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Cultura Generale

Le sfide vinte e perse dalla scienza nel 2016

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Il 2016 è partito facendoci esultare con le onde gravitazionali e i successi dell’intelligenza artificiale, si conclude con l’amaro di un Nobel mancato per l’Italia, lo schianto di Schiaparelli e l’ombra di Trump sul futuro del clima. Un anno difficile anche per la scienza,  in cui obiettivi a portata di mano si sono rivelati più difficili di quanto pensassimo.

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Una nuova astronomia
La grandissima sfida vinta nel 2016 è stata quella delle onde gravitazionali. Tecnicamente misurate a fine 2015, ma annunciate ufficialmente l’11 febbraio 2016, una data che rimarrà nei libri di storia della scienza. Non tanto perché confermino la teoria della relatività di Einstein: ma perché la misura diretta di queste onde ci rivela un cosmo finora sconosciuto. Finora l’astronomia era una scienza basata su una sola fonte di informazione: le onde elettromagnetiche, dalle onde radio alla luce visibile ai raggi gamma. Ora – grazie anche al contributo dell’Italia – possiamo osservare fenomeni nell’Universo, come la fusione di buchi neri, tramite un tipo di segnale completamente diverso.

È l’inizio di una nuova astronomia, che sta già trovando indizi di una fisica oltre la relatività. Ci sono già nuove osservazioni, e con la riapertura dei rivelatori Ligo e Virgo, l’astronomia gravitazionale può solo crescere. Fino al cielo: sempre nel 2016 la missione di prova Lisa Pathfinder ha mostrato che la misura di onde gravitazionali nello Spazio è possibile.

Make science (not) great again
Brutto clima in America? La vittoria di Donald Trump alle elezioni del 2016 è stata una grossa sfida persa per la ricerca e la cultura scientifica (nonchè forse perfino per la libertà di Internet). Come avevamo analizzato fin daitempi delle primarie, e ricordato in seguito, Trump è un personaggio in sistematica rotta di collisione con la scienza. In prima linea tra i negazionisti del riscaldamento globale, si è scagliato contro le energie rinnovabili. E se The Donald ama stupire e contraddirsi (pochi giorni fa ha incontrato Al Gore, Nobel per il suo attivismo sul cambiamento climatico), le sue nomine parlano chiaro. I negazionisti del clima stanno arrivando nelle stanze del potere. Nel momento peggiore.

Le previsioni dei climatologi sono sempre più pessimiste, il 2016 sarà quasi certamente l’anno più caldo della storia (superando 2015 e 2014), abbiamo sfondato la soglia delle 400 parti per milione di CO2, e l’Artico mostra anomalie climatiche sconvolgenti, venti gradi sopra la media. È tutto tranne il momento di fare marcia indietro sull’accordo di Parigi, eppure è quanto vuole Trump.

Di più, i fondi per tutta la ricerca potrebbero subire tagli e modifiche senza precedenti. Il deputato repubblicano Tom Price, futuro leader del dipartimento Usa della salute, ha sistematicamente cercato di tagliare i fondi alla ricerca e si oppone al sia pur controverso Cancer Moonshotproposto da Obama. La presidenza Trump sta infine mettendo a rischio il precario equilibrio dell’educazione scientifica negli Stati Uniti, che con la scusa della libertà di istruzione privata mette a rischio l’insegnamento dell’evoluzione biologica.

Go, intelligenza artificiale, go!
Per una volta la sfida non èstata metaforica ma concreta. Si è combattutatra 9 e 15 marzo 2016. Il campo di battaglia? La tavola da go, antico gioco cinese tuttora popolarissimo in Asia, ultima spiaggia della supremazia umana in una sfida di intelligenza strategica. Gli sfidanti? AlphaGo, intelligenza artificiale firmata Google, contro il campione mondiale Lee Sedol. La vittoria? Contro ogni previsione, al computer. Finora i migliori programmi di go erano al livello di un buon dilettante. Gli algoritmi che hanno permesso ai computer di diventare campioni di scacchi falliscono infatti davanti alla superiore complessità strategica e sottigliezza del go. Google ha spezzato l’incantesimo con una strategia nuova, quella del deep learning e delle reti neurali. Una vittoria simbolica ma eccezionale, segno della nuova alba dell’intelligenza artificiale. In attesa di nuove sfide al tavolo da gioco.

