Contattaci

LAICITA'

LGBT: aggiornamento in corso… da 30 anni

Pubblicato

il

Nelle laicissime barricate dove ancora si lotta per ottenere il riconoscimento di tutte le istanze LGBT, evitando di rilassarsi dopo l’approvazione della (depotenziata) legge sulle unioni civili a maggio di quest’anno, in questi giorni si sono registrate un paio di piccole novità pressoché trascurate dai media in sovreccitazione per la campagna elettorale in vista del referendum costituzionale.

La prima novità, non scontata ma probabile perché conferma, riguarda il Consiglio di Stato che ha dichiarato “illegittimi” — per incompetenza — gli annullamenti delle trascrizioni delle nozze gay celebrate all’estero da parte dei Prefetti, a Udine e a Milano che avevano fatto ricorso. Prefetti che, bontà loro o meno, avevano agito in ottemperanza alla discutibile circolare che nel 2014 era stata emanata dal clericale Ministro Alfano, per sabotare a suo modo il confronto politico e il dibattito pubblico che ferveva sul matrimonio egualitario.

Dunque non dovrebbe sembrare casuale se anno dopo anno sempre più individui scelgono coerentemente di abbandonare in modo ufficiale la Chiesa, anche grazie al nostro aiuto e supporto; benché nel 2015 si sia registrato un leggero aumento dei matrimoni, facilitati dalla legge sul cosiddetto divorzio breve si è al contempo registrato un picco di divorzi, e di persone che preferiscono sempre più spesso il rito civile a quello religioso (il sorpasso in alcune regioni è già avvenuto); scende il numero delle vocazioni, checché ne dicano gli addetti ai lavori; aumentano sempre di più nel tempo le percentuali degli italiani che diversamente dai suggerimenti clericali e slogan integralisti, auspicano leggi che riconoscano alle famiglie e ai figli di coppie omosessuali la piena cittadinanza, e il diritto alla dignità di scegliere quando porre fine alla proprie sofferenze; l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole pubbliche, plateale contraddizione inserita nei i principi fondamentali nella nostra costituzione tra il Principio di Uguaglianza (Art. 3) e il Concordato (Art. 7) che la prevede come privilegio per i fedeli di una sola religione, interessa sempre meno e subisce un forte calo del numero di studenti che se ne avvalgono.

Che la società si sia laicizzata e secolarizzata non ci sono dubbi. Che sia necessario riportare il paese al passo coi tempi, nemmeno. Tutti insieme infatti, questi sono chiari segnali che potevano essere facilmente letti al capitolo “Laicità dello Stato” e quindi opportunamente declinati da parte delle nostre istituzioni, perché imponevano imprescindibilmente un aggiornamento dell’Italia rispetto al contesto sociale autentico odierno.

A maggior ragione questi dati devono essere registrati e laicamente interpretati oggi, se a prescindere dal colore della propria casacca politica si vuole far parte di chi vuol ben rappresentare “il cambiamento”. Figuriamoci se non dovrebbero essere presi in considerazione da chi si vuole cimentare con una ennesima — futura — riforma della carta costituzionale.

Davvero si ritiene che possano essere ignorati ancora, come si è sempre fatto?

Scusate quindi la vena tra il polemico e l’orgoglioso di questo post, ma sono circa 30 anni (1987-2017) che continuiamo a sottolineare il bisogno di laicità di questo paese. Non è davvero possibile rinviare oltre questo aggiornamento.

A distanza di sei anni — venti dal “caso Welby” — non abbiamo una legge sul “fine-vita”

Nel 2010 era toccato alla circolare del trio ministeriale Fazio, Sacconi, Maroni che dichiarava la non validità dei registri comunali per i testamenti biologici, a essere sostanzialmente trattata come carta straccia dagli stessi comuni.

A indicare come non sempre queste circolari ideologiche, questi provvedimenti politici imposti dai governi per compiacere la CEI, rispecchino una corretta declinazione del concetto di giustizia anche sociale. Sulla premessa poi che ancora oggi a distanza di sei anni — venti dal “caso Welby” — non abbiamo una legge sul “fine-vita”, risulta evidente la serie di avvisi riguardo a quanto la nostra classe politica arrivi spesso volutamente a non volersi aggiornare sui cambiamenti del nostro tempo e della nostra società.

