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Libia, Tripoli condannato a morte il figlio di Gheddafi. Ma Tobruk: tribunale illegittimo

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Il tribunale di Tripoli emette il verdetto di pena capitale per crimini di guerra. la sentenza ‘rigettata’ dal governo di Tobruk. Con Saif al-Islam, considerato il delfino del raìs, condannati anche  altri 8 membri del regime

ripoli – Saif al-islam, figlio di Gheddafi, è stato condannato a morte in Libia dal tribuunale di Tripoli; ma il governo di Tobruk definisce la sentenza ‘illegittima’. Il secondogenito dell’ex raìs, è stato condannato in contumacia allapena di morte, specifica Al Arabiya, mentre secondo al Jazeera l’esecuzione avverrà perfucilazione. Saif al-Islam era considerato il delfino di Gheddafi

LE CONDANNE

Il tribunale di Tripoli ha emmesso verdetto di pena capitale per Saif e altri 8 imputati, ex membri del regime, per i crimini di guerra commessi durante la repressione delle rivolte in Libia nel 2011. Assieme a Saif al-Islam è stato condannato a morte anche l’ex capo dell’intelligence, Abdullah Senussi, e l’ultimo primo ministro dell’era Gheddafi, Al-Baghdadi al-Mahmudi.

Il processo, avviato nell’aprile dello scorso anno, è stato criticato da organizzazioni per i diritti umani a causa delle restrizioni imposte alla difesa degli imputati; inoltre, è ancora in corso la disputa legale con la Corte Penale Internazionale, che ha rinunciato alla propria giurisdizione su al-Senussi ma reclama la propria competenza a processare Saif al-Islam. Inoltre, è ancora da risolvere una disputa con il Tribunale penale internazionale dell’Aja sulla giurisdizione del caso di Seif al-Islam.

LO STOP DA TOBRUK

Al Mabruk Qarira, ministro della Giustizia di Tobruk, il cui governo è riconosciuto a livello internazionale, ha affermato di non riconoscere il procedimento giudiziario e la sentenza di condanna a morte emessa da un tribunale di Tripoli nei confronti di Saif al Islam Gheddafi. Il governo diTobruk considera il tribunale di Tripoli “illegittimo”, perché si trova in una città che non è sotto il controllo dello Stato.

IL DELFINO DEL RAIS

Saif al Islam Gheddafi era comparso l’ultima volta in tribunale era il 27 aprile, in video conferenza dalla prigione di Zintan, a 180 km a sud-ovest di Tripoli. Era stato arrestato il 19 novembre 2011 mentre cercava di fuggire in Niger. Contro di lui era stato spiccato un mandato di cattura internazionale, in particolare per crimini contro l’umanità commessi durante la repressione della rivolta popolare poi trasformatasi in guerra civile.

Saif non aveva alcun ruolo ufficiale nel governo, ma era considerato l’erede del rais e la figura più influente dopo di lui. La Corte penale internazionale chiedeva di processarlo. Le milizie che lo avevano catturato si opposero, determinate a processarlo in Libia. “Non ho paura di morire, ma se mi ucciderete dopo un processo del genere dovrete solo parlare di omicidio”, aveva detto Saif al-Islam, secondo quanto riporta Bbc.

Alla lettura della sentenza non era presente Saif al-Islam, detenuto in un carcere di Zenten dalle milizie locali che non hanno mai accettato il trasferimento ordinato più volte da Tripoli.

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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«Bugiardo, non sei stato sulla Luna», regista complottista aggredisce con la Bibbia Buzz Aldrin e lui l’atterra con un pugno Video

Non ha riportato alcuna conseguenza penale per quel pugno sferrato al volto di un tipo che crede che le missioni Apollo siano un inganno

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Quando ci vuole ci vuole, tanto è vero che Buzz Aldrin, il secondo uomo a camminare sulla Luna, non ha riportato alcuna conseguenza penale per quel pugno sferrato al volto di un tipo che crede che le missioni Apollo siano un inganno ordito dal governo americano con la complicità della Nasa e degli studios di Hollywood.

Opinione più che legittima, per quanto non sostenuta da prove, ma comunque da non impugnare come una clava aggredendo l’anziano astronauta in pubblico accusandolo di essere  «un codardo, un bugiardo e un ladro». Pesanti calunnie che hanno innescato il destro dell’eroe dell’Apollo 11, come registrato in un video diffuso in questi giorni durante i quali si ricorda il 50° anniversario della conquista della Luna. Un video visto e twittato da oltre due milioni di persone in poche ore.

n realtà l’episodio di Beverly Hills è del 2002 e riguarda, come riporta Usa Today, l’ex regista Bart Sibrel, del Tennesee, che all’epoca aveva 38 anni, così come Buzz Aldrin di anni ne aveva allora 72 quando reagì con le maniere forti a quelle assurde accuse espresse con tanta e immotivata veemenza nei confronti per di più di una persona di quell’età. La polizia lasciò poi perdere ritenendo, con coerenza, che il pluridecorato Aldrin fosse stato provocato.

Il pugno arrivò dopo un lungo tampinamento di Sibrel al quale Aldrin, nella sua spaziale pazienza, aveva comunque inizialmente concesso di esprimere le proprie idee. Niente, l’inseguimento davanti alla sala-conferenze era proseguito a lungo fino a culminare nell’aggressione verbale con una sfilza di calunnie.

