Nel ventre della bestia

nelventredellabestiaA più di trent’anni dalla sua comparsa sulla scena letteraria americana e a trentadue dalla sua prima edizione italiana1, DeriveApprodi torna meritoriamente a pubblicare, nella nuova traduzione di Lanfranco Caminiti, uno dei libri più importanti, forse il più importante, scritto dall’interno dell’Inferno carcerario americano. Anche se Jack Henry Abbott, di cui saranno narrate le vicende poco più avanti, non è stato il primo detenuto a descrivere l’universo concentrazionario delle prigioni americane dal punto di vista di un prigioniero.

Caryl Chessman l’aveva già fatto con una serie di libri2, scritti e pubblicati negli anni ‘50 nel tentativo di rinviare o fermare l’esecuzione della pena capitale, poi avvenuta nel 1960.
Mentre Edward Bunker si affermò come apprezzato scrittore di crime novel proprio a partire dalla sua esperienza carceraria3 , fino a giungere a diventare ispiratore e musa del primo film di Quentin Tarantino: Reservoir Dogs.

L’elenco potrebbe ancora continuare, ma Abbott è, forse, l’unico a portare la testimonianza di un’intera vita passata tra riformatorio e carcere: ”Sono nato il 21 gennaio 1944, in una base militare a Oscoda, Michigan. Dalla nascita sono stato affidato a questa o quella famiglia. A scuola non ho finito la sesta elementare. A nove anni ho iniziato a trascorrere lunghi periodi in luoghi di detenzione minorile […] Adesso ho trentasette anni. Da quando ne ho dodici sono stato libero nove mesi e mezzo in tutto […] Ho calcolato che in tutto ho passato in isolamento quattordici o quindici anni” (pag. 23).

Il libro traeva origine, come rivela Norman Mailer nella prefazione, da una serie di lettere inviate da Jack Abbott allo stesso Mailer mentre questo stava scrivendo “Il canto del boia4 , un testo in cui si descrivevano gli avvenimenti che avevano portato all’arresto e all’esecuzione di Gary Gilmore, nell’intento (riuscito) di riaprire il dibattito sulla pena di morte in America . Mailer non era nuovo a questo tipo di iniziative, essendosi già mobilitato negli anni cinquanta, con molti altri scrittori ed intellettuali, per la revisione del processo Chessman.

Caryl Whittier Chessman era stato “definitivamente” arrestato a 27 anni, avendone passati molti tra riformatori per minori e prigioni. Prima delle vicende che lo portarono alla morte, Chessman era stato protagonista di rapine, furti con e senza scasso, probabilmente l’omicidio e svariati altri crimini. In carcere Caryl Chessman aveva scelto di difendersi da sé dall’accusa per rapina, sequestro ed abuso sessuale per cui rischiava la pena capitale e proprio questa auto-difesa aveva costituito il tema di quasi tutti i suoi libri. Nonostante la sua rivendicata innocenza fu però giustiziato, dopo aver ottenuto ben otto rinvii dell’esecuzione nell’arco di 12 anni, il 2 maggio 1960 alle 10 del mattino. Nello stesso momento dall’ufficio del giudice che si era occupato del caso, informato che una rivista aveva scoperto nuove prove a favore del condannato, arrivava una chiamata per l’ennesima sospensione all’appuntamento col boia. Ma era troppo tardi così, alle 10:12 di quello stesso giorno, Chessman fu dichiarato morto.

Abbott rivela da subito un altro intento. Si è politicizzato in carcere, come George Jackson5 , e non vuole tanto sostenere la propria innocenza, che non può esistere per il sistema giudiziario borghese, quanto, piuttosto, rivelare le condizioni di vita e repressione presenti all’interno del ventre della bestia, nel cuore e nella pancia dell’imperialismo statunitense. E delle conseguenze che queste hanno sulla vita, la psiche e i comportamenti dei detenuti di lungo periodo come lo stesso autore.

 

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In qualche modo ho provato a trasmetterle le sensazioni – lei forse direbbe: la pressione atmosferica – di cosa davvero comporti essere un condannato a lunga pena in una prigione americana. Voglio essere ancora più preciso. Ho provato a comunicarle cosa significhi stare in carcere dopo aver passato la propria giovinezza in istituti di pena” (pag. 19)

Così la prigione mi sta strappando dentro. Ogni giorno mi ferisce. Ogni giorno mi porta sempre più lontano dalla mia vita. E non sono nemmeno in grado di capire come stia accadendo questa mia dissoluzione. In ogni caso, non posso fermarla […] Sento la vergogna e l’odio. Se le circostanze mi costringono a stare in mezzo ad altri detenuti, a stento mi trattengo dall’aggredirli. Sento una tale ostilità, in tale odio, da non riuscire in alcun modo a trattenere la rabbia. Per tutti questi anni non ho fatto altro che sentirla. Paranoia […] La paranoia è la malattia contratta nelle prigioni. Non è la ragione delle mie condanne al riformatorio e al carcere. E’ l’effetto, non la causa” (pp. 20 – 21)

