Contattaci

Medicina

Mascherine sì o no? Ecco cosa dicono i dati

Gli studi confermano che l’uso delle mascherine salva molte vite umane, limitando la diffusione del coronavirus e le opportunità di contagio, e alcune ricerche suggeriscono addirittura che possa ridurre la gravità della malattia nel caso se ne venga colpiti. Malgrado questo, si continua a discutere della loro efficacia. Quante prove ci vogliono ancora per stabilire la loro utilità una volta per tutte?

Pubblicato

il

Quando i suoi colleghi danesi hanno cominciato a proporre di distribuire mascherine in tessuto alla popolazione della Guinea-Bissau per contenere la diffusione del coronavirus, Christine Benn non era del tutto convinta. “Ho detto: Sì, magari può essere un bene, ma i dati sull’effettiva efficacia delle mascherine sono limitati”, racconta Benn, che fa ricerca sulla sanità globale all’Università della Danimarca meridionale di Copenaghen, e ha contribuito per decenni a guidare campagne sanitarie nel paese dell’Africa occidentale, uno dei più poveri al mondo.

Questo però accadeva a marzo. A luglio, Benn e la sua squadra avevano trovato il modo di raccogliere qualche dato utile sulle mascherine e di dare, sperabilmente, un aiuto alle persone in Guinea-Bissau. Hanno distribuito migliaia di mascherine di stoffa prodotte in loco, nel quadro di un trial controllato ad assegnazione casuale che potrebbe essere il più vasto test mai realizzato nel mondo sull’efficacia delle mascherine contro la diffusione di COVID-19.

 

Washington, D.C., 5 ottobre: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si toglie la mascherina rientrando alla Casa Bianca dopo il ricovero al Walter Reed National Military Medical Center per COVID-19 (© ZUMAPRESS.com/AGF)

Le mascherine sono il simbolo onnipresente di una pandemia che ha colpito 35 milioni di persone e ne ha ucciso più di un milione. Negli ospedali e in altre strutture sanitarie, usare mascherine di tipo medico riduce chiaramente la trasmissione del virus SARS-CoV-2. Ma a causa della gran varietà di mascherine che usa la gente, i dati sono confusi, disparati e spesso messi insieme troppo in fretta. A ciò si aggiunge un discorso politico che provoca divisioni, con un presidente degli Stati Uniti che ne disprezzava l’uso solo pochi giorni prima di essere colpito lui stesso da COVID-19.

“La gente guarda alle prove disponibili ma le vede in modo diverso”, dice Baruch Fischhoff, psicologo della Carnegie Mellon University di Pittsburgh,, specializzato nell’analisi delle politiche pubbliche. “È legittimo sentirsi confusi.”

I dati scientifici, va detto chiaramente, sono a favore dell’uso delle mascherine, e gli studi recenti fanno pensare che questi dispositivi possano salvare vite umane in vari modi: ci sono ricerche secondo cui abbassano le possibilità sia di trasmettere che di prendere il coronavirus, e qualche studio suggerisce che la mascherina possa ridurre la gravità della malattia nel caso che se ne venga colpiti.

Ma dare una risposta definitiva su quanto funzionano o quanto usarle è più complicato. Ci sono tanti tipi di mascherine, e vengono indossate in molti ambienti diversi. Ci sono dubbi su quanto la gente è disposta a indossarle, né se lo faccia come si deve. Anche solo capire quale tipo di studi potrebbe dare una prova definitiva della loro efficacia è tutt’altro che facile. “Quanto devono essere buone le prove?” chiede Fischhoff. “È una domanda essenziale.”

Evidenze aneddotiche
All’inizio della pandemia, gli esperti non avevano solide prove sul modo in cui si diffonde il virus SARS-CoV-2, e non ne sapevano abbastanza per formulare forti raccomandazioni sulle mascherine come misura di pubblica sanità.

La mascherina standard in uso nei reparti sanitari è il tipo N95, che è stata progettata per proteggere chi la indossa filtrando il 95 per cento delle particelle di diametro pari o superiore a 0,3 micrometri (μm) in sospensione nell’aria. Quando l’epidemia si è estesa, le forniture di queste mascherine si sono rapidamente rivelate insufficienti. Questo ha posto una questione che continua a sollevare polemiche: è il caso che la gente si prenda la briga di indossare mascherine chirurgiche o di stoffa? E se sì, in quali situazioni? “Queste sono cose che normalmente arriviamo a definire con le sperimentazioni cliniche”, dice Kate Grabowski, epidemiologa delle malattie infettive alla Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora. “Ma non c’è stato il tempo di farlo.”

Milano, 3 ottobre 2020: mascherine in città (© Nicola Marfisi/AGF)

 

Così, gli scienziati si sono affidati a studi osservazionali e di laboratorio, e a evidenze indirette provenienti da altre malattie infettive. “Se si guarda un singolo studio, una risposta indiscutibile non c’è. Ma prendendoli tutti insieme, io sono convinta che [le mascherine] stanno funzionando”, dice Grabowski.