L’altra novità arriva da una notizia che qualcuno troverà bizzarra se non paradossale. La Corte di Cassazione ha sentenziato che gli appellativi “omosessuale” o “gay” non sono lesivi della reputazione di nessuno e quindi nemmeno un eterosessuale, potrà mai più ritenersi offeso. Potremmo ancora fare della facile retorica e dell’ottima speculazione sulle contraddizioni bergogliane del “chi sono io per giudicare?” alla luce delle tensioni intercorse tra Francia e Vaticano sul caso del diplomatico Laurent Stefanini rifiutato in quanto gay, o più in generale sul giudizio negativo pressoché unanime che le religioni danno delle persone omosessuali, considerandole “contro natura”, sia chiaro. Laicamente preferiamo non infierire oltre su piccoli uomini fallibili che vengono erroneamente considerati grandi — nonostante ancora ancorati al medioevo — e concentrarci invece sulle motivazioni che hanno portato la Cassazione a questa decisione: il cambio del contesto storico. È infatti attraverso un vero e proprio aggiornamento sui tempi cambiati e sull’oggi che la Suprema Corte ha voluto cancellare quel velo di pregiudizio e quel senso dispregiativo con il quale venivano usati quegli appellativi. Piccoli fatti questi, ben inteso.

Ma a questo punto alcune domande sorgono istintive. In che misura la società e il suo tempo presente sono davvero cambiati da poter eventualmente indurre le istituzioni a un aggiornamento del paese? Rispetto ai nostri interessi e ai grandi temi laici di cui la nostra realtà associativa si fa carico, quali attenzioni al cambiamento dovrebbero assumere rilevanza per le nostre istituzioni?

Come spesso abbiamo sottolineato, l’Italia è un paese abitato da cittadini credenti solo teoricamente. Nonostante le scenate per i mancati presepi o le recite natalizie nelle scuole pubbliche che arrivano puntuali ogni anno in questi periodi sotto la spinta di certa politica interessata, o le imposizioni di simboli religiosi nelle aule istituzionali di questo nostro incoerente paese laico, ai cittadini italiani di quella che fu la “religione di Stato” fino all’ultima revisione del Concordato non interessa praticamente quasi più nulla.

Le più recenti statistiche sul fenomeno della secolarizzazione in Italia, dipingono uno scenario che imporrebbe ben più di una banale riflessione sociologica. La disaffezione religiosa degli italiani sta toccando picchi impensabili e a nulla sono valsi finora i tentativi o le strategie pianificate della stessa Chiesa per arginare il distacco dalla pratica da parte dei fedeli. Che si tratti di un giubileo presentato in pompa magna e sovvenzionato con soldi pubblici, o che si tratti di un overload informativo propagandistico su lettori e spettatori che lo subiscono quotidianamente, gli Italiani si dicono cattolici ma a loro modo e non come dovrebbero esserlo secondo la loro stessa dottrina.

Sempre più individuiscelgono coerentemente di abbandonare in modo ufficiale la Chiesa

Dunque non dovrebbe sembrare casuale se anno dopo anno sempre più individui scelgono coerentemente di abbandonare in modo ufficiale la Chiesa, anche grazie al nostro aiuto e supporto; benché nel 2015 si sia registrato un leggero aumento dei matrimoni, facilitati dalla legge sul cosiddetto divorzio breve si è al contempo registrato un picco di divorzi, e di persone che preferiscono sempre più spesso il rito civile a quello religioso (il sorpasso in alcune regioni è già avvenuto); scende il numero delle vocazioni, checché ne dicano gli addetti ai lavori; aumentano sempre di più nel tempo le percentuali degli italiani che diversamente dai suggerimenti clericali e slogan integralisti, auspicano leggi che riconoscano alle famiglie e ai figli di coppie omosessuali la piena cittadinanza, e il diritto alla dignità di scegliere quando porre fine alla proprie sofferenze; l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole pubbliche, plateale contraddizione inserita nei i principi fondamentali nella nostra costituzione tra il Principio di Uguaglianza (Art. 3) e il Concordato (Art. 7) che la prevede come privilegio per i fedeli di una sola religione, interessa sempre meno e subisce un forte calo del numero di studenti che se ne avvalgono.

