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L’ateismo che non osa pronunciare il proprio nome

Un mondo di increduli ai quali, quindi, alcune definizioni sembrano andare strette, e che comunque hanno una visione dell’incredulità a tratti sorprendente

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Understanding Unbelief è un rapporto realizzato da ricercatori dell’Università del Kent e finanziato dalla Templeton Foundation – fondazione nota per aver spesso finanziato progetti che sostengono una visione religiosa del mondo – allo scopo di fornire un quadro per quanto possibile esplicativo e rappresentativo del variegato mondo dell’incredulità. L’indagine è stata condotta su campioni di non credenti da sei diversi Paesi: Brasile, Cina, Danimarca, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La cosa curiosa è che questo studio è stato presentato nientemeno che in Vaticano, nella Pontificia Università Gregoriana, nel corso di una conferenza dal titolo Cultures of Unbelief (letteralmente: Culture dell’incredulità) svoltasi a partire da giovedì 28 maggio scorso. Come dire che l’ateismo viene studiato più nelle università vaticane, o all’estero grazie anche a reti internazionali e interdisciplinari sorte negli ultimi tempi come Nsrn, che in quelle italiane.

La ricerca chiarisce già in premessa le principali conclusioni dello studio, a partire da quella secondo cui tra i cittadini di ognuno dei sei Paesi ci sono sensibili differenze nel modo di interpretare l’ateismo e l’agnosticismo, o una combinazione dei due, e che addirittura molti non credenti si identificano nella cultura religiosa dominante del proprio Paese. In pratica il 28% dei non credenti danesi si riconosce nella definizione di cristiano, mentre l’8% di quelli giapponesi si qualifica come buddista, nonostante abbiano affermato di non essere credenti. Va detto che il campione è stato suddiviso in atei e agnostici sulla base delle risposte a una domanda preliminare: chi ha dichiarato di non credere in Dio è stato classificato come ateo, chi ha dichiarato di non poter affermare con certezza l’esistenza di Dio è stato classificato come agnostico, chi infine ha dichiarato di credere in Dio solo sotto certi aspetti, o di credere in uno spirito superiore non meglio definito, non è stato qualificato come non credente.

È venuto fuori che la maggior parte di chi dichiara di non credere in nessun Dio non si riconosce nemmeno nella definizione di ateo, preferendo identificarsi piuttosto in altre definizioni. Nella fattispecie, a qualificarsi come atei sono in maggioranza gli statunitensi rispetto agli atei delle altre cinque Nazioni, ma pur sempre minoranza interna rappresentando il 39% degli atei americani, e diventano addirittura il 19% in Danimarca. In pratica meno di un ateo danese su cinque definisce se stesso ateo, mentre il 36% di essi preferisce più genericamente qualificarsi come non religioso. Va ancora peggio agli agnostici giapponesi: appena il 2% di essi si identifica come agnostico, il 34% preferisce definirsi non religioso mentre la definizione preferita dagli agnostici cinesi è, paradossalmente, quella di ateo. Non c’è che dire, effettivamente il significato di queste definizioni cambia parecchio da Paese a Paese.

Viene anche sfatata la percezione comune secondo cui atei e agnostici sarebbero tendenzialmente più dogmatici, più intransigenti rispetto alle loro convinzioni, rispetto alla popolazione generale, e anche quella secondo cui per un non credente il mondo sarebbe assolutamente privo di significato. L’incidenza di entrambe queste affermazioni è del tutto assimilabile a quella del resto della popolazione. Chissà se Oltretevere, dove queste statistiche sono state discusse, saranno rimasti sorpresi o meno. Lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda i valori etici e il rispetto per l’uomo e per la natura, così come per tutta una serie di valori che vengono percepiti allo stesso modo da religiosi e non, come la famiglia e la libertà.

Molti atei e agnostici, sebbene non credano nell’esistenza di divinità, ritengono tuttavia plausibile l’esistenza di fenomeni, o perfino entità, soprannaturali. Quasi un ateo brasiliano su tre ritiene che vi sia comunque una vita dopo la morte terrena, il 35% circa degli atei cinesi crede nell’astrologia, un quarto degli atei danesi pensano che esistono persone dotate di poteri mistici, quattro agnostici britannici su dieci ritengono che esistono forze soprannaturali del bene e del male. Per contro, più di un ateo statunitense su tre non concorda con l’esistenza di fenomeni soprannaturali e la percentuale scende significativamente solo riguardo agli atei cinesi: appena l’8% di essi rigetta l’idea che possano esistere fenomeni soprannaturali. In generale gli agnostici sono molto più possibilisti degli atei da questo punto di vista, com’è lecito aspettarsi; la proporzione va da circa uno su tre (un agnostico naturalista contro più di due atei naturalisti) in Brasile fino a uno su dieci in Cina.

