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Le leggende metropolitane sull’aborto

Dai documentari di propaganda al sofisma di Beethoven, dalle foto miracolose alle bufale sui vaccini, ecco alcune delle leggende metropolitane sull’aborto care ai pro-life

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Il 19 maggio la Marcia per la vita ricorderà all’Italia, ancora una volta, come il diritto all’aborto, cioè all’interruzione volontaria di gravidanza, sia ancora in buona parte negato. Non basta infatti la farsa dell’obiezione di coscienza a rendere l’accesso all’intervento, in teoria garantito per legge, una corsa a ostacoli (nelle strutture pubbliche, ovviamente). Come mostra l’ennesimo manifesto antiabortista, bisogna considerare anche il costante linciaggio della libera scelta. L’aborto deve essere una cosa sporca, immorale, criminale, la sola parola deve suscitare repulsione e colpevolezza. Funzionali a questa narrazione, da noi come altrove, oltre alle solite bufale (come quella del rischio di cancro per chi abortisce) si sono affermate anche diverse leggende metropolitane.

«Hai appena ucciso Beethoven»

[…] una donna ha la tubercolosi, e il padre la sifilide; insieme i due hanno avuto e generato quattro bambini – il primo bambino è nato cieco, il secondo è nato prematuro, il terzo era sordo e muto, il quarto è nato con la tubercolosi – ed ora ne aspettano un quinto: raccomandereste loro di abortire? Se la risposta è affermativa, sappiate che non sarebbe mai nato Beethoven (1770 –1827).

Il testo proviene da un articolo del 2015 su Tempi.it, ed è una delle tante incarnazioni del cosiddetto sofisma di Beethoven,  da almeno cinquant’anni  tra le munizioni retoriche dei cosiddetti pro-life. L’argomentazione è in teoria prontamente smontabile con un controesempio, come ha fatto l’ecologo Garret Hardin: se vogliamo giocare al gioco “cosa sarebbe successo se?”, con la stessa onestà potremmo chiederci se la madre di Adolf Hitler avrebbe dovuto abortire.

Ma è importante notare che il sofisma di Beethoven, oltre a essere completamente inutile a qualsiasi discussione sensata sull’interruzione volontaria di gravidanza, è anche disonesto . In poche righe sono infatti concentrate una serie di mirate inesattezze. Ludwig van Beethoven non era il quinto figlio (in alcune versioni è presentato addirittura come l’ottavo), ma il secondo. Il primogenito, anche lui di nome Ludwig come il nonno, visse solo sei giorni. Solo il compositore e due fratelli raggiunsero l’età adulta, ma non sappiamo praticamente nulla dei 3 fratelli e della sorella morti da bambini. La madre, Maria Magdalena Keverich, è morta quarantenne di tubercolosi, ma non si sa quali fossero le sue condizioni quando nacque il compositore. La sifilide del padre non è mai stata diagnosticata, è solo una delle tante ipotesi fatte per spiegare lo stato di salute di Ludwig, morto a 56 anni.

Aborto come doping

Anche famose enciclopedie ne parlano come di un fatto accertato, una pagina buia della storia dello sport. Eppure la realtà è che a oggi non ci sono prove degne di questo nome che esista, o sia esistita, la pratica diffusa di concepire un figlio e abortire allo scopo di esaltare le prestazioni sportive. Le voci cominciarono a circolare durante la Guerra fredda, e in particolare è stata attribuita alle atlete del blocco sovietico a partire dalle olimpiadi del 1956. La teoria alla base della presunta pratica è che, grazie ai cambiamenti ormonali, si sarebbero ottenuti in maniera naturale gli effetti di un doping. Il rapporto costi/benefici di questo metodo è tutt’altro che scontato, ma in tempi di corsa agli armamenti ha poco senso scartare qualcosa come troppo irrazionale: il clima era tale che poteva anche essere vero. Non c’era nessuna prova, ma ormai il sasso era stato lanciato, e la voce riemerse nei decenni successivi, generando molte discussioni ma niente di più. Nel 1994 arriva il colpo di scena: una tv tedesca intervista Olga Karasyova, ginnasta medaglia d’oro alle olimpiadi del ’68 a Città de Messico. L’atleta confessa che a 14 anni, prima dei giochi, è stata costretta a fare sesso con uno degli allenatori per rimanere incinta e poi abortire, pena l’esclusione dalla squadra. Come spiega Snopes, nel 1998 l’atleta denuncia per diffamazione a un giornale russo che aveva ripreso quelle affermazioni. Non era lei l’intervistata dalla tv tedesca, in quel momento era in crociera. L’unica prova della presunta pratica sarebbe quindi una testimonianza poi smentita.

