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Milano, sesso nell’abbazia di Chiaravalle. La polizia indaga nelle celle: inchiesta archiviata

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All’atto di accusa di un ospite allegati video con i religiosi ripresi durante atti sessuali. L’inchiesta della Procura non decolla: alcuni ospiti erano consenzienti, altri non hanno sporto denuncia

 

no dei simboli della cristianità milanese, un luogo storico di preghiera e accoglienza. Ma intorno all’abbazia di Chiaravalle, a Milano, il monastero cistercense fondato nel XII secolo da san Bernardo da Chiaravalle, meta ogni anno di migliaia di visitatori e fedeli, si addensano le ombre dell’omosessualità, di rapporti equivoci tra religiosi e ospiti, incontri clandestini nell’oscurità delle celle. Sono almeno quattro le persone che, in modalità diverse, hanno raccontato di approcci di questo tipo all’interno del monastero. Nulla di penalmente rilevante, va specificato, dato che la Procura ha iscritto nel registro degli indagati per violenza sessuale due monaci, poi — dopo aver indagato per quasi sei mesi — ha chiesto l’archiviazione perché «non è stato comunicato alcun elemento idoneo a riscontrare l’originario ipotesi investigativa» perché «non sono emersi elementi idonei a sostenere l’accusa agli indagati di violenza sessuale».

In un caso, uno degli ospiti «dichiarava di essere stato consenziente alla consumazione del rapporto sessuale con un monaco»; altri che hanno raccontato approcci sessuali «hanno deciso di non sporgere querela»; sul denunciante, la Procura scrive che «non avrebbe manifestato un esplicito dissenso». Nessuna violenza sessuale, dunque, nessuna prova di costrizione, anche se video e racconti documentano atti sessuali consumati in abbazia.

A rivolgersi alla Procura, nel settembre 2013, è un italiano di 45 anni, con un passato da ‘postulante’, che ha raccontato di essere finito in Abbazia, pochi mesi prima, «poiché vivevo in uno stato di indigenza a causa della perdita del lavoro». Quando si è recato per cercare cibo e un posto dove dormire, sono iniziati gli approcci. In vari incontri, racconta, un monaco «mi ha sfiorato le cosce da sopra i pantaloni, mentre altre volte mi ha sfiorato il pube. Nell’ultima occasione, il giorno di Ferragosto, ha introdotto la mano nei miei pantaloni e ha palpato i miei genitali, da sopra le mutande. Tuttavia, costretto dalla necessità di mangiare sono tornato ancora nella predetta abbazia per prendere il cibo e spesso il religioso ha ripetuto le stesse molestie».

Un secondo ospite, un albanese di 44 anni arrivato in Italia con un permesso di soggiorno per fini religiosi, ha raccontato di aver avuto incontri sessuali nella sua stanza con dei monaci. «Ero consenziente», ha messo a verbale. E, dopo essere stato invitato ad abbandonare l’alloggio, ha prodotto agli investigatori dei video, che lo mostrano durante rapporti orali e palpeggiamenti. Anche altri due ospiti del monastero — un romeno di 18 anni e un italiano di 40 di Roma — hanno raccontato di essere stati avvicinati da alcuni religiosi. I due non hanno fatto denuncia, perché hanno preferito andar subito via da Chiaravalle. La testimonianza del romeno è in un video portato in questura. «Dormivo per strada — dice — in quel posto approfittano dei ragazzi». E adombra il sospetto del ricatto. «I ragazzi non hanno dove stare, vanno per chiedere aiuto, poi vengono toccati».

Su questi atteggiamenti, la Squadra mobile, in una informativa, scrive che «sebbene contrari all’austerità richiesta a un monaco, non sembrano avere i connotati di violenza, minaccia o abuso di autorità, perché il monaco non ha trattenuto il giovane contro la sua volontà e, respinto, si è allontanato». Il quarantenne italiano, a Chiaravalle per intraprendere un percorso religioso, racconta di essere andato via ai primi approcci. «Ero lì a dormire — racconta in una telefonata registrata — sentivano che rientravo in camera, venivano e cominciavano a toccare. Non sono stato sereno nemmeno un giorno».
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Gli investigatori hanno raccolto anche la versione dei religiosi. «Non ho mai commesso simili fatti — dice uno dei due indagati, per i quali è stata chiesta l’archiviazione — le imputazioni sono destituite di ogni fondamento». E replica alle accuse, definendo l’albanese che lo chiama in causa e ha registrato le testimonianze, «inadatto alla vita comunitaria», che «non rispetta le regole», «invidioso, sospettoso, geloso». E ricorda che, nell’agosto 2013, «è stato incaricato un legale per mandarlo via». Il secondo monaco, un messicano, ammette di aver «toccato o sfiorato il corpo» dell’albanese. «Già nel 2009 ha cominciato a farmi avances e a proporre argomenti sessuali. Alla fine ho ceduto — dice — ci sono state due o tre occasioni durante le quali ci siamo scambiati carezze intime. Faccio presente che quando ha proposto di andare oltre, io ho rifiutato».