Lo sterile Fertility Day
Il rapporto tra l’Italia e la scienza è sempre complicato, e il 2016 non fa eccezione. Virus e batteri, come sempre, ringraziano le bufale: se con i vaccini stiamo scendendo sotto le soglie di sicurezza, Xylella continua a fare strage di olivi pugliesi. Ma forse il momento-simbolo è stato il fiasco del Fertility Day. Dove non sono state protagoniste tanto bufale o pseudoscienze, quanto un catastrofico fallimento comunicativo a 360 gradi. A una informazione corretta sugli aspetti medici dell’infertilità e della sua prevenzione si sono preferiti confusi e discutibili richiami ideologici in contrasto con la sensibilità e la realtà contemporanea. Una storia che forse ha fatto emergere più di altre le difficoltà e impreparazione della cultura del nostro paese nel gestire il complessissimo rapporto tra politica, cittadini e temi scientifici.

Dall’esplorazione del Sistema solare a quella interstellare
Un successo pieno c’è: la sonda Juno, arrivata in orbita intorno a Giove, dove approfondirà la nostra conoscenza del gigante gassoso. Rivelando per la prima volta, per esempio, i complessi poli gioviani.

Letteralmente in frantumi invece, almeno in parte, la sfida di ExoMars e del lander Schiaparelli. Se il primo è entrato in orbita con successo (qui le prime immagini), quest’ultimo doveva rappresentare la testa di ponte della scienza spaziale europea sul suolo marziano. Invece si è schiantato al suolo, probabilmente per un difetto software (come se fosse la prima volta…) Situazione complicata anche sul fronte dell’astronautica privata: nel 2016 SpaceX e Blue Origin (la concorrente di Jeff Bezos) hanno entrambi riportato test di atterraggio con successo. Ma hanno dovuto anche fare i conti con disastri, come l’esplosione del razzo Falcon 9 a settembre.

Forse il 2016 è l’inizio dell’autunno per l’esplorazione del sistema solare: se alcune missioni, proseguono dopo aver completato con successo gli obiettivi chiave proseguono – come Dawn, Curiosity e New Horizons la maggior parte delle missioni storiche degli anni precedenti si sono concluse o stanno per concludersi. La leggendaria Rosetta, che tanto ci ha rivelato sulle comete e sulle origini del Sistema solare è finita come programmato, scontrandosi morbidamente con la cometa (Philae è stato ritrovato, ma non è più tornato a funzionare prima della fine della missione). Ci sono nuove missioni partite nel 2016, come Osiris-Rex, che nel 2023 dovrebbe portare sulla Terra un campione di un asteroide. Ma non ci sono in pentola esplorazioni storiche come New Horizons capaci di rivelarci per la prima volta il volto di mondi sconosciuti, o di investigare a fondo sistemi planetari come ha fatto Cassini.

Possiamo però sognare più in alto. Nel 2016 abbiamo trovato finalmente un pianeta (probabilmente) roccioso, con qualche speranza di essere abitabile, proprio intorno alla stella più vicina a noi. Una coincidenza fortunatissima e storica che ci regala un bersaglio concreto per piani di navigazione interstellare. Come il progetto Starshot, proposto proprio quest’anno da (tra gli altri) Mark Zuckerberg e Stephen Hawking.

