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Nella foresta vive un mostro che ha fatto cose orribili. L’opera di Philip Ridley

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Apro la finestra e i demoni entrano dentro casa. Presumo che lo scopo della mia opera sia dar loro il benvenuto

Nel 1990 il cinema ci permise di scoprire Philip Ridley. A quel tempo pensato solo come regista cinematografico, una sorta di enfant prodigedi appena ventisei anni, che inaugurava solennemente il decennio con un’opera disturbante e visceralmente gotica dal titolo accattivante e misterioso, The Reflecting Skin, tradotto in modo infedele ma calzante, in Riflessi sulla pelle. Pochi sfuggirono al fascino di quel grandioso metatesto ambientato nella solare quanto spettrale campagna dell’Idaho ai confini del Canada. Presumo che la sua intatta bellezza consista ancora nella sua indefinibilità, sospesa tra l’horror, la fiaba (nera) e il gotico puritano: un’atmosfera fiabesca e allucinata in cui  Ridley ambientava il rito d’iniziazione alla vita del giovanissimo Seth,  futuro “sacerdote al nero” che faceva esplodere rane, perseguitava una falsa vampira e parlava con i feti, mentre il mondo attorno gli propinava strani delitti, insostenibili suicidi con il supplemento graficamente straordinario di una misteriosa auto nera che si aggirava per i campi di mais alla ricerca di piccole vittime. In cotanto contenitore di ossessioni (generazionali e non, dal fungo atomico che “argenta la pelle” all’omofobia senza tempo), si sprecarono i riferimenti: un po’ Stephen King, molto David Lynch, persino la Flannery O’Connor di Wise Blood, portato sullo schermo con splendidi risultati da John Huston (La saggezza del sangue del ’79). Ma questo “american gothic” proveniva da un autore giovanissimo nato nell’East End di Londra e che fino a quel momento al cinema aveva regalato solo due corti,Visiting Mr. Beak e The Universe of Dermot Finn e la sceneggiatura di The Krays, ottimo e misconosciuto biopic noir di Peter Medak (I corvi, sempre del ’90, ma il titolo italico che traduce alla lettera il cognome di due fratelli banditi degli anni Sessanta è un delirio…). Bisognava quindi scendere sul pianeta Ridley con tutti gli strumenti del caso.

GhostFromIl fatto è che ci piacerebbe, sul serio, che Philip Ridley fosse soltanto uomo di cinema. Scoperte, definizioni, rimandi, tutto sarebbe più alla luce. Invece, nel corso del tempo, la sua arte si è deframmentata in più di un rivolo: l’autore, delizioso, di racconti per bambini; il drammaturgo teatrale “orologiaio dell’Apocalisse” (urbana e planetaria); il fotografo d’avanguardia; il pittore; il poeta; lo scrittore che si rivolge a un pubblico adulto anche quando all’apparenza il mercato lo incasella come autore per “pubblico junior”; e l’uomo di cinema. Dispersione? No. Ridley è un artista a tutto tondo, fisiologicamente “contro”, gay come tanti dei suoi personaggi, gotico nel profondo nonché diabolico nocchiero di quel territorio, perennemente borderline, chiamato “fiaba nera”.