Un mondo di increduli ai quali, quindi, alcune definizioni sembrano andare strette, e che comunque hanno una visione dell’incredulità a tratti sorprendente. È chiaro che possono esserci diverse ragioni per preferire una definizione, o un’etichetta se così vogliamo dire, rispetto a un’altra, e sarebbe interessante conoscerle tutte, ma non si può non pensare che almeno in parte possa esserci un rifiuto di definizioni comunemente percepite con accezione negativa. Oppure di una classificazione ritenuta troppo drastica, netta e magari non del tutto aderente a un presunto dualismo tra atei da una parte e agnostici dall’altra. Perché poi, nella pratica, tra un insieme e l’altro ci sono tutta una serie di sfumature intermedie nelle quali molte persone potrebbero identificarsi meglio. Un’altra ragione potrebbe invece risiedere nel rifiuto più o meno inconscio di collocarsi all’opposto rispetto ai credenti, e quindi nel rigetto di una contrapposizione tra le due parti dovuta alla convinzione che potrebbero esserci più argomenti e interessi accomunanti che dividenti.

Anche nell’inchiesta commissionata di recente dall’Uaar e realizzata dalla Doxa ci sono dati interessanti in questo senso. A un complessivo 15,3% degli italiani che si dichiara ateo o agnostico, e quindi certamente non credente, si affiancano anche un 10,1% di soggetti che si definiscono credenti, ma si dichiarano anche non aderenti o comunque facenti riferimento ad alcuna religione esistente, e un 2,7% di persone che rifiuta proprio di essere classificata come credente o non credente. Il che può sembrare anche controintuitivo, perché si presume che non possa esserci una terza via tra il credere e il non credere, ma indubbiamente esiste e ce ne sarà pure una spiegazione. Probabilmente si tratta di almeno una parte di quelli che il sociologo Franco Garelli, in una sua inchiesta sulla religiosità italiana, definiva credenti a intermittenza, e che insieme a tutte le altre tipologie di scettici su Dio arriverebbe a rappresentare ben il 54,2% della popolazione.

Questo sesto di popolazione composto da non affiliati sono quelli che nel mondo anglosassone vengono definiti “nones”, un insieme che interseca sia l’area dei non credenti che quella dei credenti e che risulta ancora più variegato del già pluralissimo insieme dei non credenti, come dimostrato da numerose ricerche. Secondo un’inchiesta condotta dal Pew Forum il 19% di essi vede perfino con preoccupazione la crescita dei non credenti, mentre il 24% la giudica positivamente e il resto le è indifferente. Di fatto tutti insieme i non credenti, i non definibili e i non religiosi rappresentano secondo il sondaggio Uaar quasi un terzo dell’intera popolazione italiana; una bella fetta, pari circa a quella dei credenti cattolici praticanti e all’altra dei credenti cattolici non praticanti. Una fetta che probabilmente meriterebbe più attenzione e certamente potrebbe convergere su interessi comuni.

Perché poi le possibili strade per qualunque organizzazione di scettici, che in genere rivendicano istanze laiche, sono due: cercare di mantenere un corpo sociale in un certo senso integro, fatto di atei e agnostici che rivendicano un’accezione positiva delle rispettive definizioni e che tra le altre cose lottano anche per questo; cercare di avere una base sociale più ampia e plurale, comprendente anche chi non ritiene importante fissare delle definizioni standard e al tempo stesso focalizzata su obbiettivi comuni. In realtà il discorso potrebbe diventare più complesso se si analizza anche il problema rappresentato da quelle persone che interpretano l’ateismo in senso letterale, cioè quale antagonista del teismo ma non del deismo o del panteismo, e che magari credono in altri fenomeni ed entità soprannaturali, ma probabilmente queste non sarebbero di interesse di nessuna delle due categorie suddette. Alla fine quindi tutto va ricondotto all’individuazione dell’obbiettivo: viene prima l’orgoglio ateo esclusivo, oppure le rivendicazioni laiche inclusive, o anche in questo caso si può individuare una via di mezzo?

