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LGBT: aggiornamento in corso… da 30 anni

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Nelle laicissime barricate dove ancora si lotta per ottenere il riconoscimento di tutte le istanze LGBT, evitando di rilassarsi dopo l’approvazione della (depotenziata) legge sulle unioni civili a maggio di quest’anno, in questi giorni si sono registrate un paio di piccole novità pressoché trascurate dai media in sovreccitazione per la campagna elettorale in vista del referendum costituzionale.

La prima novità, non scontata ma probabile perché conferma, riguarda il Consiglio di Stato che ha dichiarato “illegittimi” — per incompetenza — gli annullamenti delle trascrizioni delle nozze gay celebrate all’estero da parte dei Prefetti, a Udine e a Milano che avevano fatto ricorso. Prefetti che, bontà loro o meno, avevano agito in ottemperanza alla discutibile circolare che nel 2014 era stata emanata dal clericale Ministro Alfano, per sabotare a suo modo il confronto politico e il dibattito pubblico che ferveva sul matrimonio egualitario.

Dunque non dovrebbe sembrare casuale se anno dopo anno sempre più individui scelgono coerentemente di abbandonare in modo ufficiale la Chiesa, anche grazie al nostro aiuto e supporto; benché nel 2015 si sia registrato un leggero aumento dei matrimoni, facilitati dalla legge sul cosiddetto divorzio breve si è al contempo registrato un picco di divorzi, e di persone che preferiscono sempre più spesso il rito civile a quello religioso (il sorpasso in alcune regioni è già avvenuto); scende il numero delle vocazioni, checché ne dicano gli addetti ai lavori; aumentano sempre di più nel tempo le percentuali degli italiani che diversamente dai suggerimenti clericali e slogan integralisti, auspicano leggi che riconoscano alle famiglie e ai figli di coppie omosessuali la piena cittadinanza, e il diritto alla dignità di scegliere quando porre fine alla proprie sofferenze; l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole pubbliche, plateale contraddizione inserita nei i principi fondamentali nella nostra costituzione tra il Principio di Uguaglianza (Art. 3) e il Concordato (Art. 7) che la prevede come privilegio per i fedeli di una sola religione, interessa sempre meno e subisce un forte calo del numero di studenti che se ne avvalgono.

Che la società si sia laicizzata e secolarizzata non ci sono dubbi. Che sia necessario riportare il paese al passo coi tempi, nemmeno. Tutti insieme infatti, questi sono chiari segnali che potevano essere facilmente letti al capitolo “Laicità dello Stato” e quindi opportunamente declinati da parte delle nostre istituzioni, perché imponevano imprescindibilmente un aggiornamento dell’Italia rispetto al contesto sociale autentico odierno.

A maggior ragione questi dati devono essere registrati e laicamente interpretati oggi, se a prescindere dal colore della propria casacca politica si vuole far parte di chi vuol ben rappresentare “il cambiamento”. Figuriamoci se non dovrebbero essere presi in considerazione da chi si vuole cimentare con una ennesima — futura — riforma della carta costituzionale.

Davvero si ritiene che possano essere ignorati ancora, come si è sempre fatto?

Scusate quindi la vena tra il polemico e l’orgoglioso di questo post, ma sono circa 30 anni (1987-2017) che continuiamo a sottolineare il bisogno di laicità di questo paese. Non è davvero possibile rinviare oltre questo aggiornamento.

A distanza di sei anni — venti dal “caso Welby” — non abbiamo una legge sul “fine-vita”

Nel 2010 era toccato alla circolare del trio ministeriale Fazio, Sacconi, Maroni che dichiarava la non validità dei registri comunali per i testamenti biologici, a essere sostanzialmente trattata come carta straccia dagli stessi comuni.

A indicare come non sempre queste circolari ideologiche, questi provvedimenti politici imposti dai governi per compiacere la CEI, rispecchino una corretta declinazione del concetto di giustizia anche sociale. Sulla premessa poi che ancora oggi a distanza di sei anni — venti dal “caso Welby” — non abbiamo una legge sul “fine-vita”, risulta evidente la serie di avvisi riguardo a quanto la nostra classe politica arrivi spesso volutamente a non volersi aggiornare sui cambiamenti del nostro tempo e della nostra società.

