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Mafia, maxi blitz a Foggia: 30 arresti, in carcere anche tutti i boss

Due anni di indagini, 11 inchieste della procura di Foggia tessute dalla Dda di Bari in un maxi-blitz che ha portato in carcere i vertici delle famiglie Moretti, Lanza e Sinesi. Ricostruito lo “scheletro” dei clan e il modus operandi che aveva “inquinato i gangli vitali della società”. Scoperti anche i primi riti di affiliazione, finora mai accertati. Il comandante provinciale dei carabinieri: “Tolta una cappa dalla città, ora i cittadini smettano di avere paura e ci diano una mano”

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Per la prima volta hanno ricostruito lo scheletro della “Società”, la mafia foggiana responsabile di centinaia di omicidi negli ultimi trent’anni in buona parte irrisolti. E nelle rete sono finiti tutti i boss delle batterie del capoluogo dauno, compresi Rocco MorettiVito Bruno Lanza e Roberto Sinesi, in carcere assieme ad altre 27 persone al termine di due anni di lavoro della procura di Foggia guidata da Ludovico Vaccaro e della Direzione distrettuale antimafia di Bari, che ha cucito 11 diverse indagini portate avanti da carabinieri e polizia.

“Inquinati i gangli vitali della vita sociale” – “La decima-azione”, l’hanno ribattezzata con un gioco di parole che tiene insieme il numero delle più importanti operazioni contro la criminalità foggiana e il senso racchiuso nel maxi-blitz che ha decimato, appunto, le due più importanti “batterie”, come i clan vengono chiamati nel nord della Puglia. Le famiglie Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla che erano riuscite “ad inquinare tutti i gangli vitali della vita sociale, economica e amministrativa”, scrive il giudice per le indagini preliminari nell’ordinanza di arresto. Con un modello” che secondo il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rahoreplica quello ‘ndranghetista.

 

Video: Arma dei Carabinieri di Foggia – Polizia di Stato

Lo scheletro dell’organizzazione – Associazione di stampo mafioso, estorsioni e tentato omicidio i reati contestati a vario dalla Dda guidata dal procuratore capo Giuseppe Volpe che ha affidato le indagini all’aggiunto Francesco Giannella e ai pm Giuseppe GattiFederico Perrone CapanoLidia Giorgio e Simona Filoni. Così l’Antimafia, con il certosino lavoro della Squadra mobile foggiana e dei carabinieri guidati dal comandante provinciale Marco Aquilio, ha rimesso insieme le tessere del puzzle restituendo per la prima volta una fotografia nitida dell’organizzazione: la struttura delle batterie, tutte su base famigliare, la cassa comune dei clan e i riti di affiliazione che finora non erano conosciuti e invece per la prima volta si scopre che esistono anche qui, come per Cosa Nostra‘ndrangheta. Perché sul braccio di Roberto Tizzano, ucciso nella settima guerra di mafia nel 2016, era tatuata la nascita di Leonardo Lanza, uno dei presunti boss: una sorta di atto di fedeltà nei confronti del capo.

“Una cappa opprimente” – Ma investigatori e inquirenti hanno anche mappato come la Società Foggiana risolve i dissidi interni e controlla il territorio. Nell’inchiesta è stato appurato quando si  decide di lavare con il sangue gli sgarri e l’aggressione “parassitaria” della città con infiltrazioni nel tessuto economico. Nella logica criminale dei clan, infatti, le persone da estorcere non vanno selezionate. “Abbiamo capito che il pizzo viene chiesto a tappeto, senza alcuna distinzione tra il piccolo negozietto e gli imprenditori – spiega il comandante provinciale dei carabinieri Marco Aquilio aIlfattoquotidiano.it – E ora proprio dalla popolazione ci aspettiamo un passo avanti. Perché oggi abbiamo tolto una cappa che opprimeva la città e serve uno scatto dei cittadini. Quasi le persone che abbiamo sentito nel corso delle indagini hanno negato, anche di fronte all’evidenza. Non per connivenza, sia chiaro, ma per paura. Non deve più accadere. Lo Stato ha fatto capire che c’è”.