La fiducia nelle mascherine è aumentata a giugno, con la notizia di due parrucchieri del Missouri risultati positivi a COVID-19. Durante il lavoro, i due avevano indossato una copertura facciale di cotone a due strati o una mascherina chirurgica; pur avendo trasmesso l’infezione ad alcuni dei conviventi, i loro clienti sembrano essere stati risparmiati (più di metà di essi ha rifiutato di sottoporsi ai test gratuiti). Altri indizi sull’efficacia delle mascherine sono emersi dai raduni di massa. Alle manifestazioni di protesta del movimento Black Lives Matter nelle città degli Stati Uniti, la maggior parte dei partecipanti indossava la mascherina; e a quanto sembra le manifestazioni non hanno prodotto picchi di contagi; invece alla fine di giugno il virus si è diffuso senza freni in un campo estivo in Georgia, dove ai ragazzi non era stato richiesto di indossare mascherine.

Le ragioni per prendere questi dati con una certa cautela abbondano: per esempio, le proteste si sono svolte all’aperto, dove il rischio di diffusione di COVID-19 è minore, mentre i partecipanti al campo passavano le notti negli stessi bungalow. E dato che nel corso delle proteste molti di coloro che non c’erano stavano [in isolamento] a casa, ciò potrebbe aver ridotto la trasmissione virale nelle comunità. In ogni caso, l’evidenza aneddotica “contribuisce al quadro complessivo”, dice Theo Voss, studioso delle politiche sanitarie all’Università del Washington di Seattle.

Analisi più rigorose hanno aggiunto prove dirette. Uno studio pubblicato in forma preliminare ai primi di agosto (e non ancora sottoposto a peer-review) ha trovato che gli incrementi settimanali della mortalità pro capite erano quattro volte più bassi rispetto alle altre regioni nelle zone dove l’uso della mascherina era imposto o raccomandato dalle autorità.  I ricercatori hanno considerato 200 paesi, fra cui la Mongolia, che ha adottato l’uso delle mascherine a gennaio, e a maggio non aveva registrato neanche un caso di morte legato a COVID-19.

Un altro studio ha guardato agli effetti delle norme con cui alcuni stati USA hanno imposto l’uso delle mascherine ad aprile e maggio. Stando alle stime dei ricercatori, queste norme hanno ridotto la crescita dei casi di COVID-19 anche di 2 punti percentuali al giorno. Come ipotesi prudenziale, e anche dopo aver tenuto conto di altre misure di mitigazione come il distanziamento fisico, gli autori suggeriscono che le norme potrebbero aver scongiurato ben 450.000 casi di malattia. “Non c’è da fare chissà quali calcoli per dire che è ovviamente una buona idea”, dice Jeremy Howard, un ricercatore dell’Università di San Francisco, che fa parte di un gruppo che ha riesaminato le prove a favore dell’uso delle mascherine in un articolo pubblicato in versione preliminare che ha avuto ampia diffusione.

Questo genere di studi parte però dall’assunto che l’obbligo di usare le mascherine sia fatto osservare e che la gente le indossi correttamente. Spesso poi l’uso delle mascherine coincide con altri provvedimenti, come le limitazioni degli assembramenti. Con l’allentarsi delle restrizioni, ulteriori studi osservazionali potrebbero forse cominciare a separare l’impatto delle mascherine da quello di altri interventi, suggerisce Grabowski. “Diventerà più facile vedere cosa fa cosa”, dice.

Una malattia meno grave
Nelle popolazioni umane, gli scienziati non possono controllare molti dei fattori che confondono la situazione, ma negli studi sugli animali sì. I ricercatori guidati da Kwok-Yung Yuen all’Università di Hong Kong hanno messo criceti contagiati e sani in gabbie adiacenti, con partizioni fatte del materiale delle mascherine chirurgiche che separavano alcuni degli animali. Stando al lavoro, pubblicato nel maggio scorso, in assenza della barriera circa due terzi degli animali non infetti prendevano il virus SARS-CoV-2. Solo il 25 per cento degli animali protetti dal materiale delle mascherine, invece, veniva contagiato, e comunque, in base ai punteggi di valutazione clinica e ai danni tissutali, si ammalava meno gravemente rispetto ai vicini privi della difesa.

I risultati giustificano l’opinione condivisa che sta emergendo secondo cui la mascherina protegge sia chi la usa sia gli altri. E suffragano anche un’altra idea che può avere un forte impatto: “Forse la mascherina non protegge solo dal contagio, ma anche dalla forma grave della malattia”, dice Monica Gandhi, infettivologa all’Università della California a San Francisco. Insieme ad altri, Gandhi ha pubblicato verso la fine di luglio un lavoro che suggerisce che l’uso della mascherina riduce la quantità di virus che raggiunge chi la indossa, causando un’infezione meno grave o addirittura asintomatica. Un numero più elevato di virus dà origine a una risposta infiammatoria più aggressiva, aggiunge.