La polizia ascolta anche il priore dell’abbazia (non coinvolto, né indagato) che difende i suoi confratelli, alcuni arrivati a Chiaravalle dopo la chiusura del monastero di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Gli investigatori ne chiedono le ragioni. «Alla fine del 2009 — risponde il priore — a Santa Croce arrivò una visita apostolica per fatti degli anni precedenti, su cui ha indagato la magistratura per reati di natura sessuale». Fu papa Ratzinger a ordinare la chiusura del monastero. Il decreto è stato firmato l’11 marzo 2011 dal prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata del Vaticano. «La Congregazione — recita il decreto — sopprime l’abbazia di Santa Croce in Gerusalemme in Roma e dispone che i monaci si trasferiscano entro due mesi nei monasteri della congregazione di San Bernardo in Italia». Decisione mai del tutto motivata. L’abbazia era frequentata da politici e vip della mondanità romana, guidata da un abate con un fumoso passato nel mondo della moda, e spesso ospitava set di trasmissioni tv. In quelle settimane si parlò anche di «abusi liturgici gravi» dei monaci, «problemi nella conduzione della comunità» e sui giornali si fece riferimento ad «amicizie anomale» tra i religiosi.

 

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la Repubblica

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Roma, coppia gay insultata in ristorante: su scontrino scritta omofoba

Un ragazzo di 21 anni ha denunciato al sito Lgbt Bitchyf un episodio accaduto in un locale della Capitale. “Nessuno ci ha mai trattato così”, ha detto la coppia. Il cameriere che aveva fatto la ricevuta è stato licenziato.

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Dopo una cena al ristorante, al momento del conto, sullo scontrino trovano un insulto omofobo. È accaduto lo scorso 19 luglio a Roma, in un ristorante vicino a piazza San Giovanni, a una coppia di ragazzi gay che si trovava nel locale per cenare. Uno dei due, 21 anni, ha denunciato l’accaduto al sito Lgbt Bitchyf raccontando che, ordinando dei primi, lui e il fidanzato hanno chiesto di sostituire del pecorino con del parmigiano. Alla fine della cena, quando è arrivato lo scontrino, hanno trovato la scritta “No pecorino Sì frocio”. I ragazzi hanno fanno notare la scritta, ma il cameriere ridendo ha parlato di un errore del computer (tutti i dati sull’omofobia in Italia e all’estero). Il dipendente, che lavorava saltuariamente nel locale, è stato licenziato.
“Siamo molto dispiaciuti per quanto è accaduto, questa mattina il cameriere è stato subito licenziato – ha detto la proprietaria del ristorante – Non siamo un locale di persone omofobe, mi spiace che questo episodio debba infangare il nostro nome”.

La coppia: “Nessuno ci ha mai trattati così”

“Guarda nessuno sta ridendo, sei una persona infantile, nessuno si è mai permesso di trattarmi in questo modo nella mia vita”, avrebbe detto, secondo quanto ripreso dal sito Gaycenter.it, il ragazzo al cameriere che continuava a ridere e minimizzare. Stesso atteggiamento che avrebbe avuto anche la proprietaria. I ragazzi riferiscono che “solo dopo 30 minuti di discussione, senza mai chiedere scusa”, la donna ha deciso che non avrebbe fatto pagare loro il conto. Anche se il cameriere, continuano i due ragazzi, si è poi lamentato per la brutta figura fatta con gli altri clienti.

Responsabile Gay Help: episodio inaccettabile

“Quanto accaduto è un fatto molto grave – dichiara Fabrizio Marrazzo, responsabile Gay Help Line e portavoce di Gay Center – purtroppo ogni anno riceviamo oltre 20.000 contatti al nostro servizio, per episodi di omofobia, e molti di questi episodi sono visti come divertenti dagli aggressori anche in casi di violenza. Quanto accaduto non ha nulla di divertente. Non è accettabile che una coppia gay non possa andare in un ristorante nel centro della Capitale senza venire offesa e rovinarsi la serata. Richiediamo alla sindaca Raggi di revocare la licenza al ristorante e valutare anche le sanzioni da adottare. I ristoranti sono dei locali con licenza pubblica e pertanto azioni discriminatorie non possono essere consentite”.

