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Medicina

Le nuove basi genetiche associate alla depressione

Uno studio, il più ampio svolto finora sui fattori di rischio genetici per la depressione, ha appena scoperto altre 30 varianti genetiche associate alla malattia

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Sale a 44 il numero di varianti genomiche che avrebbero un’associazione con la depressione, malattia che colpisce circa il 14% della popolazione mondiale. A raccontarlo sulle pagine di Nature Genetics sono stati oltre 200 ricercatori, coordinati dalla University of North Carolina e dalla University of Queensland, che nel più grande studio svolto finora sui fattori di rischio genetici per la depressione, ha appena scoperto che 30 nuovi loci, ovvero le posizioni dei geni all’interno di un cromosoma, avrebbero un’associazione statisticamente significativa con questa malattia. “Nel nostro studio dimostriamo che tutti noi portiamo fattori di rischio genetici per la depressione, ma quelli con un numero più elevato sono più sensibili”, spiega la co-autrice Naomi Wray.

La meta-analisi, che ha esaminato i dati di oltre 135mila persone con depressione e 344mila persone sane come controlli, ha identificato 153 geni coinvolti in queste variazioni e ha, inoltre, rilevato che la depressione condivide 6 loci genici associati anche alla schizofrenia. Come precisano i ricercatori, quindi, la base genetica della depressione si sovrappone in modo importante ad altri disturbi psichiatrici come appunto la schizofrenia e il disturbo bipolare. Inoltre, i ricercatori hanno osservato che la base genetica del disturbo depressivo si sovrapporrebbe anche a quella dell’obesità.

Lo studio, quindi, offre importanti indizi biologici che potrebbero portare in futuro a trattamenti nuovi e sempre più mirati.

Questo studio è rivoluzionario”ha spiegato il co-autore Patrick F. Sullivan“Stimare le basi genetiche della depressione maggiore è stato davvero difficile: un numero enorme di ricercatori in tutto il mondo ha collaborato alla realizzazione di questo studio, e ora abbiamo un quadro più dettagliato che mai delle basi genetiche di questa malattia terribile”. C’è ancora molto lavoro da fare, sottolinea l’autore, per capire come la geneticae i fattori ambientali lavorano insieme per aumentare il rischio di #depressione ed essere in grado, un giorno, di sviluppare strumenti importanti per il trattamento e la prevenzione della malattia.

 
  

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Medicina

America, Inghilterra, Messico contro l’Italia no vax: un Paese di untori

Gli attacchi della stampa Usa: “Se andate in vacanza nel Belpaese attenti al morbillo, in Italia è il Far West”. La crisi diplomatica con il Messico e l’allarme dell’Oms sulle decisioni del governo Conte

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La stampa estera non ci tratta con i guanti, anzi in pratica ci dà degli untori. E il tema è sempre quello: i #vaccini . Il Financial Times, in un articolo sulla decisione presa dal Senato di far slittare di un anno l’obbligo della vaccinazione per l’iscrizione a nidi e scuole materne, parla di ritorno al selvaggio West, dove «la salute dei piccoli è lasciata interamente nelle mani delle famiglie». Vedi la chat che abbiamo pubblicato in cui mamme italiane pubblicamente sui social si mostravano orgogliose di contraffare l’autocertificazione. Una preoccupazione simile è rilanciata dal New York Times che segnalava come in Europa la diffusione del morbillo nel 2017 fosse cresciuta in maniera preoccupante. Quasi 15mila casi, di cui un terzo in Italia. Lo stesso giornale americano faceva poi notare che laddove in Italia il governo vuole ora quanto meno limitare l’obbligatorietà delle vaccinazioni, in Francia e in Germania ci si muove nella direzione opposta.

