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Morto Jerry Lewis, l’artista aveva 93 anni

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L’attore si è spento a 91 anni, nella sua casa di Las Vegas dove viveva con la seconda moglie. Attore, sceneggiatore, regista, produttore, cantante e inventore di nuove tecnologie: il 16 marzo è la festa di uno dei più grandi showman del Novecento. Che il MoMa celebra con una personale. Dall’adolescenza fra fumetti e le prime imitazioni ai trionfi di Hollywood fino all’incontro con Scorsese. Un nevrotico gigante della moderna comicità. Che solo l’Europa ha saputo capire e amare per davvero.

Jerry Lewis si è spento a novantun anni, probabilmente per cause naturali, nella sua casa di Las Vegas, dove viveva con la seconda moglie, la ballerina Sandee Pitnick. Una ricchissima carriera, quella dell’amato Picchiatello, regista, attore, comico insuperabile. E una lunga vita, malgrado le tante tribolazione della salute negli anni: quattro by pass coronarici, il diabete, un cancro alla prostata asportato e una fibrosi polmonare. In passato aveva sofferto di una grave meningite e della rottura di una vertebra mentre eseguiva una delle sua esilaranti ma anche impressionanti cadute.

Quando la Francia s’innamorò di lui 
Primo episodio: ormai all’apice della gloria in patria, nel 1970, la nona regia di Lewis è Scusi dov’è il fronte? Un irresistibile, acuminato apologo contro la stupidità della guerra, nel quale interpreta, come spesso ha fatto e farà, e nel caso nella scia del Chaplin di Il grande dittatore, un doppio, opposto ruolo: il ricco playboy Brendan Byers III, che respinto alla leva si paga un esercito pur di andare a cercar gloria in guerra, e il feldmaresciallo Kesselring (vero nome dell’infame comandante delle truppe naziste in Italia dopo l’8 settembre), del quale veste i panni per conquistare, alla testa dei suoi, il bunker di Hitler. Anche per via dei peana delle punte di diamante della critica non solo transalpina, le riviste Cahiers du cinema e Positif, il film strega i cuori del raffinato, cinefilo pubblico francese. E non è un caso che la nuova svolta della sua rivoluzionaria comicità stesse allora esaurendo la presa sul pubblico americano, mediamente privo dei livelli intellettuali richiesti per addentrarsi con profitto nell’ormai ansiogena, talvolta urticante, vis comica che l’instancabile sperimentatore stava elaborando. A conferma, il secondo episodio: anche da noi il Picchiatello – il suo personaggio principe in italiano, negli Usa The Kid – ha viaggiato forte in quegli anni. Sarà infatti Venezia a premurarsi, 1999, di conferirgli il Leone per l’intera sua vicenda artistica. Mentre Cannes 2013, toujours la France…, gli ha dedicato un tributo speciale, nel quale compare anche Max Rose di Daniel Noah. Con Lewis ottantaseienne, e ancora bellissimo (da giovane è riuscito come nessuno a sfregiare la propria clamorosa avvenenza, fino a cancellarla con folli smorfie gommose e movimenti da acrobatico, schizzato Pinocchio), nei panni di un vecchio pianista jazz che ripercorre la vita dopo la morte della moglie.

L’invenzione di Telethon, la candidatura al Nobel per la pace 
Nello stesso 2013 l’ultimo film: un meta-cameo come Bellboy – titolo originale, quello italiano è Ragazzo tuttofare, della prima pellicola di cui Lewis fu, 1960, soggettista, sceneggiatore, regista, produttore e, col significativo nome di Stanlio, protagonista – nella commedia del brasiliano Roberto Santucci Até que a Sorte nos Separe (finché fortuna non ci separi). Per il suo cinema avanguardista il posto adatto è dunque per forza la vecchia Europa. E allora, non sarà fortuito neppure il fatto che fra i suoi riconoscimenti, comunque largamente inferiori ai meriti, non gli sia mai stato dato l’Oscar, neanche alla carriera: il solo che riceve nel 2009, da fondatore, 1966, di Telethon e assiduo sostenitore di altre cause filantropiche, è il Jean Hersholt, speciale premio sempre dell’Academy, accompagnato dall’identica statuetta, per eccezionali meriti umanitari. Nello stesso segno la candidatura al Nobel per la pace, avanzata nel ’77 dall’importante senatore democratico Les Aspin.