Ora Gandhi e colleghi stanno analizzando i tassi di ricovero ospedaliero per COVID-19 prima e dopo l’introduzione dell’obbligo di usare le mascherine in 1000 contee degli Stati Uniti, per determinare se la gravità della malattia è diminuita dopo l’introduzione di linee guida per l’uso delle mascherine in pubblico.

L’idea che l’esposizione a un maggior quantitativo di virus dia un’infezione più grave “è decisamente sensata”, dice Paul Digard, virologo all’Università di Edimburgo, nel Regno Unito, non coinvolto nella ricerca. “È un altro argomento a favore delle mascherine.” Gandhi suggerisce un altro possibile vantaggio: se c’è più gente che si ammala in forma lieve, questo potrebbe contribuire ad accrescere l’immunità a livello della popolazione senza far aumentare il carico di malattie gravi e decessi. E pone la domanda: “In attesa del vaccino, è possibile che far salire i tassi delle infezioni asintomatiche sia un bene per l’immunità a livello di popolazione?”

Dimensioni e traiettorie
Il dibattito sulle mascherine è strettamente legato a un’altra questione che ha suscitato forti divisioni: in che modo il virus si sposta nell’aria e diffonde l’infezione?

Quando una persona respira, parla, starnutisce o tossisce, prende il volo un sottile spruzzo di particelle liquide. Alcune sono grandi – persino visibili – e sono chiamate goccioline; altre microscopiche, e rientrano fra gli aerosol. I virus, fra cui SARS-CoV-2, viaggiano in queste particelle, le cui dimensioni ne dettano il comportamento. Le goccioline possono essere emesse ad alta velocità e atterrare in prossimità di occhi, naso o bocca di una persona vicina, provocando l’infezione. Ma la forza di gravità le porta rapidamente verso il basso; gli aerosol, invece, possono restare sospesi nell’aria per vari minuti e anche per ore, e diffondersi in una stanza mal ventilata come fa il fumo di sigaretta.

Che cosa implica tutto questo per la capacità delle mascherine di impedire la trasmissione di COVID-19? In sé, il virus ha un diametro di soli 0,1 μm. Ma dato che i virus non si allontanano dal corpo da soli, non è necessario che la mascherina blocchi particelle tanto piccole perché sia efficace: quello che conta sono le goccioline e gli aerosol che trasportano i patogeni, il cui diametro va circa 0,2 a qualche centinaio di micrometri. (Un capello umano, in media, è spesso circa 80 μm.) La maggior parte ha un diametro compreso tra 1 e 10 μm, e può restare in aria per parecchio tempo, dice Jose-Luis Jimenez, chimico ambientale all’Università del Colorado a Boulder. “È qui che succedono le cose.”

Gli scienziati sono ancora incerti su quali siano le dimensioni delle particelle più importanti nella trasmissione di COVID-19. Non sono neppure tutti d’accordo su quale sia il limite che definisce gli aerosol. Per le stesse ragioni, del resto, non sanno ancora qual è la principale forma di trasmissione dell’influenza, che pure viene studiata da molto più tempo. Molti ritengono che la pandemia di COVID-19 sia in larga parte sostenuta dalla trasmissione asintomatica, il che suggerisce che in genre il virus non si trasmette con tosse e starnuti. In base a questo ragionamento, l’aerosol potrebbe rivelarsi il più importante veicolo di trasmissione; vale la pena, quindi, di vedere quali mascherine riescono a bloccare gli aerosol.

La stoffa giusta
Nell’uso concreto, anche le mascherine N95 ben aderenti al viso restano un po’ al di sotto della loro efficacia nominale del 95 per cento, e in realtà filtrano circa il 90 per cento dell’aerosol in entrata di diametro pari o superiore a 0,3 μm. E, secondo ricerche non pubblicate, le mascherine N95 senza valvole di espirazione – le valvole che espellono l’aria espirata senza filtrarla – bloccano un’analoga proporzione degli aerosol in uscita. Molto di meno si sa sulle mascherine chirurgiche e quelle di stoffa, dice Kevin Fennelly, pneumologo al National Hearth, Lung and Blood Institute degli Stati Uniti di Bethesda.

Passando in rassegna studi osservazionali precedenti, un gruppo di ricerca internazionale ha stimato che le mascherine chirurgiche e quelle di stoffa a esse paragonabili abbiano un’efficacia del 67 per cento nel proteggere chi le indossa. In un lavoro non pubblicato, Lindsey Marr, ingegnere ambientale al Virginia Tech di Blacksburg, e colleghi, hanno trovato che anche una maglietta di cotone può bloccare metà degli aerosol inalati e quasi l’80 per cento di quelli esalati del diametro di 2 μm. E quando si arriva ad aerosol di 4-5 μm, dice, quasi ogni stoffa può bloccarne più dell’80 per cento in entrambe le direzioni.