Che la società si sia laicizzata e secolarizzata non ci sono dubbi. Che sia necessario riportare il paese al passo coi tempi, nemmeno. Tutti insieme infatti, questi sono chiari segnali che potevano essere facilmente letti al capitolo “Laicità dello Stato” e quindi opportunamente declinati da parte delle nostre istituzioni, perché imponevano imprescindibilmente un aggiornamento dell’Italia rispetto al contesto sociale autentico odierno. A maggior ragione questi dati devono essere registrati e laicamente interpretati oggi, se a prescindere dal colore della propria casacca politica si vuole far parte di chi vuol ben rappresentare “il cambiamento”. Figuriamoci se non dovrebbero essere presi in considerazione da chi si vuole cimentare con una ennesima — futura — riforma della carta costituzionale. Davvero si ritiene che possano essere ignorati ancora, come si è sempre fatto?

Scusate quindi la vena tra il polemico e l’orgoglioso di questo post, ma sono circa 30 anni (1987-2017) che continuiamo a sottolineare il bisogno di laicità di questo paese. Non è davvero possibile rinviare oltre questo aggiornamento.





Licenza Creative Commons



Crediti :

UAAR

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Continua a leggere
Clicca per commentare

Lascia un commento

Per commentare puoi anche connetterti tramite:



Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

LAICITA'

Venezia, Matera e altre calamità: il governo stanzi i soldi dell’8 per mille

«Con il paese messo in ginocchio dalle piogge di questi giorni risulta ancora più evidente l’urgenza di stanziare ogni fondo possibile per mettere in sicurezza il paese sotto il profilo idrogeologico e per far fronte alle calamità naturali, anche mettendo finalmente mano a una serie di privilegi che finora nessun governo ha voluto toccare».

Pubblicato

il

«Con il paese messo in ginocchio dalle piogge di questi giorni risulta ancora più evidente l’urgenza di stanziare ogni fondo possibile per mettere in sicurezza il paese sotto il profilo idrogeologico e per far fronte alle calamità naturali, anche mettendo finalmente mano a una serie di privilegi che finora nessun governo ha voluto toccare».

È l’invito del segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, di fronte alle emergenze di questi giorni. «Il governo – precisa –  potrebbe per esempio cogliere l’occasione offerta dalla discussione della Legge di bilancio 2020 per modificare la legge 222/1985 che disciplina l’istituto dell’8 per mille, in modo che le scelte inespresse rimangano allo Stato. Si tratterebbe di più di mezzo miliardo di euro all’anno che potrebbero essere investiti per fronteggiare le calamità naturali, uno dei cinque usi possibili dell’8 per mille statale (insieme a “Fame nel mondo”, “Assistenza ai rifugiati e ai minori stranieri non accompagnati”, “Conservazione dei beni culturali”, “Edilizia scolastica”)».

«Le quote non espresse – spiega Grendene – sono quelle che non vengono destinate, perché il contribuente non firma né per lo Stato né per una delle confessioni religiose che ha accesso ai fondi e che, anziché rimanere nelle casse dello Stato, sono attualmente ripartite in proporzione alle firme ottenute. Un meccanismo che fa sì che la Chiesa cattolica con il 35% delle firme si aggiudichi l’80% dei fondi. Sono infatti solo quattro contribuenti su dieci a firmare per destinare l’8 per mille: poiché la maggior parte di loro (circa l’80%) sceglie la Chiesa cattolica, questa, in virtù di tale meccanismo, riceve ogni anno l’80% della torta, cioè più di un miliardo di euro».

«Se le quote derivanti dalle scelte non espresse rimanessero allo Stato – prosegue Grendene – si potrebbero finanziare opere di pubblica utilità e incoraggiare i tanti imprenditori, artigiani, commercianti e cittadini che stanno affrontando la perdita della casa o dell’attività lavorativa senza chiedere ulteriori soldi ai contribuenti e senza procedere a tagli di altri capitoli di spesa».

«Si tratta peraltro – prosegue il segretario Uaar – di uno dei rilievi mossi allo Stato a più riprese dai magistrati contabili della Corte dei Conti che per ben quattro volte [l’ultima alla fine del 2018] hanno ufficialmente formulato osservazioni, evidenziando in particolare cinque “criticità più rilevanti”. La problematica delle scelte non espresse e la scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote; l’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose; la poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse; la rilevante decurtazione della quota statale. Non facciamo passare altra acqua sotto i ponti. Perché il rischio è che gli argini continuino a straripare».