Alzheimer, ancora nessuna cura.
La malattia di Alzheimer è una piaga destinata a espandersi: nel 2050 ci sarà un malato in una famiglia italiana su quattro. Ansie a cui il 2016 non ha voluto rispondere. Durante l’anno le speranze di molti erano riposte in due anticorpi sperimentali. Il primo era il solanezumab, sviluppato da Eli Lilly, che sembrava in grado di ridurre le cosiddette placche amiloidi, uno dei segni chiave della patologia. Alcuni dati facevano sospettare che, cosa più importante, potesse rallentare il decorso della malattia. Purtroppo poco tempo dopo arriva la doccia fredda dei test clinici di fase tre: nessuna differenza rispetto al placebo. La casa farmaceutica Biogen invece sta ancora testando l’anticorpo aducanumab, e per ora i risultati sembrano dare qualche speranza; così come altre molecole in sviluppo. Bene attendere prima di farsi illusioni.

La fisica? È ancora vecchia, per ora.
Una delle sfide più importanti della scienza contemporanea è la ricerca di una cosiddetta nuova fisica. Un dato, una scoperta che ci faccia passare oltre le colonne d’Ercole della fisica contemporanea: la meccanica quantistica e la relatività generale. Sappiamo che deve esserci qualcosa al di là di questi modelli, prima di tutto una teoria quantistica della gravità e una spiegazione della materia oscura. Ma cosa? Non lo sappiamo: nessun esperimento ha aperto uno squarcio. E il 2016 ci ha solo illuso. Lhc, che ha coronato la vecchia fisica con la scoperta del bosone di Higgs, ci aveva dato qualche speranza di una particella non prevista dal cosiddetto modello standard. Ma l’illusione si è infranta di fronte a ulteriori dati. Quest’anno sono comparsi nuovi indizi promettenti: una possibile nuova forza di natura, nascosta nei dati sui decadimenti radioattivi di un isotopo del berillio. E da pochissimo, sospetti di una violazione della relatività nei dati di Ligo. Nulla ancora di decisivo, però: la sfida si aggiorna all’anno prossimo.

Sempre più inafferrabile inoltre la materia oscura: il rivelatore Lux non ha trovato nulla. Dato non del tutto inutile, visto che permette di affinare ulteriormente i nostri modelli, ma certo un po’ deludente.

Un premio Nobel che l’Italia meritava
Infine, una brutta botta ce l’ha data l’accademia di Svezia. I premi Nobel per la chimica nel 2016 sono andati ai pionieri delle macchine molecolari. Ma per tre scienziati giustamente premiati – Fraser Stoddart, Jean-Pierre Sauvage e Ben Feringa, è rimasto sorprendentemente fuori l’italiano Vincenzo Balzani, professore emerito all’università di Bologna e tra gli autori del Wired in edicola. Uno dei chimici più citati al mondo e collaboratore fondamentale dei premiati Sauvage e Stoddart. Spesso suggerendo per primo le strutture dei motori molecolari che poi questi avrebbero sintetizzato. Balzani insomma era uno dei perni essenziali di questo quartetto di ricercatori, ma le regole del Nobel ammettono al massimo tre vincitori. Certo, se Balzani avesse vinto, sarebbe caduto uno degli altri. Questo significa che le regole del Nobel sono ormai anacronistiche, visto che la ricerca d’eccellenza dipende, sempre più spesso, da ampie collaborazioni.

L’episodio di Balzani però ricorda troppo da vicino un’altra esclusione sorprendente, quella di Nicola Cabibbo dal premio Nobel per la fisica 2008. In seguito all’esclusione di Balzani vari ricercatori italiani, in una lettera-appello, hanno fatto notare che è un segno di debolezza della ricerca di base italiana. I Nobel alla fine sono simboli, probabilmente sopravvalutati. Ma il sintomo che rappresentano rischia di essere fin troppo reale.

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Ha senso abolire le tasse universitarie?