L’attacco di Londra. Un mese fa il Times di Londra aveva attaccato, con un editoriale di David Aaronovitch, le scelte del governo giallo-verde, mettendo addirittura in relazione una recrudescenza dei casi di morbillo nel Regno Unito per via dei cittadini britannici contagiati nel nostro Paese.
Il caso messicano. Intanto tre casi di morbillo potrebbero far scoppiare una mezza crisi diplomatica tra Italia e Messico. Nella capitale centroamericana sono state ricoverate tre persone: si tratta di una donna italiana di 39 anni, di suo figlio – che ha meno di un anno e che quindi non è ancora in età da vaccino – e una collaboratrice domestica che bada al bambino. La 39enne abita a Città del Messico dal 2007 e lavora all’ambasciata del nostro Paese. La conferma dei casi è arrivata direttamente dal ministero della Salute messicano che ha pubblicato una nota scrivendo che l’identificazione è arrivata direttamente dal Sistema Nacional de Vigilancia Epidemiológica (Sinave) che li ha individuati a Ciudad de México in base alle analisi dell’Instituto de Diagnóstico y Referencia Epidemiológico (InDre). Il ministero della Salute messicano ha sottolineato la gravità del fatto, dal momento che tutti i 176 casi di morbillo registrati dal 1996 a oggi sono dovuti a turisti o comunque a stranieri. E intanto da oltre un anno il Centro di documentazione sulle malattie infettive di Atlanta negli Stati Uniti ha inserito l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio morbillo per i turisti americani.

Parla il professor Mantovani. “Ho 8 nipoti e quando viaggiano in auto con me, allaccio per loro le cinture di sicurezza. E i più piccoli li metto dietro, sul seggiolino, per proteggerli da eventuali incidenti. Normale. Nel rispetto della legge. È la stessa logica di protezione che dovrebbe spingere i genitori a vaccinare i bambini contro le malattie infettive. I vaccini sono cinture di sicurezza sanitarie, ma sfortunatamente non tutti sono d’accordo”. Così l’immunologo Alberto Mantovani, professore di Patologia generale all’Humanitas University di Milano, in un’intervista al Corriere della Sera. La legge Lorenzin “è pedagogica. Ben venga la legge, se semplice e chiara, perché aiuta le persone a capire. E in alcune Regioni l’introduzione dell’obbligo ha avuto buoni risultati”, dichiara Mantovani, secondo cui nel nostro Paese “c’è troppa confusione nell’informazione. Non ci dobbiamo dimenticare che abbiamo avuto 5mila casi di morbillo in Italia, anche fra gli adulti, con sei morti, negli ultimi tempi. E questa emergenza è stata registrata dall’Oms, che ci ha ‘onorato’ di un cartellino giallo anche per i turisti in viaggio verso il nostro Paese. E negli Usa il Center for Control Diseases raccomanda a chi viaggia in Italia di vaccinarsi contro il #morbillo “.

 
  

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Medicina

52 casi in Emilia Romagna e Veneto, che cos’è la febbre West Nile?

Quest’anno la trasmissione del virus West Nile è cominciata prima, facendo registrare fino ad ora ben 52 casi confermati di infezione e due decessi, in Emilia Romagna e in Veneto. Ma cos’è esattamente la febbre del West Nile?

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Salgono a 52 i casi registrati e si arriva a ben due decessi per il contagio del West Nile, un virus che si trasmette attraverso una puntura di zanzare del genere Culex e che si sta diffondendo nelle aree umide dell’Emilia Romagna e del Veneto. Proprio il 2 agosto, infatti, si è aggiunto il secondo decesso di un uomo di 79 anni, residente a Verona. La prima vittima, invece, era un 77enne di Ferrara, già affetto da problemi cronici cardio-respiratori.

Quest’anno la trasmissione del virus West Nile è cominciata prima rispetto agli anni precedenti. Come riporta l’ultimo aggiornamento delle attività della sorveglianza integrata del West Nile e Usutu virus, pubblicati nel bollettino periodico, il 16 giugno si è verificato il primo caso umano di infezione confermata e al primo di agosto sono stati bene 52 i casi registrati. In particolare, si legge sul sito di Epicentro dell’Istituto superiore di sanità, sono stati segnalati 16 casi (10 in Veneto e 6 in Emilia Romagna) con manifestazioni di tipo neuro invasivo (di cui appunto 2 decessi), 22 casi di febbre (10 in Emilia Romagna e 12 in Veneto) e 14 casi in donatori di sangue (11 in Emilia Romagna e 3 in Veneto).

