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Morto Stan Lee: il papà dei supereroi

Stan Lee, il fumettista che ha inventato Spiderman, Hulk e gli X-Men facendo la fortuna della Marvel Comics, è spirato oggi alla veneranda età di 95 anni

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Stan Lee entra nel mondo dei fumetti

Stan Lee, pseudonimo di Stanley Martin Lieber, è nato a New York nel 1922, da immigrati ebrei di origine rumena. Dopo un’infanzia difficile e vissuta di stenti, Stan svolge vari lavori per mantenersi e riuscire a diplomarsi. Grazie all’aiuto di uno zio, nel 1939, inizia a lavorare per la Timely Comics. Qui fa le fotocopie, porta il pranzo ai redattori e svolge altre mansioni di poco conto finché nel 1941, all’età di 19 anni, firma con lo pseudonimo Stan Lee i riempitivi per Capitan America sventa la vendetta del traditore” in “Captain America Comics n. 3. Partecipa come soldato semplice alla Seconda guerra mondiale e, per l’esercito americano lavora a manuali, film d’addestramento e slogan d’informazione e di propaganda. Tornato in patria, riprende a lavorare alla Timely ma è un periodo difficile per i vignettisti. Negli anni ’50 lo psichiatra Fredric Wertham avvia una campagna di moralizzazione volta a censurare i fumetti, colpevoli di traviare le menti dei più giovani esaltando la violenza e il sesso. Le case editrici, quindi, decidono di adottare un severo regolamento interno, il cosiddetto CCA (Comics Code Authority).

Negli anni ’60 arriva il successo con Spiderman e gli X-Men

Negli anni ’60 la Timely Comics prende il nome di Marvel Comics e Lee viene chiamato a “vincere la sfida” con la concorrente DC Comics che spopolava con Superman, Batman e la Justice League of America. Lee è scettico, pensa di smettere con i fumetti e di proseguire la carriera da scrittore ma la moglie Joan Clayton, che aveva sposato nel ’47, lo convince a buttarsi in questa avventura. È così che, insieme al disegnatore Jack Kirby, prendono vita i Fantastici Quattro, pubblicati per la prima volta nel 1961. A seguire è la volta di Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963) e Daredevil (1964). Ma il supereroe di maggior successo è indubbiamente L’Uomo Ragno, ideato e realizzato insieme a Steve Ditko (che, in seguito, lascerà la Marvel proprio a causa delle dispute con Stan Lee). Nasce ‘lo stile Marvel’ fatto di personaggi dotati “di grandi poteri” ma anche “di grandi responsabilità”. Non più supereroi invincibili ma persone comuni come Peter Parker che vivono le ansie e i problemi di tutti i giorni, e che hanno ricevuto i loro poteri involontariamente.

Sono storie dove si toccano con la dovuta delicatezza anche temi come il razzismo ma anche l’uso di droghe. È il 1971 quando il ministero dell’Educazione e Salute gli chiede di ideare una storia che parlasse del problema dell’abuso di sostanze stupefacenti, e Lee si scontra con la CCA dal momento che questo, in base al regolamento, non era un tema trattabile nei fumetti. Lee, però, da direttore editoriale, convince il suo capo Martin Goodman a pubblicare la storia su Amazing Spider-Man n. 96 anche senza il marchio della Comics Code Authority.