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Abolire le tasse universitarie. Il presidente del Senato e numero uno di Liberi e uguali (Leu) Pietro Grasso la descrive come “una proposta concreta, realizzabile”. Tanto che il candidato premier del partito unitario della sinistra ha lanciato l’operazione dal palco dell’assemblea programmatica di Leu. “Costa 1,6 miliardi. Si tratta di appena un decimo delle risorse che  l’Italia spende per finanziare attività dannose per l’ambiente”, ha detto il numero uno del Senato. L’abolizione delle tasse universitarie sarà quindi parte del programma del listone di sinistra. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che in questi giorni sta impallinando i proclami elettorali dei candidati premier in materia di fisco, industria e finanziamenti pubblici, non ha risparmiato nemmeno l’idea di Grasso. “È un supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese, l’ha costruita in modo erroneo”, ha dichiarato ai microfoni del programma Circo Massimo, su Radio Capital.

E ha concluso: “È l’opposto di quello che Liberi e uguali vuole fare. È una cosa trumpiana”.

In Italia studiare all’università costa. Secondo l’ultimo rapporto Eurydice sull’istruzione superiore in Europa (per conto della Commissione europea), l’Italia si pone in un gruppo di otto Paesi, con Spagna, Irlanda, Olanda, Portogallo, Svizzera e Liechtenstein, in cui “le tasse” per uno studente a tempo pieno “sono relativamente alte”. In media oscillano tra 1.001 euro e 3.000 euro all’anno. Emerge inoltre che nell’anno accademico 2015-2016 il 90% degli studenti del primo ciclo ha pagato le tasse, mentre il 9,4% ha ricevuto sussidi economici.

Anche per l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) l’Italia si caratterizza per un livello di tasse universitarie “elevato rispetto a quello degli altri paesi europei”. Nel suo ultimo rapporto biennale, datato 2016, l’Agenzia evidenzia che studiare negli atenei del Belpaese è più conveniente solo rispetto ai paesi anglosassoni. E aggiunge: “La principale criticità del sistema di diritto allo studio è rappresentata dalla cronica carenza di risorse, dal fatto che quelle disponibili non sempre vengono erogate in maniera tempestiva e dall’incertezza circa la permanenza del sostegno da un anno all’altro”. Il fondo integrativo statale, che eroga borse di studio agli studenti più meritevoli, vale circa 160 milioni di euro all’anno (dato Anvur). Tuttavia da regione a regione e da ateneo ad ateneo cambiano tempi, modi e requisiti per accedere agli aiuti.

Questi numeri non possono ancora tenere conto di una riforma approvata mentre Grasso era sullo scranno più alto del Senato, lo Student act, che riconosce l’esenzione totale dalle tasse universitarie agli studenti con una posizione Isee (l’indicatore del reddito familiare) entro i 13mila euro annui. La misura è stata inserita nella legge di bilancio dello scorso anno. Secondo dati dell’Inps, raccolti dal Sole 24 Oresu 1,6 milioni di studentiiscritti all’università, 543mila hanno fatto domanda per ottenere lo sconto totale delle tasse. Alcune università hanno innalzato la soglia Isee, aumentando la platea dei potenziali beneficiari, che dal secondo anno devono dimostrare anche di aver conseguito una serie di risultati negli studi per accedere al sussidio.

Nel 2014 la Commissione europea ha finanziato uno studio sull’impatto negli ultimi quindici anni dell’evoluzione delle tasse universitarie in nove paesi che presentano modelli diversi di finanziamento (Austria, Canada, Regno, Finlandia, Germania, Ungheria, Polonia, Portogallo e Corea del Sud). È emerso che “per gli studenti, gli aumenti delle tasse non hanno in generale effetti negativi rilevabili sulle iscrizioni complessive nell’istruzione superiore o sulle iscrizioni tra gli studenti provenienti dagli strati socioeconomici più bassi”. E questo neanche in Germania e Austria, che hanno introdotto e poi abolito le tasse universitarie. Né nel Regno Unito, che le ha aumentate. Gli esperti hanno rilevato effetti negativi “sull’iscrizione degli studenti più anziani”, “anche se è troppo presto per trarre conclusioni sugli effetti nel lungo periodo”. E reputano che borse di studio e prestiti siano essenziali per assorbire le eventuali fughe collegate a tasse più alte.