Ma se alla nascita la leggenda sembrava alimentata dalla diffidenza per quello che accadeva oltre la cortina di ferro, in seguito è entrata a far parte dell’armamentario propagandistico dei movimenti pro-life nordamericani.

Il grido silenzioso

Il grido silenzioso è un cortometraggio di propaganda pro-life del 1984. Tradotto in diverse lingue e ora ampiamente disponibile di Youtube, ha l’obiettivo di mostrare l’aborto come uno Snuff movie .

Dopo aver mostrato gli strumenti usati dai medici, il Dr. Bernard Nathanson passa a commentare una serie di ecografie effettuate durante un aborto alla dodicesima settimana. L’obiettivo è dimostrare che l’embrione durante l’aborto soffre ed è spaventato, al punto da spalancare la bocca per urlare. Per farlo si usa ogni manipolazione possibile e immaginabile, non solo con le parole della narrazione, ma anche variando la velocità in modo da far recitare meglio l’embrione. Il film è stato immediatamente smontato dagli esperti (anche oggi il consenso è che entro il trimestre l’embrione non abbia le strutture per percepire il dolore) ma ovviamente non era a questi che era rivolto. Uno dei più grandi fan dello spot anti-abortista fu infatti il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Secondo il Dr. Nathanson, la mente dietro al video, a ispirare l’operazione sarebbe stata proprio una frase di Reagan, secondo il quale l’aborto era una lunga agonia per embrione.

La mano della speranza

Durante una delicata operazione fetale, una manina emerge dalla pancia della mamma e afferra il dito del chirurgo. Un fotografo coglie l’attimo ed è nata la leggenda. La mano della speranza e la storia che l’accompagna sono dei primi anni 2000, ma continuano a circolare tra gli antiabortisti. In una discussione razionale sull’aborto, un evento del genere non dovrebbe aggiungere o togliere nulla, a partire dal fatto che la donna non stava nemmeno abortendo. Ma volendo stabilire un’equivalenza tra la scelta di abortire e l’omicidio, non poteva andare diversamente. Intento propagandistico a parte, la foto è al 100% vera, mentre non si può dire lo stesso dei fatti che spesso la accompagnano. Il dottor Dr. Joseph Bruner, autore dell’intervento sul feto malato di spina bifida, ha smentito un particolare fondamentale: la mano della speranza non è uscita dall’utero per volontà del feto, né ha mai afferrato il suo dito. Sia la madre che il feto erano sotto anestesia, e non poteva esserci alcuna azione volontaria. Il braccio è fuoriuscito passivamente e il chirurgo non ha fatto altro che spingerlo dentro. Il fotografo però, si convinse di aver immortalato il miracolo.