 “Omertà assoluta e totale soggezione dei cittadini” – E se per il procuratore Volpe “qualche segnale positivo c’è”, il gip rimarca “l’omertà assoluta della popolazione” con un “limitatissimo apporto all’accertamento di reati commessi” rispetto “alla elevatissima percentuale di ipotesi che vengono colte durante le attività tecniche e investigative in corso”. Una larga fascia della popolazione, rimarca il gip, “subisce silenziosamente i torti e le angherie” in “totale soggezione” nei confronti della Società.

De Raho: “Replicato il modello ‘ndranghetista” – La mafia foggiana, ha precisato il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, “replica il modello ‘Ndranghetista”, basato sul “legame strettissimo per il vincolo di sangue, affiliazioni, gerarchie e cassa comune. Ai pochi coraggiosi imprenditori che hanno denunciato va tutto il nostro appoggio e la nostra vicinanza”. L’attività estorsiva, spiega il gip nell’ordinanza di arresto, riguardava perfino le agenzie funebri potendo avere notizie riservate – evidentemente trasmesse da dipendenti comunali– sul numero giornaliero dei decessi. Nonché tutte le sale scommesse, anche quelle gestite da familiari e parenti “perché – affermavano i membri dei clan che sono stati intercettati – non ce ne frega niente… il giro delle macchinette noi li dividiamo ogni tre mesi”. Vittime delle estorsioni erano anche i costruttori edili. In un’intercettazione, i clan avvertono un imprenditore: “Se non stai vendendo, tu neanche costruisci. Comunque ho detto a noi non ce ne frega niente… ci devono pagare tutti quanti, tutti i costruttori”. C’è una conversazione tra le centinaia captate che, più delle altre, racconta il potere delle famiglie: “Ti deve dare 500 euro al mese – dice un membro del clan a un affiliato paragonandosi di fatto alle istituzioni – Il Comune apre e chiude la serranda. Diglielo, allora l’assessore ai lavori pubblici ha detto di chiudere la serranda”.

Le pressioni sul Foggia Calcio – Secondo gli investigatori, tutti i trenta indagati sono responsabili di tutti gli episodi di estorsionenei confronti di negozianti ed imprenditori a Foggia in un periodo compreso tra i primi mesi del 2017 fino ad oggi. Tra gli spunti investigativi che hanno portato agli arresti odierni, particolari emersi – secondo quanto si è saputo – nell’ambito delle indagini sull’omicidio Tizzano, il giovane 21enne ucciso in città, all’interno del Bar H24, a ottobre 2016. Dagli atti delle indagini emergono anche presunte pressioni che sarebbero state esercitate negli anni scorsi su dirigenti, ex dirigenti ed ex allenatore del Foggia Calcioper l’ingaggio di un calciatore foggiano, oltre a un piano per uccidere l’ispettore capo della Squadra mobile della polizia.

La corruzione dei fantini per truccare l’ippica – Secondo l’Antimafia barese, i clan corrompevano anche i fantini con 600 euro “per non piazzarsi” e far “vincere il fantino di volta in volta individuato”. Una circostanza – sottolineano gli inquirenti – che emerge dalle intercettazioni che hanno evidenziato come “i membri della ‘Società foggiana’ avevano agganciato il ‘vecchiarello’, uomo di Napoli, in grado di truccare le corse Tris, facendo vincere il fantino di volta in volta individuato, corrompendo gli altri fantini con 600 euro per non piazzarsi”. E tra gli indagati, è emerso anche, ci sarebbe stato il nome di Rodolfo Bruno, un pregiudicato foggiano. Lo hanno ucciso prima dell’arresto: lo scorso 15 novembre, Bruno è stato freddato da due killer in un bar all’interno di una stazione di servizio sulla tangenziale del capoluogo.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Salvini ha aperto la crisi del governo Conte. Ora che succede?

