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Missione compiuta: Cosmo SkyMed e Cheops sono nello spazio

Partiti con 24 ore di ritardo dalla Guyana Francese, le due eccellenze dello “space in Italy” osserveranno la Terra e misureranno gli esospianeti

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La flight mission VS23, che ha portato in orbita Cosmo SkyMed e Cheops (renderizzazione di Cnes/Esa)

Gli applausi in sala controllo, compreso quello del premio Nobel 2019 Didier Quelozscrosciano a più riprese. Ogni volta fragorosi, come può esserlo una liberazione. È comprensibile: anche al più esperto – o a un Nobel – un viaggio rinviato di un giorno per problemi al software del lanciatore, e poi durato quattro ore filatedeve regalare un bel po’ di tensione.

Alla fine, però, il volo è nominale, come si dice quando tutto fila liscio: 4 ore, 13 minuti e 14 secondi dopo la partenza, avvenuta in Guyana Francese stamattina, quando in Italia erano le 9:54, il razzo Sojuz libera in orbita Angels e il centro di controllo saluta con un urlo l’ultimo dei cinque payload trasportati.

Fra loro, oltre a tre piccoli cubesat (Ops-SatEyeSat e Angels, da nemmeno 50 chilogrammi in tutto), anche il primo satellite della nuova generazione di Cosmo-SkyMed, frutto dell’eccellenza italiana nell’osservazione della Terra, e Cheops dell’Esa, che ad aprile comincerà a fornire misurazioni importanti degli esopianeti noti.

Il Csg-1, come è stato battezzato il nuovo Cosmo-SkyMed, era stato rilasciato 22 minuti e 43 secondi dopo il lift-off per essere preso in gestione dalla Stazione di controllo del Fucino circa un’ora dopo (il dispiegamento del radar e dei pannelli solari si completerà entro 24 ore); Cheops si era separato dal lanciatore a due ore e 24 minuti dal lancio. Anche se in ambiti e per motivi diversi, sono entrambe missioni fondamentali per l’Italia dello spazio.

Il Csg-1 di Cosmo SkyMed nella Thermal Vacuum Chamber di Thales Alenia Space (foto: Thales Alenia Space)


Intanto il Csg-1 dà continuità operativa alla prima generazione, che in orbita da dieci anni ormai mostra i segni del tempo – commenta Giancarlo Varacalli, responsabile del programma per l’Agenzia spaziale italiana – in più introduce nuove caratteristiche e nuove prestazioni, che mantengono il satellite allo stato dell’arte mondiale”.

Quelle di Varacalli non sono parole di circostanza: Cosmo-SkyMed2, finanziato interamente dall’Asi, dal ministero della Difesa e da quello dell’Istruzione, università e ricerca (per un costo complessivo di circa 140 milioni di euro), è la sintesi dell’eccellenza dello spazio “made in Italy”, uno sforzo congiunto di Thales Alenia SpaceTelespazio e di tante piccole e medie imprese tricolori (anche la commercializzazione dei dati sarà italiana, curata dalla e-Geos). Il nuovo arrivato in orbita è importante perché ciò che la costellazione ha visto dal 2007, come nel caso del terremoto del Sichuan, in Cina, degli uragani Hannah e Ike ad Haiti, o della recente acqua alta a Venezia, si è rivelato prezioso per le operazioni di soccorso e aiuto umanitario nelle aree disastrate. Con la seconda generazione, che si completerà con il lancio dell’ultimo satellite nel dicembre del 2020, Cosmo-SkyMed promette di alzare ulteriormente i propri standard operativi.

C’è una velocizzazione nel processamento dei dati” conferma Varacalli, mentre ricorda che il tempo necessario per configurare la costellazione e ottenere immagini dell’area desiderata prima variava da 72 ore, in condizioni di routine, a meno di 18 nei casi di emergenza. “La maggiore agilità del satellite consente di acquisire scene che in precedenza erano incompatibili. Significa che il numero e la possibilità di raccogliere immagini aumentano sensibilmente”. Strumento principale di Cosmo-SkyMed è la sua antenna radar ad apertura sintetica (Sar) che lavora in banda X, ed è quindi in grado di scrutare la Terra a qualsiasi ora del giorno e della notte e in ogni condizione meteorologica. È lo stato dell’arte tecnologico nell’aiuto alla previsione di frane e alluvioni, nel coordinamento dei soccorsi in caso di terremoti o incendi, e nell’osservazione delle aree di crisi. Non solo: Csg-1 contribuirà anche al monitoraggio del mare, implementerà l’agricoltura di precisione, la sicurezza e la difesa dei confini. Il satellite entrerà nella fase di qualifica operativa fra tre mesi, dopo un accurato periodo di calibrazione. Non è azzardato dire che diventerà “una sorta di angelo custode” – sorride Varacalli – “in effetti ci aiuterà nella prevenzione delle emergenze, nel caso di disastri naturali o in incidenti anche innescati dall’uomo”.