Horror story: ristoranti, vaccini, bibite

Anche il destino degli embrioni abortiti genera leggende. Una molto comune si basa sul loro presunto potenziale culinario presso altri popoli, in particolare i cinesi. D’altra parte le leggende sui ristoranti cinesi sono così numerose che non stupisce comprendano carne umana al menù, che si tratti del nonno di cui riciclare i documenti o aborti clandestini in fondo fa poca differenza. Più subdole, specialmente di queste tempi, le leggende che legano aborti e vaccini. Se ci sono feti abortiti nei vaccini, allora secondo alcuni potrebbero addirittura esistere i contorni per una obiezione di coscienza. La realtà è presto detta: esistono linee cellulari ricavate da feti volontariamente abortiti, e sono usate anche per coltivare i virus necessari alla preparazione dei vaccini, e quindi a salvare vite umane. Queste linee cellulari esistono da decenni, cioè le cellule provenienti da campioni prelevati negli anni ’30 o ’40 vengono da allora coltivate: non c’è quindi bisogno di un costante approvvigionamento. Si stima, tra l’altro, che l’immunità garantita dalle principali vaccinazioni prevenga 633000 aborti spontanei solo negli Usa.

Una variante della leggenda vorrebbe addirittura i feti abortiti nelle bibite e in altri alimenti industriali. Anche in questo caso infatti si sfrutta la scarsa dimestichezza del pubblico sull’uso delle colture cellulari, che non sono esclusive del settore biomedico. Nessuna lattina di Pepsi, ovviamente, contiene tessuti o cellule fetali, ma come altre grandi aziende citate nella bufala collabora con Senomyx, una compagnia biotecnologica che studia gli additivi alimentari. E Senomyx detiene dei brevetti in cui compare la sigla HEK293, una linea di cellule di fegato derivata da un feto degli anni ’70. Le cellule sono state modificate per esprimere i recettori che ci permettono di sentire le fragranze, consentendo alla compagnia di testare velocemente nuovi aromi. Questo è bastato a creare la bufala che i grandi marchi che si servono di Senomyx usino feti abortiti per fabbricare loro prodotti. Che il reparto ricerca e sviluppo di Senomyx si serva di una comunissima linea cellulare sul mercato non dovrebbe essere particolarmente sconvolgente, ma non aveva fatto i conti con gli antiabortisti…





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Brindisi, lo insultano perché gay, i compagni lo difendono: #Siamotuttifroci

Striscioni di solidarietà da parte degli altri studenti. La vittima replica: con voi mi sento più forte

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BRINDISI –  Hanno imbrattato muri e scale esterne di una scuola superiore di Brindisi con insulti omofobi rivolti a un ragazzo minorenne, di cui hanno scritto anche il nome e cognome. Ma i suoi suoi compagni di scuola lo hanno difeso con un flash mob, tappezzando la facciata dell’istituto con striscioni sui quali c’era l’hashtag «#siamotuttifroci». Al flash mob, all’esterno dell’istituto alberghiero, hanno partecipato studenti, docenti e anche i ragazzi delle altre scuole superiori della città. La notizia è riportata sull’edizione online di Repubblica Bari.

Le scritte omofobe sono state realizzate ieri e fatte rimuovere immediatamente dal dirigente scolastico Vincenzo Antonio Micia. E questa mattina alla manifestazione è intervenuto anche il ragazzo vittima degli insulti. Parlando ai suoi coetanei, pubblicamente, ha detto: «Io sono fortunato, ho accanto la mia famiglia e i miei amici, oggi la vostra vicinanza mi fa sentire più forte in questo mio percorso di vita».

Dopo le sue parole, secondo quanto riferito dal quotidiano, anche altri ragazzi hanno fatto ‘coming out’: «Che ne sapete voi della paura, quella che ci distrugge – ha detto uno studente – che annienta le famiglie, gli amici di scuola. Che ne sapete voi del dolore, che dura finché qualcuno non ti libera, accettandoti per quello che sei, un omosessuale».

Per i rappresentati degli studenti dell’Alberghiero di Brindisi e Carovigno, questo episodio «testimonia quanto siano ancora radicate, proprio tra noi giovani, l’ignoranza, la paura del diverso e l’intolleranza». «Questa scuola – ha concluso Micia – costruisce ponti e non permetterà l’omofobia».