Campidoglio: “Episodio gravissimo, avvieremo verifiche”

Non si è fatta attendere la reazione del Campidoglio, che tramite una nota congiunta di Carlo Cafarotti, assessore allo Sviluppo Economico, Turismo e Lavoro di Roma Capitale e Flavia Marzano, assessore alla Roma Semplice, ha parlato di “gravissimo episodio di omofobia”: “Condanniamo apertamente ogni forma di discriminazione e scherno lesive di dignità e libertà personali. Quanto al contesto in cui si sono consumate le offese, ricordiamo che Roma è, e rimarrà, Capitale dell’inclusione e dell’accoglienza, tanto da aver istituito proprio per i professionisti che lavorano con il pubblico – ristoratori, albergatori, tassisti – corsi formativi incentrati sul ‘galateo dell’accoglienza’. Saranno avviate in ogni caso le opportune verifiche, anche a seguito dell’eventuale denuncia. Esprimiamo solidarietà ai due ragazzi vittime dell’ignoranza. Episodi simili offendono tutta la città”.

 
  

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Sky TG 24

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“L’omosessualità è una malattia”: a Torino via al processo alla dottoressa De Mari

L’accusa è di diffamazione dopo un esposto del Torino Pride. A difenderla con una petizione Giovanardi, Meluzzi, l’ex governatore Cota e altri

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Domani via al processo, a Torino, a Silvana De Mari, la dottoressa nota anche come autrice di libri fantasy per ragazzi denunciata dal Torino Gay Pride per avere insultato il mondo gay, soprattutto sui social, e di fomentare l’odio nei confronti degli omosessuali. L’accusa è di diffamazione: nello scorso dicembre il gup aveva respinto la richiesta di archiviazione del pm.

A favore di De Mari – che tra meno di un anno sarà alla sbarra per un altro procedimento, quello sulle pesanti dichiarazioni nei confronti del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma, c’è un appello firmato tra gli altri da Carlo Giovanardi, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Roberto Casadei, Roberto Cota, Alessandro Meluzzi, Assuntina Morresi, Eugenia Roccella, Giacomo Vurchio, Peppino Zola, in cui si dice che “sotto processo sono le fondamentali libertà di pensiero, scienza e religione, garantite dalla nostra Costituzione laica e repubblicana, in un contesto di oscurantismo e silenzio non degno di una città come Torino”.

A Torino la dottoressa, 64 anni, è finita nel mirino delle associazioni Lgbt dopo che aveva dichiarato in pubblico, e in particolare alla stramissione radiofonica “La Zanzara”, che l’omosessualità è una malattia. Non una condizione normale, secondo lei: “Io ho tre specialità – ha affermato – psicoterapia, medicina e chirurgia. Sono 40 anni che curo le persone omosessuali”. Anche il Comune di Torino si era aggregato all’esposto.

Il giudice, il 7 dicembre scorso, ha respinto la richiesta di archiviazione che la procura aveva depositato dopo mesi di indagini. Non era individuabile, secondo l’accusa, il soggetto destinatario delle offese. Ma il gup Paola Boemio aveva bocciato ribaltato la tesi del pm  Enrico Arnaldi Di Balme, che non aveva trovato una chiave giuridica per portare il medico a processo, né sulla diffamazione né sull’aggravante della discriminazione secondo la legge Mancino, che però non individua tra i diversi tipi di discriminazione quella relativa a orientamento sessuale e identità di genere. L’avvocato del Torino Pride, Nicolò Ferraris, aveva ribadito: “Le offese pronunciate pubblicamente dalla De Mari sono rivolte ai movimenti, non solo alle persone Lgbt in generale, e non sono opinioni ma offese”.

