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Monarchia papale, addio?

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Roman Catholic Clergy: Ceremony for African Saints, 1965Se la speranza di una nuova primavera ecclesiale si fa strada con forza e convinzione crescenti in larghissima parte della Chiesa cattolica, da più parti si attendono ora i primi frutti concreti della nuova stagione. È allora con ben altro ottimismo che viene espressa la richiesta di riforme, e di una riforma complessiva e profonda della Chiesa (richiesta divenuta via via sempre più forte durante il lungo inverno dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI), malgrado la cautela di alcuni e la non superata diffidenza di alcuni altri. È in questo quadro che si pone la campagna Catholic Church Reform (in spagnolo) promossa da gruppi degli Stati Uniti – a cui se ne sono subito aggiunti altri dalla Spagna, come Redes Cristianas e il forum dei preti di Bizkaia – diretta ad ottenere l’elezione dei vescovi da parte delle Chiese locali, come nella più antica tradizione della Chiesa. Così, in una lettera a Bergoglio e al consiglio di cardinali incaricato dal papa di elaborare un progetto di riforma della Curia (v.Adista Notizie n. 16/13), gli aderenti alla campagna, che ha tra i suoi consulenti teologi e teologhe del calibro di Joan Chittister, Paul Collins, Hans Küng, James Coriden e Alberto Melloni, chiedono che siano i fedeli di ogni diocesi, in unione con il clero locale, a scegliere il proprio vescovo, individuando nel decentramento della Chiesa la condizione necessaria per portare avanti tutte le riforme necessarie.

Che il nodo sia quello del decentramento ne è convinto anche il benedettino e teologo della liberazione brasiliano Marcelo Barros, il quale, prendendo spunto dalla passata Giornata mondiale della gioventù («evento creato da Giovanni Paolo II nel 1985 per attrarre i giovani del mondo verso la Chiesa cattolica tradizionale», nel senso di «un ritorno alla vecchia cristianità centralizzata e simboleggiata dalla figura monarchica del pontefice»), ricorda sul suo blog che, quale che sia il papa, la sua figura così come si presenta oggi, come «capo di Stato e sommo pontefice», come «monarca assoluto della cristianità medievale», finisce comunque per rafforzare «la struttura ecclesiastica e patriarcale» a scapito della «testimonianza del Cristo semplice, povero e liberatore» (e ciò senza tacere della speranza suscitata dalla figura, dai gesti e dalle parole di papa Bergoglio: la speranza che il suo programma si orienti «non solo a correggere errori ed abusi», ma anche «ad attualizzare permanentemente il messaggio di Gesù per il mondo e per ogni generazione»).

Se, allora, il decentramento è necessario, non c’è modo migliore di realizzarlo, sottolinea la Campagna, che quello dell’introduzione, «in maniera graduale e non traumatica», del processo elettorale nella scelta dei vescovi. Un passo ritenuto indispensabile anche da Redes Cristianas, cartello di 150 gruppi, comunità e movimenti cattolici di base della Spagna, che, in una nota, esprime una profonda preoccupazione riguardo all’imminente passaggio di consegne nell’arcidiocesi di Madrid – il cui controverso cardinale, Antonio María Rouco Varela, è ormai prossimo al pensionamento – già tanto penalizzata da un «giuridicismo» che «ha fatto del settarismo e dell’anacronismo preconciliare la sua principale bandiera». «Con l’aria nuova che sta immettendo da Roma papa Francesco, crediamo che sia giunto il momento opportuno perché la diocesi di Madrid assuma la sua responsabilità nell’elezione del suo vescovo», si legge nella nota di Redes Cristianas. E se pure, prosegue, «non si può giungere, al momento, all’utopia riflessa dalla Tradizione Apostolica, dovremmo almeno iniziare a muovere i primi passi», a cominciare da quello di «non imporre da fuori un vescovo di cui si sa che non è voluto dalla Chiesa locale». Dove il riferimento è al card. Antonio Cañizares, già arcivescovo di Toledo e attuale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, la cui nomina al vertice dell’arcidiocesi di Madrid, secondo quanto riferito dalla stampa spagnola, è stata già comunicata dal papa al card. Rouco durante l’udienza concessa a quest’ultimo il 28 giugno scorso. Un nome, quello di Cañizares, sgraditissimo alla Chiesa di base spagnola (e allo stesso Rouco, essendo i rapporti tra i due notoriamente ben poco amichevoli), che lo considera reazionario né più né meno dell’arcivescovo uscente (tristemente famosa la sua dichiarazione sulla superiore gravità dell’aborto rispetto agli abusi sessuali: «Non è comparabile quanto è potuto accadere in alcuni collegi con i milioni di vite distrutte dall’aborto», El País, 29/5/09).