LE PAROLE DEL GARANTE ABBATICCHIO – «Nulla può l’imbrattare i muri e scale esterne di una scuola superiore di Brindisi con insulti omofobi rivolti a un ragazzo minorenne, di cui hanno scritto anche il nome e cognome, quando i suoi compagni di scuola lo difendono con un flash mob, tappezzando la facciata dell’istituto con striscioni sui quali c’era l’hashtag #siamotuttifroci. Lo afferma Ludovico Abbaticchio, Garante pugliese dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, intervenendo su quanto accaduto a Brindisi.

«Ha fatto scuola – prosegue Abbaticchio – il preside Gianluca Dradi, dirigente scolastico del liceo scientifico ‘Oriani’ di Ravenna, che ha lasciato la scritta che lo accusava di essere gay sui muri della sua scuola spiegando: ‘Resti lì come pietra d’inciampo per l’intelligenza umana’».





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Darwin Day, le leggende metropolitane sull’evoluzione

Con l’arrivo del Darwin Day torniamo a parlare delle leggende metropolitane legate all’evoluzione e al suo più celebre papà

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Il 12 febbraio si celebrerà in tutto il mondo il Darwin Day. Come sempre università, musei, scuole e associazioni hanno organizzato un calendario di eventi divulgativi dedicati alla teoria portante della biologia e al suo più celebre papà, insieme ad Alfred Russel Wallace.

Facciamo ancora molti errori sull’evoluzione. Su Wired abbiamo raccontato che spesso derivano dalla propaganda creazionista, altre volte sono diffusi fraintendimenti della teoria (troppo spesso raccontata in modo semplicistico). Ci sono poi le citazioni inventate attribuite al povero Darwin e le leggende storiche. In occasione del 210ecimo anniversario della nascita, ricordiamo alcune delle leggende metropolitane su Darwin e l’evoluzione ancora da esplorare.

Darwin era ateo
In un’altra occasione abbiamo ricordato la bufala della conversione di Darwin sul letto di morte, ma nonostante lo scienziato sia diventato uno dei simboli dell’ateismo, Darwin personalmente non era nemmeno ateo.

Grazie al lavoro degli storici sulle sue lettere e i suoi diari, è infatti stato possibile ricostruire il suo pensiero anche sulla spiritualità. Come il padre e il nonno, Darwin maturò fino a ritenere le religioni convenzionali autoritarie e discriminatorie. Inoltre, sia per quello che andava scoprendo, sia per tragedie familiari, Charles Darwin perse la fede nella Provvidenza.

Tuttavia si può affermare che Darwin fosse teista, cioè poteva credere a un creatore che avesse messo in moto l’universo, e niente di più.

Si potrebbe obiettare che dal punto di vista pratico la sua visione fosse almeno vicina a quella atea, ma il punto è che lui non si definì mai tale. Negava di essere mai stato ateo nella sua vita, al massimo agnostico, e per quanto lo riguardava confinava il suo lavoro alla scienza, evitando di attaccare la religione.

Nel libro Due atei, un prete e un agnostico: Pranzo a casa Darwin Federico Focher racconta un famoso incontro tra Darwin e due intellettuali atei, Ludwig Büchner e Edward B. Aveling. Al pranzo era presente anche il Reverendo Brodie Innes, amico di Darwin con il quale aveva fondato il Friendly Club, una società di mutuo soccorso per persone in difficoltà. Era il 1881, un anno prima della morte, e anche in quell’occasione Darwin ribadì di considerarsi agnostico e non ateo, pur confermando di avere abbandonato la cristianità dopo i quarant’anni e riconoscendosi in alcuni ragionamenti proposti dai due.

Un anno prima Darwin aveva gentilmente rifiutato che Aveling gli dedicasse The student’s Darwin, un libro dove attaccava frontalmente la religione. Essendo Aveling genero di Marx, e visto che la lettera era stata trovata tra le sue carte, questo generò la bufala che il filosofo gli avesse chiesto di potergli dedicare il Capitale.