Ridley abita qui. Dove ha vissuto e prodotto Roald Dahl e dove vive tuttora Neil Gaiman. Ma non intendiamo qui definire la fiaba nera anche perché rischieremmo di scantonar rovinosamente: diciamo solo che, per quel che riguarda Ridley, i rimandi ci stanno – in Inghilterra c’è chi lo considera l’erede di Dahl sul fronte dei libri per ragazzi -, ma dai medesimi non bisogna farsi fuorviare. Quei déjà vu – Lynch, Tim Burton, Terry Gilliam, certo Neil Jordan e persino il Richard Kelly di Donnie Darko – è legittimo provarli, a patto di non dimenticarsi che stiamo guardando e maneggiando un prisma ologrammatico con lati e sguardi-maschere diversi a seconda del punto di osservazione, ma organico e coerente al suo interno in quanto a poetica. Occorre allora cercare un compendio in grado di riunire tutte le parole-chiave della sua poetica e forse i tredici racconti di Fenicotteri in orbita, anni fa rieditato da Salani, ci vengono incontro. Non prima però di avere ricordato il bizzarro percorso editoriale di questo lavoro che uscì in prima edizione per Mondadori in una collana “junior”, ingenerando il dubbio- mai risolto – se si fosse trattato di un momento coraggioso di politica editoriale da parte di Segrate o di una svista di qualche curatore. Abbiamo tra le mani infatti un lavoro corale, pur nella diversità anagrafica dei vari “io narranti”, dove la sensibilità dei diversi si scontra con una realtà inaccettabile, graficamente horror, in cui gli adulti altro non fanno che trasmettere ai ragazzi la loro indifferenza di fronte allo spettacolo planetario della Morte. Attraverso  un purissimo linguaggio cinematografico (dialoghi pungenti e serrati, flashback e montaggi alternati), i giovani protagonisti, che anche da adulti si portano dentro nodi da sciogliere perché “dev’essermi successo qualcosa da piccolo”, si scontrano con un universo omofobico e intollerante, che incrudelisce con la stessa intensità nei confronti degli animali, dei più deboli e dei “fastidiosi”. Gli adulti hanno in serbo sempre shock per i ragazzi, li tradiscono tutte le volte che possono, all’interno di una grigia e claustrofobica apatia borghese che semplicemente rimuove la scoperta adolescenziale dell’omosessualità, dimostrando che la cultura liberal in Inghilterra è poco più di uno slogan. Questi ragazzi – che crescono in posti sbagliati e in famiglie sbagliate – devono lottare con tutte le loro forze per poter essere soltanto quello che sono.

E’ anche lo stesso tema di fondo del Ridley che scrive racconti per bambini. Kasper Whisky (Kasper nella città splendente), Poppy Pickesticks (Magia a Winegar Street) Dakota Rosé (Dakota dalle bianche dimore) e Zip Jingle (Zip e il carrello magico) sono piccoli guerrieri in universi urbani, spesso fatiscenti, da cui occorre affrancarsi per poter crescere. Bambini che lottano contro posti e tempi sbagliati. E quando perdono, che succede? Diventano Darkly Noon, ecco un destino per loro possibile. Nel secondo film di Ridley, datato 1995, The Passion of Darkly Noon, un giovane uomo dal nome e cognome che sono un vero programma (quelli del titolo) è ritrovato svenuto in un bosco e ospitato nella capanna, nel fitto della vegetazione, della bella e disinibita Callie: lui, figlio di integralisti cristiani con un senso fisico del peccato troppo spiccato e pressoché “biblico”, e lei, sensuale e selvatica come una vera “strega” d’altri tempi. L’incontro è fatale, destinato a un cruentissimo finale per nulla catartico, e non sbaglia chi ha letto nel personaggio di Darkly Noon l’evoluzione quasi naturale e simmetrica del piccolo Seth del primo film, un “sacerdote al nero” così ridotto dalle fobie sovrastrutturali del mondo al di là dei boschi, quasi un’inconsapevole anticipazione di The Village di Shyamalan. Per quanto poco visto, The Passion of Darkly Noon è stato uno dei film più “intitolati” in Italia (Il giorno del castigo al cinema, Passeggiata nel buio in un passaggio su RAI2 e Sinistreossessioni in DVD), giusto per confermare che, quando si maneggia Philip Ridley, possono saltare i riferimenti e i tentativi di definizione. Di certo l’artista inglese guarda ancora al cuore nero e gotico dell’America, un paesaggio della mente post-New England, a metà strada tra Hawthorne e Steinbeck, un grande paese pericoloso e selvaggio al quale più di un personaggio di Fenicotteri in orbita sembra agognare. Per il terzo film, Heartless, sulla carta un horror dichiarato (ma con Ridley gli steccati non hanno proprio senso), il nostro ha rinunciato ai suggestivi set americani per ambientare la storia nello spazio natale che da sempre caratterizza i suoi racconti per l’infanzia, l’East End londinese: qui il giovane Jamie, un ragazzo “fuori posto” come tanti altri di Ridley, si convince che la madre non è stata assassinata, come potrebbe sembrare, da una gang di giovani delinquenti, ma da un’orda di demoni che infesta tutta Londra.  Violenza urbana, possessione, solitudine, nevrosi e intolleranza: a Ridley servono al solito per parlare d’altro.

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Alla caccia del senso ultimo della poetica di Ridley, quel che meglio funziona allo scopo è il testo della canzone, struggente e inquietante, cantata da P.J. Harvey sui titoli di coda di The Passion of Darkly Noon. Liriche scritte da Philip in persona, una sorta di purissima dichiarazione d’intenti. Il titolo: Who Will Love me Now?