Non sembra essere andata bene neppure ai fedeli della diocesi di Orán, a Salta, in Argentina, alla cui guida è stato chiamato da papa Francesco Gustavo Zanchetta, un prete che nella diocesi di Quilmes, da cui proviene e in cui ha ricoperto importanti incarichi, ha raccolto ben poche simpatie. Horacio Verbitsky, giornalista da sempre critico nei confronti di Bergoglio, descrivendo Zanchetta su Página 12(29/7) come «prototipo del carrierista che il papa critica nei suoi discorsi», riporta nel suo articolo, in forma anonima, un elenco di opinioni riprese testualmente da una mailing list «a cui partecipano sacerdoti e laici di Quilmes», tutti «indignati, sorpresi, paralizzati o furiosi per la designazione». C’è chi domanda: «Ma il vescovo non doveva odorare di pecora?» e chi esclama: «Zanchetta vescovo! Ha fatto carriera. Povero popolo di Orán (…). Non riesco a riprendermi»; chi denuncia: «In questo procedimento vedo il papa nella sua ideologia più genuina: Gustavo è uno dei suoi fedeli seguaci e non gli importa un fico secco della sua posizione nel presbiterio e di come ha gestito il potere in relazione alla gente»; chi considera: «Gustavo non avrebbe dovuto essere ordinato se si fosse tenuto conto della consultazione promossa tra i presbiteri della diocesi» e chi evidenzia: «La sua nomina dimostra che vi sono cose che non cambiano così facilmente».

Cronache Laiche

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Macron annuncia stretta su islamismo radicale: “Stop a scuole religiose”

“Le scuole devono istruire dei cittadini, non dei credenti”, ha detto il presidente, dopo che le autorità hanno scoperto numerose scuole ‘clandestine’ dove c’è l’obbligo di preghiera e il personale femminile indossa il niqab o il velo.

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Stop alle scuole religiose controllate dagli imam, divieto di esporre simboli religiosi come il velo, anche per le dipendenti delle aziende private che forniscono servizi pubblici. Sono alcune delle misure annunciate dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron nell’ambito dell’offensiva contro l’islamismo radicale. A partire dal prossimo anno, ha detto Macron, l’iscrizione nelle scuole regolari sarà obbligatoria per tutti i ragazzi francesi, con eccezione per quei casi in cui le lezioni ‘private’ si rendono necessarie per ragioni di salute.

“Le scuole devono istruire dei cittadini, non dei credenti”, ha detto il presidente, dopo che le autorità hanno scoperto numerose scuole ‘clandestine’ dove c’è l’obbligo di preghiera e il personale femminile indossa il niqab o il velo.

Inoltre, ha annunciato il presidente, il divieto di indossare simboli religiosi, che colpisce particolarmente le donne di fede islamica, sarà esteso anche alle lavoratrici del settore privato, impiegate in aziende che forniscono servizi di utilità pubblica. Lo Stato, ha detto Macron, avrà anche il potere di ribaltare le decisioni degli enti locali che cedono alle pressioni degli islamisti, permettendo “menù religiosi nelle mense scolastiche o la separazione tra uomini e donne nelle piscine.


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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

 

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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14 April 2017

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