Con più strati di stoffa l’efficacia aumenta, e più fitta è la trama meglio è. Un altro studio ha trovato che le mascherine fatte con strati di materiali diversi – per esempio, cotone e seta – riescono a bloccare gli aerosol con più efficienza di quelle fatte di un unico materiale.

Benn, insieme ad alcuni ingegneri danesi della sua università, ha messo alla prova le mascherine di stoffa a due strati che avevano progettato, seguendo gli stessi criteri usati per i respiratori per uso medico. Hanno trovato, secondo Benn, che le loro mascherine bloccavano solo l’11-19 per cento degli aerosol di 0,3 μm. Ma dato che la maggior parte dei casi di trasmissione si verifica probabilmente attraverso particelle di diametro pari almeno a 1 μm, secondo Marr e Jimenez, la reale differenza di efficacia tra le mascherine N95 e le altre potrebbe non essere poi tanto grande.

Eric Westman, ricercatore clinico alla School of Medicine della Duke University a Durham, è fra gli autori di uno studio pubblicato ad agosto in cui si illustra un metodo per mettere alla prova l’efficacia delle mascherine. Il suo gruppo ha usato un laser e le videocamere degli smartphone per confrontare l’efficacia con cui 14 mascherine facciali chirurgiche e di stoffa bloccavano le goccioline quando una persona parlava. “Ho trovato rassicurante il fatto che molte delle mascherine che abbiamo usato funzionavano”, dice, parlando dei risultati relativi alle mascherine di stoffa e chirurgiche. Ma gli scaldacollo sottili in poliestere e spandex – una sorta di sciarpe elasticizzate che si possono tirare su per coprire la bocca e il naso – sembravano invece ridurre le dimensioni delle goccioline emesse. “Rischiano di essere peggio che non coprirsi affatto naso e bocca”, dice Westman.

Alcuni scienziati consigliano di non dare eccessiva importanza a questi risultati, basati soltanto su una persona che parlava. Marr e il suo gruppo sono fra quelli che hanno risposto con propri esperimenti, trovando che gli scaldacollo bloccavano la maggior parte delle goccioline più grandi. Marr dice che sta scrivendo un lavoro per la pubblicazione. “Ci sono tante informazioni in giro, ma a voler mettere insieme tutti i tipi di prove c’è da confondersi”, dice Angela Rasmussen, virologa alla Mailman School of Public Health della Columbia University a New York. “Andando al sodo, ancora non ne sappiamo granché.”

Questioni di comportamento
Le questioni sulle mascherine vanno al di là della biologia, dell’epidemiologia e della fisica. Nella realtà quotidiana, l’elemento centrale per la maggiore o minore efficacia delle mascherine è il comportamento umano. “Non vorrei mai che una persona infetta che si trova in un’area affollata si sentisse tranquilla solo perché indossa una mascherina di stoffa”, dice Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy dell’Università del Minnesota a Minneapolis.

Forse è un caso, ma qualche elemento suggerisce che mettere la mascherina potrebbe indurre chi la indossa e chi gli sta attorno a rispettare di più altre misure, come il distanziamento sociale. Può darsi che le mascherine servano a farci ricordare che abbiamo tutti delle responsabilità condivise. Ma ciò richiede che vengano indossate.

Nel complesso, negli Stati Uniti dalla fine di luglio l’uso delle mascherine è rimasto stabilmente intorno al 50 per cento. Si tratta di un aumento sostanziale rispetto al 20 per cento di marzo e aprile, secondo i dati diffusi dall’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’University of Washington a Seattle. Il modello costruito da questo istituto ha predetto inoltre che, a partire dal 23 settembre, aumentando al 95 per cento l’uso delle mascherine negli Stati Uniti  – un livello effettivamente osservato a Singapore e in qualche altro paese – avrebbe salvato quasi 100.000 vite umane tra quel momento e il 1° gennaio 2021. “Ci piacerebbe saperne molto di più”, dice Vos, che ha collaborato all’analisi. “Ma dato che è un intervento così semplice e a basso costo, e che potrebbe avere un impatto così forte, chi può essere contrario?”

A confondere ulteriormente il pubblico sono studi controversi e messaggi incerti. Uno studio pubblicato ad aprile aveva trovato che le mascherine erano inefficaci, ma a luglio è stato ritirato. Un altro, pubblicato a giugno, appoggiava l’uso delle mascherine, ma poi decine di scienziati hanno sottoscritto una lettera che ne attaccava i metodi. Gli autori stanno respingendo le richieste di ritirare il lavoro. Inoltre,inizialmente  l’Organizzazione mondiale della sanità e i Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti (CDC)  hanno  evitato di raccomandare l’uso allargato delle mascherine, anche per un certo timore di ridurne la disponibilità per il personale sanitario. Ad aprile, i CDC hanno raccomandato di indossare le mascherine quando il distanziamento fisico non è possibile; l’OMS ha fatto lo stesso a giugno.

