Contattaci

LAICITA'

Lo psicologo Maurizio Montanari: “Troppi bambini dall’esorcista”

Pubblicato

il

Modena, 12 dicembre 2016 – «CI siamo trovati dinanzi a pazienti che hanno riferito, nell’infanzia, di essere stati portati da ‘esorcisti’ della nostra zona, per essere sottoposti a rituali per cacciare l’immondo, a fronte di quelli che erano semplicemente atteggiamenti adolescenziali (riottosità, indisciplina). Altri hanno raccontato di essere stati ‘esorcizzati’ perché provenienti da famiglie bigotte ancora portatrici della malefica, arcaica e inestirpabile idea nefasta che l’omosessualità sia una malattia da ‘guarire’, attribuita all’intervento del maligno».

E’ un fenomeno di cui pochi parlano o che tanti, forse, preferiscono nasconde. Casi e casi di bambini e adolescenti ritenuti ‘posseduti’ o ‘indemoniati’ solo perché affetti da sindromi assolutamente diagnosticabili e note, spesso affidati alle ‘cure’ di fattucchieri o fantomatici esorcisti ritenuti capaci di ‘estirpare’ il maligno dalle loro anime; di farli tornare ‘normali’ se omosessuali.

A far luce sull’inquietante realtà è lo psicoanalista Maurizio Montanari del centro Libera Parola.

«Ci siamo trovati a commentare, con i colleghi, memorie di questi pazienti, che sono ben più numerosi di quanto si possa pensare. Ma a sollevare nuovi spunti di riflessione è stata la recente proiezione avvenuta proprio a Modena nei giorni scorsi del documentario ‘Liberami’, uno spaccato che ben descrive quali sono le tipologie di ‘utenti’ che si rivolgono all’esorcista».

Una parrocchia con la sala di attesa piena, come nel documentario, alla luce del sole, mette al riparo dall’azione di operatori dell’occulto autonominati, molte volte biechi fattucchieri ed imbroglioni in cerca di denaro, con poca attenzione alla fede e alla salute mentale. E’ possibile dare al fenomeno dell’esorcismo una lettura che va al di là della sua connotazione religiosa, cercando di indagare in quali maglie della società queste modalità di ‘liberazione’ facciano presa, e a quali scopi rispondano.

«Utilizzando uno sguardo clinico ritrovo nel film forme frequenti di disagio individuale con le quali anche un’analista ha a che fare: famiglie che portano bambini irrequieti col timore che siano affetti da adhd, isterie, dipendenze da sostanze, stati depressivi, psicopatologie più complesse», spiega il professionista.

«Quale funzione assolve dunque l’esorcista che accoglie queste persone? Lo si evince da un frammento della pellicola: ‘Se non sono posseduti sono pazzi’: affermazione che dà l’idea di come questo rituale funga sovente da elemento di protezione e di calmieramento del disagio psicologico, permettendo a chi ne soffre di essere reintegrato nel ‘corpo sociale’, senza passare dalla porta della diagnosi clinico-psichiatrica, che in molti casi può essere ghettizzante. Un protagonista dice che se ‘stai male’ corri il rischio che ti ‘diano del pazzo’ che ti ‘facciano un Tso. La liberazione dal demone dunque come scelta più tollerabile, meno segregante», afferma Montanari.

«Del demonio si possono eliminare le tracce, dello stigma e dei pregiudizi arretrati che purtroppo, ancora oggi, la malattia mentale porta con sè, no. Ecco dunque la funzione sociale di un rituale religioso, che riassorbe il disagio entro un costume accettabile. La malattia mentale, o la nevrosi, vengono da dentro, il demone, ancorché rurale, proviene da fuori. Dunque li può essere ricacciato».

Il Carlino

Da parte nostra denunciamo questo fenomeno o, meglio, questo tipo di abuso psicologico, da anni. Non esistendo alcuna pubblicazione scientifica  a dimostrazione dell’esistenza di Dio o del Diavolo, consideriamo questi episodi appartenenti esclusivamente all’ambiente confessionale.

La libertà di seguire una confessione deve essere sempre garantita anche se le confessioni si basano sulla più pura utopia. La cosa cambia quando queste forme di confessione vengono proiettate su persone minorenni o su persone affette da patologie psicosomatiche bene conosciute negli ambienti medici. Si può infatti creare un vero e proprio trauma sul trauma, trasformando un soggetto problematico (o apparentemente tale) in una sorta di automa a libertà di gestione dei vari guru.

