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PRETI PEDOFILI

Lecce: accuse di pedofilia su bimbo di 9 anni, denunciato un sacerdote

È stata depositata nei giorni scorsi una querela per presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva nove anni

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Destinatario della querela un sacerdote della diocesi di Lecce, don Carmelo Rampino, che secondo il racconto della presunta vittima, approfittando della fragilità del ragazzino che a seguito del divorzio della madre aveva lasciato il papà per tornare con lei a vivere nel leccese, avrebbe da prima sostituito la figura paterna, ammiccandosi la madre, aiutandolo negli studi e assecondando quello che era all’epoca un suo grande desiderio, diventare un sacerdote.

Stando al racconto di Paolo (nome di fantasia) gli abusi si sarebbero protratti fino ai sedici anni quando il ragazzo decide di fuggire all’estero e provare a rifarsi una propria vita. Si sposa, ha dei figli, sembra essersi lasciato tutto alle spalle ma invece, nel 2016, proprio il giorno del suo anniversario di matrimonio scatta qualcosa e il passato riemerge in modo devastante costringendo Paolo ad un ricovero, a seguito del quale anche la moglie viene a conoscenza del triste passato del marito.

Nei giorni scorsi, oltre alla formale querela formulata dalla Rete L’ABUSO e depositata attraverso i canali diplomatici in quanto Paolo attualmente residente all’estero, sono state inviate anche rispettive messe in mora, la prima nei confronti del sacerdote Rampino Carmelo, la seconda nei confronti della diocesi di Lecce, responsabile civile.

L’Ufficio di Presidenza

 





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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PRETI PEDOFILI

Il Cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

Il cardinale Pell sarebbe stato condannato per abusi sessuali e per altri capi d’imputazione. La notizia che arriva dall’Australia

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l cardinale George Pell è stato condannato in primo grado in Australia per aver compiuto violenza su due bambini.

A riportarlo sono due fonti accreditate, secondo il network americano The Daily Beast. Al momento sono queste le uniche informazioni, in quanto in Australia per legge il giudice può stabilire il divieto di notizie su un processo fino alla sua definitiva conclusione. E questo è il caso del giudizio cui è stato sottoposto a partire dal 2017 il cardinale australiano, voluto da papa Bergoglio a capo del superministero dell’Economia vaticana, quindi di fatto numero tre della Santa sede.

La notizia deve ancora essere accertata nella sua interezza, ma su Vatican Insider è possibile appurare l’esistenza di più di qualche conferma.

Il porporato australiano era finito nella bufera mediatica a causa di accuse non del tutto chiare, che in ogni caso riguardavano tanto presunti abusi ai danni di minori quanto presune coperture su episodi di pedofilia. George Pell, stando sempre a quanto si legge sul sito citato, sarebbe stato “condannato” per ben cinque capi d’accusa. Ma i dettagli, come anticipato, non sono ancora stati resi noti.

Greg Burke, che è il portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha rilasciato una dichiarazione in relazione alla ventisettima riunione del C9, cioè del minidirettorio voluto da Papa Francesco per vagliare e approvare le riforme necessarie alla Chiesa cattolica. Pell, fino a oggi, ha fatto formalmente parte di quell’assembela. “La Santa Sede . ha detto Burke – ha il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria australiana, siamo consapevoli che c’è un provvedimento in atto che impone il silenzio e rispettiamo tale ordinanza”.

Il motivo della non assoluta fondatezza della notizia della condanna potrebbe essere ascrivibile all’ordine con cui il giudice incaricato di tenere il procedimento giudiziario ha disposto che quest’ultimo non fosse coperto da un punto di vista mediatico. Papa Francesco, intanto, dovrebbe sostituire il porporato australiano con un altro ecclesiastico. Il ministero dell’Economia del Vaticano, per così dire, non può rimanere per sempre senza un vertice.





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Crediti :

Left, il Giornale

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PRETI PEDOFILI

Il prete violentava i ragazzini: don Pio Guidolin condannato a 14 anni

Catania. Il sacerdote del villaggio sant’Agata cospargeva di olio le vittime spacciando gli abusi per riti sacri. Minacce di mafia ai genitori che volevano denunciarlo

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CATANIA – E’ stato condannato a 14 anni di reclusione e a pagare una provvisionale di 10 mila euro ciascuno alla decine di parti civili padre Pio Guidolin per violenza sessuale su minorenni. La sentenza, a conclusione del processo col rito abbreviato celebrato a Catania, è del Gup Giuseppina Montuori. La Procura aveva chiesto la condanna a 10 anni.

Secondo l’accusa il sacerdote, arrestato il 1 dicembre del 2017 avrebbe cosparso dei 14enni di olio santo prelevato dai locali della sua chiesa, una parrocchia del popoloso Villaggio Sant’Agata, ammantando i suoi gesti di una valenza spirituale e proponendoli come ‘atti purificatori’ in grado di lenire le loro sofferenze interiori.