Comunicato Stampa





Licenza Creative Commons



Crediti :

UAAR

Continua a leggere

LAICITA'

Trent’anni senza il muro ma le divisioni si accentuano

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

Pubblicato

il

Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino. Non il muro fisico, che poi originalmente erano i muri visto che la separazione tra le due parti della città era composta da due recinzioni in cemento armato separate da una striscia detta “della morte”, bensì quello ideale. Quel giorno infatti venne decretata l’apertura delle frontiere e la libera circolazione dei berlinesi dell’est e dell’ovest; la demolizione della recinzione prefabbricata cominciò nei giorni seguenti e la riunificazione politica della Germania avvenne quasi un anno dopo, il 3 ottobre 1990.

Si trattò forse dell’evento più significativo di quella fase, iniziata con la perestrojka dell’ultimo presidente sovietico, Gorbačëv, e terminata con la dissoluzione dell’Urss/Csi che segnò la fine della guerra fredda tra due mondi caratterizzati da visioni politico/economiche diametralmente opposte, ma accomunati da simili mire egemoniche. I due blocchi erano profondamente diversi anche nei confronti della dimensione religiosa: quello americano/capitalista era a forte trazione cristiana e arrivava a negare agli atei alcuni diritti civili, mentre quello sovietico/comunista affermava la necessità di uno Stato lontano da qualsiasi culto e di fatto perseguiva le religioni, poi concretizzatasi in un vero e proprio ateismo di Stato nel regime illiberale albanese di Hoxha. Tuttavia alla caduta del comunismo non è corrisposto un analogo declino dell’incredulità, anzi. Semmai oggi sono i religiosi a diminuire costantemente lasciando spazio a non affiliati e non credenti, soprattutto e paradossalmente in Occidente.

In generale il dopo muro veniva visto come foriero di distensione e quindi di pace. Mai come in quel momento gli spettri della seconda guerra mondiale prima e della guerra fredda poi sembravano destinati a svanire, se non definitivamente almeno per parecchio tempo. Niente più prevaricazione violenta, non fascismi di qualsivoglia colore ma democrazia, non odio ma fratellanza, al limite leale confronto.

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

Il muro di Berlino è citato in questi giorni della ricorrenza del trentennale più o meno ovunque, ma in un caso in particolare è stato tirato in ballo dal sindaco di Predappio Roberto Canali in un contesto insolito: quello di un treno della memoria in viaggio verso Auschwitz. In breve: secondo un progetto che va avanti da diversi anni, all’amministrazione predappiese è stato nuovamente chiesto un contributo di 370 euro per portare due studenti locali a visitare l’ex campo di sterminio, ma il sindaco ha negato il contributo sostenendo che l’iniziativa promuoverebbe una visione di parte della storia tralasciando altre tragedie, come appunto l’oppressione stalinista di cui è simbolo il muro di Berlino o le foibe.

Indubbiamente una visione di parte in tutto ciò c’è, se Canali vuole vederne il vero promotore non ha che da guardare in uno specchio. Nessuno si sognerebbe di negare gli eventi tragici a cui tiene in particolare Canali, farlo sarebbe certamente partigiano, ma da qui a dire che o si parla di tutto o non si deve parlare di nulla ce ne corre, e anche parecchio. Aggiungiamo a tutto ciò altre due considerazioni che completano il quadro: la prima è che Predappio ha dato i natali a Mussolini e periodicamente vi si svolgono celebrazioni del fascismo, come per le ricorrenze della marcia su Roma e del compleanno di Mussolini, e questo aggrava se vogliamo la posizione di Canali. La seconda è che, essendo globale e molto più grande la portata dell’orrore nazifascista, la giornata della memoria nella data della liberazione di Auschwitz è una ricorrenza internazionale e non è possibile subordinarla ad altri orrori di diverso segno politico per una sorta di “par condicio ideologica”. Non senza risultare veramente, veramente di parte. E anche abbastanza patetici.

Ad Auschwitz è scampata la senatrice Liliana Segre, una delle ultime sopravvissute ancora viventi. Non sono purtroppo sopravvissuti con lei anche i suoi familiari. Anche Segre deve aver vissuto la fine del secolo scorso nella speranza che il terzo millennio sia improntato alla pace, perché con quello spirito ha recentemente promosso in Parlamento l’istituzione di una commissione straordinaria contro intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e violenza. La sua mozione è stata approvata dal Senato senza voti contrari ma con ben 98 astenuti. Astensioni pesanti, da parte di Lega, Fdi e Fi che sono anche rimasti seduti durante l’ovazione tributata alla senatrice perché vedevano nella mozione un velato rischio contro la libertà di espressione. Che è poi un leitmotiv di tutte le volte in cui si vuole rivendicare il diritto di odiare e di negare diritti all’oggetto dell’odio: allora si grida al bavaglio, come a suo tempo nel caso della proposta di legge contro l’omofobia.

