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Lgbt, come ne hanno parlato i tg negli anni?

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Temi lgbt, alcuni ricercatori hanno analizzato i tg della sera Rai e Mediaset degli ultimi dieci anni, per capire come sono state raccontate le minoranze omosessuali, bisessuali e eterosessuali. Ecco i risultati

uali sono i due telegiornali italiani, tra i canali Rai e Mediaset, che hanno parlato di più nei primi sei mesi del 2015 di tematiche lgbt, ossia tematiche legate al mondo omosessuale, bisessuale o transessuale? Tg3 e Studio Aperto. In che modo ne abbiano parlato è un’altra storia. O meglio, un’altra ricerca. Lo sappiamo perché l’Osservatorio di Pavia – Media Research ha analizzato mille telegiornali tra gennaio e giugno del 2015, scremando le 142 notizie dedicate all’universo lgbt fra tutte le altre. La ricerca fa parte di una più ampia analisi sulla trattazione dei temi lgbt nei media italiani tra il 2005 e il 2015, che ha visto coinvolti anche un comitato scientifico di 15 docenti delle principali università italiane. In totale sono stati visionati circa 22mila telegiornali della sera delle reti #Rai e #Mediaset.

Perché occuparsi di una ricerca simile?

A spiegarlo Francesca Vecchioni, presidente di Diversity e ideatrice del progetto DMA&DMR, progetto che per la prima volta intende segnalare e premiare chi, all’interno del mondo della comunicazione in #Italia, si è distinto per una corretta rappresentazione delle persone #omosessuali , #bisessuali e #transessuali , esattamente come accade ormai da anni negli Stati Uniti, grazie a Glaad. “Sono cresciuta guardando una televisione che non raccontava chi ero. E invece è importante vedersi rappresentati, potersi ritrovare nelle immagini e nei racconti“, dice Francesca Vecchioni.

Il lavoro fatto dall’associazione e dai ricercatori è stato enorme: da una parte è stato mappato il mondo dell’informazione, per raccontare com’è cambiata la rappresentazione dell’universo #lgbt negli ultimi dieci anni. Dall’altra (con 2B Research) si è lavorato sul mondo della pubblicità, della #televisione e del #cinema, per selezionare le realtà che nell’ultimo anno meglio hanno saputo raccontare queste tematiche. A maggio, a Milano, saranno premiati i migliori.

 

Quali sono i dati più interessanti che emergono dalla ricerca dedicata all’informazione?

Innanzitutto si parla di questi temi solo se è la politica a tirar fuori l’argomento. Questo grafico mostra i momenti di maggior visibilità delle tematiche nei dieci anni presi in esame:

lgbt

Fonte: Osservatorio di Pavia – Media Research

Su 426mila notizie date dai tg in dieci anni, quelle prese in considerazione sono lo 0,3%, equamente distribuite fra Rai e Mediaset. La maggior parte delle notizie riferisce semplicemente dibattiti politici (come nel caso della proposta di legge sui Dico o della sentenza della #Cassazione) o inchieste con protagonisti della scena politica (il famoso caso del presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, che fu ricattato da un gruppo di carabinieri per la sua relazione con alcune transessuali).

lgbt

Fonte: Osservatorio di Pavia – Media Research

Aldilà della politica e del dibattito sulle unioni civili, l’ #omosessualtà fa notizia perlopiù quando ci sono di mezzo discriminazioni e cronaca nera. Questo non stupisce, i tg sono solitamente pieni di violenza, ma dimostra anche la difficoltà di raccontare modelli positivi. Modelli positivi che, per contrasto, nel 2015 sono invece finalmente comparsi su diversi canali italiani del digitale terrestre grazie a programmi stranieri, ma non solo.

lgbt

Fonte: Osservatorio di Pavia – Media Research

Monia Azzalini, responsabile della ricerca e ricercatrice all’Osservatorio di Pavia, comunque, evidenzia una crescita dell’interesse. Nel 2015 le notizie a tematica lgbt date dai telegiornali salgono dallo 0,3 allo 0,7% del totale. La comunità lgbt riesce a entrare più o meno ovunque nell’agenda dei notiziari in occasione dei Pride (che si svolgono di solito a giugno).

Lo si vede bene nel grafico qui sotto, dedicato ai primi sei mesi del 2015. Su 142 notizie in cui il tema è stato trattato con un livello buono di obiettività e approfondimeno, il momento di maggior visibilità è proprio a giugno:

lgbt

Fonte: Osservatorio di Pavia – Media Research

“Concentrandosi sul presente, ho notato due trend che mi sembrano positivi: il tema fa meno paura di un tempo. I tg sono entrati nelle case di persone omosessuali, sono state mostrate le famiglie. In secondo luogo si vede una maggiore rappresentazione dell’omosessualità femminile. Tutto questo aiuta a normalizzare il tema, soprattutto se pensiamo che tutt’ora in Italia il telegiornale resta la primaria fonte di informazione“, sottolinea la ricercatrice.