In ambito internazionale sembra sia stata preferita la seconda via, anche per il fatto che a trainare le federazioni Humanists International e European Humanist Federation sono in particolare le realtà continentali di lunga tradizione più laica che atea. Proprio quelle che hanno poi affrontato la questione anche dal punto di vista linguistico; non a caso i nomi di entrambe le federazioni recano all’interno l’aggettivo “humanist”, che in italiano fa ancora molta fatica ad affermarsi e non solo o non sempre per via della pretestuosa confusione tra umanismo e umanesimo. In ambito italiano l’Uaar, la maggiore delle organizzazioni scettiche, al momento si trova in una via di mezzo ma più tendente alla prima via, se non altro per via dell’acronimo già selettivo. Sarebbe interessante avere a disposizione i risultati di un’indagine come quella condotta dall’Università del Kent ma condotta tra i non credenti italiani, in modo da poter capire quanti sono gli atei e gli agnostici nostrani non sedicenti tali e regolarsi di conseguenza. Purtroppo al momento non sembra esserci nulla di simile e non si possono dunque che fare ipotesi partendo da un presupposto verosimile: non sappiamo quanti sono, ma è ragionevolmente sicuro che ci sono e probabilmente sono in percentuale significativa.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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No, il burqa non è per nulla una mascherina

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

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Indossare un burqa in pubblico può essere considerato un diritto umano? È una domanda che sorge spontanea, vedendo con quanta passione se ne stanno interessando le due più importanti associazioni al mondo che si occupano di diritti umani. Hanno azzardato un paragone tra il velo integrale e le mascherine anti-pandemia, e si sono chieste: perché vietare il primo e imporre le seconde?

Ha cominciato il mese scorso Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

L’attacco, ovviamente, non è piaciuto granché ai francesi. Ma nemmeno a tanti altri commentatori

Ma nemmeno a tanti altri commentatori. Karima Bennoune, relatrice Onu nel campo dei diritti culturali, gli ha ricordato che affermazioni di questo tipo rischiano di delegittimare non solo una vitale misura di salute pubblica, ma anche l’impegno di tante donne musulmane contro l’uso del burqa.

Non deve essere sembrata molto convincente. Perché, nei giorni scorsi, le stesse considerazioni di Roth sono state riproposte sul sito della sezione italiana di Amnesty International in modo più approfondito, ma altrettanto netto. L’introduzione del divieto di indossare il velo integrale in pubblico è stata giudicata il frutto di «un’inedita alleanza tra populisti di destra, gruppi del movimento femminista e laici». Le argomentazioni a sostegno dell’interdizione sono state ritenute «assurde»: in particolare, sono state respinte quelle che ritengono che burqa e niqab siano «minacce alla sicurezza e/o una manifestazione di disuguaglianza di genere», in quanto Amnesty le reputa «interpretazioni presentate come dogmi». La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera alla legge francese è stata definita «una delusione sconcertante», la conferma di una diffusa «ipocrisia». Anche il titolo e la conclusione del pezzo hanno voluto riprendere in pieno le affermazioni di Roth: Una mascherina contro il Covid-19 è davvero così diversa da un niqab?

Beh, sì. Decisamente. L’imposizione della mascherina e del confinamento ha certamente costituito una riduzione temporanea della libertà di tutti, main nome di un principio ancora più elevato, quello della salute di tutti (della libertà di ognuno di non essere contagiato, per essere ancora più precisi) – in un periodo in cui, per le stesse ragioni, le persone autorizzate a spostarsi da casa sono state peraltro poche. Per contro, niqab e burqa sono, nella migliore delle ipotesi, manifestazioni di devozione di alcune fedeli particolarmente zelanti: perché l’appartenenza religiosa dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre forme di copertura del volto (come, per esempio, un casco integrale o un passamontagna)?