Anche tra i leader politici è mancata ogni coerenza. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso il suo appoggio alle mascherine, ma raramente le ha indossate. Anzi, è arrivato a prendere in giro il rivale politico Joe Biden per il suo costante uso della mascherina appena pochi giorni prima di risultare lui stesso positivo al coronavirus, il 2 ottobre. Altri leader mondiali, come la presidente e il primo ministro della Slovacchia – Zuzana Caputová e Igor Matovic – hanno indossato le mascherine fin delle prime fasi della pandemia, pare per dare il buon esempio al proprio paese.

Nuove ricerche
La Danimarca è stato uno degli ultimi paesi a rendere obbligatorie le mascherine, imponendone l’uso su mezzi di trasporto pubblici dal 22 agosto. Nel complesso, il paese ha mantenuto un buon controllo del virus grazie all’isolamento domiciliare obbligatorio precoce, ai tamponi e al tracciamento dei contatti. Ed è anche all’avanguardia della ricerca su COVID-19 e mascherine, con due grosse sperimentazioni cliniche controllate ad assegnazione casuale.

Un gruppo di ricerca ha arruolato circa 6000 soggetti in Danimarca, chiedendo a metà di loro di indossare la mascherina quando si recavano al lavoro. Anche se lo studio è stato completato, Thomas Benfield, ricercatore clinico all’Università di Copenaghen che è fra i responsabili dello studio, ha detto che il suo gruppo non è ancora pronto a condividerne i risultati.

Il gruppo di Benn, in un lavoro indipendente da quello di Benfield, sta arruolando circa 40.000 persone in Guinea-Bissau, con una metà delle famiglie, scelte a caso, che riceverà mascherine di stoffa a doppio strato, due per ognuno dei familiari di almeno 10 anni compiuti. Il gruppo li seguirà poi tutti per vari mesi per confrontare i tassi d’uso delle mascherine con quelli di malattia tipo COVID-19. La ricercatrice osserva che tutte le famiglie riceveranno consigli su come proteggersi da COVID-19, ma i membri del gruppo di controllo non riceveranno informazioni sull’uso delle mascherine. Il gruppo si attende di concludere la fase di arruolamento a novembre.

Molti scienziati dicono di aspettare i risultati con ansia, ma altri temono che questi esperimenti siano uno spreco, e che rischino di sfruttare una popolazione vulnerabile. “Se questo fosse un patogeno più lieve, sarebbe una grande idea”, dice Eric Topol, direttore dello Scripps Research Translational Institute a La Jolla, in California. “Ma non si possono, e non si devono, fare sperimentazioni ad assegnazione casuale su ogni cosa.” Come ama dire qualche volta chi fa ricerca clinica, nessuno ha mai fatto trial controllati ad assegnazione casuale sul paracadute.

Benn però difende il suo lavoro, spiegando che i soggetti del gruppo di controllo beneficeranno comunque delle informazioni su COVID-19 e riceveranno le mascherine al termine dello studio. Date le difficoltà incontrate per fabbricare e distribuire le mascherine, dice, il suo gruppo non avrebbe potuto “in nessun caso” distribuirle a tutti all’inizio dello studio. Anzi ha dovuto ridimensionare il programma iniziale, che prevedeva l’arruolamento di 70.000 persone. Benn ha buone speranze, comunque, che lo studio porterà vantaggi a tutte le persone coinvolte. “Ma nessuno, nella comunità, dovrebbe trovarsi in una situazione peggiore di quella in cui sarebbe se non avessimo eseguito lo studio”, dice. I dati ottenuti, aggiunge, dovrebbero essere utili al dibattito scientifico globale.

Per adesso, Osterholm, in Minnesota, porta la mascherina. Però lamenta la “mancanza di rigore scientifico” con cui finora è stata affrontata la questione. “Nel mondo della scienza siamo sempre critici verso chi parla senza dati”, dice. “Ma qui stiamo in gran parte facendo la stessa cosa.” Tuttaiva, la maggior parte degli scienziati ritiene di potersi esprimere in modo prescrittivo sull’uso delle mascherine. Non è l’unica soluzione, dice Gandhi, “ma credo che sia un pilastro di grande importanza per il controllo della pandemia”. Come dice Digard: “La mascherina funziona ma non è infallibile. Quindi, mantenete le distanze”.

————————-
L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 6 ottobre 2020.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Clicca per commentare
0 0 vote
Vota articolo
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

Medicina

Stiamo davvero usando la sesta dose del vaccino Pfizer?

I dati comunicati dal commissario Domenico Arcuri non permettono di stabilire quanto le regioni stiano utilizzando anche la sesta dose di ciascuna fiala

Pubblicato

il

Le regioni italiane stanno effettivamente sfruttando la sesta dose del vaccino prodotto da Pfizer e BioNTech? Una domanda di una discreta importanza a poche settimane dall’avvio della campagna vaccinale e nel pieno delle polemiche relative alle forniture della multinazionale del farmaco, con tanto di minacce di causa da parte governo italiano. Il problema è che la risposta è che non lo sappiamo. E non lo sappiamo perché mancano i dati che possano aiutarci a capirlo.

