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Meningite, domande e risposte «Vivo a Milano, mi devo vaccinare?»

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L’epidemia in Toscana e i recenti casi di meningite a Milano hanno fatto nascere in molti la domanda: «Devo vaccinarmi?». Proviamo a rispondere con l’aiuto di Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità.
Professor Rezza, oggi in Italia viene offerto gratuitamente solo il vaccino contro il meningococco C: chi è protetto da questo ceppo?
«Il vaccino è stato introdotto in diverse regioni nel 2005 e viene proposto ai bambini dopo l’anno di vita (solitamente a 13 mesi). Altre regioni l’hanno però messo in calendario negli anni successivi, 2006 o anche 2008. Quindi dovrebbero essere protetti – con i dovuti distinguo territoriali – i bambini che oggi hanno da 1 a 8-10 anni. Consideriamo però che la copertura di questo vaccino in età pediatrica è molto variabile: in alcune regioni è sotto l’80%, in altre addirittura non arriva al 65%».

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Parliamo sempre del vaccino contro il meningococco C: è prevista una sola dose o ce n’è un’altra di richiamo?

«Nel Piano vaccinale in vigore è prevista una sola dose, appunto intorno ai 13 mesi di vita. Al contrario nel nuovo piano vaccinale, che entrerà in vigore nei prossimi mesi, è prevista una dose di richiamo nell’adolescenza che sarà però effettuata con il vaccino quadrivalente, che protegge dai ceppi A, C, W135 e Y. In Italia e Europa sono diffusi i ceppi B e C, ma da alcuni anni cominciano a circolare anche l’Y e il W. L’Y è comune in nord America, il W in Africa. Finora qui da noi non hanno dato grossi problemi, ma è bene proteggersi, anche in vista di eventuali viaggi all’estero. Comunque il ceppo C sp11 – quello che sta circolando in Toscana – sembra avere virulenza maggiore rispetto a tutti gli altri ceppi».

Dopo quanto tempo dalla somministrazione del vaccino si è protetti da un eventuale contagio?

«La protezione si attiva dopo 2-3 settimane e questo riguarda tutti i tipi di vaccini, serve del tempo per portare gli anticorpi alla capacità di difesa necessaria. Consiglio di calcolare, per sicurezza, 20 giorni dopo la somministrazione. Da quel momento la protezione è attiva a tutti gli effetti».

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È vero che la fascia più a rischio per la meningite è quella degli adolescenti e dei giovani, dai 14 ai 25 anni?

«Verissimo: gli adolescenti sono la popolazione che sostiene la trasmissione del meningococco. Si tratta do un batterio “fragile”, che non sopravvive a lungo nell’ambiente esterno. La trasmissione avviene con contatti molto ravvicinati, al di sotto del metro di distanza per capirsi, con baci, abbracci, scambio di bicchieri. I luoghi più a rischio sono scuole, locali, discoteche. Pensi che i soldati dell’esercito inglese erano costretti a dormire alternati testa-piedi per evitare possibili contagi».

Perché allora adolescenti e giovani non vengono vaccinati in Italia?

«Nel nuovo Piano è prevista la somministrazione del vaccino quadrivalente anche agli adolescenti, ad oggi purtroppo questo non avviene. Chi vuole vaccinarsi o vaccinare i propri figli può comunque farlo, o acquistando il prodotto in farmacia, o recandosi in un centro vaccinale dell’Asl dove si paga un po’ meno».

E per quanto riguarda il vaccino contro il meningococco B?

«La fascia di età più a rischio per il ceppo B è quella dei bambini sotto l’anno di età, ad oggi però il vaccino è offerto gratuitamente ai nuovi nati solo in alcune regioni italiane. Con il nuovo Piano vaccinale andrà a regime in tutte le regioni italiane, sempre per bambini sotto l’anno di età. Detto questo, ben venga vaccinarsi anche da più grandi, ovviamente anche in questo caso sarà necessario pagare di tasca propria. Ricordiamo però che per il ceppo B – al contrario di quanto avviene per gli altri ceppi, il C in particolare – il rischio è maggiore nei primi anni di vita, poi si riduce notevolmente».

