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Militare accusato di tortura in Argentina vive in parrocchia a Genova

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omeriggio placido come altri a Ponente. Una traccia di fango per l’ultima alluvione, solo un negozio di alimentari aperto, una scuola pubblica e un istituto privato, il circolo degli anziani che giocano a carte, la strada che dopo la curva si allarga sulla facciata di San Giacomo Apostolo di Cornigliano. Alle spalle della chiesa affidata ai padri Scolopi, stessa struttura e uguale numero civico, ci sono la segreteria, una sala per le riunioni e le feste, due piani di alloggi. E c’è un sessantenne di passo svelto, che risale l’ultimo tratto della via, tra l’edicola e il tabaccaio, verso l’ingresso. È lei Carlos Luis Malatto? Esita, sorride, ormai è stanato: «Sono io».

Dall’ultima foto disponibile online sono trascorsi quasi quarant’anni. Si riconoscono i lineamenti sottili, una calvizie precoce, che sulle tempie si è arrestata. Ora porta una barba rada non del tutto bianca, un jeans scuro, una polo anonima. Un pensionato con il borsello a tracolla e una sacca blu a mano: «Rientro ora da Milano», si giustifica. Del resto, in Italia è un uomo libero, di alloggiare in una parrocchia di Genova come di prendere il treno.

Se fosse rimasto in Argentina, sarebbe sotto processo per violazione dei diritti umani. I suoi commilitoni di stanza nella provincia di San Juan, con ruoli di comando negli anni della dittatura (1976-83), sono stati condannati per torture e sparizioni. Lui no: è andato via in tempo. Arrestato, poi scarcerato, quando sarebbe dovuto tornare in cella e comparire davanti alla corte, era già lontano, al di là delle Ande.

La sua vecchia foto da sottoufficiale timido fu stampata, allora, sui cartelli di «ricercato». Ma la caccia durò poco. Fuggito in Cile, quindi arrivato in Italia grazie alla doppia cittadinanza nel 2011, «mi presentai io stesso alla Questura di Roma – precisa – per mettermi a disposizione della giustizia». Buenos Aires chiese l’estradizione, la Cassazione con sentenza del 24 luglio 2014 l’ha definitivamente negata per «insussistenza delle condizioni», lasciando «stupiti» i rappresentanti dell’ambasciata.

«In Italia mi hanno ascoltato – può dire adesso Malatto – In Argentina nessuno lo faceva, allora ho detto ai miei figli: prendo il passaporto italiano e vado via». Italiano di Sestri Levante era il nonno, racconta, sbarcato in Sudamerica nel 1890. Contadini per due generazioni, poi militari, Carlos Luis e suo padre, nella città di Mendoza. «Finita la scuola per ufficiali la mia prima destinazione fu San Juan, nel 1973». Il golpe è del ‘76, ma la preparazione, questa è Storia, nei ranghi dell’esercito cominciò anni prima. Se ne ricorda? «Nulla».

Nella sentenza che condanna i compagni d’armi e riporta le testimonianze dei sopravvissuti, è citato ampiamente anche lui. «Il tenente Malatto è uno dei più segnalati dalle vittime per la partecipazione agli interrogatori sotto tortura», si legge. Così prossimi lui e l’allora tenete Jorge Olivera (condannato all’ergastolo e poi evaso), da essere identificati come un sol uomo, «Malivera». «Fantasie – ribatte -: non ho niente a che fare con lui».

Eppure, l’avvocato che ha aiutato Malatto a Roma e nei due anni e mezzo trascorsi all’Aquila, è Augusto Sinagra, già legale di fiducia del fondatore della Loggia P2 Licio Gelli (di cui sono documentati i legami con i golpisti argentini). E fu proprio Sinagra a muoversi quando nel 2000 Olivera venne arrestato a Roma e poi, sulla base di un documento risultato falso, venne rapidamente scarcerato e rientrò in Argentina.

Malatto agita le braccia come a cancellare: «Non ne so nulla, non ho visto mai nulla». Un continuo sminuire, mimetizzarsi, togliere sagoma, si direbbe in gergo militare. Ma alla domanda «Come se li ricorda quegli anni, com’era l’Argentina allora?» il tenente colonnello tiene la posizione: «Per la popolazione c’era ordine e sicurezza, non c’erano problemi».