La scorsa settimana il commissario Domenico Arcuri   ha reso note delle modifiche rispetto alle consegne delle fiale di vaccino. Dati che Wired ha utilizzato per calcolare quanto sarebbero state penalizzate, in percentuale, le regioni e le province autonome. Questo il risultato.

 


Le regioni in verde più scuro sono quelle che non hanno subito riduzioni nelle consegne. A mano a mano che il colore vira verso il rosso, invece, cresce la percentuale di dosi non consegnate. I dati sono stati pubblicati lo scorsi 17 gennaio.

Al netto della riduzione temporanea della consegna delle fiale (in parte compensate dall’uso di 6 dosi invece di per ogni fiala), questo è l’unico dato che potrebbe consentire di capire se effettivamente si stia iniettando anche la sesta dose per ciascuna fiala. Potrebbe nel senso che basterebbe dividere il numero di dosi iniettate, disponibile in formato aperto, per le fiale consegnate e si saprebbe quante dosi vengono ricavate da una fiala.

Ancora, negli open data relativi ai vaccini si parla di dosi consegnate (ed iniettate) e non di fiale. E poiché qui è in discussione il numero di dose per fiala, questa circostanza che non permette di effettuare un raffronto e capire se effettivamente venga somministrata anche la sesta dose.

Certo, si potrebbe costruire almeno una stima prendendo in considerazione le siringhe. Sì, perché per riuscire a estrarre la sesta dose dalle fiale occorre impiegare le siringhe per dosaggio di precisione. Sapere in quali centri vaccinali sono state consegnate e in quali no permetterebbe di stimare quante fiale vengono spremute fino a ottenere sei dosi. Ma questo non è un dato che sia messo a disposizione del pubblico.

Che in alcune zone sia effettivamente avvenuto lo si può sapere calcolando la percentuale di dosi somministrate rispetto a quelle consegnate (visibile anche nella dashboard governativa). In alcuni casi questa percentuale, per esempio il 24 gennaio a Bolzano, ha superato il 100%. Questo errore immaginiamo sia dovuto al fatto che da alcune fiale siano state ricavate sei dosi e quindi risultino in eccedenza rispetto alle cinque previste inizialmente.

Insomma, con i dati che si hanno a disposizione non è possibile capire se l’Italia stia sfruttando al massimo la fornitura del vaccino di Pfizer/BioNTech. Una maggiore informazione su questi aspetti consentirebbe di misurare ancora meglio l’efficacia della campagna vaccinale messa in campo dal governo e dal commissario Arcuri, all’insegna di una ulteriore trasparenza.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

C’è qualcosa che non funziona nei dati italiani sui tamponi

Il tasso di positività comunicato dal governo ha due problemi: conta due volte alcuni casi testati e tiene conto dei tamponi di verifica. Per questo è così basso

Pubblicato

il

Chiunque segua il bollettino quotidiano della Protezione civile se ne sarà accorto: da qualche giorno il tasso di positività dei tamponi in Italia sembra essersi ridotto. Fino a giovedì scorso, il rapporto tra il numero di tamponi positivi sul totale dei tamponi eseguiti era intorno al 10%, da una settimana a questa parte è sceso intorno al 5%. Il problema è che questa contrazione è solo matematica. E non trova riscontri nella realtà, che è complicata non solo dal modo in cui viene calcolato e comunicato il tasso, ma anche dall’introduzione dei tamponi rapidi nei numeri e dalle diverse strategie di utilizzo di questi test da parte delle regioni.

Premessa: misurare il tasso di positività è importante perché, incrociandolo con il numero dei tamponi eseguiti, permette di capire come stia evolvendo la gestione della pandemia. Un alto tasso di positività e un basso numero di tamponi, per esempio, sono indice di un’epidemia in espansione e di un sistema di tracciamento saltato. Al contrario, un alto numero di tamponi e un tasso di positività non elevato indicano contagi in contrazione e tracciamento efficace. Che è esattamente la situazione che emerge osservando i numeri italiani.

Il problema, però, è che una parte del numero dei tamponi racconta una storia più complessa di una semplice cifra. Per alcuni positivi, infatti, si conteggiano due tamponi: un primo tampone rapido e un secondo molecolare di conferma. Questi vengono contati come due tamponi distinti anche quando riguardano la stessa persona e rientrano entrambi nel denominatore del tasso di positività (che, ricordiamolo, viene calcolato come rapporto tra positivi e numero totale dei tamponi).

In questo modo, usando semplice matematica, con l’aumento del denominatore, il tasso scende. Per provare a spiegare meglio la questione, Wired ha visualizzato i dati delle ultime due settimane in questa infografica:

Per comodità ecco come vengono calcolati i diversi tassi di positività:
– tasso comunicato (in verde): rapporto tra numero di positivi e tamponi totali (compresi i controlli);
– tasso primi tamponi (in rosso): rapporto tra numero di positivi e primi tamponi totali (casi testati);
– tasso tamponi molecolari (in blu): rapporto tra numero di positivi al tampone molecolare e totale tamponi molecolari;
– tasso tamponi rapidi (in azzurro): rapporto tra numero di positivi al tampone rapido antigenico e totale tamponi rapidi antigenici.