 

 

Gli auguri della sua New York 
Nel programma per il novantesimo di Lewis, celebrato l’anno scorso, la sua vecchia città, New York, aveva inserito un incontro con  Scorsese. Che con lui e De Niro ha girato nel 1982 un altro capolavoro, King of Comedy (Re per una notte). Che porta sullo schermo paure e nevrastenie di un Re-Lewis per nulla simpatico, riflettendo amaramente su fama e anonimato, vita e commedia, sul minaccioso rapporto ossessivo che si può instaurare, negli Usa, fra idolo e fan aspirante idolo. Ovvero un De Niro miracolosamente dissociato fra il buon ragazzo della porta accanto e il potenziale criminale che infatti diverrà. Una sorta di aggiornamento del catalogo lewisiano delle moderne psicopatologie americane. E il miglior omaggio possibile a lui, che solo un suo pari poteva realizzare.

Quel suo umorismo irritante e scorretto
Era il suo un umorismo impregnato di nevrosi, imbarazzato, convulso e imbarazzante. Irritante, estremo, irrispettoso. Cinico e inappellabilmente scorretto. Persino noir, nel senso di comicamente sinistro, di persone e cose mostruose, dall’etimo “da mostrare”, che all’espressione “humour noir” dava, con la sua celebre antologia, André Breton. Un celebre critico francese, non per nulla di formazione surrealista, Robert Benayoun, scriverà, con limpida lucidità europea, un analisi ancor’oggi insuperata: “Considero Jerry Lewis, da quando è morto Buster Keaton, il maggiore artista comico del nostro tempo. Rispecchia perfettamente i tempi in cui viviamo e contemporaneamente li critica”. Godard gli farà eco anni dopo: “Jerry Lewis è l’unico regista americano al giorno d’oggi, che cerca di sperimentare qualcosa di nuovo e originale nei propri film; è molto meglio di Chaplin e Keaton”. Status che Lewis nega recisamente, assegnando un non negoziabile scettro a Chaplin, per lui “una parola magica”, e Stan Laurel, suo venerato amico di penna. E mettendo Carrey – il più credibile fra i suoi discendenti – il povero Robin Williams e Benigni fra i migliori delle ultime decadi. Discendenza che vien facile imparentare con le turbolenze interiori e le loro stravolte traduzioni corporali di Lewis.

Da peste e sfaccendato a maestro
Jerry è già se stesso da ragazzino. In tutta la delirante doppiezza che culminerà ne Le folli notti del dottor Jerryll (1963), forse il suo più apprezzato lavoro, che trasforma il capolavoro di Stevenson in una delle infinite, fortunatissime parodie con le quali risparmierà ben pochi fra miti, storie e pellicole del ‘900. Figlio degli immigrati ebrei russi, David Levitch, comedian di vaudeville, e Rachel Levitch, il piccolo Lewis è una peste. Anche se ha ragione da vendere quando tira un pugno ad un insegnate antisemita del college. Innamorato pazzo dei fumetti che consuma in quantità industriali, si dimentica perciò spesso di andare a scuola o ci arriva in puntuale ritardo. Mentre segue i genitori nei teatri di provincia dove il padre si esibisce, ottiene i primi buoni successi imitando compagni di scuola e insegnanti. Come il suo proprietario, la vocazione del Picchiatello già strilla e scalcia in cerca di un palco. Nella girandola di impieghi da nulla che infatti non prende con la minima serietà – commesso, magazziniere, quel fattorino d’hotel che, come altri impieghi in altri film, tornerà in Ragazzo tuttofare – finché arriva quello buono.

L’incontro fatale con Dean Martin
Perché il cinema-teatro di Broadway dove fa la maschera, gli regala uno spazio e il tempo per provare le imitazioni in playback di celebri ugole d’allora. L’uomo-spettacolo totale, come lo chiameranno i francesi, è pronto. Nel ’44 il primo tour. Due anni più tardi, 26 giugno 1946, già amico di un altro debuttante di superlusso, Dino Crocetti, figlio di un’altra minoranza più noto come Dean Martin, lo trascina in scena causa assenza di un collega. Complice la storia, è fatta. La comicità Usa d’anteguerra, generi e star, dai Marx a Laurel e Hardy, che per l’epilogo sceglieranno pure loro l’Europa, è in articulo mortis. La coppia Lewis-Martin imbocca a passo di carica la via per la gloria a colpi di risate fresche di conio. Lo schema “il bellone e lo sfigato” è infatti novissimo e funziona a meraviglia. La loro diventa in fretta una cavalcata trionfale che durerà fino al ’56: dalle prime affermazioni nei night club ai grandi teatri, la radio, la tv, il cinema, i dischi e i fumetti. Perché quei due sono così stelle che dal 1952 al 1957 il colosso DC comics pubblica un’acclamata striscia tutta per loro, che col solo Lewis arriverà addirittura al 1971, facendolo duettare con Batman, Superman e altri eroi di carta. Da La mia amica Irma (1949) a Hollywood o morte! (1956), anno della tutt’altro che pacifica separazione, il solito scontro di eghi, sono ben sedici in sette anni i loro film, fra i quali il fondamentale Nipote picchiatello. Tutti o quasi diretti da un quartetto di artigiani capaci di servire – come a suo tempo fecero i Marx con Leo McCarey – col debito garbo e ottimo mestiere i due mattatori: George Marshall, Hal Walker, Frank Tashlin, Norman Taurog. Ai quali seguiranno per Lewis, in anni più vicini, anche Billy Cristal e Emir Kusturica. Una volta separati, come si sa, per Jerry e Dean altri fiumi di gloria scorreranno. E a lungo.