Abbott, come afferma esplicitamente nel testo, non intende presentarsi come un martire. O come un eroe: “Non sono un intellettuale, perché i miei pensieri per me sono anzitutto un predicato dell’azione […] Le ho detto all’inizio che non ero, per così dire, un tipo simpatico. Non ho mai provato ad abbellire alcunché. Non ho mai provato a piacerle […] La mia vita non è una «saga» e mi offende che lei usi un termine simile. Io non mi sento «eroico»” (pag.39)

Ed è proprio questa auto-riflessione sul proprio essere o, meglio, sull’essere dell’individuo detenuto a costituire la parte più interessante del testo. La più vera, la più tragica, la più disperata. Il misto di marxismo-leninismo e di anarchismo individualista che segna i giudizi più politici, le citazioni da Engels, Marx e da altri classici del movimento comunista ed operaio costituiscono, più che lo sfondo ideologico, l’unica cortina ideale che l’autore sembra voler lasciare tra il proprio essere reale e il mondo a cui intende rivelarsi. Meglio ancora: disvelarsi.

Questa storia delle emozioni è la faccia nascosta, oscura dei detenuti cresciuti dallo Stato. L’orribile punto debole che ciascuno nasconde a chiunque altro […] E’ il manto dell’orgoglio, dell’integrità, dell’onore. E’ la considerazione che d’istinto abbiamo per la violenza, la forza. E’ quello che ci rendeefficaci, uomini il cui giudizio ha un impatto sugli altri, sul mondo: pericolosi assassini che agiscono da soli e senza alcuna emozione, che agiscono seguendo dei calcoli e dei principi, per vendicarsi, stabilire e difendere i propri principi compiendo degli omicidi che in genere eludono i processi giudiziari. Questa è per i detenuti allevati dallo Stato la concezione della virilità” (pag. 30)

Non a caso, forse, una delle figure che compare nelle pagine è quella tragica di Nečaev: rivoluzionario, assassino, provocatore infiltrato nelle file dell’anarchismo russo della seconda metà dell’ottocento o soltanto pazzo e paranoico?6 Non c’è tenerezza da perdere nelle pagine di Abbott e per questo il testo si rivela come il più sconvolgente, ancora adesso, sull’esperienza carceraria. E il più vicino all’esperienza dei detenuti di lungo periodo di ogni angolo del mondo. Anche qui nella democratica Italia del “fine pena mai”.

Il modello che emuliamo è un individuo fanaticamente arrogante e psicotico che non riesce neppure ad immaginare cosa sia il perdono, la pietà o la tolleranza, perché non ha esperienza di questi valori. Le sue emozioni non capiscono cosa significhino questi valori., ma li immagina come una serie di «debolezze»” (pag. 30) Così, in questo contesto, anche l’apprendimento e l’acculturazione diventano un fatto meramente individuale, mentre la cultura diventa un’arma: “il sapere viene dall’esperienza, e i libri possono solo aiutare a capire l’esperienza. Non è solo una mia personale considerazione, ma l’esperienza di qualsiasi autorità carceraria: i più pericolosi detenuti – e intendo dire in senso «fisico» – sono «lettori e scrittori» […] I libri sono pericolosi dove c’è ingiustizia. Ho scontato giorni di pena solo per aver fatto richiesta di libri […] E’ questo il motivo per cui hanno instaurato dei «programmi educativi» in carcere, così possiamo imparare solo quello che loro vogliono che impariamo. E’ un punto d’orgoglio per me il fatto di non essere mai stato in una scuola in prigione” (pp. 36 – 37)

n virtù di questo libro, e grazie alla mobilitazione intellettuale che si era creata in suo favore per il tramite di Norman Mailer, Abbott poté uscire dal carcere all’inizio del giugno 1981. Ma proprio il contenuto del testo era destinato a non costituire altro se non una sorta di lungo prologo al tragico epilogo del percorso dello scrittore-detenuto.

Sei settimane dopo, proprio il giorno prima che il New York Times ne pubblicasse una positiva recensione, Jack uccise a coltellate un cameriere ventiduenne a seguito di un banale litigio. Gli fu comminata una pena da 15 anni a vita per omicidio preterintenzionale. La vedova del cameriere avrebbe incassato negli anni tutti i proventi derivanti dai diritti d’autore sulle vendite di “Nel ventre della bestia”.
Nel 2002 Abbott si impiccò in cella con strisce di lenzuola e lacci per scarpe.

La mia scheda di detenuto registra più atti di violenza denunciati dalle guardie di ognuno dei 25.000 detenuti federali attualmente in carcere, e io non sono colpevole dei nove decimi delle accuse. Tuttavia non posso fare nulla riguardo a questo. Se domani fossi picchiato a morte, la mia scheda andrebbe davanti al procuratore che indaga – e il mio «passato di violenza» giustificherebbe i miei assassini. Nei fatti, il regime carcerario può commettere qualsiasi atrocità nei miei confronti, e la mia «scheda» servirà a assoluzione” (pp. 33 – 34)

 

Carmilla

 

 

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Libri

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma
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