Di seguito alcuni articoli che abbiamo redatto. Nel nostro sito ne troverete comunque molti altri:

 





Licenza Creative Commons



Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

LAICITA'

Imola azzera gli oneri per gli edifici di culto. Un esempio da seguire

«È una notizia di cui non possiamo che essere contenti e di cui siamo anche molto fieri poiché è frutto di una nostra campagna. Ora speriamo che anche altri Comuni seguano l’esempio di Imola così da liberare milioni di euro da destinare a scuole, nidi, parchi e centri civici di proprietà pubblica»

Pubblicato

il

«È una notizia di cui non possiamo che essere contenti e di cui siamo anche molto fieri poiché è frutto di una nostra campagna. Ora speriamo che anche altri Comuni seguano l’esempio di Imola così da liberare milioni di euro da destinare a scuole, nidi, parchi e centri civici di proprietà pubblica»

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così la notizia che il comune di Imola – con la delibera 121 del 17 settembre scorso – ha azzerato gli oneri per il culto, ossia quella tassa di religione comunale introdotta dalla legge n. 10/1977, cd. “legge Bucalossi” (confluita nel testo unico emanato con Dpr n. 380/2001), in base alla quale i comuni possono (ma non sono obbligati) destinare all’edilizia di culto una parte degli oneri di urbanizzazione secondaria raccolti annualmente.

«Su ogni ristrutturazione, costruzione, variazione edilizia paghiamo al nostro comune gli oneri di urbanizzazione», spiega Roberto Vuilleumier, responsabile della Campagna Oneri dell’Uaar e delegato dell’associazione presso il comune di Imola. «È una imposta destinata al patrimonio pubblico, per opere quali asili nido, scuole, impianti sportivi, aree verdi, strutture culturali e sanitarie. Con un’unica eccezione di stampo clericale: può essere destinata infatti anche a “chiese e altri edifici religiosi”. La nostra associazione – prosegue – ha stimato in oltre 94 milioni di euro il danno erariale a livello nazionale causato da questi contributi (come documentato in una delle tante voci dell’inchiesta I costi della Chiesa): a mo’ di esempio si pensi che se l’azzeramento fosse stato fatto 20 anni fa, il comune di Imola avrebbe avuto almeno 2 milioni di euro in più nelle proprie casse da investire in opere pubbliche a beneficio di tutti i cittadini».

«L’esempio di Imola – fa eco Grendene – dimostra che si può fare, che è solo una scelta degli amministratori pubblici beneficiare le confessioni di finanziamenti che potrebbero invece essere indirizzati a vantaggio di tutti i cittadini. Noi speriamo che altri comuni seguano questo esempio. Ma soprattutto speriamo che il Parlamento si attivi in questo senso. È curioso che queste forme di clericalismo istituzionale resistano, anche in presenza del calo della pratica religiosa e in periodo di tagli alle spese di funzionamento della Repubblica. Nel 2017 qualcosa era sembrato muoversi: era stato infatti presentato un emendamento al decreto fiscale a firma degli onorevoli Mara Mucci e Ivan Catalano (Gruppo Misto), che chiedeva di sopprimere le parole “chiese ed altri edifici religiosi” dalle destinazioni previste per gli oneri di urbanizzazione secondaria del Testo Unico dell’Edilizia. L’emendamento non passò. Basterebbe riprenderlo tale e quale».





Licenza Creative Commons



Crediti :

UAAR

Continua a leggere

LAICITA'

«Sui crocifissi, un bel cambio di passo»

l’Uaar sulle dichiarazioni del ministro

Pubblicato

il

«È un bel cambio di passo, soprattutto se pensiamo ai rosari cui ci aveva abituato l’ex vicepresidente del Consiglio. Ora speriamo che alle parole seguano i fatti».

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così le affermazioni del ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, il quale, intervistato a «Un giorno da pecora», la trasmissione radiofonica di Rai Radio 1, ha detto che al posto del crocifisso sarebbe «meglio appendere alla parete una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione».