In the forest lives a monster

he has done terrible things

so in the wood it’s hiding

And this is the song he sings

(Nella foresta vive un mostro

che ha fatto cose terribili

per questo si nasconde nel bosco.

E questa è la canzone che canta)

Who will love me now

Who will ever love me?

Who will say to me

You are my desire

I’ll set you free

(Chi mi ama adesso

Chi mai vuole amarmi adesso?

Chi mai vorrà dirmi:

Tu sei il mio desiderio

Ti lascio libero)

Who will forgive and

make me live again?

Who will bring me back

to the world again

to the world again?

(Chi vorrà perdonarmi e farmi rivivere?

Chi vorrà riportarmi indietro

di nuovo nel mondo

Di nuovo nel mondo?)

In the forest lives a monster

and he look so very much like me

is there someone hear me singing?

Please save me please rescue me

(Nella foresta vive un mostro

e ha un aspetto molto simile a me

C’é qualcuno che mi sente cantare?

Per favore salvatemi per favore trovatemi)

Who will love me now

Who will ever love me

Who will say to me

You are my desire

I’ll set you free

 

In verità non ci sarebbe proprio nulla da spiegare. Ma mi azzardo a spingere l’interpretazione sul fatto che quel mostro che vive da solo nella foresta – perché la società fuori dal bosco gli attribuisce cose terribili -, quel mostro che desidera solo che qualcuno lo ami, sia proprio Ridley in persona. Questo straordinario artista che non ha una vita facilissima in una Londra sempre più violenta e omofobica. Abbandonato dal suo editore storico (Faber & Faber) che si rifiutò di pubblicare il libro tratto daMercury Fur, controverso dramma teatrale rappresentato anche in Italia al Belli di Roma; accusato da più parti di sadismo e pornografia perché ha rappresentato la tortura di un bambino sul palcoscenico; oppresso – e spesso depresso – per quel che sta arrivando e che non può fermare (i fondamentalismi estremi dell’Islam e della destra cattolica, il vuoto pneumatico dei giovani che si divertono a malmenare i gay, la violenza cieca e ignorante), Ridley è sempre stato un alieno sin dai tempi della scuola. Gli autentici profeti, che non riescono proprio a tacere, non sono i benvenuti in una società conformista e che percepisce un mondo inesistente. Ridley è un mostro che vuole essere amato per quel che fa e quel che dice. Anche se per tanti si tratta di uno sporco lavoro.

Il Ridley teatrante. Forse il più esplicito e il più scioccante. Che già a sei anni si baloccava con il palcoscenico e creava la sua “prima compagnia”. Nel suo fitto curriculum figurano ben 16 titoli di spettacoli teatrali, alcuni dichiaratamente destinati all’infanzia e tutto il resto destinato a quel mondo adulto che vuole “sentire e vedere”. Sono opere dure come Vincent River e Mercury Fur. Soprattutto quest’ultima, che gli costerà l’abbandono del suo editore storico, impregnata di echi di James Ballard e David Cronenberg, così disturbante da dover essere rappresentata nei teatri off londinesi a notte fonda. E’ un dramma apocalittico e visionario, avvolto in un buio scenografico e significante. Così le note di presentazione del Teatro Belli di Roma:

“Un’oscurità che permette di intravedere o soltanto di immaginare cosa sta accadendo. Una sorta di notte eterna che ha cancellato tutto. Metafora di quel lato oscuro dell’anima che Ridley lascia fuoriuscire liberamente dai personaggi protagonisti di questa pièce, costruita con la forza epica di una tragedia greca. Siamo in una Londra del futuro dove non esistono più né legge né ordine, in cui si è perduto il linguaggio e ogni memoria storica, e anche la natura risulta completamente trasformata. Un gruppo di ventenni, una delle tante bande che scorrazzano per la città, sopravvive organizzando dei party speciali, dove l’obiettivo è assicurare ai clienti la possibilità di realizzare le loro più sfrenate fantasie, che siano esse sessuali o macabre. Può succedere, dunque, che l’oggetto richiesto dal cliente per queste particolari attenzioni sia un bambino di dieci anni, e il cliente va assolutamente accontentato, costi quel che costi….”