Il vicepremier ha detto che “non c’è più una maggioranza”, causando l’ira di Conte. Di Maio ha chiesto di approvare la riduzione dei parlamentari, che ritarderebbe il voto

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Questa volta è ufficiale, o quasi: l’autoproclamato governo del cambiamentoè in crisi. Alle 20 di ieri, 8 agosto, il leader della Lega Matteo Salvini ha diffuso una nota dicendo che non c’è più una maggioranza e bisogna restituire “velocemente la parola agli elettori”. Circa tre ore più tardi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha confermato la volontà di Salvini nel corso di una conferenza stampa in cui ha spiegato – con una certa appena celata durezza nelle sue parole – che il suo vicepremier vuole “capitalizzare” l’alto consenso politico “di cui gode attualmente”. Conte ha poi attaccato Salvini dicendo che quello attuale non è un “esecutivo dei no”, così come lo aveva descritto il ministro, bensì avrebbe sempre “lavorato molto e parlato poco”, anche perché “non era in spiaggia”.

Luigi Di Maio, facendo appello al “senso di responsabilità” (votare a ottobre costringerebbe allo scatto dell’aumento Iva, a suo dire) ha chiesto a Salvini di rimandare la caduta a dopo l’approvazione del disegno di legge costituzionale che ridurrebbe il numero dei parlamentari. L’ultimo passaggio in parlamento è previsto per il 9 settembre.

Cosa succede ora, da prassi

Lega e Movimento 5 stelle si sono scontrati più volte da quando il governo è entrato in carica il 1° giugno 2018. Il rapporto però appare essersi incrinato definitivamente il 7 agosto, quando il parlamento ha bocciato, anche coi voti della Lega, la mozione anti-Tav presentata dal Movimento 5 stelle.

Ufficialmente il governo non è ancora caduto. Affinché ciò accada, Conte dovrebbe dimettersi, rimettendo nelle mani del Capo dello stato il suo mandato – come a quanto è trapelato gli avrebbe chiesto di fare Salvini – o parlamentizzare la crisi, come invece ha duramente contro-proposto lo stesso Conte. Dato che di fatto sembra aver vinto questa seconda possibilità, il presidente del consiglio dovrebbe andrà in parlamento (presumibilmente i prossimi 20 e 21 agosto, secondo quanto si sta dicendo) per controllare di avere ancora la fiducia del parlamento – o, in caso contrario, sottoporsi a un voto di sfiducia. In caso di approvazione parlamentare della sfiducia, il governo sarà dimissionario.

I tempi, comunque, per il momento rimangono aleatori. Il presidente del Consiglio Conte nella sua conferenza stampa di ieri ha specificato che non spetta al leader della Lega “decidere i tempi di una crisi politica nella quale intervengono ben altri attori istituzionali”. A giocare un ruolo fondamentale in questa fase sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Capo dello stato dovrà infatti decidere quando convocare le Camere per il passaggio parlamentare, e soprattutto in che direzione muoversi dopo.

Ci sono varie opzioni sul tavolo: Mattarella potrebbe aprire la fase delle consultazioni per verificare se c’è una nuova maggioranza (che al momento appare difficile), affidare il governo a un esecutivo tecnico oppure indire nuove elezioni. In quest’ultimo caso, il governo potrebbe restare in carica solo per i cosiddetti affari correnti – ovvero per ottemperare agli obblighi economici e finanziari del paese, tra cui approvare la manovra – e gli italiani andrebbero di nuovo a votare in autunno (il 13 o il 27 ottobre, probabilmente).

Se passasse la linea Di Maio – ovvero se il governo resistesse in carica almeno fino al 9 settembre, approvando in ultima lettura il disegno di legge costituzionale per il taglio dei parlamentari – non si potrebbe andare alle urne prima della prossima primavera. Se un disegno costituzionale viene approvato a maggioranza assoluta, una parte del parlamento – o cinque regioni – possono infatti chiedere entro tre mesi che la riforma venga confermata con un referendum costituzionale, che può essere indetto nei successivi tre mesi. E se i cittadini dovessero dare il loro benestare, ci sarebbe bisogno di una nuova legge elettorale.