«Quella per una scuola pubblica senza simboli religiosi – prosegue Grendene – è una campagna che la nostra associazione porta avanti da decenni, nella convinzione che la presenza del crocifisso costituisca un’inammissibile privilegio per la religione cattolica e soprattutto che le pareti delle aule scolastiche debbano essere interamente dedicate all’istruzione e all’apprendimento, senza condizionamenti. Le dichiarazioni del ministro sono peraltro totalmente in linea con le risultanze di un confronto che abbiamo aperto sui nostri social giusto un anno fa, quando abbiamo chiesto quali immagini, frasi e simboli si vorrebbero vedere esposti al posto del crocifisso sulle pareti delle aule scolastiche: a spuntarla era stata proprio la Costituzione e in particolare l’articolo 34 della nostra carta fondamentale, quello che recita che “La scuola è aperta a tutti”».

«Ma non solo: la nostra azione giuridica a Strasburgo è stato il “leading case” religioso degli ultimi due decenni. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, cui la socia Uaar Soile Lautsi, con il sostegno dell’associazione, si era rivolta, con una sentenza storica si era espressa contro la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Ma la decisione era stata poi appellata dal governo italiano, e la Grande Chambre della Corte il 18 marzo 2011 si è pronunciata definitivamente, “assolvendo” l’Italia e affermando che ogni paese è autonomo in materia religiosa e che il crocifisso sarebbe comunque soltanto un simbolo “passivo”. Noi continuiamo a pensare che in uno Stato laico i luoghi pubblici debbano essere neutri dal punto di vista religioso e siamo contenti di sapere che il ministro la pensa come noi. E visto che nessuna legge lo impone, basterebbe solo un bel decreto ministeriale sugli arredi scolastici che vada in questo senso».





Licenza Creative Commons



Crediti :

UAAR

Continua a leggere

LAICITA'

Le reazioni clericali alla sentenza sul suicidio assistito

Puntuali quelle tonanti dei vescovi della CEI e dei loro succubi seguaci politici. Certo, potevamo ben immaginarcelo che avrebbe suscitato le loro reazioni stizzite qualora fosse arrivata la vittoria laica tanto auspicata dai cittadini italiani dotati di buonsenso

Pubblicato

il

Nonostante il pressoché totale silenzio mediatico e l’assenza di un qualsivoglia dibattito politico sull’argomento durante gli ultimi undici mesi, tempo durante il quale il Parlamento avrebbe dovuto ridefinire i termini del reato di istigazione e aiuto al suicidio (Art. 580), già da una manciata di ore dalla recente sentenza della Corte costituzionale sono state numerosissime le reazioni che si sono susseguite.

Puntuali quelle tonanti dei vescovi della CEI e dei loro succubi seguaci politici. Certo, potevamo ben immaginarcelo che avrebbe suscitato le loro reazioni stizzite qualora fosse arrivata la vittoria laica tanto auspicata dai cittadini italiani dotati di buonsenso. Ci mancherebbe e sarebbe stato sorprendente essere smentiti dei nostri presentimenti dal momento che erano già intervenuti per esercitare pressione sulla Corte costituzionale stessa. Una vittoria peraltro doppiamente sentita perché non solo spingerà il Parlamento a prendere finalmente provvedimenti per colmare il vuoto normativo, ma anche perché questa vittoria è stata ottenuta grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato, ora scagionato dalle odiose accuse di istigazione e aiuto al suicidio. Come è noto infatti, nel febbraio 2017 fu lui ad accompagnare il DJ Fabiano Antoniani in una clinica in Svizzera a seguito di esplicita richiesta, consentendogli di congedarsi da una vita che riteneva non più vivibile a causa di atroci sofferenze.

La CEI si dice quindi “sgomenta”. Le persone che conoscono il vero valore della libertà potrebbero anche rispondere a questo loro sgomento tagliando corto con un bel “siamo alle solite” o tutt’al più con un bel “chissenefrega”. Ma il dovere di un cittadino che voglia dirsi anche laico e ragionevole è quello di tollerare le opinioni altrui, per quanto singolari, attraverso il confronto, le argomentazioni e il dibattito. Ovvero attraverso tutto ciò che finora la CEI si è ben guardata dal fare, arroccandosi per anni dietro posizioni dogmatiche, anatemi e agendo con quelle ingerenti pressioni sulle istituzioni, che chiaramente hanno l’obiettivo di negare sia il pluralismo di opinioni che il confronto. Viene dunque istintivo chiedersi perché mai la sentenza sgomenti i vescovi italiani. Ogni anno in Italia sono migliaia i malati terminali che decidono di suicidarsi, spesso in modi atroci, anche senza quell’assistenza da parte dei propri cari, famigliari o amici. Sgomenti perché? Perché finalmente la più alta istituzione giudiziaria italiana ha riconosciuto che non è punibile aiutare qualcuno che sceglie di morire perché dilaniato da dolori o da malattie terminali?