Darwin, il ladro seriale di teorie
Darwin è considerato co-scopritore della selezione naturale assieme ad Alfred Russel Wallace. Nonostante i documenti parlino chiaro, più di una volta è stato insinuato che Darwin non avesse fatto altro che scippare il merito all’altrettanto geniale Wallace. Ma esiste un’altra teoria del complotto: Darwin avrebbe copiato da Patrick Matthew, un orticoltore scozzese.

Negli ultimi anni questa tesi è stata portata avanti dal criminologo Mike Sutton. A Sutton bisogna riconoscere il merito di aver smontato una famosa leggenda metropolitane accademica, quella secondo cui l’errata credenza degli spinaci ricchi di ferro deriverebbe da un decimale spostato per errore. Con la storia della scienza, però, Sutton non se l’è cavata altrettanto bene. Gli storici non mettono in dubbio che Matthew nel 1831 avesse abbozzato una descrizione che anticipava la selezione naturale.

Lo riconobbe anche Darwin, quando lo venne a sapere nel 1860. La tesi di Sutton, però, è che Darwin (e Wallace) conoscessero il lavoro da molto prima. Questo non solo è molto improbabile, ma non esistono prove. Matthew fece una descrizione simile alla selezione naturale negli appendici al suo libro Naval Timber and Arboriculture: non si può escludere che qualche naturalista lo abbia avuto tra le mani, ma di certo quelle idee non sono penetrate nella comunità scientifica del tempo. Nemmeno Matthew, dal canto suo, aveva mai accusato Darwin di plagio, si era limitato a ricordare il suo lavoro precedente, che Darwin poi nominò, assieme a quelli degli altri pionieri, a partire dalla terza edizione dell’Origine delle specie (1861).

La selezione del granchio samurai
Nelle acque del Giappone vive il granchio samurai (Heikeopsis japonica). Il crostaceo deve il suo nome alla forma del suo carapace, che ricorda un samurai arrabbiato. Secondo il folklore, i granchi sono guerrieri samurai reincarnati. Come si è evoluta la forma del carapace? L’astronomo e divulgatore Carl Sagan propose al pubblico una spiegazione molto suggestiva nella seconda puntata della premiatissima serie Cosmos (1980). I pescatori giapponesi avrebbero cominciato a ributtare in acqua, per rispetto, i granchi con il carapace più somigliante al volto di un guerriero, trattenendo invece gli altri esemplari che catturavano.

Nel tempo questa involontaria selezione avrebbe portato le popolazioni a un carapace sempre più antropomorfo. L’ ipotesi era stata avanzata 30 anni prima da Julian Huxley, bis-nipote del mastino di Darwin, Thomas Henry Huxley, ma è troppo bella per essere vera. Per cominciare quei granchi, spiega il biologo Richard Dawkins, non hanno valore alimentare, samurai o non samurai. Non è possibile quindi la selezione involontaria descritta. Piuttosto, siamo noi che per evoluzione tendiamo a trovare facce ovunque ci sia simmetria, anche su un guscio di granchio. L’illusione della faccia del samurai è data dal modo in cui i muscoli del crostaceo sono disposti e collegati al carapace soprastante, e se ci sforziamo possiamo vedere facce anche in molti altri invertebrati, fossili compresi.

La 100esima scimmia
All’inizo degli anni ’50 dei ricercatori cominciarono a studiare un gruppo di macachi giapponesi (Macaca fuscata) che vivono su un’isoletta dell’arcipelago del Giappone. Una delle scimmie imparò a lavare nell’acqua le patate dolci offerte dai ricercatori, e altri esemplari cominciano a imparare. Nel 1958, successe qualcosa di miracoloso. Tutte le scimmie, improvvisamente, impararono a lavare le patate, anche nelle isole vicine. È la descrizione dell’effetto della 100esima scimmia, che in base a queste osservazioni postula l’esistenza di una massa critica raggiunta la quale, magicamente, un gruppo sociale acquisirebbe una coscienza collettiva. Il guru Deepak Chopra, famoso per le sue bufale a base di meccanica quantistica, scrisse che in base alla teoria di Darwin quello che è stato osservato è impossibile.