Una vita molto complicata
Non è nuovo né esagerato affermare che Lewis è stato uno dei più grandi uomini di spettacolo del XX secolo. Dato che ha saputo essere nel tempo attore dalle sbalorditive risorse, specie mimico-fisiche, intrattenitore sublime, soggettista e sceneggiatore, musicista, docente di cinema (fra i suoi allievi i ragazzi prodigio Spielberg e Lucas), e il regista che sappiamo. Un vero uomo-cinema. Capace inoltre di rinnovarlo alla base. Come fece negli anni Paramount, dove imperversava col solito manicale perfezionismo in ogni fase della produzione e dove inventò il video assist, la camera con monitor che gli mostrava in tempo reale i giornalieri. Di fatto una profezia del digitale. Immediatamente, va da sé, ripresa da tutti. Come quasi tutti i geni che si rispettino, Lewis ha avuto una vita molto complicata, alla quale ha risposto con eccezionale forza di carattere, messa di nuovo alla prova anche pochi anni fa, 2009, dal dolore per la morte del figlio più giovane, Joseph, a causa di un’overdose di barbiturici. Una vita non facile, e non solo per gli incalcolabili guai di salute, ma anche per via d’un carattere disastroso. D’altronde, come si usa dire: non esistono cattivi caratteri, ma solo caratteri. Pare tagliata da un sarto per il Picchiatello. Che in questo non diverge troppo dagli strani, malinconicissimi predecessori “tristi, solitari y final” Buster Keaton, Stanlio e Ollio, né dal poco simpatico sex addicted Charlie Chaplin. La fatica di essere comici. Di avere, in generale, una tale sensibilità che il maggior problema diventa difendersene. In Lewis si intrecciano la dissacrante tradizione ebraica, la modernità vertiginosa e nevrotica dell’America moderna, un’impressionante consapevolezza dei propri talenti e limiti, regolare oggetto di sulfurea autoironia, il naturale esibizionismo e la sfrontatezza che stanno nella valigia dei migliori uomini di spettacolo. Specie i comici.

Nudi e mediocri nel suo specchio deformante
Sembrerà azzardato, ma pensando all’estremismo della comicità e alle cosiddette gaffe di Lewis, par d’intravedere Lenny Bruce. La sua incoercibile necessità di seguire, fino ad oltrepassare i limiti di leggi e convenienze sociali, il proprio istinto comico e non, intinto nel nero cupo di ciò che di noi e del mondo risolutamente neghiamo né vogliamo vedere e sapere. Cosa permessa fin dall’antichità solo a comici e tragici: dire, sorta di oracolo e medium, le cose come si pensa che stiano, senza mediazione alcuna. Mostrandoci a noi stessi e agli altri come mai vorremmo scoprire di essere. Nudi, goffi, mediocri e senza difese. Come riflessi in uno specchio deformante, scandaloso e però veritiero. Lewis, come i comici di razza, attirava quel greve fardello sulle sue sole spalle. Fermandosi solo un po’ prima della perfetta, mortale coincidenza vita-spettacolo di Lenny. Dicendoci di noi tutte le bassezze che persone come loro han già da tempo scoperto e accettato. Più che in scena, in una terra di nessuno di battute rubate o citate fuori contesto, Lewis, con le sue fin troppo enfatizzate gaffe, s’è mostrato talvolta svelandosi al di là di sé e della propria volontà e controllo.