 

 

Crediti :

Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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Globalist

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Più soldi di tutti alla scuola di tutti, quella pubblica

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»

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La presentazione del secondo rapporto nazionale sulla povertà educativa minorile in Italia, a cura di Openpolis e Con i bambini, sottolinea la necessità di maggiori investimenti negli asili nido (fascia di età 0-3 anni) e nelle scuole dell’infanzia (fascia d’età 3-5 anni). Nonostante il nostro Paese risulti sotto la media Ocse in termini di percentuale del Pil speso per l’istruzione della prima infanzia, la politica insiste su ragioni di risparmio e sulla conseguente e presunta necessità di destinare soldi pubblici alle scuole private paritarie, in larga parte di orientamento religioso.
Costituzione alla mano, vi è una differenza fondamentale tra l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Il primo è un servizio, sicuramente importante, mentre la seconda è scuola. E come tale è un dovere costituzionale che lo Stato la garantisca.

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Non c’entra nulla che non sia scuola dell’obbligo. È un dovere della Repubblica istituirla ove vi sia richiesta, gratuita e statale. È facoltativo per le famiglie chiedere che i figli la frequentino. Si pensi alla quarta e alla quinta superiore: non è scuola dell’obbligo, ma non s’è mai visto un liceo statale che si ferma alla terza superiore.

Eppure da quando la legge clericale 62/2000 ha reso possibile il finanziamento pubblico alle scuole private – legge voluta dal secondo governo D’Alema, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer -, destra e sinistra hanno fatto in modo che l’istituzione di scuole statali dell’infanzia statali venisse frenata, e che soldi pubblici venissero dirottati su scuole paritarie che in larga misure sono scuole-parrocchia. Fu esplicito nel 2014 Luca Zaia, governatore del Veneto: «Il governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali».

Fu altrettanto esplicita la rossa Bologna, che pur sconfitta nel referendum comunale del 2013 da un 60% di cittadini che chiedevano di destinare i fondi comunali alle scuole pubbliche fino all’esaurimento delle liste d’attesa, confermò invece il finanziamento di un milione di euro alle scuole paritarie, quasi tutte cattoliche. E non è da meno l’attuale esecutivo: quello che si definiva “del cambiamento”, ma che continua come i governi precedenti a stanziare mezzo miliardo l’anno per le scuole private paritarie. Ancora maggiore è il contributo totale che le amministrazioni locali devolvono alle scuole paritarie: l’inchiesta dell’Uaar icostidellachiesa.it quantifica che solo quelli per scuole cattoliche o che si ispirano alla morale cattolica ammontino a 500 milioni l’anno.

Le scuole private sopravvivevano anche prima di iniziare a ricevere contributi pubblici, grazie alle rette e a sponsor privati, e avevano sostanzialmente lo stesso numero di studenti che hanno adesso. La ricetta per contrastare la povertà educativa minorile in Italia? Recuperare questi fondi, aggiungerne altri e destinarli esclusivamente alla scuola di tutti, a una scuola laica, pubblica e all’avanguardia. Iniziando dalle scuole dell’infanzia statali ovunque vi sia richiesta. Come Costituzione comanda, come comandano ragione e laicità.





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UAAR

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“Simpatie per coprofagi” Multa per diffamazione alla dottoressa Silvana De Mari

La dottoressa Silvana De Mari condannata per diffamazione: aveva detto che il circolo gay era simpatizzante di “pedofilia, necrofilia e coprofagia”

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Arriva un’altra condanna per diffamazione per Silvana De Mari, la dottoressa torinese già nella bufera per aver sostenuto che l’omosessualità è contronatura.

Stavolta il medico dovrà risarcire il circolo “Mario Mieli” di Roma di cui aveva parlato in un’intervista al quotidiano La Croce. “Il circolo LGBT di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia”, aveva detto, “Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia“.

Ora il tribunale di Torino ha condannato la De Maria a pagare una multa di mille euro, più il risarcimento dei danni – non ancora quantificati – e le spese legali. “Sono felice che questa notizia arrivi mentre una nutrita delegazione del Circolo Mario Mieli e di numerosissime altre realtà LGBT+ italiane, si trova a New York per il grande World Pride”, dice Sebastiano Secci, presidente dell’associazione, “Quella notte di 50 anni fa le ragazze di Stonewall ci hanno insegnato a dire basta ai soprusi e alle umiliazioni ricevute, questa condanna è figlia di quegli insegnamenti”.





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il Giornale

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