La posa dei cinque payload sul vettore Sojuz lo scorso 12 dicembre (foto: Cnes/Esa)


La soddisfazione del responsabile di Cosmo-SkyMed fa il paio con quella di Barbara Negri, altra responsabile Asi ma per quanto riguarda l’Osservazione e l’esplorazione dell’universo. È la corretta messa in orbita di Cheops che Negri sta festeggiando: “Cheops, che è un precursore dei prossimi programmi di osservazione degli esopianeti, misurerà le dimensioni di quelli già noti con una precisione senza precedenti. Le dimensioni sono fondamentali perché dal rapporto fra il volume, calcolato dal satellite, e la massa, misurata dal suolo, possiamo dedurre la densità di un pianeta e capire se sia un gigante gassoso, una sfera di roccia, di acqua o di ghiaccio. È bene ricordarlo, stiamo cercando simil-terre”.

Una ricerca che rischia di essere come quella del proverbiale ago perso nel pagliaio: “La detection di pianeti extrasolari dallo spazio conferma o smentisce quello che si vede da terra – risponde Negri, che è anche responsabile della delegazione italiana al scientific program board dell’Agenzia spaziale europea – Cheops percorrerà un’orbita eliosincrona a 700 chilometri dal nostro pianeta, un gran vantaggio rispetto ai telescopi di terra e sarà in grado di inaugurare un vero filone di indagine concentrandosi su 2500 esopianeti fra quelli noti. Abbiamo già un’idea di quanti possano essere i candidati che ci interessano in altri sistemi solari. Qualsiasi informazione aggiuntiva ci consentirà di capire se la nostra ricerca sia sulla strada giusta e suggerirà, per esempio, dove orientare le future osservazioni del James Webb Space Telescope, o quelle delle missioni europee già programmate. Come Plato, che dal 2026 andrà alla ricerca di nuovi esopianeti, oppure Ariel che sarà lanciato nel 2028 e si dedicherà all’analisi atmosferica”.

Il satellite Cheops durante il montaggio (foto: Cnes/Esa)


Intanto Cheops aprirà la sua cover – il tappo – il prossimo 26 gennaio e dopo un periodo di science verification dal primo aprile 2020 comincerà le sue indagini. Frutto della partnership tra la Svizzera e il programma scientifico dell’Esa, cui hanno contribuito dieci paesi diversi, anche il successo di Cheops testimonia l’ottimo lavoro dello Space in Italy: “Cheopssottolinea Negri, “conferma il contributo fondamentale dell’Italia alla ricerca. Siamo un paese che vanta una fiducia crescente da parte dell’Esa per il rispetto delle scadenze e della qualità nella realizzazione degli strumenti: abbiamo già consegnato l’hardware di Euclid, che dal 2022 partira alla ricerca di materia ed energia oscura, così come Solar Orbiter, la missione diretta alla nostra stella che verrà lanciata il prossimo 5 febbraio da Cape CanaveralNon ultimo, la comunità scientifica italiana offre un supporto prezioso anche ai Paesi con cui collaboriamo. Ora la sfida sarà creare una “massa critica” in ambito scientifico, con connessioni anche difficili con gruppi abituati a lavorare stand aloneLa scienza, in quanto tale, è senza confini“.


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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Un video per celebrare i vent’anni della Stazione spaziale internazionale

Un minuto di immagini per ripercorrere i momenti più belli vissuti dagli astronauti a bordo della loro casa orbitante attorno alla Terra

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In questi giorni, esattamente vent’anni fa, le agenzie spaziali inauguravano la loro casa orbitante attorno al pianeta Terra, la Stazione spaziale internazionale. E sono ben 240 le persone che, a oggi, vi sono salite a bordo.

Sede di esperimenti scientifici sulla biologia, l’ecologia e il corpo umano, ma anche avamposto d’eccezione per l’osservazione del nostro pianeta e dello spazio profondo, la Iss viene celebrata dall’Esa con un video-tributo: un filmato di un minuto che racchiude alcuni dei momenti più belli dell’esperienza dell’essere umano in orbita.


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Forse abbiamo scoperto un nuovo organo nella nostra testa

Sembrerebbe essere il quarto tipo di ghiandole salivari maggiori, posto nello spazio in cui la cavità nasale incontra la gola. Ma serviranno ulteriori studi per poter confermare la scoperta di un nuovo organo

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Dopo centinaia di studi sull’anatomia, il corpo umano sembra riservarci ancora tante sorprese. L’ultima, infatti, è la scoperta di un nuovo organo, rimasto finora nascosto all’interno della nostra testa. Ad accorgersene, per caso, sono stati i medici del Netherlands Cancer Institute, mentre stavano sottoponendo alcuni loro pazienti a un innovativo esame diagnostico che permette di visualizzare nel dettaglio i tumori.