In Italia gli adulti non sono protetti da alcun ceppo della meningite: come devono regolarsi?

«Per gli adulti il rischio di contagio è basso, dato che non frequentano scuole né discoteche e sono meno “promiscui” dei giovani. Il vaccino è comunque una protezione in più, che male non fa. Tanto più che in Toscana abbiamo visto ammalarsi anche adulti e anziani. Nel caso, per chi non è protetto e voglia vaccinarsi, consiglio il vaccino quadrivalente».

Parliamo della situazione in Toscana: ci sono stati quasi 60 contagi da inizio 2015 a oggi, con 12 decessi. Cosa deve fare chi si reca nella regione per una vacanza o per un fine settimana?

«Chi va in Toscana per qualche giorno da turista corre un rischio minimo, diverso il caso di chi ci vive o di chi va a risiedere nella regione. Detto questo, gli adolescenti e i giovani dovrebbero comunque vaccinarsi, anche per una vacanza di pochi giorni».

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Sempre in Toscana ci sono stati contagi anche tra persone vaccinate: perché questo accade?

«Ci sono stati alcuni casi, per motivi diversi: una signora si è ammalata poche ore dopo essersi vaccinata (quando ancora la protezione non si era attivata), altre persone sono state contagiate dopo diversi anni dalla somministrazione e questo dimostra che la protezione non dura tutta la vita. Ci sono poi i casi di persone che, purtroppo, rispondono poco ai vaccini. Comunque è dimostrato che il tasso di letalità de meningococco C è molto più basso nei vaccinati: in Toscana dall’inizio dell’epidemia solo una persona che aveva ricevuto la protezione è deceduta. La meningite è una malattia dal decorso molto rapido e può colpire una persona vaccinata che ha magari un temporaneo calo immunitario: solitamente però in questi casi la malattia riattiva gli anticorpi a suo tempo stimolati dall’immunizzazione, che tornano a rispondere potentemente, come se venisse fatta una dose di richiamo. Ricordiamo comunque che l’efficacia del vaccino anti meningococco C è di circa il 95%, ovvero molto alta».

Che cosa mi può dire della situazione a Milano, dove in 4 mesi due studentesse universitarie sono morte per meningite fulminante da meningococco C?

«Si è trattato di un evento molto drammatico, ma dovuto a una circolazione locale del ceppo, che peraltro è diverso da quello presente in Toscana. Correttamente è stata attivata subito la profilassi delle persone a contatto con le due ragazze ed è stata somministrata la vaccinazione a tutte le persone che lavorano o frequentano l’università in questione. Con questi provvedimenti la situazione dovrebbe quasi sicuramente tornare sotto controllo».

Per chi vive a Milano, ha senso vaccinarsi contro la meningite (anche se non si frequenta l’università dove sono morte le due studentesse)?

«Vaccinarsi ha sempre senso, a qualunque età, ma a Milano o in Lombardia, o in qualunque altra parte d’Italia che non sia la Toscana, lo si può fare con assoluta calma perché non c’è alcun tipo di allarme. A tutte le età è bene optare per il vaccino quadrivalente, esclusi come detto i bambini fino a 8-10 anni che sono già protetti dal meningococco C. Al momento come dicevo è prevista una sola dose, ma la Toscana ci sta dimostrando che può non essere sufficiente per il ceppo C: bisognerà capire come e quando proporre la dose di richiamo. Ci si può vaccinare anche contro il ceppo B, ma come detto il rischio è alto solo nel primo anno di vita».

 
  

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il Corriere

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

No, il vaccino anti-Hpv non provocherebbe danni neurologici

La rivista Scientific Reports ha ritrattato un articolo aspramente criticato che affermava che la somministrazione del vaccino anti-Hpv nei topi comportava danni neurologici: troppi dubbi sulla metodologia usata

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Non ci sono prove che il vaccino contro Hpv, il virus del papilloma umano che è il principale responsabile dei tumori al collo dell’utero, provochi danni neurologici. Adesso lo riconosce anche Scientific Reports, che dunque ritratta un articolo che aveva pubblicato nel 2016 in cui si sosteneva che i test effettuati sui topi avevano rivelato la tossicità del vaccino sul sistema nervoso. Con un breve comunicato la rivista evidenzia come la metodologiaapplicata nella ricerca non sia idonea agli obiettivi dello studio e che pertanto le conclusioni non possano essere accettate. Ormai però il danno d’immagine ha prodotto serie conseguenze sui tassi di vaccinazione delle ragazze, soprattutto in Giappone.