Gli Usa puritani e il grande fool
Momentanei smarrimenti di coscienza e falle del super io, di nuovo la fatica di essere comici. Perdite di controllo che in pubblico, nei puritani Usa, anche per un comico di oggi, qualora, come Lewis o il più estremo Lenny, sia vero pronipote del fool shakespeariano (giullare ma anche pazzo, dunque autorizzato a tutto dire, fornendo così all’autore, come un dissociato, più personalità), è infinitamente più vietata, o meno ammissibile, che nella Vecchia Europa. È anche e soprattutto in questa luce che, per davvero comprendere le indignatissime e, per noi europei, un po’ ridicole reazioni dei benpensanti Usa, vanno collocate le presunte offese a spastici e distrofici, che certo mal si attagliano alla generosità di filantropo di lunghissimo corso, ma delle quali Jerry infatti si è abbondantemente scusato; l’uso in una diretta tv e un’intervista della parola “fag” (frocio, in inglese è termine assai spregiativo); le battutacce sulle donne-comico (“mi urtano un po’ i nervi”), dalle quali si difendeva con buonsenso e l’ennesima contraddizione ricordando i suoi undici film con una spalla femminile. In fondo quattro sciocchezze, se paragonate a quanto ha saputo dare. Tenendo invece presente di quanto sangue grondi la questione delle armi illegalmente detenute in America, la pistola non autorizzata e funzionante rinvenuta in una borsa di Lewis ad un controllo bagagli nell’aeroporto McCarran di Las Vegas, 2008, destò uno scalpore francamente modesto. Anche se il suo manager si affrettò a definirlo un innocuo pezzo da collezione, mentre lo showman peggiorò goffamente le cose qualche tempo dopo – momentanea fuoriuscita del Picchiatello nella vita vera? – rivelando che era il dono di un fan. Ma diciamocelo. Per farla breve, un comico buono o simpatico non sarebbe mai diventato Jerry Lewis.  Addio Picchiatello, eterno adolescente! E grazie di tutto.





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la Repubblica

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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È morto Bernardo Bertolucci, l’ultimo grande maestro del Novecento

Il regista aveva 77 anni. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come ‘Novecento’ e ‘Ultimo tango’. ‘L’ultimo imperatore’ ha vinto nove Oscar, compreso miglior regia e sceneggiatura

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Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale – prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto all’età di 77 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Trastevere a Roma. La camera ardente sarà allestita martedì 27 novembre, dalle ore 10 alle 19, in Campidoglio, Sala della Protomoteca.

Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell’Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

GGalleria: tutti i suoi film

 

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare Peploe e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca.

L’incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un’idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo (“Non si può vivere senza Rossellini” è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca

Tra il ’68 e Ultimo Tango

Nel fatidico ’68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all’epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì “un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.

Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci ( AGI )

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L’ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, conIo ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere “dopo” la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l’opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un’ossessione amorosa, L’assedio. Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico ’68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a “montare” il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.





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Morto Stan Lee: il papà dei supereroi

Stan Lee, il fumettista che ha inventato Spiderman, Hulk e gli X-Men facendo la fortuna della Marvel Comics, è spirato oggi alla veneranda età di 95 anni

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Stan Lee entra nel mondo dei fumetti

Stan Lee, pseudonimo di Stanley Martin Lieber, è nato a New York nel 1922, da immigrati ebrei di origine rumena. Dopo un’infanzia difficile e vissuta di stenti, Stan svolge vari lavori per mantenersi e riuscire a diplomarsi. Grazie all’aiuto di uno zio, nel 1939, inizia a lavorare per la Timely Comics. Qui fa le fotocopie, porta il pranzo ai redattori e svolge altre mansioni di poco conto finché nel 1941, all’età di 19 anni, firma con lo pseudonimo Stan Lee i riempitivi per Capitan America sventa la vendetta del traditore” in “Captain America Comics n. 3. Partecipa come soldato semplice alla Seconda guerra mondiale e, per l’esercito americano lavora a manuali, film d’addestramento e slogan d’informazione e di propaganda. Tornato in patria, riprende a lavorare alla Timely ma è un periodo difficile per i vignettisti. Negli anni ’50 lo psichiatra Fredric Wertham avvia una campagna di moralizzazione volta a censurare i fumetti, colpevoli di traviare le menti dei più giovani esaltando la violenza e il sesso. Le case editrici, quindi, decidono di adottare un severo regolamento interno, il cosiddetto CCA (Comics Code Authority).