Osservando il grafico, si nota uno scalino tra il 14 ed il 15 gennaio. Un cambiamento che coincide con l’introduzione, nell’insieme dei dati, dei numeri relativi ai tamponi antigenici, prima non presenti. (Questi dati compaiono solo dal 16 gennaio perché nel dataset della Protezione civile ci sono solo i totali. E quindi per conoscere i tamponi e i positivi registrati nella data t occorre sottrarre al valore della data t quello della data t-1).

Per tornare alla visualizzazione, i due tipi di tampone sono rappresentati dai punti in blu e in azzurro. I punti verdi, essendo calcolati a partire dalla somma di molecolari e antigenici rapidi, si trovano correttamente nel mezzo tra i due. Le dimensioni dei punti, invece, rappresentano il numero dei tamponi eseguiti.

Come si vede, tra il 14 ed il 15 gennaio si registra un importante incremento. Cliccando sui punti, un popup mostra i dati: sono stati 160mila giovedì scorso per poi salire a 273mila il giorno successivo. In altre parole, è cresciuto il denominatore, quasi del 75%. Al contempo, il numero dei nuovi positivi (ovvero le persone che hanno scoperto di aver contratto il Sars-CoV-2) è rimasto sostanzialmente invariato: dai 17mila del 14 gennaio si è passati ai 16mila del 15 gennaio.

Il punto è che i test antigenici rapidi hanno fatto salire il numero dei tamponi eseguiti, ma non hanno contribuito in egual misura a far crescere quello dei positivi. A questo si aggiunge anche un altro fattore confondente, che riguarda le politiche regionali su come vengono conteggiati e considerati i tamponi rapidi.

Per spiegare meglio la situazione, prendiamo i dati di due regioni alla data di ieri: il Veneto comunicava 137mila tamponi rapidi eseguiti e 0 positivi, la Sicilia 116mila tamponi e 0 positivi.

Per capire come sia possibile, Wired ha contattato l’assessorato alla Salute siciliano. La risposta è stata che è in corso una campagna di screening tra insegnanti e genitori degli studenti delle scuole secondarie, legata al rientro in classe, che spiega l’alto numero di tamponi rapidi (103mila nell’ultima settimana).

Gli 0 positivi, invece, sono dovuti al fatto che quando una persona risulta positiva al tampone rapido, di default in Sicilia viene sottoposta a un tampone molecolare di conferma. Una procedura che, nel dataset, si traduce nel conteggio di due tamponi per ogni positivo individuato con questa modalità. Il risultato è che il tasso di positività si riduce, ma è una riduzione tutta matematica.

Che succede, invece, in quelle regioni che comunicano un numero di persone positive ai tamponi antigenici maggiore di 0Wired lo ha chiesto all’assessorato alla Sanità del Piemonte, che a ieri ha comunicato 62mila test rapidi eseguiti e 619 positivi. Qui la scelta è quella, in presenza di un positivo a un tampone rapido, di valutare il link epidemiologico, facendo quindi affidamento al contact tracing.

Per fare un esempio: una persona convivente di un positivo al tampone molecolare che risulti positiva a un antigenico rapido viene considerata come un caso positivo confermato, senza bisogno di ulteriori test. Lo prevede, del resto, la nota tecnica redatta dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità.

Siamo insomma di fronte a procedure diverse adottate dalle singole regioni e province autonome. Tutte legittime, sia chiaro. Il problema è che questa mancanza di uniformità toglie significato ai tassi di positività calcolati considerando anche i tamponi antigenici nel totale dei tamponi eseguiti.

Proprio per questo, ma anche per evitare di prendere in considerazione i tamponi su persone positive per testarne la negativizzazione (i cosiddetti tamponi di controllo), Wired calcola il tasso di positività mettendo in rapporto i nuovi positivi con i casi testati, ovvero con il numero di persone sottoposte per la prima volta a tampone.

Il risultato è rappresentato dai punti rossi sul grafico. In questo caso vediamo una tendenza del tasso di positività ad abbassarsi, edulcorata dal fatto che il numero di tamponi oscilla tra i 42mila tamponi dell’11 gennaio e i 92mila del 20 gennaio. Mentre quello dei nuovi positivi si muove tra gli 8mila del 18 gennaio e i poco meno di 20mila del 9 gennaio.