Di certo non è l’esercizio della libertà di parola che ha portato in questi giorni il prefetto di Milano a decidere di assegnare una scorta a Segre. Non sono libertà di opinione i 200 messaggi minacciosi che la senatrice riceve quotidianamente, e non lo sono nemmeno gli striscioni gratuiti esposti da Forza nuova per protestare proprio contro il diritto di Segre di raccontare, di parlare di discriminazioni, soprattutto nelle scuole. È odio, è intolleranza. Da parte di chi vuole che l’odio dilaghi e l’intolleranza diventi un diritto. Da parte di chi vuole ricordare il peggio del ventesimo secolo ma non per starne alla larga, non come monito affinché non riaccada ciò che è accaduto, bensì per celebrarlo e magari ripristinarlo.

La società dei diritti è vista come una minaccia da queste persone, perché impedisce loro di rivolgere il loro astio contro chiunque non corrisponda a quell’individuo che essi assumono a modello ideale. Quella attuale è per loro un tipo di società da azzerare, da riformare affinché sia omogenea, perché l’eterogeneità è il male. Il diverso è un cancro. Nella comunicazione però la frittata viene girata allo scopo di far credere che sia la società a odiare piuttosto l’odiatore, a impedirgli di esprimere se stesso, la sua individualità. Il tormentone creato in varie forme sul discorso di Giorgia Meloni è in questo senso emblematico, perché ripete ossessivamente “io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana” lasciando intendere di essere discriminata per questo. Ma chi discrimina Meloni perché donna? Sono le persone Lgbt a essere discriminate, da Meloni innanzitutto, e sono sì discriminate spesso le donne ma a nessuno è permesso di rivendicarlo come diritto. E chi la discrimina perché cristiana? Sono gli ebrei come Segre ad aver subito molto più che semplice discriminazione, sono gli atei a essere discriminati in varie parti del mondo e anche qui, da noi. Non sono i cristiani a subire discriminazioni, almeno non nel nord del mondo dove anzi godono di immensi privilegi.

E allora, per tornare al discorso di partenza, il nostro sogno di un mondo di pace e di rispetto reciproco era solo un’illusione o possiamo ancora considerarlo valido? Il muro di Berlino è crollato nell’89 tirandosi idealmente dietro un secolo di guerre e di regimi oppressivi di vari colori, da quelli neri che hanno portato alla grande guerra a quelli rossi che hanno portato miseria e paura. Adesso i muri sembrano voler risorgere, non sotto forma di cemento e mattoni ma in modo più subdolo: nelle menti e nelle coscienze. Siamo sempre in tempo per ostacolare questa rinascita. Speriamo di non perdere l’occasione di farlo.





Licenza Creative Commons



Crediti :

UAAR

Continua a leggere

LAICITA'

Mamma li papisti (più papisti del papa)!

Si aggira per i vostri schermi un politico popolare e demagogo, sovranista, difende i valori tradizionali della famiglia – frase insensata quanto popolare, esibisce il proprio credo per guadagnare consensi malgrado la carica pubblica in uno stato laico, esponenti di spicco del suo partito dichiarano apertamente di voler abolire i diritti civili laici.

Pubblicato

il

Si aggira per i vostri schermi un politico popolare e demagogo, sovranista, difende i valori tradizionali della famiglia – frase insensata quanto popolare, esibisce il proprio credo per guadagnare consensi malgrado la carica pubblica in uno stato laico, esponenti di spicco del suo partito dichiarano apertamente di voler abolire i diritti civili laici.

Stiamo parlando di Recep Tayyip Erdoğan. Ma il facile escamotage retorico deve far riflettere sull’ipocrisia della destra italiana (Lega, Fratelli d’Italia) che a parole attizza l’antica paura dei mori e all’atto pratico ne condivide valori e visione.