L’altra novità arriva da una notizia che qualcuno troverà bizzarra se non paradossale. La Corte di Cassazione ha sentenziato che gli appellativi “omosessuale” o “gay” non sono lesivi della reputazione di nessuno e quindi nemmeno un eterosessuale, potrà mai più ritenersi offeso. Potremmo ancora fare della facile retorica e dell’ottima speculazione sulle contraddizioni bergogliane del “chi sono io per giudicare?” alla luce delle tensioni intercorse tra Francia e Vaticano sul caso del diplomatico Laurent Stefanini rifiutato in quanto gay, o più in generale sul giudizio negativo pressoché unanime che le religioni danno delle persone omosessuali, considerandole “contro natura”, sia chiaro. Laicamente preferiamo non infierire oltre su piccoli uomini fallibili che vengono erroneamente considerati grandi — nonostante ancora ancorati al medioevo — e concentrarci invece sulle motivazioni che hanno portato la Cassazione a questa decisione: il cambio del contesto storico. È infatti attraverso un vero e proprio aggiornamento sui tempi cambiati e sull’oggi che la Suprema Corte ha voluto cancellare quel velo di pregiudizio e quel senso dispregiativo con il quale venivano usati quegli appellativi. Piccoli fatti questi, ben inteso.

Ma a questo punto alcune domande sorgono istintive. In che misura la società e il suo tempo presente sono davvero cambiati da poter eventualmente indurre le istituzioni a un aggiornamento del paese? Rispetto ai nostri interessi e ai grandi temi laici di cui la nostra realtà associativa si fa carico, quali attenzioni al cambiamento dovrebbero assumere rilevanza per le nostre istituzioni?

Come spesso abbiamo sottolineato, l’Italia è un paese abitato da cittadini credenti solo teoricamente. Nonostante le scenate per i mancati presepi o le recite natalizie nelle scuole pubbliche che arrivano puntuali ogni anno in questi periodi sotto la spinta di certa politica interessata, o le imposizioni di simboli religiosi nelle aule istituzionali di questo nostro incoerente paese laico, ai cittadini italiani di quella che fu la “religione di Stato” fino all’ultima revisione del Concordato non interessa praticamente quasi più nulla.

Le più recenti statistiche sul fenomeno della secolarizzazione in Italia, dipingono uno scenario che imporrebbe ben più di una banale riflessione sociologica. La disaffezione religiosa degli italiani sta toccando picchi impensabili e a nulla sono valsi finora i tentativi o le strategie pianificate della stessa Chiesa per arginare il distacco dalla pratica da parte dei fedeli. Che si tratti di un giubileo presentato in pompa magna e sovvenzionato con soldi pubblici, o che si tratti di un overload informativo propagandistico su lettori e spettatori che lo subiscono quotidianamente, gli Italiani si dicono cattolici ma a loro modo e non come dovrebbero esserlo secondo la loro stessa dottrina.

Sempre più individuiscelgono coerentemente di abbandonare in modo ufficiale la Chiesa

Dunque non dovrebbe sembrare casuale se anno dopo anno sempre più individui scelgono coerentemente di abbandonare in modo ufficiale la Chiesa, anche grazie al nostro aiuto e supporto; benché nel 2015 si sia registrato un leggero aumento dei matrimoni, facilitati dalla legge sul cosiddetto divorzio breve si è al contempo registrato un picco di divorzi, e di persone che preferiscono sempre più spesso il rito civile a quello religioso (il sorpasso in alcune regioni è già avvenuto); scende il numero delle vocazioni, checché ne dicano gli addetti ai lavori; aumentano sempre di più nel tempo le percentuali degli italiani che diversamente dai suggerimenti clericali e slogan integralisti, auspicano leggi che riconoscano alle famiglie e ai figli di coppie omosessuali la piena cittadinanza, e il diritto alla dignità di scegliere quando porre fine alla proprie sofferenze; l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole pubbliche, plateale contraddizione inserita nei i principi fondamentali nella nostra costituzione tra il Principio di Uguaglianza (Art. 3) e il Concordato (Art. 7) che la prevede come privilegio per i fedeli di una sola religione, interessa sempre meno e subisce un forte calo del numero di studenti che se ne avvalgono.