Fin dalla sua pubblicazione nel novembre 2016, il lavoro del gruppo guidato da Toshihiro Nakajima della Tokyo Medical University aveva fatto discutere. Nell’articolo i ricercatori giapponesi descrivono una ridotta mobilità e danni cerebrali nei topi vaccinati contro Hpv, ma l’approccio sperimentale non ha convinto gli esperti internazionali.

In particolare due gruppi di ricerca avevano subito scritto separatamente alla rivista Scientific Reports e al suo editore, il Nature Publishing Group, sottolineando problemi nell’impostazione degli esperimenti: a loro avviso la dose di vaccino utilizzata sui topi era in proporzione notevolmente più elevata di quella utilizzata nell’essere umano, inoltre non era stato inoculato da solo ma insieme alla tossina della pertosse. I critici facevano anche notare incongruenze tra i dati mostrati e le conclusioni tratte.

Nonostante Nakajima abbia difeso il proprio lavoro sostenendo di aver utilizzato un approccio comunemente usato in altri studi del genere e di stare preparando una risposta dettagliata a ogni critica, ora Scientific Reports sta per ritirare il documento. Una buona cosa, secondo il biologo molecolare all’Università di Anversa (Belgio) Alex Vorsters, che però arriva tardiva. L’articolo pseudoscientifico di Nakajima è rimasto in circolazione per ben 17 mesi ed è stato citato 20 volte in altri lavori scientifici, nonché comparso in oltre 1000 tweet.

Tutto il tempo, dunque, per fare danni. La pubblicazione di questa ricerca, infatti, ha spaventato i responsabili di salute pubblica, soprattutto in Giappone. I risultati sembravano infatti dare fondamento scientifico alle segnalazioni di effetti collaterali del vaccino contro l’Hpv come mal di testa, affaticamento e scarsa concentrazione. L’attenzione dei media e le pressioni di gruppi antivaccinisti avevano già portato i policy makergiapponesi a smettere di raccomandare il vaccino anti-Hpv già nel 2013, e il lavoro di Nakajima ha contribuito a far crollare la copertura vaccinale. Secondo l’epidemiologo dell’Università di Hokkaido Sharon Hanley la conseguenza sarà che il Giappone non vedrà alcuna riduzione nel tasso di incidenza dei tumori alla cervice uterina e di mortalità correlati.

Anche se è difficile che il ritiro dell’articolo influenzi l’opinione pubblica, gli esperti sperano quantomeno che aver finalmente riconosciuto l’inattendibilità dello studio di Nakajima possa far tornare il governo giapponese sui propri passi, avviando nuove campagne di sensibilizzazione e ricominciando a raccomandare il vaccino.

 

  

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Medicina

Farmaci, per la psichiatria sono indispensabili

Se quasi mezzo secolo fa si è riusciti a chiudere gli ospedali psichiatrici, il merito va anche a quei farmaci che consentirono di tenere a bada le manifestazioni più eclatanti delle malattie mentali gravi, in particolare della schizofrenia

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Carlo parlava, ma era difficile comprendere le sue parole. E anche il suo comportamento era disorganizzato. Negli anni ’70 non era raro incontrare un paziente psicotico con queste caratteristiche. E neppure uno psicotico catatonico. Condizione inconfondibile. “Il quadro clinico è andato in parte modificandosi – osserva Mario Maj, direttore del dipartimento di Psichiatria dell’Ateneo Vanvitelli di Napolie un tipico paziente con schizofrenia di oggi mostra più raramente un comportamento disorganizzato o una marcata incongruenza affettiva. I sintomi dominanti sono invece i deliri di persecuzione o di influenzamento. E le allucinazioni uditive, voci dai contenuti a forte valenza emotiva per il paziente“. Se quasi mezzo secolo fa si è riusciti a chiudere gli ospedali psichiatrici, il merito va anche a quei farmaci che consentirono di tenere a bada le manifestazioni più eclatanti delle malattie mentali gravi, in particolare della schizofrenia. Si parte da lì, dagli antipsicotici di prima generazione. Efficaci, ma con effetti collaterali importanti.

