state tagliate fuori dalla cultura scientifica e dalla tecnologia ellenistico-araba aperta all’oriente per molti, molti secoli.
E io penso che questo sia stata una delle cause della caduta dell’impero romano, che ha fatto si che una nuova civiltà, rispetto a quella romana, sorgesse nel nostro continente soltanto intorno al X – XI secolo. E’ intorno a questi secoli che nasce l’Europa.

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Gli arabi hanno effettivamente avuto una grande importanza nella diffusione della cultura scientifica. Tu fai ruotare intorno all’opera del matematico Leonardo Fibonacci e al suo incontro con Federico II, imperatore straordinariamente colto che promosse non solo la scienza ma anche la letteratura attraverso la poesia della Scuola siciliana, la cui influenza portò alla nascita della moderna lingua italiana. E sia Fibonacci che Federico II hanno sviluppato le loro opere in un ambiente squisitamente arabo…
Sì. Che la civiltà araba fosse enormemente più avanzata di quella che c’era in Europa lo dicono alcuni fatti. Tra il 1100 e 1200, la città più popolata in Europa non raggiungeva i 100. 000 abitanti Forse li raggiunge Firenze nel ‘200, Parigi, Napoli un po’ dopo. In Europa c’erano città come Cordoba che facevano 500.000 abitanti, la stessa Palermo aveva una popolazione compresa tra i 150 e i 300.000 . A Cordoba dovrei aggiungere Toledo, che non aveva questa popolazione ma era una città culturalmente molto viva.
Toledo e Palermo sono le due principali città in cui avviene un fenomeno che non era mai accaduto prima: gli europei vivono a stretto contatto con gli arabi.
Al tempo stesso, carovane arabe attraversavano l’Europa con tutto il sapere che veniva dalla Cina per poi riportare in Cina le loro conoscenze. Di tutto ciò gli europei semplicemente non se ne accorgevano. Queste conoscenze transitavano per l’Europa ma nulla si fermava qui perché non c’era una domanda sociale di scienza, la civiltà in Europa era veramente molto povera e nonostante arabi ed europei fossero vicinissimi, non avevano contatti. Quando l’Europa comincia a nascere, comincia a trasformarsi, ha inizio la civiltà urbana con il trasferimento di persone dalle campagne alla città, cresce una domanda culturale e la fonte per rispondere a questa domanda sono le grandi città arabe come Toledo e Palermo.

Come avviene la svolta?
Qui avviene quel fenomeno che era già avvenuto con le traduzioni dal greco in arabo: viene tradotto in latino tutta la scienza araba che sostanzialmente era scienza ellenistica. Vengono tradotti per la prima volta in latino per es. gli Elementi di Euclide che non era mai stato tradotto. Finalmente gli europei scoprono quella cultura scientifica che si era spenta con Ipazia ma che era nata 1500 anni prima e i primi a incontrare la scienza Fibonacci e Federico II, che rappresentano, lo sottolineo, solo la punta di un iceberg ben più grande.
Fibonacci è certamente il primo matematico creativo in Europa, quello che ha prodotto nuova conoscenza matematica e non a caso aveva studiato in nord africa formandosi nell’ambito della cultura araba. Aveva viaggiato molto, era stato a Bisanzio, a Bagdad, si era confrontato con i più grandi matematici del tempo e aveva acquisito una conoscenza matematica tale da scrivere il suo primo libro “Liber abaci”. Successivamente ne ha scritti altri in cui non solo ha riportato in Europa i numeri indo-arabi, cioè i numeri che noi utilizziamo, ma ha prodotto nuova conoscenza. Certo c’era stato Archimede, nato in Sicilia 1500 anni prima, ma apparteneva alla cultura ellenistica. Il primo europeo che contribuisce a formare una cultura europea e contribuisce creando nuova matematica è Fibonacci. Contemporaneamente, non è del tutto infondato ritenere che Federico II, imperatore re di Sicilia, sia stato il primo sperimentalista, il primo scienziato, filosofo naturale che ha utilizzato l’esperimento per fare filosofia e quindi, metaforicamente, il loro incontro, nel 1226 a Pisa rappresenta un po’ l’inizio della scienza in Europa. Fibonacci e Federico II sono la punta avanzata di un movimento che si andava formando e che si svilupperà negli anni successivi e tutto questo accade perché l’economia europea cominciava a sviluppare una domanda di cultura e innovazione e i nostri due scienziati cominciano a soddisfare questa domanda. E’ una cosa straordinaria.

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Straordinario è il ritratto che fai della corte di Federico II. Scrivi delle “porte” di Federico! Apre l’Università di Napoli, la prima università pubblica, rinnova la Scuola di Salerno. Poi c’è la poesia, i castelli. Sono le porte di un nuovo mondo…
Non è un caso che alla corte di Federico nasce la scienza europea, nasce la poesia italiana, nasce la lingua.
Io ritengo che la scienza, ancorché in questa fase iniziale, sia il collante dell’Europa che sta nascendo perché è uno dei linguaggi di una cultura comune. La stessa scienza comincia ad essere studiata, analizzata a Palermo, a Napoli, a Pisa, a Bologna a Montpellier, a Parigi, a Salamanca, a Oxford.
L’Europa comincia ad acquisire una cultura unitaria favorita dal fatto che in queste città ci sono delle università e in tutte queste università si parla la medesima lingua, ma soprattutto si insegnano ai giovani le medesime materie: chi fa medicina a Montpellier fa più o meno la stessa medicina che si fa a Salerno piuttosto che a Parigi; chi fa diritto a Bologna fa lo stesso diritto che si fa a Cambridge o Oxford. Leggono gli stessi libri e comincia a nascere questa comunità europea di scienziati e di uomini della cultura scientifica.
Io chiudo questo primo volume del rapporto tra scienza e Europa con Dante perché nella Divina Commedia ha assimilato tutta la scienza del suo tempo. Io lo considero una figura particolare perché è stato il primo a darci un insegnamento che è fondamentale ancora oggi: a dirci che questa cultura scientifica e filosofica, questa nuova cultura che stava invadendo l’Europa doveva essere democratizzata, doveva arrivare a tutti.
Tra l’inizio del ‘200 e l’inizio del ‘300 si chiude un epoca e se ne apre un’altra: la conoscenza scientifica invade finalmente l’Europa e ne diventa il motore, Dante parla di democrazia della conoscenza. Una società se non è democratica non è una bella società e la conoscenza deve favorire lo sviluppo della democrazia.
Per concludere, l’Europa è l’ultimo dei continenti a conoscere la scienza ma una volta acquisita, e questo è il senso di questo mio primo libro, ne diventa il collante favorendo in questo modo la nascita e lo sviluppo della sua identità sociale e culturale.

 

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