Ci ricorda qualcosa? Sì, anche in questo caso, tanti déjà vu. Ma è solo un pregio. Perché Ridley fa parte di quella cerchia ristretta di autori che urlano al mondo senza ipocrisie che il Caos è già qui, rotolante per le strade della metropoli: un orrore scenico che è il riflesso (sulla pelle) di quello contemporaneo. Non  fantascienza, è oggi. Perché è oggi che la società si sta deteriorando e l’apocalisse è dietro l’angolo. Non vediamo frammenti di un passato barbarico o di un futuro distopico. Per Ridley si tratta del presente. “Ho rivissuto Mercury Fur quando ho letto che in Iraq dei giovani contadini provenienti dall’Idaho, di quelli che vanno in chiesa la domenica e che mangiano la torta di mele, hanno rapito e violentato delle povere ragazzine, filmando tutto sul cellulare.”[1] L’orologio dell’Apocalisse sta per  suonare?

  Danilo Arona


[1]    Hermione Eyre, Philip Ridley – The Savage Prophet, “The Indipendent”, Londra, 28 ottobre 2007.

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Libri

La congiura dei somari

Perché la scienza non può essere democratica

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«Per bloccare i Somari e per convertirli alla ragione abbiamo qualcosa che è più efficace degli antibiotici, più sicuro dei vaccini, un rimedio antico ed economico. I Somari si curano con i libri.» La battaglia di uno scienziato contro le false credenze che rischiano di cancellare le grandiose conquiste della medicina

«Non sopporto che mia figlia cresca in un mondo in cui la menzogna ha lo stesso peso della verità.»

Chi è il somaro? È un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate. Di somari, Roberto Burioni ne ha incontrati parecchi: sono quelli che pur non avendo la minima nozione di medicina o di biologia, pur non sapendo cos’è un virus e come funziona un vaccino, pretendono di convincerci che “dieci vaccini sono troppi”, “le malattie guariscono da sole o grazie ai soli rimedi naturali”, “le vaccinazioni obbligatorie servono solo ad arricchire le industrie farmaceutiche e quelli che sono sul loro libro-paga”. Il fatto è che la scienza non è democratica: come ha detto Piero Angela, la velocità della luce non si decide per alzata di mano. Nella scienza, possono dire la loro solo coloro che per anni hanno sudato sui libri, hanno sottoposto le proprie ipotesi a una rigorosa procedura di esperimenti e controlli, possiedono un metodo che consente di distinguere la verità dalla bugia. Certo, la scienza è imperfetta, fatta da uomini ancora più imperfetti, le verità che ci offre sono sempre parziali e mai troppo sicure. Però vale la pena fidarsi, perché l’alternativa è costituita dal buio, dall’oscurantismo e – quando si scherza con la salute propria e altrui – dalla morte. La scienza sarà anche poca cosa, ma – come dimostra questo libro con abbondanza di dati, numeri, tabelle, storie vere di trionfi e fallimenti – è tutto quello su cui possiamo contare: non ci conviene buttarla via.

 
  

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Libri

Scemocrazia

Come difendersi dal pensiero comune. Un libro di Massimiliano Parente

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C’è chi vede ovunque un complotto e crede che l’uomo non sia andato sulla Luna, chi pensa che quella di Darwin sia ”solo una teoria”, chi (solo in Italia) non fa il bagno dopo pranzo per paura della congestione, chi è contrario agli OGM non sapendo neppure cosa sono, ci sono i No-Vax, i No-Global, i salutisti esasperati…
Con una scrittura satirica e graffiante, Massimiliano Parente prende di mira, uno per uno, i luoghi comuni del pensiero, della politica, del costume, senza rinunciare a portare serie prove scientifiche, anche perché spesso il pensiero scientifico non è intuitivo (altrimenti il Sole girerebbe ancora intorno alla Terra).

 

 

Un libro contro il pensiero comune che smonta tanti cliché della nostra società che crediamo moderna anche se spesso non lo è affatto, una satira pungente contro i luoghi comuni, le mode e ogni credenza non razionale.
Corredato da una ”Bibliografia essenziale (per essere meno scemi)”.