Negli anni ’60 arriva il successo con Spiderman e gli X-Men

Negli anni ’60 la Timely Comics prende il nome di Marvel Comics e Lee viene chiamato a “vincere la sfida” con la concorrente DC Comics che spopolava con Superman, Batman e la Justice League of America. Lee è scettico, pensa di smettere con i fumetti e di proseguire la carriera da scrittore ma la moglie Joan Clayton, che aveva sposato nel ’47, lo convince a buttarsi in questa avventura. È così che, insieme al disegnatore Jack Kirby, prendono vita i Fantastici Quattro, pubblicati per la prima volta nel 1961. A seguire è la volta di Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963) e Daredevil (1964). Ma il supereroe di maggior successo è indubbiamente L’Uomo Ragno, ideato e realizzato insieme a Steve Ditko (che, in seguito, lascerà la Marvel proprio a causa delle dispute con Stan Lee). Nasce ‘lo stile Marvel’ fatto di personaggi dotati “di grandi poteri” ma anche “di grandi responsabilità”. Non più supereroi invincibili ma persone comuni come Peter Parker che vivono le ansie e i problemi di tutti i giorni, e che hanno ricevuto i loro poteri involontariamente.

Sono storie dove si toccano con la dovuta delicatezza anche temi come il razzismo ma anche l’uso di droghe. È il 1971 quando il ministero dell’Educazione e Salute gli chiede di ideare una storia che parlasse del problema dell’abuso di sostanze stupefacenti, e Lee si scontra con la CCA dal momento che questo, in base al regolamento, non era un tema trattabile nei fumetti. Lee, però, da direttore editoriale, convince il suo capo Martin Goodman a pubblicare la storia su Amazing Spider-Man n. 96 anche senza il marchio della Comics Code Authority.

Gli ultimi anni di vita di Stan Lee: i numerosi camei nei film della Marvel

Nel corso degli anni Lee assume anche la presidenza della Marvel e gira il mondo come volto “ufficiale” della compagnia partecipando a convegni e seminari sui supereroi di maggior successo. Nel 1981 Lee, pur continuando scrivere le strisce quotidiane de L’Uomo Ragno, si trasferisce con la famiglia in California per lavorare da vicino sui progetti cinematografici e televisivi della Marvel. Ed è negli anni 2000 che diventa famoso anche per i suoi numerosi “camei”, ossia le sue partecipazioni come comparsa nei film della Marvel come gli X-Men, Spider-Man, I Magnifici Quattro, Iron Man e DeadPool. Partecipa anche a numerose puntate della serie tv, sempre della Marvel Agents of S.H.I.E.L.D. e alla fortunatissima Big Bang Theory. Per la rivale DC Comics rivisita le storie di Flash, Lanterna Verde, Wonder Woman, Batman Superman nella serie chiamata “Just Imagine… series”. Nel 2015 pubblica il graphic novel La stupefacente, incredibile, fantastica vita di Stan Lee dove racconta tutta la sua vita. Nel 2018, a causa delle precarie condizioni di salute, all’età di 95 anni, viene annunciato il ritiro dalla vita pubblica di Lee. E oggi il decesso.





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Novello Novelli, è morto a 87 anni lʼattore toscano di tanti film comici

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L’artista toscano Novello Novelli, interprete di teatro e di numerosi film comici tra gli anni ’80 e 2000, è morto questa mattina all’alba all’età di 87 anni. Sul grande schermo i suoi personaggi hanno raccontato lo spirito toscano accanto ad attori come Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti, Leonardo Pieraccioni…

Novellantonio Novelli, questo il suo vero nome, era nato a Poggibonsi, aveva abbandonato il lavoro di geometra per dedicarsi allo spettacolo: prima come impresario dei fratelli Santonastaso e poi come attore nel 1981 con “Ad Ovest di Paperino” di Alessandro Benvenuti. I suoi numerosi film comici sono divenuti di grandissima popolarità, con ruoli sempre da caratterista con un marcato accento toscano. Ha lavorato accanto a grandi attori tra cui anche Athina Cenci, Alessandro Haber, Massimo Ceccherini, Alessandro Paci, Carlo Monni. 

 

Tra i film di maggiore successo, da ricordare “Io Chiara e lo Scuro” (Maurizio Ponzi 1982); “Tutta colpa del Paradiso” (Francesco Nuti, 1985); “Caruso Pascoski di padre polacco” ( Francesco Nuti, 1988) “Benvenuti in casa Gori” (Alessandro Benvenuti, 1990) ; “Cari Fottutissimi amici” (Mario Monicelli, 1994).
Negli ultimi tempi era ricoverato in una casa di riposo ma era sempre residente a Poggibonsi, dove era conosciutissimo e apprezzato.





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5 star review  Difficile spiegare per me.Ho conosciuto i Bambini di Satana tramite mio figlio e ho trovato tanti argomenti interessanti,a volte scomodi,che i perbenisti non affrontano.Grazie ragazzi

thumb Susy Barini
12/30/2017

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