In particolare, la nuova stagione leghista fa della religione cristiana un punto cardine della propria azione politica e del messaggio trasmesso. L’organizzazione del Family world congress a Verona è il manifesto di questo andamento, con tanto di appoggio di tutti i gradi della struttura gerarchico-amministrativa in carica in quel momento: sindaco, governatore, ministro, vicepresidente del consiglio.

È utile ricordare che durante il governo Lega-M5S il ministero della famiglia è stato affidato a Lorenzo Fontana, dichiaratamente contrario ad aborto, unioni civili ed educazione sessuale. La scelta di questo profilo lancia un messaggio reazionario evidente.

Se le “radici cristiane” diventano collante e propulsore della nuova Lega, lo spauracchio dello straniero invasore è la connessione con il passato. Nel racconto leghista, la “palandrana di merda” musulmana è sempre pronta a sottometterci, privandoci delle nostre libertà personali, mettendo il velo alle nostre donne e costringendoci a mangiare tortellini ripieni di carne di pollo. Ed è proprio in questo punto che avviene il corto circuito logico di cui soffrono milioni di italiani, incluso chi vota partiti progressisti. I diritti civili conquistati negli ultimi 50 anni (divorzio, aborto, educazione sessuale, parità di genere) vengono associati al pacchetto-occidente in cui è inserita istintivamente anche la tradizione cristiano-cattolica. Basandosi su questo assunto, di fronte alla minaccia di perdere questi diritti per un’invasione musulmana, la soluzione è rifugiarsi nell’uguale e opposto della religione cattolica. Come se la kriptonite del superman islamico fosse la religione cattolica.

Chiaramente questa visione è frutto di suggestioni e non di logica. La Chiesa cattolica infatti condivide esattamente la stessa visione del mondo musulmano osservante sul ruolo della donna in famiglia, sull’omosessualità, sui diritti riproduttivi e su quelli del fine vita. È paradossale, quindi, che chi vota la Lega per proteggersi dall’islamizzazione nei fatti supporta l’avvicinamento dell’Italia all’Arabia Saudita.

Divorzio, aborto, eutanasia, sono tutti diritti civili contro cui la Chiesa si è sempre battuta e continua a farlo tuttora con mezzi espliciti o subdoli, come l’obiezione di coscienza dei ginecologi. Ogni tentativo di educazione sessuale moderna è osteggiata, l’omosessualità è condannata – con Francesco non è cambiato proprio nulla – e la posizione della donna deve essere principalmente quella di produttrice di bambini. E anche il terrificante velo islamico è concettualmente uguale a quello che la Chiesa impone alle sue sostenitrici più fedeli.

L’ideale della battaglia di Lepanto è ancora diffuso, ma riguardo regole da seguire le tre religioni abramitiche sono difficili da distinguere. Non è un caso che la famosa lezione di Ratisbona di Benedetto XVI, pochi anni prima dell’abdicazione cosmetica a favore di Bergoglio, sia stata salutata positivamente dall’intellighenzia musulmana (non dal popolo musulmano: ironicamente l’incapacità di analisi del messaggio profondo è a doppio senso): “Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture”. Insomma, è inutile farci illusioni, la ragione è il nemico e le religioni devono unirsi per contrastare la deriva secolarizzante della società.

E allora ribadiamo una verità semplice ma che si sta perdendo: qualsiasi partito politico di ispirazione religiosa cercherà di imporre regole basate su dogmi ed interpretazioni arbitrarie di testi ambigui. Di conseguenza, regole irrazionali e che favoriranno solo una porzione della popolazione. Questo punto era molto chiaro a chi ha vissuto in società sottomesse ai dogmi religiosi (leggetevi Garibaldi): noi ce ne stiamo dimenticando proprio perché ci siamo liberati da molte delle catene imposte dalla religione in Italia.

Crocifisso, mezzaluna, stella di David, sono marchi differenti dello stesso prodotto. La sola via per una società equa, che rispetti i diritti dell’individuo, è la laicità dello stato. Una laicità concreta, non solo un principio supremo boicottato nei fatti da istituzioni clericali. Per questo è importante battersi per difendere i diritti civili laici conquistati, e per conquistarne di nuovi. L’Uaar lo fa da trent’anni: passa a trovare i suoi attivisti nei circolisostienila anche tu!





Licenza Creative Commons



Crediti :

uaar

Continua a leggere

Chi Siamo

Newsletter

Dicono di noi

Sbattezzo

Seguici su Facebook

Facebook Pagelike Widget

I più letti