Che vi siano donne che vogliano indossarli è indubbio, ma sorprende che si dimentichi così facilmente che, da Khomeini in poi, l’insistente richiesta di indossare il velo è stato un elemento centrale della strategia delle compagini islamiste, ulteriormente accentuato da gruppi terroristici come i talebani e l’Isis: tutta gente che con i diritti umani ha sempre avuto ben poco da spartire. Sfortunatamente, il mondo del volontariato non è stato il solo a sottovalutare il problema. Pensiamo a quello della cultura, ben esemplificato dalla normalizzazione del velo attuata dal Museo Egizio di Torino. L’industria dell’effimero ci si è addirittura buttata a capofitto: dall’uniforme per le bambine delle elementari creata e venduta da Marks&Spencer (e pazienza se, storicamente, la dottrina prevalente pretendeva l’uso del velo soltanto dopo l’arrivo del primo ciclo) alla testimonial di L’Oreal (poi licenziata per i suoi tweet contro Israele – e che ora si presenta senza velo, pur continuando a vendere veli). L’identificazione “musulmana = velata” è diventato ormai un assioma anche in occidente, per la totale soddisfazione degli islamisti di tutto il mondo.

Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto

Purtroppo, effimero e non centrale è anche l’impegno delle ong contro la legge iraniana che impone il velo a tutte le donne, musulmane o no. Sembra infatti che preferiscano lottare contro i divieti di indossare il velo integrale vigenti in alcuni paesi occidentali, incuranti del fatto che tali divieti sono più frequenti fuori dall’Europa. Al punto che, pur di accreditare le rivendicazioni islamiste, Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto, perché «una maschera è fondamentale per protestare dove sussistono preoccupazioni del tutto legittime sull’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale»: in Europa? Dove a coprirsi il volto sono spesso maneschi neofascisti?

Per coerenza, se veramente ritengono che quella di indossare il burqa sia una libera scelta, Human Rights Watch e Amnesty International dovrebbero chiedere, nello stesso tempo e con le stesse motivazioni, di abolire anche il divieto di poligamia. Per quanto mi riguarda, è sicuramente più libera e pacifica la scelta di girare in pubblico completamente nudi, ma non si vede alcun attivismo in favore dei naturisti. È triste constatare che chi si impegna per i diritti dell’uomo preferisce difendere le prerogative di una religione, anziché i diritti delle donne che patiscono precetti patriarcali. È meritorio battersi ovunque per la libertà: ma confinare le donne tra quattro mura o in un abito che non possono non scegliere, piaccia o no, fascismo è e fascismo resta.



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Senza oneri per lo stato: perché non bisogna finanziare le scuole cattoliche

Che i sostenitori delle scuole private si vergognino così tanto a chiamarle “private” è già di per sé significativo

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Immagine al solo scopo di corredo articolo

150 milioni. A tanto ammonta l’ultimo regalo del governo alle scuole cattoliche. Un regalo che ha scatenato molte reazioni negative, alcune persino inaspettate. Che ci fanno ben sperare per il futuro.

Un esempio per tutti. L’europarlamentare Pd Pina Picierno, presentando l’ennesima concessione di fondi come “una buona notizia” e rilanciando una sua recente intervista al quotidiano dei vescovi Avvenire, pensava probabilmente di incassare il plauso dei cattolici. Ha invece riscosso quasi esclusivamente critiche – soprattutto dalla sua base, che sembra ormai esasperata dal continuo, totale appiattimento nei confronti delle assillanti richieste delle gerarchie cattoliche.

Per rispondere a tali “attacchi” è quindi sceso in campo, sull’Huffington Post, un pezzo da novanta dei cattolici del Pd: il costituzionalista e deputato Stefano Ceccanti. Il quale ha fatto a sua volta ricorso ad affermazioni discutibili, come quella secondo cui “le scuole paritarie che accettano i vincoli penetranti posti dal legislatore sono scuole pubbliche a tutti gli effetti”. A parte che di vincoli ne esistono purtroppo ben pochi, se fosse stato corretto avrebbe dovuto scrivere che “le scuole private che accettano i vincoli penetranti posti dal legislatore sono scuole paritarie”. È evidente a tutti che non sono pubbliche, perché non sono né di proprietà pubblica, né a gestione pubblica. Che i sostenitori delle scuole private si vergognino così tanto a chiamarle “private” è già di per sé significativo: sanno bene che il lettore medio non gradirebbe granché. E cercano quindi di intortarlo.