Calcolato in questo modo, il tasso di positività ieri era pari al 14,71%. Come a dire che ogni sette persone testate una era positiva. Un’incidenza ben più alta del 4,85% comunicato dalle istituzioni e ripreso da tutti i media, che però presenta tutti questi limiti. Ed ha quindi poco significato.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

I colori delle regioni: dall’11 gennaio Lombardia in zona arancione con Veneto, Emilia

L’ordinanza di oggi del ministero della Salute: nessuna regione in zona rossa. L’Istituto superiore di sanità: «Nuovo rapido aumento del numero di casi nelle prossime settimane» se non vengono implementate «rigorose misure di mitigazione»

Pubblicato

il

Lombardia,Veneto, Emilia-Romagna, Calabria e Sicilia andranno, da lunedì 11 gennaio, in zona arancione.

Le altre regioni dovrebbero rimanere in zona gialla.

Non ci saranno invece regioni in zona rossa.

I dati che emergono dal monitoraggio dell’Istituto superiore di Sanità hanno portato alla decisione del governo, ufficializzata da un’ordinanza del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza.

Qui trovate le regole per le regioni che entreranno lunedì in zona rossaqui quelle per le regioni in zona arancionequi quelle per le regioni in zona giallaQui l’autocertificazione che tornerà necessaria per spostarsi, in alcune occasioni.

Nel monitoraggio si spiega come la situazione epidemiologica nel Paese sia «in peggioramento» e che l’incidenza a 14 giorni «torna a crescere dopo alcune settimane», mentre «aumenta anche l’impatto della pandemia sui servizi assistenziali». L’indice Rt nazionale, sempre secondo il monitoraggio, «è in aumento per la quarta settimana consecutiva e, per la prima volta dopo sei settimane», sopra quota 1.

L’indice Rt nelle Regioni

Le tre Regioni con l’Rt puntuale significativamente superiore a 1 sono Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia; altre 6 lo superano nel valore medio (Liguria, Molise, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta), altre 4 hanno un valore uguale (Puglia) o che lo sfiora (Lazio, Piemonte, Veneto). Il Veneto «mostra un tasso di incidenza particolarmente elevato, rispetto al contesto nazionale».

Secondo il monitoraggio, l’epidemia si trova ora «in una fase delicata che sembra preludere ad un nuovo rapido aumento nel numero di casi nelle prossime settimane, qualora non venissero definite ed implementate rigorosamente misure di mitigazione più stringenti».

Ecco l’indice Rt nelle diverse Regioni:
Abruzzo: 0,9 (intervallo: 0.83-0.97)
Basilicata:0.83 (intervallo: 0.67-1)
Calabria: 1.14 (intervallo: 1.04- 1.24)
Campania: 0.83 (intervallo: 0.76- 0.89)
Emilia-Romagna: 1.05 (intervallo: 1.03-1.08)
Friuli Venezia Giulia: 0.91 (intervallo: 0.89-0.95)
Lazio: 0.98 (intervallo: 0.94- 1.02)
Liguria: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.08)
Lombardia: 1.27 (intervallo: 1.24- 1.3)
Marche: 0.93 (intervallo: 0.82- 1.05)
Molise: 1.27 (intervallo: 0.96- 1.63)
Piemonte: 0.95 (intervallo: 0.92- 0.99)
Provincia autonoma di Bolzano: 0.81 (intervallo: 0.75- 0.89)
Provincia autonoma di Trento: 0.85 (intervallo: 0.79- 0.91)
Puglia: 1 (intervallo: 0.96- 1.03)
Sardegna: 1.02 (intervallo: 0.95- 1.09)
Sicilia: 1.04 (intervallo: 0.99- 1.08)
Toscana: 0.9 (intervallo: 0.87- 0.95)
Umbria: 1.01 (intervallo: 0.95- 1.08)
Valle d’Aosta: 1.07 (intervallo: 0.87- 1.27)
Veneto: 0.97 (intervallo: 0.96- 0.98)

Aumenta il rischio di una epidemia «non controllata»

Nel monitoraggio si riconosce anche che l’attuale incidenza, su tutto il territorio nazionale, è ancora lontana da livelli che permetterebbero il completo ripristino di un sistema di tracciamento efficace: «Il servizio sanitario», si legge, «ha mostrato i primi segni di criticità quando il valore a livello nazionale ha superato i 50 casi per 100.000 in sette giorni». L’incidenza a livello nazionale negli ultimi 14 giorni, si legge nel monitoraggio, è di 313,28 per 100.000 abitanti, con un picco in Veneto (927,36 per 100.000 abitanti negli ultimi 14 giorni). Per questo il monitoraggio parla di un «aumento complessivo del rischio di una epidemia non controllata e non gestibile».


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Sezioni

SCIENZA

chi siamo

Dicono di noi

negative review  tutto! é tutto molto discutibile!!!

Diego Gerloni Avatar Diego Gerloni
15 February 2019

Iscriviti alla Newsletter

E’ davvero un medico?

Coronavirus

Casi in tempo reale . Clicca l’immagine per la mappa interattiva

Archive Calendar

Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728

 

 

 

 

Condividi anche su

I più letti

Bambini di Satana: associazione razionalista di insegnamento senza scopo di lucro. © Copyright 2020 website designed by Marco Dimitri

0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x