Uno dei ragazzini abusati avrebbe tentato il suicidio perché stanco di subire e da questo drammatico gesto sarebbero partite le indagini. Don Guidolin avrebbe anche millantato amicizie nella criminalità organizzata per far desistere alcuni genitori delle vittime dal proposito di denunciarlo.

Sono dieci le parti civili presenti nel processo. Dalle indagini dei carabinieri, coordinate dal procuratore Carmelo Zuccaro, dall’aggiunto Marisa Scavo e dal sostituto Laura Garufi, è emerso che anche qualche genitore della parrocchia lo ha protetto, come il padre di un ragazzino vittima degli abusi che dopo essere stato sentito dai carabinieri avvisa il sacerdote: “attento che stanno indagando su di te…”, non sapendo che il loro colloquio era ‘ascoltato’ da militari dell’Arma. L’uomo adesso è indagato per favoreggiamento personale.

Padre Pio Guidolin

Padre Pio Guidolin, condannato a 14 anni per abusi su minori

Durante l’inchiesta padre Pio Guidolin era stato mandato a Bronte, paese alle pendici dell’Etna, privo di funzioni, dalla Curia Arcivescovile, che come provvedimento cautelare lo aveva allontanato dalla sua parrocchia di Catania. La Curia, prima dell’inchiesta, aveva avviato indagini ed era stato celebrato un processo canonico al prete da parte del Tribunale ecclesiastico. Secondo quanto accertato, cinque sarebbero state le vittime del sacerdote, che avrebbe sfruttato il suo ruolo ed approfittato della condizione di particolare fragilità nella quale si trovavano, come ad esempio, la separazione dei genitori, in un quartiere difficile di Catania.

Le violenze sarebbero state consumate nei locali attigui alla parrocchia. Un’altra delle vittime che, stanca degli abusi subiti, avrebbe opposto resistenza al sacerdote rivelando le violenze, sarebbe stata isolata dalla comunità di fedeli ed accusata di calunnie nei confronti del religioso. Nel corso delle indagini inoltre è emerso come Guidolin, per esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori delle piccole vittime che avevano deciso di denunciare i fatti, abbia anche millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea per indurli a desistere dal loro proposito, ma agli investigatori non risultano contatti in tal senso e hanno ricondotto gli episodi a millanterie.





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PRETI PEDOFILI

Violenze sui minori da parte di religiosi

Parrocchie chiamate a risarcire le vittime

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Una sentenza storica. È quella pronunciata nei mesi scorsi dal Tribunale civile di Como e confermata dai giudici dell’Appello di Milano (non vi è stato ricorso al terzo grado di giudizio).
Una decisione, quella maturata nel palazzo di giustizia lariano ormai tempo addietro (emersa solo in queste ore), che interviene in modo pesante nelle vicende di abusi da parte di religiosi avvenuti all’interno delle parrocchie e che mette nero su bianco il risarcimento alla vittima da parte della Diocesi e pure della parrocchia. La vicenda che ha portato a questa storica sentenza, che ha pochi precedenti in Italia, risale a molti anni fa. Un giovane fu costretto a subire abusi da parte di quello che era il suo parroco. Sentenza penale nel frattempo diventata definitiva. Il fascicolo era quindi finito sul tavolo del giudice civile, cui i parenti della vittima si erano rivolti per tutelare i propri interessi. Con loro, in udienza, erano stati citati anche la Diocesi di Como, dove il prete prestava la propria opera, e la parrocchia cui era stato assegnato e dove sarebbero avvenute le violenze. E il giudice ha riconosciuto la responsabilità di entrambi gli Enti ecclesiastici, chiamati a risarcire in solido la vittima e i genitori.

«Il parroco è il legale rappresentante della parrocchia – si legge nelle motivazioni – La rappresenta in tutti i negozi giuridici, ne amministra i beni. Il parroco è il “pastore” di una comunità di fedeli. Ed è la stessa Diocesi a riconoscere il ruolo di centralità del parroco nella gestione e nella amministrazione della parrocchia».
Premessa che porta poi a dire che «i fatti di grave violenza hanno trovato occasione nell’esercizio delle attività della parrocchia» cui il ragazzo era affidato. Da qui, dunque, le responsabilità dell’Ente religioso che al contrario sosteneva di essere lui stesso parte lesa «per colpa del comportamento del parroco». Sostenendo che quest’ultimo agiva come «privato cittadino» e per un fine «strettamente personale». Tesi tuttavia non accolta dai giudici. Per quanto riguarda la Diocesi, invece, i giudici hanno fatto notare come «il diritto canonico ponga in capo al Vescovo pregnanti doveri di vigilanza, controllo e direzione di tutta la Diocesi, comprese le parrocchie». Il parroco insomma, «pur non essendo legato da vincoli di lavoro subordinato con la Diocesi, è soggetto al potere di indirizzo e di controllo del Vescovo, il quale rappresenta la Diocesi, ed in ciò si sostanzia il rapporto di preposizione che giustifica» la decisione.





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