Gli ultimi anni di vita di Stan Lee: i numerosi camei nei film della Marvel

Nel corso degli anni Lee assume anche la presidenza della Marvel e gira il mondo come volto “ufficiale” della compagnia partecipando a convegni e seminari sui supereroi di maggior successo. Nel 1981 Lee, pur continuando scrivere le strisce quotidiane de L’Uomo Ragno, si trasferisce con la famiglia in California per lavorare da vicino sui progetti cinematografici e televisivi della Marvel. Ed è negli anni 2000 che diventa famoso anche per i suoi numerosi “camei”, ossia le sue partecipazioni come comparsa nei film della Marvel come gli X-Men, Spider-Man, I Magnifici Quattro, Iron Man e DeadPool. Partecipa anche a numerose puntate della serie tv, sempre della Marvel Agents of S.H.I.E.L.D. e alla fortunatissima Big Bang Theory. Per la rivale DC Comics rivisita le storie di Flash, Lanterna Verde, Wonder Woman, Batman Superman nella serie chiamata “Just Imagine… series”. Nel 2015 pubblica il graphic novel La stupefacente, incredibile, fantastica vita di Stan Lee dove racconta tutta la sua vita. Nel 2018, a causa delle precarie condizioni di salute, all’età di 95 anni, viene annunciato il ritiro dalla vita pubblica di Lee. E oggi il decesso.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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È morto Ennio Morricone. Il compositore premio Oscar aveva 91 anni

Una lunghissima carriera di musica per il cinema con alcune collaborazione che hanno fatto la storia come quella con Sergio Leone e Giuseppe Tornatore. Lascia il tuo commento

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È morto nella notte in una clinica romana per le conseguenze di una caduta il premio Oscar  Ennio Morricone. Il grande musicista e compositore, autore delle colonne sonore più belle del cinema italiano e mondiale  da Per un pugno di dollari Mission  C’era una volta in America da Nuovo cinema Paradiso Malena, aveva 91 anni. Qualche giorno fa si era rotto il femore.

Oscar 2016, la vittoria di Ennio Morricone: “Dedicata a mia moglie”

I funerali di Ennio Morricone si terranno in forma privata “nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato  gli atti della sua esistenza”. Lo annuncia la famiglia del premio Oscar attraverso l’amico e legale  Giorgio Assumma. Morricone, si legge nella nota, si è spento “all’alba del 6 luglio in Roma con il conforto della fede”. Assumma aggiunge che il maestro “ha conservato sino all’ultimo piena lucidità e grande dignità, ha salutato l’amata moglie Maria che lo ha accompagnato con dedizione in ogni istante  della sua vita umana e professionale e gli è stato accanto fino all’estremo respiro ha ringraziato i figli e i nipoti per l’amore e la cura  che gli hanno donato, ha dedicato un commosso ricordo al suo pubblico dal cui affettuoso sostegno ha sempre tratto la forza della propria creatività”.

 

In seguito continuò ad accompagnare le imprese polverose dei pistoleri di Sergio Leone e Duccio Tessari, ma seguì pure quelle dei protagonisti de I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965), i sanguinosi scontri de La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, 1966) o il vagabondare di Totò in Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), dimostrandosi autore di grande talento, versatile e d’avanguardia. Tra le sue innovazioni più riconoscibili c’è l’uso della voce umana. Una voce di donna (quella di Edda Dell’Orso) che accoglie l’arrivo alla stazione di Claudia Cardinale in C’era una volta il West (Sergio Leone, 1968), incalzante in Metti una sera a cena (Giuseppe Patroni Griffi, 1969), sospesa vicino all’amore impossibile tra Noodles e Deborah (C’era una volta in America, 1984), la stessa che accompagna le gesta di Bugsy (Barry Levinson, 1991). Anche se forma con Sergio Leone un fortunato sodalizio artistico, come quello fra Bernard Herrmann e Hitchcock, Nino Rota e Fellini, nel corso della sua carriera scrive musica per molti e importanti registi stranieri.

Dopo quasi trent’anni “lavora” ancora su Clint Eastwood (Nel centro del mirino, Wolfang Peterson, 1993), dopo aver ricevuto due nominations all’Oscar per Mission (Roland Joffe, 1986) e Gli intoccabili (Brian De Palma, 1989). Sempre attento a preservare la sua dignità di compositore, sa bene che scrivere musica da film comporta a volte qualche compromesso. Quando si limita ad essere “solo” un arrangiatore non esita ad imprimere il suo marchio, come dimostra la suggestiva elaborazione di un classico, Amapola (C’era una volta in America). Nonostante debba sempre tener conto dei gusti del pubblico e dei registi si ritiene comunque un artista libero e soddisfatto, convinto che le sue composizioni (a differenza di quelle di molti altri autori di colonne sonore) vivono e risplendono di luce propria.