Con queste sceneggiate, del resto, Sibrel, autore di alcuni film “corti, si era un fatto un nome utile a sostenere la tesi del complotto firmando alcuni “documentari” puntualmente smentiti dagli scienziati. Per anni ha inoltre molestato  Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins chiedendo loro di giurare sulla Bibbia. Di solito incassava un cortese diniego ma quel giorno del 2002 gli andò peggio. Buzz Aldrin era a Beverly Hills per assistere a un programma giapponese per ragazzi e venne avvicinato pià volte da Sibrel, con la Bibbia in mano, all’uscita dell’hotel. Aldrin gentilmente rifiutò per l’ennesima volta di prestarsi all’assurda “cerimonia”, ma poi Sibrel continuò a importunarlo fino a urlargli in faccia quella serie di ingiurie. Nonostate la differenza di età e di altezza, l’anziano e assai più basso astronauta si liberò infine del molestatore.

In questi giorni dedicati all’epopea lunare la vicenda è stata rievocata andando a cercare lo stesso Sibrel che non ha cambiato idea: crede anncora alla – ridicola – ipotesi della cospirazione che avrebbe coinvolto 400mila persone per fingere di mandare l’uomo sulla Luna persino con la complicità indiretta anche dei russi che seguirono in diretta lo sbarco con le loro sonde senza poter fare altro che ammettere la sconfitta.

Come ha ricordato anche di recente Samantha Cristoforetti, citando i protagonisti di quell’impresa, sarebbe stato molto più difficile fare finita di andare sulla Luna che sbarcarci davvero.





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il Messaggero

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Violenza a Parigi, scontri sugli Champs Elysées dopo la parata militare

Le tv hanno mostrato immagini di manifestanti che erigevano barricate e davano fuoco a cestini della spazzatura, prima di essere dispersi dalla polizia con i lacrimogeni.

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Scontri fra polizia e manifestanti dei gilet gialli sono avvenuti a Parigi sugli Champs Elysèes, alcune ore dopo la fine della parata del 14 luglio. L’emittente Bfmtv ha mostrato immagini di manifestanti che erigevano barricate e davano fuoco a cestini della spazzatura, prima di essere dispersi dalla polizia con i lacrimogeni.
La prefettura ha poi reso noto su Twitter di “aver evacuato l’area con la forza” di fronte alle “violenze” sugli Champs Elysées. Secondo Le Figaro, la polizia ha creato un cordone di sicurezza attorno a Fouquet’s, la nota brasserie, che ha riaperto ieri dopo essere stata date alle fiamme e devastata dai gilet gialli in marzo.





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Globalist

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Chi è Carola Rackete, il capitano della Sea Watch 3 che ha forzato il blocco navale

La 31enne tedesca è entrata in acque italiane dopo 14 giorni di stallo, infrangendo il divieto imposto dal decreto sicurezza. In un’intervista ha detto che aiutare gli altri è un “obbligo morale”

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Carola Rackete (foto: Till M. Egen/Sea-Watch.org.)

Il 26 giugno verrà ricordata come una data in cui è successo un fatto straordinario: una nave di una ong del Mediterraneo, la Sea Watch 3, ha infranto il divieto d’ingresso imposto dal ministro Salvini ed è entrata in acque italiane. La decisione, annunciata su Twitter dalla stessa ong e confermata dai dati Gps sulla navigazione, è stata presa dal capitano della nave Carola Rackete, dopo che la Corte di Strasburgo aveva respinto il ricorso presentato dai 42 migranti a bordo della nave per sbarcare in Italia.

“Sono allo stremo. Li porto in salvo”, ha detto Rackete, aggiungendo di essere consapevole dei rischi cui va incontro: una sanzione che va da un minimo di diecimila a un massimo di cinquantamila euro – non solo per il comandante, ma anche per l’armatore e il proprietario della nave – e il sequestro dell’imbarcazione (due misure introdotte dal decreto sicurezza bis, approvato lo scorso 11 giugno dallo stesso ministro dell’Interno).

La rotta di Sea Watch negli ultimi giorni

Dal salvataggio in mare dei migranti a bordo della nave a oggi sono passati 14 giorni. Da allora, sono sbarcate solo dieci persone per ragioni mediche. Rackete ha raccontato che gli altri sono disperati. “Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle”.

Chi è Carola Rackete

Trentun anni d’età, nazionalità tedesca, Carola Rackete conosce cinque lingue e ha una laurea in Conservazione ambientale, ottenuta alla Edge University nel Lancashire. Nonostante la giovane età, ha già una lunga esperienza in mare. Non ancora venticinquenne, è stata al timone di una nave rompighiaccio nel Polo Nord nell’ambito di una missione per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi. Ha poi lavorato come secondo ufficiale di bordo per la Ocean Diamond e per la Arctic Sunrise di Greenpeace, e collaborato con la flotta della British Antarctic Survey, un’organizzazione del Regno Unito impegnata in progetti di ricerca nell’Antartide.

Fa parte di Sea Watch dal 2016. In un’intervista a Repubblica, ha detto a questo proposito: “La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”.





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Wired

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