Che la società si sia laicizzata e secolarizzata non ci sono dubbi. Che sia necessario riportare il paese al passo coi tempi, nemmeno. Tutti insieme infatti, questi sono chiari segnali che potevano essere facilmente letti al capitolo “Laicità dello Stato” e quindi opportunamente declinati da parte delle nostre istituzioni, perché imponevano imprescindibilmente un aggiornamento dell’Italia rispetto al contesto sociale autentico odierno. A maggior ragione questi dati devono essere registrati e laicamente interpretati oggi, se a prescindere dal colore della propria casacca politica si vuole far parte di chi vuol ben rappresentare “il cambiamento”. Figuriamoci se non dovrebbero essere presi in considerazione da chi si vuole cimentare con una ennesima — futura — riforma della carta costituzionale. Davvero si ritiene che possano essere ignorati ancora, come si è sempre fatto?

Scusate quindi la vena tra il polemico e l’orgoglioso di questo post, ma sono circa 30 anni (1987-2017) che continuiamo a sottolineare il bisogno di laicità di questo paese. Non è davvero possibile rinviare oltre questo aggiornamento.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Campagna “Non affidarti al caso”: il Consiglio di Stato accoglie il ricorso del Comune di Genova

«Anche se non è la prima volta che ci troviamo di fronte a decisioni irrazionali e censorie questa va davvero oltre le più pessimistiche aspettative e siamo prontissimi a dare battaglia».

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«Anche se non è la prima volta che ci troviamo di fronte a decisioni irrazionali e censorie questa va davvero oltre le più pessimistiche aspettative e siamo prontissimi a dare battaglia». Così Adele Orioli, segretaria dell’Uaar, in merito alla notizia che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dal Comune di Genova contro la campagna “Testa o croce? Non affidarti al caso” mirante a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di una scelta ragionata dei propri medici, con particolare riferimento all’obiezione di coscienza.

«Si tratta di una sentenza liberticida, sintomatica dell’aria che si respira nelle istituzioni dopo il convegno di Verona e che conferma ancora una volta che l’obiezione di coscienza è un nervo scoperto in questo paese», prosegue Orioli.

Le affissioni della campagna in questione hanno campeggiato negli ultimi mesi su tutto il territorio nazionale, ma non a Genova. Il Comune le aveva infatti rifiutate adducendo come motivazione «una possibile violazione di norme vigenti in riferimento alla protezione della coscienza individuale» e «al rispetto e tutela dovuti a ogni confessione religiosa». L’Uaar aveva presentato ricorso al Tar della Liguria contro la delibera del Comune, ricorso che era stato accolto. La sentenza del Consiglio di Stato ribalta ora a sua volta quella del Tar.

«Ovviamente la questione non finisce qui, anzi, rappresenta un’occasione per portare anche davanti alla Corte di Cassazione ben tre principi costituzionali: quello della laicità; quello della libertà di espressione e quello dell’eguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini (art. 3) a prescindere dalle convinzioni religiose personali di ognuno», dice ancora Orioli. «Siamo pronti a portare anche questo caso davanti alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, dove molte delle intemerate clericali del Consiglio di Stato sono già state smontate in passato. Perché l’Uaar, checché ne pensi il comune di Genova, c’è per creare un mondo più libero e migliore per tutti».