L’argomentazione principale di Ceccanti è però che la costituzione autorizza tali finanziamenti. E su questo ha (parzialmente) ragione. L’articolo 33 recita infatti: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”. La formulazione è (volutamente?) ambigua: il “senza oneri per lo stato” è valido sempre, o soltanto al momento dell’istituzione delle scuole? Nell’incertezza, entrambe le interpretazioni sono ahinoi legittime. Ha quindi buon gioco Ceccanti a sostenere la legittimità dei finanziamenti alle scuole cattoliche, che “non solo […] il decisivo passaggio [della legge] del 2000, ma anche la giurisprudenza costituzionale hanno confermato quell’impostazione, arricchita peraltro nel 2001 dal riconoscimento nell’articolo 118 della Carta del principio di sussidiarietà orizzontale”.

Il loro è un modello economico che non può più funzionare, senza l’aiuto dei contribuenti

‘Legittimo’ non è però sinonimo di ‘auspicabile’. E dovremmo chiederci (Ceccanti non lo fa) perché, dall’approvazione della costituzione fino al 2000, nel corso quindi di oltre mezzo secolo dominato dalla Democrazia Cristiana, l’esigenza di una legge sulla parità scolastica non veniva manifestata così insistentemente. La ragione è semplice: è cambiata la società. La secolarizzazione ha continuato ad avanzare, i genitori sono diventati un filo più moderni e non hanno più spedito i figli in ambienti ritenuti protetti, i religiosi che insegnano gratis o sottopagati sono calati vertiginosamente. Le scuole cattoliche sono semplicemente andate in crisi. Il loro è un modello economico che non può più funzionare, senza l’aiuto dei contribuenti.

Non lo sostengo io: lo affermano loro stesse. Anzi: lo affermavano già nel 1999. Nel 2000, il giorno stesso dell’approvazione della legge sulla “parità scolastica”, padre Perrone affermava di condividerne largamente il testo, ma nello stesso tempo si lamentava dei pochi soldi che avrebbe ricevuto, e già chiedeva “rimborsi alle famiglie calcolabili intorno all’80 per cento delle rette annuali”. I soldi erogati alle scuole cattoliche non sono però affatto pochi. Stando ai calcoli dell’Uaar, ogni dodici mesi ricevono infatti 430 milioni dallo stato e 500 milioni dalle amministrazioni locali. Con l’ultimo obolo si è quindi superato il miliardo in un anno.

Sono ben spesi, i nostri soldi? No. E per tante ragioni, che chiunque può approfondire: in sintesi, ne possiamo ricordare almeno dieci.

  • Le scuole cattoliche non rappresentano un risparmio per la casse pubbliche.
  • Troppo spesso si rivelano diplomifici.
  • Discriminano verso gli insegnanti che compiono scelte di vita e hanno orientamenti sessuali non conformi alla dottrina.
  • Respingono sovente anche i disabili.
  • Fanno parte di un’organizzazione, la chiesa, che nega costitutivamente le pari opportunità alle donne.
  • Sono scuole di parte: non sono quindi di tutti e per tutti.
  • Il modello educativo è di retroguardia.
  • La qualità del loro insegnamento è mediamente minore.
  • Il loro insegnamento non è imparziale, ma è basato sulla dottrina cattolica.
  • Creano quindi precoci cattolici, non futuri cittadini.

Vogliono finanziare le scuole cattoliche soltanto perché “ce lo chiede la chiesa”

E dire che, in altri contesti, il Pd si batte contro discriminazioni di questo tipo. Quando il contesto è cattolico, il Pd si comporta però in maniera diametralmente opposta. Comprendiamo quindi perché Ceccanti sente la necessità di scrivere che la 62/2000 è “un’ottima legge dei governi di centrosinistra” senza nemmeno tentare di spiegarci perché lo sarebbe – come non ce lo spiega Picierno: non hanno alcuna valida argomentazione da proporci. Vogliono finanziare le scuole cattoliche soltanto perché “ce lo chiede la chiesa”. Ma, per onestà, dovrebbero allora aggiungere che “la accontentiamo volentieri perché siamo clericali”.

Si tratta purtroppo di un atteggiamento che va ben oltre il Pd. Spetta quindi a noi far capire ai parlamentari che nessun genitore laico deve essere forzato a mandare i propri figli in istituti cattolici, e che nessuno studente ateo deve essere obbligato a frequentarli. Per lo stato, finanziare le scuole cattoliche è sempre e soltanto un onere, dei più gravosi e ingiustificati. Poiché la costituzione non impone di finanziarle, la legge che lo consente va quindi abolita.

E tutti a scuola nella scuola di tutti.