Come raccontano i ricercatori sulle pagine della rivista Radiotherapy and Oncology, dall’esame è emerso per caso un misterioso insieme di ghiandole salivari nascoste all’interno della testa dei pazienti, posizionato precisamente nello spazio in cui la cavità nasale incontra la gola.

Le ghiandole salivari, ricordiamo, sono addette alla produzione di saliva, essenziale per il corretto funzionamento del nostro sistema digerente. La maggior parte di questo fluido, come viene spiegato in tutti i manuali di anatomia, viene prodotto da tre principali tipi di ghiandole: la parotide, la sottomandibolare e la sottolinguale. A queste si aggiungono circa mille ghiandole salivari minori, sparse nelle labbra e nella mucosa interna dalla bocca alla faringe, talmente minuscole da essere difficilmente osservate senza un microscopio.

Ma ora, secondo il nuovo studio, potrebbe esserci un organo in più, ovvero un quarto tipo di ghiandole salivari maggiori. “Abbiamo tre grandi ghiandole salivari, ma non lì”, spiega Wouter Vogel, tra gli autori della scoperta. “Per quanto ne sappiamo, le uniche ghiandole salivari o mucose poste nella rinofaringe sono microscopicamente piccole. Quindi, potete immaginare la nostra sorpresa quando le abbiamo trovate”.

Esaminando una serie di scansioni di 100 pazienti affetti dal tumore, i ricercatori hanno osservato, tramite l’innovativa tecnica di imaging Psma/Pet/Ct, che tutti presentavano una paio di ghiandole, finora mai documentate, molto simili alle quelle salivari: sono, infatti, collegate a grandi condotti di drenaggio, indizio che porta a pensare a un possibile incanalamento dei fluidi.

Dati, perciò, che suggeriscono come queste ghiandole possano essere la quarta serie di ghiandole salivari, situata dietro il naso e sopra il palato, vicino al centro della nostra testa. “Le chiamiamo ghiandole tubariche, in riferimento alla loro posizione anatomica (sopra il torus tubarius)”, spiega Matthijs Valstar dell’Università di Amsterdam, co-autore dello studio.

Il motivo per cui siano rimaste finora nascoste non è ancora del tutto chiaro, anche se i ricercatori ipotizzano che “la loro posizione è difficilmente accessibile e sono necessarie immagini molto sensibili per rilevarle”. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche su un campione di partecipanti molto più ampio per poter confermare questi risultati, la scoperta potrebbe aiutare a spiegare il perché i pazienti che si sottopongono alla radioterapia riportano spesso condizioni croniche, come la secchezza delle fauci (xerostomia) e problemi di deglutizione (disfagia).

“Poiché queste misteriose ghiandole non erano note ai medici”, commentano gli autori, “nessuno ha mai cercato di risparmiarle da questi trattamenti”. Ma c’è chi si è dimostrato scettico a etichettare queste nuove ghiandole come un nuovo organo. Per esempio, Alvand Hassankhani, radiologo dell’Università della Pennsylvania, ha riferito al New York Times che esistono oltre mille ghiandole minuscole, “così piccole da essere difficili da trovare. È possibile che i ricercatori olandesi, quindi, abbiano trovato un modo migliore per identificare una serie di ghiandole salivari minori”.

 


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Perché questo è il momento di andare su Marte

Una rassegna delle prossime avventure dirette verso il Pianeta rosso, in un video di Nature

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Saranno tre nei prossimi mesi le missioni dirette su Marte. Vedranno coinvolte Stati UnitiCina ed Emirati Arabi, saranno tutte caratterizzate dalla presenza di robot e mosse dalla curiosità di saperne di più sulla potenziale abitabilità pianeta rosso.

Gli Usa stanno per lanciare il loro quinto rover sviluppato ad hoc per Marte, Perseverance, che andrà a caccia di tracce di vita presente o remota tra le polveri e le rocce del pianeta. Gli scienziati cinesi sono invece alla loro prima volta con un rover marziano, mossi forse dal successo della loro ultima missione diretta sulla Luna. Gli Emirati Arabi, dal canto loro, si stanno preparando a sguinzagliare attorno a Marte un orbiter per investigarne l’atmosfera.

In questo video, diffuso da Nature, ecco le tre missioni in rassegna, e perché tutto questo sta succedendo proprio adesso.


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positive review  Difficile spiegare per me.Ho conosciuto i Bambini di Satana tramite mio figlio e ho trovato tanti argomenti interessanti,a volte scomodi,che i perbenisti non affrontano.Grazie ragazzi

Susy Barini Avatar Susy Barini
30 December 2017

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