Grasso, insomma, riconosce sì un problema già visto da altri: che studiare in Italia costa. Ma a spargere aiuti a pioggia, per tutti, rischia di non fare un favore ai “molti che ha voluto nello slogan del suo partito. Ma anzi, di premiarne solo pochi. Innanzitutto perché, in un contesto in cui le risorse sono scarse, come segnala l’Anvur, sarebbe più opportuno distribuire in modo accorto quelle disponibili. Non tutte le famiglie hanno bisogno di uno sconto sulle tasse, perché quindi investire là denari che potrebbero fare comodo altrove? Secondo motivo, perché come dimostra lo studio di Bruxelles, non c’è una correlazione diretta tra tasse e rinuncia agli studiuniversitari. Il caso potrà sussistere, ma il meccanismo non è automatico. L’abolizione totale, quindi, rischierebbe di non premiare neanche gli studenti che di uno sconto o dell’esenzione potrebbero avvantaggiarsi. Sarebbe forse più sensato incrementare le borse di studio e i premi agli studenti meritevoli.

Scontare sì, ma cum grano salis, favorendo quell’equità sociale di cui vuole farsi porta bandiera. Infine, alla luce dei primi dati dell’Inps, che evidenziano che già un terzo degli studenti beneficerà di un’esenzione totale, sarebbe accorto attendere i primi risultati di questa misura, concentrando le forze e i minuti a disposizione sui media per comunicare idee e proposte elettorali realmente innovative.

 
  

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Cosa fare a Lucca Comics & Games se ami i videogiochi

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Che Lucca Comics non sia ormai da qualche anno solo una fiera dedicata ai fumetti, ma all’intrattenimento in ogni sua possibile forma, non è più un mistero. In particolare il settore dei videogiochi sta acquistando, edizione dopo edizione, sempre maggiore importanza. Quelli che prima erano piccoli spazi sperimentali inseriti per tastare il polso del pubblico sono ora padiglioni in cui provare i titoli del momento, per non parlare della parte esport, che attira campioni internazionali e un sacco di spettatori.

 

 

Quest’anno l’offerta videoludica di Lucca Comics & Games è decisamente ricca, complice l’imminente uscita di titoli di peso come Call of Duty WWII e Assassin’s Creed: Origins che colgono l’occasione per presentare scenografie spettacolari, concerti e parate. Dall’altra parte si conferma invece l’esperienza Esport Cathedral, ovvero l’ex chiesa di San Romano trasformata in un’arena con megaschermi, commento dal vivo e poltroncine per seguire i tornei di Overwatch, Stacraft e Quake Champions che daranno vita al primo torneo Italian Esports Open – Internazionali d’Italia 2017 .

Tra i talenti in sfida il pro player coreano Lee “FirebatHero” Sung Eun, il più famoso pro player italiano di StarCraft Carlo “ClouD” Giannacco, Nikita “Clawz” Marchinsky, campione del Mondo di Quake ed Edoardo “Carnifex” Badolato, capitano della nazionale italiana di Overwatch. Il montepremi totale è di 37mila dollari.

 

 

Ecco più in dettaglio cosa succederà a Lucca dal 1 al 5 novembre. Activision  per la prima volta a Lucca avrà due grandi padiglioni dedicati, in piazza Santa Maria: oltre 100 postazioni di gioco e protagonisti assoluti Destiny 2 e Call of Duty: WWII, quest’ultimo in uscita proprio durante Lucca Comics & Games, dove sarà allestita l’esatta ricostruzione di un quartier generale militare americano della Seconda Guerra Mondiale, con autentici mezzi militari degli anni ’40, tra cui uno M24 Sherman, e la possibilità per alcuni fan del gioco di indossare divisa ed elmetto per un vero addestramento militare. Inoltre, ci sarà una chiacchierata molto particolare su Destiny che coinvolgerà Salvatore Esposito, attore di Gomorra e giocatore accanito.