L’IDENTIKIT DEL PAZIENTE

Era facile riconoscere un soggetto in trattamento – ricorda il professore – sonnolento, rigido nei movimenti, con evidente tremore e mimica del viso molto ridotta. Se la terapia veniva prolungata, talvolta si aggiungevano movimenti involontari. Come smorfie o protrusione della lingua, in qualche caso irreversibili: la cosiddetta ‘discinesia tardiva‘”. E questi effetti collaterali diventavano la base del gran rifiuto dei pazienti al trattamento. E anzi, finiva che pure i familiari si facessero dominare dalla diffidenza. Anche perché il brusco stop al trattamento si traduceva in una nuova esplosione di sintomi. E di qui, ancora nel tunnel del ricovero – a volte coatto – nei servizi psichiatrici istituiti negli ospedali. Poi, le cose sono in parte cambiate. Con gli antipsicotici di seconda generazione: “Gli effetti collaterali neurologici (come tremore e rigidità) sono diventati molto più rari – continua Maj – ma, con l’uso esteso, è comparso un altro effetto. Frequente, visibile e portatore di stigma: l’aumento ponderale. Anche di decine di chili“. Cosa che non sfugge.

Gli anni passano e la rivoluzione continua con gli antipsicotici di terza generazione, che producono molto raramente sia gli effetti collaterali neurologici che quelli metabolici. E che, a differenza delle classi precedenti, interferiscono pochissimo con la funzione sessuale. Importante soprattutto nei giovani maschi, pronti a sospendere la terapia. “Inoltre, alcune preparazioni a lunga durata d’azione – puntualizza il docente – permettono oggi una somministrazione per via intramuscolare una volta al mese (o addirittura una ogni tre mesi). E questo, da una parte evita al paziente il confronto continuo con la sua malattia, dall’altra rassicura medico e familiari sulla regolare assunzione della terapia“.

FARMACI E INTERVENTI PSICOSOCIALI

Ma la chimica non basta. Secondo gli specialisti è fondamentale ma va associata, nella schizofrenia e in generale nelle psicosi, a interventi psicosociali su misura. “Farmaci e interventi psicosociali non sono in alternativa o in competizione tra loro – osserva Maj – e oggi l’uso corretto delle nuove molecole spesso facilita la partecipazione a interventi riabilitativi“. Con qualche spunto di riflessione. Per esempio, sul divario tra l'”efficacia” della terapia antipsicotica (quale emerge dai trial clinici) e la sua “efficienza” (cioè l’impatto nelle condizioni cliniche ordinarie). Gli antipsicotici nella schizofrenia hanno efficacia pari (nel trattamento acuto) e sei volte maggiore (in quello a lungo termine) rispetto ai farmaci per l’ipertensione. Ma è una reale superiorità? “Questa maggiore efficacia non sempre si traduce in un’efficienzaaltrettanto significativa nella pratica clinica – risponde Maj – a causa delle resistenze di pazienti, familiari e contesto ambientale“. E in questi casi si riaffaccia la revolving door, la porta girevole, con continue entrate e uscite dai reparti ospedalieri.
 
  

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Medicina

Ordini medici: omeopatia non ha basi scientifiche, è un placebo

La presa di posizione sul sito della Federazione Fnomceo: “Nessuna patologia ottiene miglioramenti”

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“Allo stato attuale non ci sono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche secondo i canoni classici della ricerca scientifica”. Da questa mattina sul sito di Fnomceo, la Federazione che unisce tutti gli Ordini dei medici italiani, c’è una presa di posizione molto netta, destinata a far nascere polemiche da parte di chi prescrive e di chi utilizza la disciplina inventata nell’Ottocento dal medico tedesco Samuel Hahnemann, seguita da tantissimi italiani e praticata da molti dottori ai quali non piacerà quanto sostenuto dall’organismo che tine l’albo professionale al quale sono iscritti.