E lui adesso non ne vuole. «Nei due anni trascorsi all’Aquila ho fatto volontariato alla Confraternita della Misericordia – racconta -: trasporto pazienti». A Genova si è trasferito ad agosto. Uno dei preti di questa chiesa è argentino «della mia stessa città, l’ho contattato via Internet, e mi ha detto: vieni». Che vita fa qui? «Niente di particolare», per carità: «Frequento la gente della parrocchia, il circolo, la segreteria, il coro». Canta? «Ma no – si schermisce -, vado alle prove». Un po’ affranto per aver lasciato per sempre l’Argentina: «Sono vedovo, ma lì ho quattro figli maschi». Tocca ricominciare, stringe le spalle, «il 22 ottobre faccio 65 anni, voglio cercare un lavoro. Forse un po’ stanco di testa – sottolinea, meno docile -, ma fisicamente ancora in forma».

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

ITALIA

“Troppo occidentale”, padre islamico tenta di dar fuoco alla figlia 15enne

Shock nel trevigiano: l’uomo l’avrebbe cosparsa di benzina e lei si sarebbe salvata in extremis

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ARCADE – Ha cosparso la figlia 15enne con una tanica di benzina e ha tentato di darle fuoco. Ma per fortuna l’accendino non funzionava e la ragazzina è riuscita a salvarsi.

Una vicenda terribile quella raccontata oggi dal Gazzettino. I fatti si sono verificati nelle scorse settimane ad Arcade. Un padre di famiglia marocchino, che non accetta il modo di vestire della figlia 15enne, a suo dire “troppo occidentale”, sarebbe passato alle maniere forti e, in casa, avrebbe tentato appunto di dare fuoco alla ragazzina. Ma l’accendino che avrebbe innescato le fiamme era scarico e così la 15enne è riuscita a fuggire alle grinfie del padre.

La moglie dell’uomo, che oltre alla 15enne ha avuto da lui altri due figli minorenni, terrorizzata dal comportamento del marito si è rivolta a un consultorio familiare. I servizi sociali del Comune si sono così fatto carico della situazione e la famiglia è ora tenuta al sicuro dall’uomo. Quest’ultimo è stato denunciato per maltrattamenti.





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Un appello per la scienza in Parlamento

Un gruppo di scienziati e giornalisti lancia l’appello: La scienza al servizio della collettività affinché il Parlamento italiano si doti di un Comitato per la scienza e la tecnologia

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Un rapporto sui serbatoi di batteri che resistono agli antibiotici. Poi un altro sui cambiamenti climatici e su come limitare l’aumento medio della temperatura del pianeta entro 1,5 gradi. Infine, un’offerta agli studenti per comunicare la ricerca scientifica «nel mondo reale». Sono questi, al momento in cui scriviamo, i tre nuovi temi del Parliamentary Office of Science and Technology (POST), l’Ufficio per la scienza e la tecnologia del Parlamento del Regno Unito, che si autodefinisce fonte interna di «analisi indipendenti, bilanciate e accessibili di problemi di politica pubblica che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia». Moltissimi altri parlamenti in tutto il mondo si sono dotati di un ufficio simile a quello dell’assemblea legislativa più antica del mondo. Il Parlamento europeo può contare, per esempio, sul Comitato di valutazione delle opzioni scientifiche e tecnologiche (STOA).

Perché gran parte delle assise legislative dei paesi democratici ha scelto di dotarsi di simili comitati di esperti in scienza e tecnologia? Beh, i motivi sono essenzialmente due.

Il primo è che una quantità crescente del tempo e delle attività dei parlamentari ha a che fare con temi correlati alla scienza e alla tecnologia. Non è una sorpresa. È, semplicemente, il segno dei tempi. Viviamo nella società e nell’economia della conoscenza. Viviamo nell’era della domanda crescente di nuovi diritti di cittadinanza: i diritti di cittadinanza scientifica. Di conseguenza, le massime agorà della democrazia – i parlamenti, appunto – non possono non occuparsi di conoscenza: sia della produzione di nuova conoscenza (la scienza) sia delle applicazioni delle nuove conoscenze (l’innovazione tecnologica fondata sulla scienza).

Il secondo motivo è che i parlamenti, per essere in grado di prendere decisioni ponderate su «problemi di politica pubblica che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia», devono poter contare su «analisi indipendenti, bilanciate e accessibili» realizzate da consulenti scientifici.