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Il governo Conte firma un protocollo con la Cei per riaprire le messe ai fedeli

Il governo Conte ha firmato con i vescovi un protocollo preferenziale per riaprire le messe ai fedeli, concedendo solo ai cattolici l’esercizio del diritto costituzionale di riunione.

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La Cei, che nelle scorse settimane aveva fatto pesanti pressioni sull’esecutivo, ha apprezzato la collaborazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del ministero dell’Interno Luciana Lamorgese e in particolare del prefetto del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione Michele Di Bari e il capo di Gabinetto Alessandro Goracci, e del comitato tecnico-scientifico.

A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.

Presso il Viminale si è svolta inoltre una videoconferenza tra i funzionari del Ministero dell’Interno e i rappresentanti delle confessioni religiose, comprese quelle non firmatarie di intese con lo stato. Tra le problematiche emerse che richiedono un trattamento privilegiato: le modalità per garantire la preghiera finale del Ramadan (24 maggio); la mobilità dei ministri di culto ortodossi, mormoni, baha’i ed evangelici; l’arrivo dall’estero di maestri buddhisti Soka Gakkai per la consegna di un oggetto rituale; la preghiera ebraica quotidiana che richiede almeno dieci persone.

La sindaca di Roma Virginia Raggi si è prontamente adeguata alle richieste del vicariato per sanificare le 337 parrocchie della diocesi della Capitale, stipulando un accordo con l’Esercito che avvierà operazioni straordinarie di igienizzazione in coordinamento con Ama, la società municipalizzata per i servizi ambientali.

La presidente dell’Assemblea provinciale del Pd di Reggio Emilia, Gigliola Venturini, “da laica” (sic!) ha contestato nove consiglieri comunali della maggioranza che avevano diffuso un documento in cui, per la grave situazione del Covid-19, invitavano ad ascoltare i medici e non cedere alle pressioni della Cei per riaprire le messe ai fedeli. A suo dire, “sono fuori luogo richiami dal sapore anticlericale, superati da tempo”.

Durante l’emergenza coronavirus molte strutture ospedaliere non garantiscono l’accesso all’interruzione di gravidanza, nonostante le rassicurazioni del Ministero della Salute.

La Regione Piemonte e le diocesi della zona hanno aperto un tavolo di lavoro denominato Top – Tavolo oratori Piemonte per studiare le modalità per riaprire gli oratori estivi durante l’emergenza coronavirus. Il presidente della Regione Alberto Cirio ha inoltre garantito lo stanziamento di 2 milioni di euro del Piano Riparti Piemonte per sostenere anche gli oratori.

Il leader del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi ha criticato la “lobby Lgbt”, che “con i propri referenti ben saldi a Palazzo Chigi, è riuscita a ottenere la dizione ‘affetti stabili’ per i loro incontri sessuali in fase 2” dell’emergenza coronavirus.

Il sindaco di Asti Maurizio Rasero ha partecipato, con fascia tricolore, alla preghiera in chiesa per il patrono della città san Secondo presieduta dal vescovo.

Il leader della Lega Matteo Salvini è riapparso sui social per una preghiera con rosario e crocifisso e altre condivisioni volte a coinvolgere l’elettorato cattolico tradizionalista.

Il consigliere comunale di Trieste Salvatore Porro ha organizzato un rosario in piazza dell’Unità per chiedere l’intercessione della Madonna, senza nessun intervento da parte dell’amministrazione o delle forze dell’ordine. Anche il consigliere comunale Fabio Tuiach aveva annunciato la sua partecipazione.

Paolo Brosio, noto integralista cristiano, è stato invitato a tenere una videolezione sulla fede durante l’ora di filosofia agli studenti del liceo classico di Vallo della Lucania (SA), in collaborazione con il docente.

Il sindaco di San Giovanni Rotondo (FG) Michele Crisetti ha ricordato un “miracolo” di 42 anni fa, quando un pullman rischiò di precipitare in un dirupo, rimanendo in bilico e causando la morte dell’autista e di un passeggero.

Il direttore dell’ospedale Lastaria di Lucera (FG) ha ricevuto in omaggio da parte del vescovo un dipinto di padre Pio per la struttura.

L’amministrazione di Cornuda (TV) ha sostenuto la raccolta fondi di una chiesa per la sanificazione di cinema parrocchiale e oratorio.



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