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Cultura Generale

L’insostenibile prezzo di una spaghettata bio

Venduto come soluzione a ogni male, in realtà il marchio “bio” non è affatto sinonimo di maggiore sicurezza, sostenibilità e qualità. E l’agricoltura che lo sostiene è più nociva per l’ambiente, afferma la senatrice Elena Cattaneo

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foto: Getty Images

Quanto costa una spaghettata bio? E cosa mettiamo realmente nel piatto quando mangiamo cibo considerato (a torto) più naturale? Di recente, a seguito delle mie riflessioni pubbliche a difesa degli agricoltori che puntano all’efficienza, all’innovazione, alla sicurezza e all’accessibilità di ciò che producono, mi è stato recapitato un cesto-regalo. Dentro, una bottiglia di vino, una d’olio, una di polpa di pomodoro, tre pacchi di pasta di vari produttori, un etto di aglio, un mazzetto di peperoncini. Tutto certificato “biologico”, per un totale di poco più di 36 euro (esclusa la confezione di peperoncini, il cui prezzo, in quel formato, non sono riuscita a rintracciare).

Ad avere avuto questo pensiero sono state tre colleghe deputate, ognuna contraddistinta, nel dibattito pubblico, da un nono vaxno pesticidi, no ogm. Pur appartenendo a gruppi parlamentari differenti (Pd, M5s, Leu) sono accomunate dalla scelta di promuovere l’agricoltura biologica. Soprattutto, come da lettera di accompagnamento, curiosamente l’omaggio recava come prima firma quella di un rappresentante di una nota lobby del biologico e del cornoletame che finiva col confondere il messaggio associato: la spaghettata con invito a visitare un’azienda bio la propongono le colleghe parlamentari, o sono mere supporter dell’associazione di promozione commerciale del settore?

La curiosità di scienziata che le colleghe parlamentari mi riconoscono mi ha portato però a pormi un’altra più importante domanda: perché una spaghettata biologica-biodinamica costa così tanto? E, soprattutto, quanto del prezzo di quei prodotti che troviamo nei negozi della grande distribuzione corrisponde a un’effettiva migliore sicurezza e qualitàrispetto ad analoghi prodotti non certificati bio (ma non per questo meno naturali), e quanto invece è un sovrapprezzo generato da una narrazione ingannevole a danno dei concorrenti (e dei consumatori)?

In un recente report promosso dalla stessa lobby citata poc’anzi, e presentato alla Camera dei deputati, infatti, non è tanto il prodotto bio a essere presentato come migliore, ma quello altrui a essere denigrato come peggiore. In quel testo, inoltre, si etichettano come “inquinatori dell’economia e del pianeta” centinaia di migliaia di onesti agricoltori italiani, che quotidianamente assicurano a milioni di persone, a partire dai meno abbienti, di potersi nutrire in maniera sana, grazie all’agricoltura integrata, il cui scopo è utilizzare l’esperienza, le conoscenze e le tecnologie a disposizione per produrre in maniera più efficiente cibo sicuro e a prezzi accessibili. Scopo raggiungibile anche attraverso l’uso dei pesticidi (più correttamente, i fitofarmaci) disponibili in formulazioni sempre più mirate, moderne e a basso impatto ambientale. L’iter che ne precede l’autorizzazione d’uso, tra l’altro, è talmente articolato e approfondito da far concludere che i composti chimici oggi disponibili per proteggere le nostre coltivazioni sono controllati più dei farmaci che assumiamo per curarci.

Tornando ai prodotti presenti nel cesto, basta considerare uno dei tre pacchi di pasta, quella che utilizza grano Cappelli, per ricordare che, anche quando mettiamo nel piatto cibo etichettato “naturale”, in realtà non mangiamo i frutti di una natura benigna e incontaminata, ma dell’agricoltura. Arrivati a noi a valle di ininterrotti interventi, selezioni, incroci di piante e di interi genomi operati dall’uomo. Il Cappelli, per esempio, varietà di grano duro ottenuto nel 1915 dal genetista agrario Nazareno Strampelli, rappresenta il risultato di un processo di miglioramento genetico ottenuto tramite selezione artificiale a partire da un grano nordafricano, che si diffuse grazie alla sua adattabilità. Per non parlare, poi, del pomodoro, un frutto nativo americano irriconoscibile nella sua forma naturale, tanto era piccolo, giallo e immangiabile, oggi autentico prodotto di un processo di globalizzazione dei cibi e dei sapori, iniziato circa cinque secoli fa.