Il periodo compreso da oggi a novembre è comunque complicato ,per una serie di scadenze importanti. Il 26 agosto scade il termine per presentare il candidato italiano a commissario dell’Unione europea; il 12 settembre arriva in parlamento la nota di variazione del Documento di economia e finanza; entro il 15 ottobre il governo deve trasmettere a Bruxelles il documento programmatico di bilancio e il 27 ottobre scade il termine per l’approvazione della manovra 2020 (che porta con sé diversi dossier scottanti, a cominciare dalle clausole di salvaguardia che, a meno che un governo non trovi 23 miliardi di euro entro la fine dell’anno, porteranno l’Iva dal 22 al 25,2 per l’aliquota ordinaria e dal 10 al 13 per cento per l’aliquota agevolata).

Il bilancio di 14 mesi di governo

I due alleati di governo escono dal governo Conte in condizioni molto diverse. Matteo Salvini, che aveva iniziato questa esperienza di governo con un 17% dei consensi, li ha più che raddoppiati ed è considerato il probabile prossimo presidente del Consiglio. Durante un comizio a Pescara, in Abruzzo, Salvini si è candidato ufficialmente a questo ruolo e ha annunciato di voler correre da solo. Secondo gli ultimi sondaggi, gode del 36% dei consensi: se il risultato venisse confermato alle urne e la legge elettorale non cambiasse, gli basterebbe allearsi con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni per avere la maggioranza.

Più incerto è il futuro di Luigi Di Maio. In questi mesi è stato accusato più volte di aver tradito le istanze del Movimento 5 stelle, permettendo alla Lega di riconquistare terreno. In un anno, i consensi del M5s si sono praticamente dimezzati. Il reddito di cittadinanza è diventato realtà ma non si capisce ancora bene quale sarà il destino dei navigator, né se riuscirà a risolvere il problema della disoccupazione. L’Ilva di Taranto, che il Movimento aveva promesso di riconvertire, è ancora un dossier in attesa di soluzione; la Tav si farà e lo stesso vale per il Tap, il gasdotto che dovrebbe portare gas naturale in Italia, che Alessandro Di Battista aveva promesso di bloccare in meno di due settimane.

Anche il Partito democratico si prepara a una nuova sfida. È notizia delle ultime che ore che il leader Nicola Zingaretti ha chiesto al senatore ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi di collaborare e aiutare il partito a vincere. Zingaretti ha anche parlato durante la trasmissione In Onda su La7 di un nuovo fronte democratico. Non ha però spiegato chi ne farebbe parte oltre ai dem.





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Wired

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Abusi sessuali, arrestato don Stefano Segalini

Fino a maggio don Stefano Segalini era il parroco di San Giuseppe Operaio, una delle chiese più frequentate della città

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Un sacerdote di Piacenza, don Stefano Segalini, è stato arrestato con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali ai danni di ragazzi maggiorenni. Fino a maggio era responsabile della parrocchia di San Giuseppe Operaio, una tra le più frequentate della città. Il vescovo Gianni Ambrosio lo aveva destituito in via cautelare dall’incarico dopo alcuni esposti giunti in diocesi. Da qui è poi scattata l’indagine della squadra mobile di Piacenza.

Oltre che per abusi sessuali, il prete è indagato anche per procurato stato di incapacità. Si sospetta che il sacerdote possa aver somministrato droghe o sostanze chimiche alle sue vittime per poi commettere le violenze.

Don Stefano si trova agli arresti domiciliari su ordinanza di custodia cautelare e nei prossimi giorni verrà ascoltato dal giudice nell’interrogatorio di garanzia.