Fin qui il processo nato dall’esposto del Torino Pride. Poi c’è quello, che inizierà il prossimo 21 marzo sempre a Torino, per le dichiarazioni sul circolo romano Mario Mieli, che da più di trent’anni si batte per il superamento di stereotipi e pregiudizi sulle persone omosessuali e transessuali. L’accusa è di diffamazione aggravata e continuata: sia sul suo profilo Facebook, sia attraverso alcuni  giornali online, la dottoressa De Mari aveva definito il Circolo “simpatizzanti di pedofilia, necrofilia e coprofagia”, e aveva aggiunto: “Fino a quando esisterà un circolo intitolato a Mario Mieli – aveva scritto – vorrà dire che la protervia e la prepotenza saranno totali. Non intendo tollerare un circolo sovvenzionato con denaro pubblico che inneggia a pedofilia, necrofilia e coprofagia”. Parole simili erano state pronunciate dalla stessa dottoressa anche in un video su YouTube. Il circolo, attraverso l’avvocato Michele Poté, si è costituito parte civile.

 
  

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Napoli, un altro gambiano arrestato per terrorismo. Era pronto per un attentato dopo l’addestramento in Libia

Gli avevano insegnato l’uso di coltelli e armi esplosive e aveva prestato giuramento. Si era introdotto un paio di giorni fa a una manifestazione religiosa in Puglia

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Scatta un secondo arresto per #terrorismo a due mesi dal fermo del cittadino gambiano di 22 anni non ancora compiuti, Alagie Touray, che aveva girato un video nel quale giurava fedeltà al califfo dell’Isis Al Baghdadi.  Il cittadino gambiano si chiama Sillah Housman, ha 34 anni. Viene descritto dagli investigatori come un soggetto estremamente fragile dal punto di vista psicologico, incline a divenire strumento di logiche come quelle dell’Isis. Ha dichiarato, ad esempio, di “sentire la voce di Allah” che gli parlava. E ha superato un durissimo addestramento militare. Sillah Housman si era introdotto un paio di giorni fa a una manifestazione religiosa in Puglia. La circostanza ha destato allarme negli investigatori che lo hanno immediatamente messo sotto stretta sorveglianza. Durante il periodo in cui era in un centro pugliese, è stato filmato mentre mimava l’uso di un mitra.

In una telefonata con una donna Sillah si definiva “un soldato di Dio”.

Un altro immigrato gambiano arrivato in Italia nel 2017, in Sicilia, è accusato di far parte di un gruppo legato all’ #Isis che sarebbe stato pronto a colpire in Italia e in Europa, è stato bloccato in provincia di Napoli, dopo una lunga permanenza in Puglia, dove era stato ospitato in un centro accoglienza. Sia il gambiano arrestato in questi giorni, sia Alagie Touray erano addestrati, secondo l’accusa, all’uso di coltelli e armi esplosive, oltre all’uso delle auto come arieti. Farebbero parte di un gruppo strutturato e violento che ha ricevuto la prima radicalizzazione in Libia e in Nord Africa.

Le indagini sono condotte dal Ros dei #carabinieri guidato da Gianluca Piasentin e dalla Digos della #polizia diretta da Francesco Licheri con il coordinamento della Procura diretta dal procuratore Giovanni Melillo.

Le indagini sono state seguite anche dal comandante del Ros Pasquale Angelosanto e dal direttore della polizia di prevenzione Lamberto Giannini. I terroristi si addestravano in campi “mobili” nel deserto libico, con impiego di armi, esplosivi e tecniche di assoggettamento della volontà d3i partecipi all’associazione. Vengono simulare fucilazioni dei più riottosi a seguire le regole. Tutti quelli addestrati vengono poi obbligati a prestare giuramento.

I due gambiani erano nello stesso campo libico, dove hanno prestato il medesimo giuramento collettivo. Una volta in Europa, spiegano gli investigatori, “vi è l’idea che entrambi dovessero partecipare a un attentato terroristico che prevedeva la partecipazione di molti uomini, ma non sappiamo dove, se in in Francia, in Spagna oppure altrove”.

Molto importanti ai fini delle indagini sono state le dichiarazioni di Touray. Sillah è stato arrestato a Napoli, dove era stato attirato dagli investigatori con lo stratagemma di notificargli un invito a comparire.

Il dato allarmante, per gli inquirenti, è che le indagini hanno fatto emergere casi di radicalizzazioni originate in Africa, seguite da un addestramento in Libia e solo in un secondo momento dall’ingresso in Italia attraverso le rotte libiche dell’immigrazione. Un quadro che richiede un completo mutamento dell’orizzonte delle indagini, in questi anni dirette a cogliere soprattutto segnali di radicalizzazione avvenuti dopo l’ingresso nel nostro Paese. La ricerca dei riscontri è stata dunque diretta soprattutto all’estero, in un contesto pertanto estremamente complicato.

 
  

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