Ubisoft che ritorna a Lucca in occasione del lancio di Assassin’s Creed Origins. Sul Baluardo San Regolo, nelle antiche e suggestive Mura rinascimentali, si erigerà una piramide di vetro che farà rivivere l’atmosfera dell’Antico Egitto, ambientazione del nuovo episodio del videogame. Al suo interno si terranno concerti di un’orchestra che eseguirà le colonne sonore della saga di Assassin’s Creed, nonché performance artistiche dal vivo tra cui quella del rapper Ghali, che si esibirà dal vivo il 1 novembre. E ancora, una mostra ospiterà opere di game artist italiani, lavori di concept art realizzati dal team di Ubisoft Montreal e le opere dei vincitori del contest artistico.

 

 

Nintendo sbarca a Lucca Comics & Games, con un padiglione monografico dedicato nel cuore del centro storico, con una ricca line up di giochi per le due console Nintendo Switch e Nintendo 3DS. indiscusso sarà Super Mario Odyssey” finalmente disponibile in versione integrale. Senza dubbio un titolo da non perdere.

Ci sarà anche Wargaming, software house russa specializzata in giochi di guerra online che sfoggera il carro Wargaming MGT-20. L’unità mobile di gioco è stata allestita con la triologia di giochi Wargaming: il titolo di punta World of Tanks così come World of Warships e World of Warlplanes. Oltre al nuovo titolo pronto al lancio che sarà la vera novità del carro: Total War Arena.

Blizzard Entertainment, avrà un intero padiglione in piazza Santa Maria dedicato ai loro titoli più amati, tra cui Overwatch e Heroes of the Storm. I fan di Hearthstone potranno visitare e vivere in prima persona l’atmosfera della Taverna, ricreata all’interno della casermetta sulle Mura. Inoltre un disegnatore ufficiale del videogioco omaggerà un eroe garibaldino lucchese, Luca Ghilardi, trasformandolo in un personaggio del gioco.

 

 

Bandai Namco Entertainment e Bandai  tornano a Lucca Comics & Games saranno presenti due padiglioni a Japan Town: uno dedicato al mondo di Dragon Ball, l’altro con le anteprime di diversi titoli, come “Ni No Kuni II: Il Destino di un Regno”, “Sword Art Online: Fatal Bullet”, “Code Vein”, “Gundam Versus”. Bandai sarà presente con titoli e postazioni anche nei padiglioni Cavallerizza e Everyeye. Assolutamente da provare Dragon Ball Fighterz, picchiaduro ispirato alla saga di Akira Toryama che si preannuncia veramente divertente.

Insomma, le cose da fare non mancano, ovviamente il punto d’incontro per gli amanti dei videogiochi sarà il padiglione Cavallerizza, in cui non mancheranno anche altri sviluppatori, come Warner Bros. e negozi di periferiche, gadget e videogiochi.

 

 
  

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Laureati sempre in calo e titolo dopo i 27 anni: il flop della riforma 3+2

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Meno laureati e titolo “completo” che arriva sempre dopo i 27 anni. La riforma universitaria Berlinguer/ Zecchino, meglio conosciuta come quella del “3+2”, ha mancato due dei suoi obiettivi principali. Secondo i dati, i giovani che oggi riescono a concludere l’intero percorso quinquennale o quello a ciclo unico sono addirittura meno rispetto ai laureati del 2000, ultimo anno del vecchio ordinamento. E per acquisire i due titoli (quello triennale più quello biennale, detto anche magistrale) si va ancora fuoricorso. Nel 2016, i laureati magistrali o con percorso a ciclo unico (Architettura, Odontoiatria, Medicina, Veterinaria, Giurisprudenza, Farmacia) sono stati 130mila. Sedici anni prima, i laureati quadriennali, quinquennali e dei percorsi di sei anni furono quasi 144mila. Va aggiunto che oggi però abbiamo anche 175mila laureati triennali, che però non sono sovrapponibili per molte ragioni ai vecchi laureati.