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Liberi di scegliere: a Verona i colori dell’arcobaleno contro l’oscurantismo

In tanti alla contromanifestazione organizzata da Non una di meno e che ha visto tantissime adesioni

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Oscurantisti da una parte e chi vuole una società aperta, libera e tollerante dall’altra: “Per quanto mi riguarda manifestiamo a favore di una società aperta, una società che crede nelle libertà di tutte e di tutti, e quindi mi fa piacere che abbiamo l’occasione di essere qui”.

Parole dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, arrivando a Verona alla prima delle contro manifestazioni in occasione del Congresso mondiale delle famiglie.
“Penso – ha aggiunto – che i signori del governo che vanno a una manifestazione dove invece si tolgono diritti a interi gruppi sociali non ci rappresentano, non rappresentano l’intera nazione. Allora siamo qui a dire non nel nome nostro, ministro Salvini, non a nome nostro. Noi abbiamo un’altra idea di società e per noi tutti devono essere rispettati, non devono esistere discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e di genere. I signori del congresso delle famiglie vogliono sottrarre diritti che sono stati ottenuti con decenni di battaglie. Non possiamo permettere questo e allora – ha concluso – dobbiamo far capire che gran parte dell’Italia non ci sta”.





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Campidoglio invita a saltare la scuola per omaggiare il papa. “Un invito sconcertante”

«Ci sarebbe da ridere se a piangere non fosse la laicità delle istituzioni».

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«Ci sarebbe da ridere se a piangere non fosse la laicità delle istituzioni». Adele Orioli, segretaria dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), commenta così l’invito rivolto dal Comune di Roma alle scuole del territorio affinché si raccolgano numerose, il prossimo 26 marzo alle ore 10.00, in Piazza del Campidoglio in occasione dell’omaggio alla città di Roma e ai suoi cittadini che il papa renderà dalla loggia michelangiolesca di Palazzo Senatorio.

La lettera del Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici del Comune di Roma indirizzata ai dirigenti scolastici degli Istituti comprensivi e delle Scuole Secondarie di primo e secondo grado (di cui l’Uaar è in possesso) recita: «Roma Capitale ha il piacere di comunicare ai Dirigenti scolastici, ai Docenti, agli alunni, agli studenti e relative famiglie che, Sua Santità Papa Francesco renderà omaggio alla città di Roma e ai suoi cittadini e cittadine, martedì 26 marzo p.v., alle ore 10.30, dalla loggia michelangiolesca di Palazzo Senatorio. L’ultima visita del precedente pontefice risale al 9 marzo del 2009 pertanto, il Santo Padre accogliendo l’invito della Sindaca di Roma dimostra nei confronti della cittadinanza intera, e dell’Amministrazione Capitolina che la rappresenta, una rinnovata e affettuosa attenzione. Il Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici invita quindi le scuole e le famiglie di Roma a partecipare numerose, il prossimo 26 marzo 2019 alle ore 10.00, in Piazza del Campidoglio, con ingresso da Piazza dell’Ara Coeli e, a tale proposito, chiede agli istituti interessati di compilare la scheda allegata e di farla pervenire entro il 21 marzo p.v. al seguente indirizzo di posta elettronica (…)».

«Un invito a disertare le lezioni per salutare un rappresentante religioso! In spregio a ogni principio di laicità della scuola. Oltretutto – prosegue Orioli – per gli studenti romani che proprio morissero dalla voglia di salutare il papa non è necessario saltare la scuola: basta andare a San Pietro la domenica! Non da ultimo, ci sono alunni che legittimamente non frequentano l’ora di religione: una scelta che inviti come questo sembrano deridere. La scuola dovrebbe essere di tutti: che alternative hanno previsto al Campidoglio per tutti questi altri loro cittadini? Speriamo – conclude Orioli – che il Comune riconsideri questa decisione e solleciti gli studenti a una qualche gita educativa piuttosto che a sventolare manine e bandierine per far contento Bergoglio».





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5 star review  Difficile spiegare per me.Ho conosciuto i Bambini di Satana tramite mio figlio e ho trovato tanti argomenti interessanti,a volte scomodi,che i perbenisti non affrontano.Grazie ragazzi

thumb Susy Barini
12/30/2017

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