Inoltre, a garantire la bontà e la qualità dei prodotti non è la certificazione biologica né tantomeno il marchio Demeter (organismo privato di certificazione dell’agricoltura biodinamica nato in Germania e oggi multinazionale presente in oltre 40 paesi) impresso sul pacco di spaghetti che mi è stato recapitato.

Scelta, questa, che denota quantomeno una confusione tra biologico ebiodinamico, vale a dire tra un metodo – seppur ideologico e assiomatico – e una pratica esoterica che a me sembra vada a tutto svantaggio degli agricoltori biologici. L’unica garanzia della qualità dei prodotti è il lavoro faticoso e intelligente di ogni imprenditore che, per ragioni economiche, di resa, di applicabilità dei protocolli, di terreno, esposizione, latitudine etc. deve poter scegliere cosa coltivare e come farlo nella maniera più efficiente possibile, nel rispetto della propria professionalità, dell’ambiente, dei consumatori e delle libere scelte degli altri colleghi del settore.

L’innovazione biotecnologica e la chimica di precisione, che il jet set del biologico rifiuta in blocco, nonostante la ricerca le abbia rese sicure e spesso meno impattanti rispetto ai corrispettivi venduti come naturali, hanno permesso di quadruplicare in meno di un secolo le rese per ettaro del grano, rimaste immutate dai tempi dell’antica Roma al secondo dopoguerra, e di usare il 68% di terra in meno per produrre la stessa quantità di cibo.

 

Chi difende acriticamente il bio, infatti, sembra non voler considerare i dati di produzione disponibili: un ettaro coltivato a grano con metodo biologicorende la metà rispetto a un ettaro di grano in agricoltura integrata. Questo significa che per produrre la stessa quantità di grano bio dovremmo occupare più terra e mettere in conto un aumento di emissioni nocive(derivanti dall’uso di macchine agricole su una superficie più estesa e dal dissodamento di una quantità maggiore di suolo), la distruzione dellabiodiversità e la sottrazione di nuove terre a foreste e praterie.

Per impostare politiche agricole intelligenti e di largo respiro non si può mettere sullo stesso piano una filiera per cibo di nicchia a prezzi elevati, senza una dimostrata superiorità qualitativa, e destinato essenzialmente a élite urbane con grandi capacità di spesa, con la produzione di materie prime di qualità pensata per soddisfare le necessità delle grandi filiere produttive del made in Italy (prosciutti, formaggi, pasta…): ossia la base del sistema agroalimentare del nostro paese.

Queste informazioni le ho raccolte e studiate in anni di ascolto e consultazione di esperti del settore, ricercatori, agronomi, agricoltori che la terra la lavorano quotidianamente per garantire prodotti sicuri, nutrienti e a prezzi accessibili, ma anche di neuroscienziati cognitivisti che analizzano i pregiudizi e gli inganni della mente umana non allenata al pensiero critico. A tutti loro ho chiesto di spiegarmi cosa significa coltivare bio, quali siano le condizioni, le prerogative e i limiti.

Ho anche chiesto di aiutarmi a capire per quale ragione i prodotti bio siano venduti a prezzi così alti, tali da renderli ad uso quasi esclusivo di consumatori benestanti che possono permettersi di non badare al prezzo di una spaghettata eco-chic, illudendosi di fare una scelta di maggior salutesicurezza per sé, i propri cari e per l’ambiente. Ma, se è doveroso garantire a ognuno la libertà di coltivare ciò che vuole e di riempire il carrello con ciò che desidera, bisogna considerare anche il rovescio sociale della medaglia creato dallo storytelling dominante: un messaggio fuorviante e classista, non privo di conseguenze per quella maggioranza di famiglie che non ha la stessa disponibilità economica. A loro si sta dicendo implicitamente che se scelgono prodotti da agricoltura integrata, a prezzi accessibili, non tuteleranno a sufficienza l’ambiente e la salute dei loro figli.

Il compito dei rappresentanti delle istituzioni, in quanto decisori pubblici, dovrebbe essere e restare quello di distinguersi dai portatori d’interesse, tenendo la barra dritta, forti dei dati e delle prove disponibili grazie al metodo scientifico. Da qui si deve partire per fare leggi che rispondano prioritariamente agli interessi di tutti i cittadini, non alla parabola del buon Bio, che da tempo ha finito con l’inquinare – questa sì – la discussione sul binomio agricoltura-sostenibilità, forse la più grande sfida scientifica, politica ed economica per l’umanità dei prossimi decenni.



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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