Alla faccia della compassione, della pietà e della misericordia di cui tanto si riempiono la bocca nei loro sermoni domenicali, insomma. A nostro parere sgomentano forse di più coloro che antepongono le loro convinzioni e i loro dogmi religiosi sulla pretestuosa sacralità della vita, alle sofferenze altrui. Facile che Oltretevere abbiano maturato nel corso dei millenni una certa familiarità con i supplizi e con le pene corporali e tormentose, ma lo Stato laico e i cittadini che lo compongono non possono eticamente permettersi di avallare quella che si configurerebbe come una sorta di tortura di Stato, per giunta ai danni di individui già afflitti. Ancora una volta sembra che la Chiesa voglia fare la Chiesa, ma per una volta è lo Stato che ha fatto lo Stato, all’insegna di una scelta laica e decisamente umanista.

Tra le reazioni non sono mancati gli isterismi integralisti dei soliti ultrà clericali. Massimo Gandolfini ha già minacciato e chiamato a raccolta le sue family lobby no-choice e i politici clericali per “dare battaglia” in una futura discussione parlamentare. Lo segue a ruota la fondamentalista cattolica Paola Binetti, che arriva perfino a criticare la sentenza definendo “una follia” il diritto all’autodeterminazione terapeutica già sancito nella nostra Costituzione sin dal 1948 (sic!). Si è espresso sulla sentenza anche il leader leghista sbaciucchia crocifissi Matteo Salvini, il quale non ha mancato di sottolineare come secondo lui “la vita è sacra” e le istituzioni non possono concedere ai cittadini sofferenti la libertà di porre fine alla loro vita. Una sacralità della vita che a quanto pare, per lui, oscilla tanto quanto i barconi dei migranti disperati in mare che la vita l’hanno persa a causa dei suoi decreti sicurezza, visto che fino al 2017 si diceva assolutamente favorevole alla libertà di scelta in materia di fine vita. Ma la coerenza, si sa, non è mai stato il suo forte.

Tutti chiedono che venga eventualmente prevista l’obiezione di coscienza per i medici. In primis gli stessi medici cattolici, sebbene siano solo il 2% del totale quelli realmente preoccupati da questa sentenza, ma anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Chi si dice contrario all’inserimento dell’obiezione di coscienza in una futura ed eventuale legge che vada a colmare il vuoto normativo lasciato dalla sentenza della Consulta, lo fa giustamente con cognizione di causa, forte dell’esperienza maturata con la legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, la cui applicazione è divenuta ormai una sopravvivenza alla giungla. Peraltro nel suicidio assistito il ruolo del medico è marginale e passivo rispetto a un ginecologo chiamato a praticare un aborto. Ad esempio in Svizzera il medico si limita alla prescrizione di un farmaco dopo aver constatato l’effettiva volontà del paziente ed è quest’ultimo a concludere l’operazione in autonomia. Il rifiuto di rispettare la volontà di chi richiede di porre fine alle proprie sofferenze secondo coscienza, in questo caso, sarebbe più equiparabile all’arroganza di far prevalere le proprie differenti opinioni sugli altri.

In conclusione, il vero effetto dirompente di questa decisione della Corte costituzionale è proprio quello di aver ravvivato il dibattito pubblico e a maggior ragione quello politico, ma con una differenza. In Parlamento ora c’è una nuova maggioranza, presumibilmente più sensibile e favorevole ad intervenire sui delicati temi del fine vita. Se si volesse farlo subito, basterebbe incardinare e calendarizzare subito una delle tante leggi presentate da tempo che giacciono ferme in qualche cassetto di qualche commissione parlamentare, nonostante le opinioni dell’89% degli italiani. Se c’è la volontà e i numeri non mancano, attendiamo solo gli sviluppi. Laicamente.





Licenza Creative Commons



Crediti :

UAAR

Continua a leggere

Chi Siamo

Newsletter

Dicono di noi

Sbattezzo

Seguici su Facebook

Facebook Pagelike Widget

I più letti