I sistemi a confronto

TipologiaAnno 2000Anno 2016
Immatricolati278.379289.852
Iscritti1.663.9601.676.816
Laureati143.858130.277
Età media conseguimento laurea27,627,1

Tempo medio per conseguire il titolo

TipologiaAnni
Laurea triennele4,9
Laurea a ciclo unico7,4

L’altra criticità riguarda la durata dei percorsi di studio: chi ha pensato che con l’introduzione della laurea triennale e di quella specialistica nei nostri atenei i tempi d’uscita si sarebbero accorciati ha sbagliato i suoi calcoli. Perché nel 2000, ai tempi del cosiddetto “vecchio ordinamento”, ci si laureava in media a 27,6 anni, sedici anni dopo siamo scesi a 27,1. Un piccolo passo avanti che, per molti, non giustifica la rivoluzione del “3+2”. Anche perché, per completare il percorso triennale occorre mediamente studiare 4,9 anni: a fare più fatica i ragazzi che frequentano le facoltà del gruppo letterario (Filosofia, Storia, Lettere), che mediamente impiegano 5,2 anni. Anni che diventano 7,4 anni per i percorsi a ciclo unico di cinque anni e oltre.

Ma, nonostante le novità introdotte, i due mondi sono rimasti abbastanza immutati, con poco meno di un milione e 700mila iscritti e 280/290mila immatricolati. «Il difetto maggiore di quella riforma è stato quello di adottare un sistema top-down: uguale per tutte le facoltà», dice Eugenio Gaudio, rettore dell’università La Sapienza di Roma. Che aggiunge: «A mio avviso, andavano differenziate le lauree triennali che avevano un chiaro profilo professionalizzante dalle altre. Ma non parlerei di fallimento totale. Le lauree triennali delle Professioni sanitarie, ad esempio, non sono un mero riassunto della laurea in medicina. Rappresentano una novità, come la laurea Infermieristica, che ha prodotto un innalzamento della qualità del sistema sanitario». Aggiunge Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei rettori: «Lo spirito era quello di creare una base molto larga di laureati triennali, i cui profili professionali avrebbero dovuto trovare riscontro immediato nel mercato del lavoro, e una fascia minore di laureati magistrali. Ma le cose sono andate diversamente. Oggi, il 79/80 per cento dei triennalisti prosegue e consegue la laurea magistrale. La laurea triennale, che avrebbe dovuto attirare i diplomati provenienti dagli istituti tecnici e professionali, non è sempre professionalizzante e spesso non trova riscontro nel mercato del lavoro. Il vero tema è questo: riconquistare i giovani dei tecnici e dei professionali che oggi si iscrivono sempre meno all’università».

Un occhio attento sul sistema universitario è quello di Almalaurea, il consorzio nazionale di 74 atenei. «È difficile paragonare due sistemi così diversi. Qualcosa però è migliorato: nel vecchio ordinamento si laureava in regola il 9 per cento degli iscritti, oggi siamo a quota 35 per cento. Un dato che comunque non ci soddisfa, soprattutto al cospetto delle altre nazioni», spiega Francesco Ferrante, membro del Comitato scientifico del consorzio con sede a Bologna. Ma non solo. «I laureati sono pochi perché il mercato del lavoro, in maniera anomala, ne richiede pochi per un paese avanzato. E in Italia non ci sono abbastanza incentivi per convincere i giovani a proseguire gli studi: all’estero le cose sono completamente diverse, specialmente nei paesi nordici. E Poi — conclude — non dimentichiamo che in Italia l’università ha subito un consistente taglio di risorse: un laureato italiano costa la metà di uno tedesco».

 
  

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la Repubblica

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