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Tgcom

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Carola Rackete, così il gip smonta il Decreto sicurezza: “Non può essere applicato a chi salva naufraghi”

Primo giorno in libertà per Carola che ha lasciato Agrigento. IIl pm nega il nullaosta per l’espulsione. Nelle tredici pagine del provvedimento il giudice spiega che “una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse”.

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Un incontro con i suoi legali per decidere le prossime mosse, poi qualche giorno di riposo prima di tornare ad Agrigento – città che ha lasciato ieri sera alle 22 – per il secondo interrogatorio, questa volta con i pm che indagano per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’ipotesi di reato per la quale, dopo il verdetto della giudice delle indagini preliminari di Agrigento Alessandra Vella ( che ieri sera l’ha rimessa in libertà), Carola Rackete affronterà il proseguo dell’indagine con molta più serenità.  Non potrà ancora tornare a casa: la procura ha già negato il nullaosta per l’espulsione per esigenze di giustizia.

Leggi il fascicolo col provvedimento

 

Le 13 pagine del provvedimento del giudice, infatti, oltre a fissare la cosiddetta “scriminante”, che di fatto giustifica la manovra azzardata con la quale la comandante della Sea Watch 3 ha disobbedito all’ultimo alt rischiando di schiacciare contro il molo di lampedusa una motovedetta della Guardia di finanza, fissa alcuni principi di fondamentale importanza anche per tutte le altre navi umanitarie che operano soccorsi e che in questi giorni, dalla Open Arms a Mediterranea a Sea eye sono tornate nel Mediterraneo.

Il decreto sicurezza bis

Innanzi tutto, secondo la gip, “le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali” previsto dal decreto sicurezza e per il quale le motovedette italiane hanno intimato l’alt alla Sea Watch fin dall’approssimarsi alle acque italiane non può essere applicato. Perché una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse. In ogni caso, sottolinea il giudice, la violazione del divieto viene punito dal decreto solo con la sanzione amministrative e non più penale.

Il dovere di soccorso

E’ il principio fondamentale dell’ordinanza della gip Vella, appunto la scriminante che la giudice ha fatto prevalere nell’analisi della condotta della comandante . “L’attracco al porto di lampedusa – scrive la gip – appare conforme al testo unico per l’immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera”.

I porti sicuri

L’ordinanza mette per la prima volta per iscritto che la scelta di un comandante di nave che soccorre migratiin zona sar libica di far prua verso l’Italia è legittima perché ” in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri” e l’obbligo del comandante non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo. Che la Tunisia non prevede.

La nave da guerra

Secondo il gip Vella, le motovedette della Finanza non sono da considerarsi una nave da guerra e dunque l’inosservanza di un loro ordine non è punibile secondo quanto previsto dal codice della navigazione. “Le unità navali della Guardia di finanza – scrive la gip – sono da considerarsi navi da guerra solo quando operano  al di fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un’autorità consolare”.

Nessuna volontà di schiacciamento

La giudice ha accolto in pieno anche la ricostruzione di carola Rackete secondo cui con la sua manovra in porto non aveva alcuna intenzione di colpire la motovedetta della Finanza. “Da quanto emerge dal video deve essere molto ridimensionato nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria”.
Nelle prossime ore partirà anche l’iter di espulsione di carola Rackete dal territorio nazionale firmato ieri sera dal prefetto di Agrigento Dario Caputo secondo le direttive impartite dal ministro Salvini. Ma l’esecuzione del provvedimento sembra impossibile visto che dovrà essere convalidato dal giudice. La Procura però ha già negato il nullaosta fino a quando non saranno cessate le esigenze di giustizia, dunque certamente fino al 9 luglio. Nel frattempo il procuratore Luigi Patronaggio e l’aggiunto Salvatore Vella valuteranno se proporre ricorso contro il provvedimento del gip andato ben oltre la loro richiesta di applicare a carola Rackete il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Allo studio dei legali della Sea watch anche il possibile ricorso contro il sequestro probatorio della nave che ieri è stata condotta al porto di Licata





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la Repubblica

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