 

 
  

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Libri

La fenomenologia del somaro, un estratto dal nuovo libro di Roberto Burioni

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Ha una pagina da oltre 300mila fan, su cui continua a parlare di vaccini e scienza. Il virologo dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano Roberto Burioni è stato in prima linea nel cercare di arginare le bufale sulle vaccinazioni, oltre a essere uno dei promotori del loro obbligo per l’iscrizione degli studenti a scuola. Ora il medico, ospite anche al Wired Next Fest di Firenze lo scorso settembre, esce in libreria con una nuova fatica, 

La congiura dei somari (Rizzoli, 176 pagine, 17 euro), di cui vi proponiamo un estratto.

La fenomenologia del somaroTutto è cominciato sul finire del 2015, mentre mi trovavo con la mia famiglia nella California del Sud. A quei tempi – sembra passata una vita – usavo Facebook esclusivamente per conseguire gli scopi per cui è stato progettato, cioè controllare come erano invecchiate le mie ex fidanzate.

Avevo circa 150 contatti, con i quali condividevo vecchie foto, avventure scolastiche e ricordi dei professori più bizzarri.

A un certo punto un’amica, che aveva creato un gruppo dove s’incontravano centinaia di mamme, mi invitò a partecipare per spiegare qualcosa sui vaccini. Mi disse che c’era molta confusione, si diffondevano molti timori e sarebbe stato utile fugare qualche dubbio.

Accettai con piacere, non fosse altro perché, essendo padre estremamente apprensivo di una bambina che allora aveva quattro anni, capivo bene cosa significasse temere per il proprio figlio.

Entrai, cominciai a illustrare i vaccini, il loro funzionamento, la loro efficacia, le loro modalità di somministrazione e rimasi scioccato: erano le mamme che li spiegavano a me! Avete capito bene: gente che aveva come unico titolo di studio la tessera a punti del supermercato, che come unici esami superati poteva vantare quelli del sangue, che non sapeva cosa fossero il sistema immunitario, un virus, un batterio, un vaccino, mi faceva notare che le vaccinazioni sovraccaricano il sistema immunitario, che i virus possono danneggiare lo sviluppo del bambino, che i batteri sono benefici e comunque dalle malattie si guarisce da soli; insomma, che i vaccini – forse la più grande conquista dell’uomo – sono non solo inefficaci, ma anche pericolosissimi.

Roberto Burioni

Io tentavo di ribattere, ma non c’era niente da fare. Mi opponevano pagine internet strapiene di sciocchezze, finti lavori scientifici, siti dove si diceva che “un ricercatore dell’Università di [mettere il nome di una città esotica]” (espressione che ha ormai sostituito la desueta “un amico di mio cugino mi ha detto che…”) aveva infallibilmente dimostrato che le vaccinazioni provocano l’autismo, l’epilessia, la forfora, la calvizie e pure gli errori arbitrali.

Di queste mamme ne ricordo una, appassionata di cucina, che pubblicava elaborate ricette con relative foto dei succulenti risultati. Voleva spiegarmi come funzionano gli adiuvanti (le sostanze contenute nei vaccini in grado di aumentarne l’efficacia stimolando in assoluta sicurezza il sistema immunitario), allora le feci notare che, mentre io non mi sarei mai permesso di insegnarle come si cucina una lasagna, lei stava invece facendomi una lezione proprio sugli argomenti che insegno ai miei studenti e ai miei colleghi durante lezioni e convegni.

Niente da fare.

Lì mi accorsi che erano in tanti, e le pagine della rete e dei social networkerano i pascoli dove scorrazzavano non solo indisturbati, ma pure padroni. Parlavano di cose che non conoscevano, insegnavano nozioni che non sapevano, spiegavano concetti che non avevano capito. Erano moltissimi, erano ovunque.

Avevo sempre sospettato che i babbei in circolazione fossero in quantità considerevole ma, in un solo istante, Facebook non solo confermava in maniera definitiva la mia convinzione, ma mi forniva contestualmente nome e cognome di un gran numero di loro. Da appassionato di musica mi venne in mente La Cenerentola di Rossini e mi risuonò nella testa la voce di Don Magnifico, che cantava: “Mi sognai tra il fosco, e il chiaro un bellissimo somaro; un somaro, ma solenne”.

Avevo incontrato i Somari. I Somari raglianti.

Ora dobbiamo un poco intenderci: come nel vecchio film di André Cayatte,Siamo tutti assassini, nella vita siamo tutti somari.