Morricone vince il Golden Globe. Tarantino: “Meglio di Mozart e Beethoven”

 
Ennio Morricone è stato insignito dal Capo dello Stato Sergio Mattarella del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’ultimo riconoscimento conquistato risale allo scorso 5 giugno quando è stato insignito del Premio Principessa delle Asturie per le arti 2020, che ha condiviso con il compositore statunitense John Williams, 88 anni, massima distinzione che fa capo all’omonima fondazione presieduta dai reali spagnoli.
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Oltre al commento su Twitter del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (“Infinita riconoscenza al genio artistico del maestro”), i social sono stati travolti dai ricordi e saluti dei colleghi musicisti,  da Morgan ai Tiromancino a Emma Marrone. “Il privilegio dell’artista è morire sapendo che la sua arte non morirà mai.. W il Maestro Ennio Morricone!”. Così Vasco Rossi ricorda su Instagram il maestro. Lo piangono moltissimi attori e registi: Anna Foglietta, Giulio Base, Giovanni Veronesi (“Gli è bastato un fischio per entrare nella storia. Ciao Ennio”), .. Fabio Fazio lo definisce “Genio assoluto”. “Era un grande amico, una grande persona, al di fuori della creatività musicale” dice Vittorio Storaro. “Ed è importante essere creativi anche sul piano umano. Io non credo che ci sia una divisione fra la personalità e la creatività, vanno di pari passo. Certamente sarà una enorme mancanza, non solo genio musicale, ma anche umano”. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, scrive su Twitter : “Dolore per la morte di Ennio Morricone, grande musicista e compositore del nostro tempo. Le sue colonne sonore hanno segnato la storia del cinema, in Italia e nel mondo, e continueranno a emozionarci. Roma era la sua città e oggi piange la scomparsa di un artista molto amato”. “Addio al genio che creò con le note l’epica nel mondo moderno. Addio Maestro” sono le parole con cui Roberto Saviano saluta Morricone su Instagram. Anche il cardinale Gianfranco Ravasi ricorda il maestro. “Sono vicino con affetto alla moglie Maria e alla famiglia nel ricordare il Maestro Ennio Morricone: lo affido a Dio perché lo accolga nell’armonia celeste, forse assegnandogli l’incarico per qualche partitura da far eseguire ai cori angelici”, scrive il ‘ministro’ della Cultura del Vaticano via social. “L’ultimo nostro incontro festoso” spiega “fu il 15 aprile 2019, quando gli consegnai a nome di papa Francesco la Medaglia d’oro del Pontificato”.
 


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Van Gogh, l’AI ricostruisce i dipinti deteriorati

L’opera dei grandi artisti di ogni epoca è intramontabile, certo, ma corruttibile, subisce ahimè l’ingiuria del tempo. Scolorimenti, screpolature, distacchi causati da agenti meccanici, chimici, biologici possono arrivare a cancellare quasi del tutto un’opera.

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L’opera dei grandi artisti di ogni epoca è intramontabile, certo, ma corruttibile, subisce ahimè l’ingiuria del tempo. Scolorimenti, screpolature, distacchi causati da agenti meccanici, chimici, biologici possono arrivare a cancellare quasi del tutto un’opera. È il caso, ad esempio del famosissimo autoritratto di Leonardo conservato nella Biblioteca Reale di Torino. Spesso, tuttavia, i restauratori lavorano su opere che hanno già iniziato a cambiare aspetto e non si hanno certezze su come apparissero quando erano state realizzate dal loro autore. Oggi un aiuto importante potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale. Un nuovo prototipo di AI è stato infatti in grado di prevedere con ottimi risultati l’aspetto originale di alcuni disegni di Vincent van Gogh, leggermente sbiaditi a causa del passare del tempo. Così in futuro potremmo non dover rischiare di vedere rovinati quadri di grande valore – pensiamo alla popolare Notte stellata o ai famosissimi Girasoli, simboli dell’opera del pittore olandese. A realizzare il nuovo modello di AI sono tre ricercatori della Southern University of Science and Technology in Cina e dell’Università tecnica di Delft, nei Paesi Bassi, proprio dove è nato van Gogh. I risultati dello studio sono pubblicati sulla rivista Machine Vision and Applications.