LA SCHEDA ON LINE

La scheda sull’ #omeopatia si trova nella sezione del sito di Fnomceo recentemente creata e intitolata “Dottore, ma è vero che…?”. Si tratta di uno spazio dove si vuole fare chiarezza su una serie di falsi miti legati alla #medicina con l’aiuto di esperti che valutano la credibilità scientifica di varie teorie e credenze, con risposte a domande tipo “L’olio di palma fa male” o “Gli esami preveccinali possono prevenire gli effetti collaterali dei vaccini?”. Riguardo all’omeopatia, tra l’altro, la Federazione in fondo al testo annuncia una novità per il futuro. “Il Consiglio Nazionale del 24 marzo 2018 ha accolto la richiesta del presidente Anelli di istituire una commissione che riveda la posizione della Fnomceo in tema di omeopatia”.

A cosa questo preluda, si capirà nei prossimi mesi, di certo c’è che l’Europa nel 2000 ha chiesto di regolamentare questa pratica e successivamente sono stati presi provvedimenti anche in Italia e si è pure inserito un articolo nel codice deontologico medico dedicato a “Sistemi e metodi di prevenzione, diagnosi e cura non convenzionali” dove si spiega tra l’altro che “il medico può prescrivere e adottare, sotto la sua diretta responsabilità, sistemi e metodi di prevenzione, diagnosi e cura non convenzionali nel rispetto del decoro e della dignità della professione. Il medico non deve sottrarre la persona assistita a trattamenti scientificamente fondati e di comprovata efficacia”.

La nuova scheda sul sito è stata scritta da Salvo Di Grazia, ginecologo da anni impegnato a smascherare le bufale sanitarie attraverso il suo sito “medbunker” e pure con alcuni libri, e la sua pubblicazione ha richiesto un po’ di tempo visto la delicatezza del tema. Nel testo si spiega che “diversi studi condotti con una metodologia rigorosa hanno evidenziato che nessuna patologia ottiene miglioramenti o guarigioni grazie ai rimedi omeopatici. Nella migliore delle ipotesi gli effetti sono simili a quelli che si ottengono con un placebo (una sostanza inerte)”.

EFFETTO PLACEBO

Riguardo al fatto che ci siano persone sicure di aver tratto benefici dall’utilizzo dell’omeopatia, “questi potrebbero essere facilmente spiegabili con l’effetto placebo, con il normale decorso della malattia o con l’aspettativa del paziente. L’effetto placebo è conosciuto da tempo, ha una base neurofisiologica nota e funziona anche su animali e bambini, ma il suo uso in terapia è eticamente discutibile e oggetto di dibattito”. Nella scheda si fa anche notare come i presunti meccanismi di funzionamento “sono contrari alle leggi della fisica e della chimica” e si ricorda come l’utilizzo da parte dei cittadini di questa tecnica è in diminuzione continua.

C’è poi un chiarimento proprio sul fatto che l’ordine si è espresso su questo tema a suo tempo inserendo il passaggio nel codice deontologico. Nel 2013 c’era stata una presa di posizione dello Stato-Regioni in base alla quale presso gli Ordini provinciali dei medici devono essere tenuti gli elenchi dei professionisti che esercitano l’omeopatia. “In Italia l’omeopatia può essere praticata solo da medici chirurghi abilitati alla professione – si ribadisce ora sul sito –  Questa norma non intende attribuire una base scientifica a questa pratica, ma solo garantire da una parte il diritto alla libertà di scelta terapeutica da parte del cittadino e dall’altro un uso integrativo e limitato alla cura di disturbi poco gravi e autolimitanti, evitando il rischio di ritardare una diagnosi più seria o che il paziente stesso sia sottratto a cure di provata efficacia”. I medici comunque in base al codice deontologico devono “specificare che il prodotto non agisce su basi scientificamente provate e raccogliere il consenso da parte del cittadino”. Non risulta che i dottori che praticano l’omeopatia oggi facciano compilare il consenso informato.

 
  

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la Repubblica

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