I comitati di esperti non sostituiscono il Parlamento. Le scelte restano responsabilità e prerogativa degli eletti dal popolo. Ma i comitati di esperti assolvono al ruolo di facilitare scelte documentate e ben fondate. Sono, in definitiva, una necessità e insieme un’espressione di una democrazia matura. Sono la forma tangibile di una scienza al servizio della democrazia.

Ebbene, nel novero crescente dei parlamenti che si sono dotati di comitati di scienziati esperti per poter contare su analisi indipendenti, bilanciate e accessibili sulla base delle quali operare le proprie scelte in materie che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia manca l’Italia.

In qualche modo ce ne accorgiamo. Nel nostro Parlamento molto – troppo – spesso i dibattiti e le decisioni tipiche della società e dell’economia della conoscenza sono poco informati, poco ponderati. Ideologici. Il paese stesso ne risente. Infatti l’Italia stenta a entrare nella società e nell’economia della conoscenza. Certo: non tutte le responsabilità ricadono sul Parlamento. Tuttavia, è anche vero che, in quota parte, il Parlamento ha le sue responsabilità.

Di qui nasce l’appello che un piccolo gruppo di ricercatori e di giornalisti scientifici rivolge al parlamento italiano affinché si doti di un Comitato per la scienza e la tecnologia capace di analisi indipendenti, bilanciate e accessibili a tutti i cittadini.

L’appello, a cui è stato dato il titolo La scienza al servizio della democrazia, è stato già sottoscritto da un numero elevato e qualificato di donne e uomini di scienza. Da fisici, come Marica Branchesi e Carlo Rovelli, biologi, come Maria Luisa Villa e Carlo Alberto Redi, filosofi della scienza, come Telmo Pievani e Giovanni Boniolo. E poi ancora, tra i primissimi, Roberto Cingolani, Silvio Garattini, Giuseppe Remuzzi, Nicola Bellomo, Paolo Vineis, Maria Pia Abbracchio, Patrizia Caraveo, Lucia Votano.

Un bello spaccato della comunità scientifica italiana che avanza una proposta chiara e precisa, nella speranza che, al di là delle divisioni politiche, venga accolta per il bene del Parlamento, della democrazia e dell’Italia intera.

Per firmare la petizione, clicca qui:
https://www.change.org/p/appello-scienzainparlamento





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Pavia, maestra d’asilo arrestata: le immagini dei maltrattamenti

Bimbi presi a schiaffi e spintonati. La Guardia di Finanza ha tratto in arresto la maestra. Le vittime hanno dagli uno ai tre anni di età.

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Una maestra di 50 anni, titolare di un asilo nido a Varzi, comune dell’Oltrepò Pavese, è stata arrestata dalla Guardia di Finanza. La donna, alla quale sono stati concessi gli arresti domiciliari, è accusata di maltrattamenti nei confronti di bambini di età compresa tra 1 e 3 anni. Due sue collaboratrici, inoltre, sono state denunciate per abuso dei mezzi di correzione nei confronti di minori. Spinte, schiaffi e strattonamenti sono stati ripresi da telecamere durante le indagini. “Tutto è iniziato – si legge in un comunicato diffuso questa mattina dalle Fiamme Gialle pavesi – quando, nel comune di Varzi, sono iniziate a circolare voci sempre più insistenti su presunte condotte anomale poste in essere dalla titolare di un asilo nido. Le indagini hanno, nel giro di pochi mesi confermato quelle voci e i censurabili comportamenti tenuti dalla maestra dell’asilo nido di Varzi. Determinanti sono stati i filmati girati all’interno dell’asilo che documentano le ripetute violenze, di natura fisica (spinte, strattoni e schiaffi) e psicologica, inflitte ai bambini di età compresa fra 1 e 3 anni”. Le prove raccolte dalla Guardia di Finanza hanno immediatamente indotto l’autorità giudiziaria a disporre la misura della custodia cautelare domiciliare nei confronti della maestra, titolare della struttura, e a denunciare le sue due collaboratrici.

Un’altra maestra d’asilo è stata arrestata, invece, nel Comasco,sempre per ripetuti maltrattamenti verso i bambini. I Carabinieri della Compagnia di Como hanno infatti dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa dal gip di Como, nei confronti di una donna di 58 anni ritenuta responsabile di maltrattamenti “commessi in qualità di educatrice in un asilo nido di Cernobbio (Como), dove poneva in essere condotte violente nei confronti di bambini di età compresa tra i 3 e i 18 mesi”.





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