Alcuni disegni di van Gogh si deteriorano

Se i dipinti più noti di Van Gogh sono per fortuna ben conservati e ad oggi non mostrano rischi, ci sono però dei disegni dell’artista che stanno andando via via scolorendosi a causa del tempo – ma non solo – e che potrebbero rovinarsi quasi completamente. Per questo gli autori hanno pensato di studiare un modo per ripristinare le parti deteriorate. Fino ad oggi, ci sono diversi tentativi andati a buon fine di creare sistemi di intelligenza artificiale per un uso in ambito artistico. Le principali applicazioni, però, riguardano modelli in grado di riconoscere se le opere sono dei falsi. In questo caso, invece, l’algoritmo è servito a provare a prevedere com’erano i dipinti deteriorati con alta precisione (a livello di pixel).

Come funziona l’algoritmo di AI

Gli autori hanno realizzato un metodo di machine learning (apprendimento automatico) basato su reti neurali artificiali. In particolare, si tratta di reti neurali che si ispirano all’organizzazione dei neuroni nella corteccia visiva degli animali. L’algoritmo, per il momento, svolge un’analisi soltanto di tipo visivo e non della composizione chimica dei colori. Gli autori intendono integrare anche questa indagine perché il tipo e la composizione degli inchiostri utilizzati può fornire informazioni sulla rapidità con cui il dipinto si sbiadirà.

L’idea, come spiega al giornale TechXplore Jan van der Lubbe, uno degli autori, è quella di riuscire a prevedere come poteva essere l’originale, nel passato. Questo significa prima addestrare la rete neurale artificiale “mostrandole” un’ampia quantità di dati relativi ai dipinti del pittore. E poi svolgere attraverso l’algoritmo una complessa indagine delle forme e dei colori e di come il disegno si è scolorato nel tempo.

Preservare i dipinti di van Gogh

Per il momento gli autori hanno utilizzato dipinti deteriorati in maniera leggera, in cui, cioè, il colore è solo un po’ sbiadito. Le riproduzioni provengono dalla collezione del Van Gogh Museum. Anche se è solo un primo passo, l’esito della prova è notevole, spiegano gli autori su TechXplore. Infatti, i risultati mostrano che il modello è in grado di prevedere com’erano quadri rovinati meglio di quanto avvenga con le tecniche attualmente in uso, non basate sull’intelligenza artificiale.

Salvare gli originali

Questo strumento potrebbe essere utile per capire come conservare al meglio varie opere d’arte – non solo di van Gogh ma anche di tanti altri artisti – e semplificare gli studi e il lavoro degli storici. Questo anche grazie alla rapidità del modello, addestrato su ampie quantità di dati. Integrando anche analisi chimiche, poi, risultati potrebbero essere anche migliori rispetto a quelli di oggi. L’obiettivo finale sarà quello di avvicinarsi sempre di più all’originale, soprattutto nei casi in cui è proprio questo (e non una delle copie) ad essere rovinata.



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È morto Bernardo Bertolucci, l’ultimo grande maestro del Novecento

Il regista aveva 77 anni. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come ‘Novecento’ e ‘Ultimo tango’. ‘L’ultimo imperatore’ ha vinto nove Oscar, compreso miglior regia e sceneggiatura

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Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale – prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto all’età di 77 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Trastevere a Roma. La camera ardente sarà allestita martedì 27 novembre, dalle ore 10 alle 19, in Campidoglio, Sala della Protomoteca.

Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell’Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

GGalleria: tutti i suoi film

 

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare Peploe e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca.

L’incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un’idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo (“Non si può vivere senza Rossellini” è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca

Tra il ’68 e Ultimo Tango

Nel fatidico ’68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all’epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì “un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.

Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci ( AGI )

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L’ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, conIo ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere “dopo” la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l’opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un’ossessione amorosa, L’assedio. Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico ’68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a “montare” il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.



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