Ma cos’è esattamente questa febbre? È una malattia provocata dal virus West Nile (West Nile Virus, Wnv), un virus della famiglia dei Flaviviridaediffuso in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America. I serbatoi del virus sono principalmente gli uccelli selvatici e le zanzare, più frequentemente del genere Culex, le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione agli esseri umani (il virus può infettare anche cavalli, cani, gatti e altri mammiferi).

La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona e il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia dai 2 ai 14 giorni, fino a un massimo di 21 giorni nelle persone con deficit del sistema immunitario.

Come riporta Epicentro, la maggior parte delle persone infette, la cui diagnosi viene fatta con test di laboratorio su campioni di siero, non mostra alcun sintomo. Mentre fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri come febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni (fino ad alcune settimane) e variano molto a seconda dell’età della persona: nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, infine, la sintomatologia può essere più grave. Tuttavia, i sintomi più gravi riguardano in media meno dell’1% delle persone infette e si manifestano con febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. E nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’infiammazione dell’encefalo che può essere letale.

A oggi, tuttavia, non esiste né un vaccino (per il momento la prevenzione consiste soprattutto nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare) né una terapia specifica (nei casi più gravi dove viene richiesto il ricovero in ospedale vengono somministrati fluidi intravenosi e respirazione assistita).

Pertanto, consiglia Epicentro, è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente, per esempio usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto. Inoltre bisogna usare le zanzariere alle finestre, svuotare di frequente i vasi di fiori o altri contenitori con acqua stagnante e cambiare spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali.

 
  

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Medicina

Vaccini e omeopatia, Piero Angela: “La scienza non è democratica”

“La scienza non è democratica. Non è emotività. Il ‘pensiero magico’ attira”

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“Ho barato un po’, perché in realtà compio 90 anni l’anno prossimo“. Con questa battuta il giornalista Piero Angelaesordisce nella intervista rilasciata a Gaia Tortora per Omnibus(La7), in occasione dell’uscita del suo ultimo libro autobiografico, “Il mio lungo viaggio – 90 anni di storie vissute”. Tra aneddoti, racconti personali e i suoi 65 anni in Rai, Angela ripercorre velocemente le tappe della sua vita professionale: “Nel ’68-’69 facevo in Rai il telegiornale, ci fu lo sbarco sulla Luna e lo seguii in tutte le sue fasi. Capitai poi in un laboratorio della Nasa, dove si studiava l’esobiologia, cioè la possibilità della vita fuori dalla Terra. Quello fu un pretesto per capire come era nata la vita sulla Terra e lì c’era tutto: geologia, biochimica, paleontologia. E quindi mi sono innamorato. Mi dissi: ‘Questo voglio fare da grande’. Così lasciai il telegiornale e da allora ho fatto solo documentari. Il primissimo documentario, quasi amatoriale, che feci risale al 1951.

E’ dal 1952 che lavoro in Rai tutti i giorni“. E aggiunge: “Negli anni è cambiata molto la Rai: prima c’era una sorta di identificazione delle professioni, che poi si è un po’ persa. E c’era anche una certa dignità nel lavoro, che ora è decisamente inferiore”. Poi sottolinea: “La scienza non è democratica, non ha punti di vista. Non è che ognuno ha una sua idea. E lì, rispetto alla politica, si va più d’accordo, perché due più due fa sempre quattro. L’omeopatia? In quel caso parliamo di pseudo-scienza. Ho fatto lunghe battaglie, perché anche questo rientra in quella categoria dell’emotività. Il ‘pensiero magico’ attira“. Infine, Angela si esprime su quella che è la caratteristica primaria che deve possedere un giornalista televisivo: “Quando lavori in televisione, soprattutto nel servizio pubblico, ti devi spogliare delle tue idee e delle tue passioni. Devi, cioè, cercare di essere obiettivo. Il fatto è che ognuno pensa di essere obiettivo, dicendo cose diverse. Ma l’obiettività sta nell’onestà di ciascuno”

 
  

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