Nessuno di noi conosce tutto: io – tanto per fare un esempio – so qualcosa di vaccini, virus e batteri non perché sono particolarmente intelligente e intuitivo, ma perché li studio da una vita. Se parliamo di come preparare una torta o come montare una presa elettrica sono somarissimo, non avendo idea di come si faccia. Però quando mi serve una torta vado in pasticceria, dove è al lavoro un esperto pasticciere, e allo stesso modo, se necessito del montaggio di una presa elettrica, chiamo un bravo elettricista.

Questo precetto basilare – e per me decisamente scontato – su internet non è applicato: ci sono elettricisti che parlano di terremoti, geologi che parlano di prese elettriche, pasticcieri che parlano di terapia dei tumori e oncologi che parlano di torte. Da qui la corretta definizione di Somaro, un termine grottesco e spiritoso che in nessun modo vuole essere un insulto, ma che io, da quel momento in poi, mi misi a utilizzare per descrivere una persona che blatera di un argomento che non conosce.

Nel tempo, più scrupolosamente, avvantaggiandomi della formazionescientifica che mi appartiene, ho messo a punto la descrizione del Somaro ragliante, giungendo alla formula esatta che oggi sono in grado di pubblicare: “Un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate”.

(Tutti i diritti riservati a Rizzoli)

Da buon ricercatore, ho analizzato a lungo il suo comportamento, accorgendomi che la vita di branco è indispensabile a questa molesta specie: solo quando si trova circondato da simili il Somaro riesce a ritenersi molto intelligente, visto che il primario bisogno di ogni babbeo è quello di avere accanto un collega che lo rassicuri sulle sue capacità mentali. Inoltre, ragliando all’unisono, tanti asini tutti insieme possono convincersi a vicenda che non stanno effettivamente ragliando, ma intonando un gospel o una celestiale cantata di Bach. La prossimità di estranei è dunque evitata, visto che potrebbero accorgersi che non di Bach si tratta, ma di ragli sonori.

La promiscuità (quella cosa che i Somari scrivono spesso “promisquità”) viene quindi sfuggita con cura, attraverso una vita riservata e un generico ricondursi alle cose naturali che vengono considerate a priori estremamente benefiche, dimenticando che tra i genuini doni della natura, oltre al virus dell’ebola, alle eruzioni vulcaniche, ai terremoti e alle inondazioni, devono essere annoverati il veleno più potente che esista (la tossina di un batterio chiamato botulino) e il cancerogeno più pericoloso (si chiama aflatossina ed è prodotto da certi tipi di muffe).

Alcune abitudini della specie sono singolari. Il Somaro ragliante si nutre avidamente di stupidaggini che trova su internet: oltre alle scontate notizie riguardanti conseguenze mortali delle vaccinazioni, predilige scie chimiche rilasciate da aviogetti nonché terremoti provocati da onde elettromagnetiche emesse da alieni. Se trova una balla gigantesca, la beve con gusto.

Conoscete quelli che quando un dito indica la Luna guardano il dito e non la Luna? Bene, in questo caso il Somaro non guarda né il dito né la Luna, ma dice: “Noi lassù non ci siamo mai andati, l’allunaggio è tutta una truffa!”.

 

 

Certo, non se la passano bene: sono circondati da avvocati a corto di lavoro, medici con procedimento disciplinare a carico e giornalisti in disuso malinconici e vocianti, che succhiano al Somaro ragliante i liquidi (dal conto in banca); singolarmente, la vittima trae piacere da tale pratica, avvantaggiando il parassita.

La specie è tutto sommato pacifica, ma può essere dannosa: a se stessa e ad altri. Infatti, seppure in buona fede, può diffondere pericolose bugie e instillare ingiustificate paure tali da indurre le persone a comportamenti che possono avere gravi conseguenze.

La brutta notizia è che sono tanti, molti più di quelli che immaginiamo.

La bella notizia è che non solo li possiamo fermare, ma possiamo anche farli tornare a essere persone normali in grado di ragionare. Perché io, che sono ottimista, so che dentro ogni Somaro c’è un cervello, e se c’è un cervello c’è speranza.

Ma come fare? Niente paura: per bloccare i Somari e per convertirli alla ragione abbiamo qualcosa di più efficace degli antibiotici, più sicuro dei vaccini, un rimedio antico ed economico. Vi state chiedendo di cosa si tratti? Ma la soluzione è molto semplice! Ne avete in mano un esemplare in questo momento.

Somari si curano con i libri, in dosi massicce.

 
  

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Crediti :

Wired

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