In questo il guru ha assolutamente ragione. Non perché esista un meccanismo simile alla telepatia mai considerato dalla scienza, ma perché la storia è falsa. Il mito della centesima scimmia è stato creato negli anni ’70 dal biologo e divulgatore Lyall Watson. Watson si rifece ai lavori di alcuni primatologi che studiavano le scimmie sull’isola Koshima, che effettivamente osservarono una trasmissione culturale tra i primati, un dato molto significativo per l’epoca. Ma non parlarono mai né di 100esima scimmia, né di massa critica, e non ci fu mai un momento in cui, improvvisamente, tutte le scimmie impararono la nuova attività senza il normale apprendimento.

Alla fine dello studio c’erano 59 scimmie nella colonia, 36 avevano imparato a lavare le patate, e il processo era stato graduale e sempre per apprendimento. Il 1958 era stato davvero un anno spartiacque secondo i ricercatori, ma non ha niente a che vedere con le invenzioni di Watson. In quell’anno le giovani scimmie, che per prime avevano imparato da sole il trucco, erano salite nella gerarchia e avevano cominciato a riprodursi. Il lavaggio della patate poteva essere quindi insegnato direttamente dalle madri ai cuccioli.

Watson descrisse l’effetto della centesima scimmia, a suo dire, sulla base di aneddoti e folklore dei primatologi, ma anche primatologi autori dello studio si sono fatti avanti per negare decisamente di aver mai assistito al miracolo descritto. La storia fu smontata solo nel 1985, ma per allora l’effetto della centesima scimmia era già diventato popolarissimo, soprattutto in ambito New Age. Oggi si trova ovunque, dai libri sulla Programmazione neuro linguistica alle insalate di spiritualità e fisica quantistica. Dà anche il titolo a un documentario, La centesima scimmia – Schiavi dell’euro, che a quanto pare vanta musiche di Povia sui titoli di coda.





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Parlare di sessualità con l’Arcigay non si può: il preside blocca l’assemblea

Polemica al liceo Tito Livio di Martina Franca, la denuncia degli studenti: “interrogarsi sull’educazione alle differenze e all’affettività risulta ancora un tabù”

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Si può parlare a scuola di sessualità e affettività con i gay? No. Nell’Italia m moralista e bacchettona ancora non si può:
Il preside del liceo Tito Livio di Martina Franca ha fermato tutto, bloccato l’invito ai rappresentanti dell’Arcigay di Taranto.
Subito c’è stata la denuncia politica: “Assistiamo all’ennesimo atto repressivo all’interno dei luoghi della formazione – denuncia l’Unione degli studenti Puglia – Nella nostra regione non è il primo episodio di questo genere, ciò ci dimostra come a oggi interrogarsi sull’educazione alle differenze e all’affettività risulta ancora un tabù”.

E aggiunge: “Nel momento in cui la conoscenza dei corpi e di se stessi dovrebbe essere fondamentale in particolar modo in età adolescenziale, vediamo la continua costruzione all’interno dell’opinione pubblica di una falsa retorica in merito a una fantomatica teoria Gender, che, a dire delle associazioni omofobe e pro-vita, devierebbe le giovani menti”.
I ragazzi hanno fortemente criticato il preside: ”Ha detto che la scuola non può sostituirsi ai genitori nell’educazione all’affettività – spiega Davide Lavermicocca di Uds – e anzi, ha anche aggiunto che sarebbe stato necessario il consenso informato da parte degli stessi genitori. Incredibile, primo perché il preside non è tenuto a sindacare l’ordine del giorno di un’assemblea di istituto, e poi perché con il suo atteggiamento ha deresponsabilizzato la scuola della sua funzione pedagogica”.





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thumb Marco Dimitri
10/14/2013

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