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Nella foresta vive un mostro che ha fatto cose orribili. L’opera di Philip Ridley

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Apro la finestra e i demoni entrano dentro casa. Presumo che lo scopo della mia opera sia dar loro il benvenuto

Nel 1990 il cinema ci permise di scoprire Philip Ridley. A quel tempo pensato solo come regista cinematografico, una sorta di enfant prodigedi appena ventisei anni, che inaugurava solennemente il decennio con un’opera disturbante e visceralmente gotica dal titolo accattivante e misterioso, The Reflecting Skin, tradotto in modo infedele ma calzante, in Riflessi sulla pelle. Pochi sfuggirono al fascino di quel grandioso metatesto ambientato nella solare quanto spettrale campagna dell’Idaho ai confini del Canada. Presumo che la sua intatta bellezza consista ancora nella sua indefinibilità, sospesa tra l’horror, la fiaba (nera) e il gotico puritano: un’atmosfera fiabesca e allucinata in cui  Ridley ambientava il rito d’iniziazione alla vita del giovanissimo Seth,  futuro “sacerdote al nero” che faceva esplodere rane, perseguitava una falsa vampira e parlava con i feti, mentre il mondo attorno gli propinava strani delitti, insostenibili suicidi con il supplemento graficamente straordinario di una misteriosa auto nera che si aggirava per i campi di mais alla ricerca di piccole vittime. In cotanto contenitore di ossessioni (generazionali e non, dal fungo atomico che “argenta la pelle” all’omofobia senza tempo), si sprecarono i riferimenti: un po’ Stephen King, molto David Lynch, persino la Flannery O’Connor di Wise Blood, portato sullo schermo con splendidi risultati da John Huston (La saggezza del sangue del ’79). Ma questo “american gothic” proveniva da un autore giovanissimo nato nell’East End di Londra e che fino a quel momento al cinema aveva regalato solo due corti,Visiting Mr. Beak e The Universe of Dermot Finn e la sceneggiatura di The Krays, ottimo e misconosciuto biopic noir di Peter Medak (I corvi, sempre del ’90, ma il titolo italico che traduce alla lettera il cognome di due fratelli banditi degli anni Sessanta è un delirio…). Bisognava quindi scendere sul pianeta Ridley con tutti gli strumenti del caso.

GhostFromIl fatto è che ci piacerebbe, sul serio, che Philip Ridley fosse soltanto uomo di cinema. Scoperte, definizioni, rimandi, tutto sarebbe più alla luce. Invece, nel corso del tempo, la sua arte si è deframmentata in più di un rivolo: l’autore, delizioso, di racconti per bambini; il drammaturgo teatrale “orologiaio dell’Apocalisse” (urbana e planetaria); il fotografo d’avanguardia; il pittore; il poeta; lo scrittore che si rivolge a un pubblico adulto anche quando all’apparenza il mercato lo incasella come autore per “pubblico junior”; e l’uomo di cinema. Dispersione? No. Ridley è un artista a tutto tondo, fisiologicamente “contro”, gay come tanti dei suoi personaggi, gotico nel profondo nonché diabolico nocchiero di quel territorio, perennemente borderline, chiamato “fiaba nera”.

Ridley abita qui. Dove ha vissuto e prodotto Roald Dahl e dove vive tuttora Neil Gaiman. Ma non intendiamo qui definire la fiaba nera anche perché rischieremmo di scantonar rovinosamente: diciamo solo che, per quel che riguarda Ridley, i rimandi ci stanno – in Inghilterra c’è chi lo considera l’erede di Dahl sul fronte dei libri per ragazzi -, ma dai medesimi non bisogna farsi fuorviare. Quei déjà vu – Lynch, Tim Burton, Terry Gilliam, certo Neil Jordan e persino il Richard Kelly di Donnie Darko – è legittimo provarli, a patto di non dimenticarsi che stiamo guardando e maneggiando un prisma ologrammatico con lati e sguardi-maschere diversi a seconda del punto di osservazione, ma organico e coerente al suo interno in quanto a poetica. Occorre allora cercare un compendio in grado di riunire tutte le parole-chiave della sua poetica e forse i tredici racconti di Fenicotteri in orbita, anni fa rieditato da Salani, ci vengono incontro. Non prima però di avere ricordato il bizzarro percorso editoriale di questo lavoro che uscì in prima edizione per Mondadori in una collana “junior”, ingenerando il dubbio- mai risolto – se si fosse trattato di un momento coraggioso di politica editoriale da parte di Segrate o di una svista di qualche curatore. Abbiamo tra le mani infatti un lavoro corale, pur nella diversità anagrafica dei vari “io narranti”, dove la sensibilità dei diversi si scontra con una realtà inaccettabile, graficamente horror, in cui gli adulti altro non fanno che trasmettere ai ragazzi la loro indifferenza di fronte allo spettacolo planetario della Morte. Attraverso  un purissimo linguaggio cinematografico (dialoghi pungenti e serrati, flashback e montaggi alternati), i giovani protagonisti, che anche da adulti si portano dentro nodi da sciogliere perché “dev’essermi successo qualcosa da piccolo”, si scontrano con un universo omofobico e intollerante, che incrudelisce con la stessa intensità nei confronti degli animali, dei più deboli e dei “fastidiosi”. Gli adulti hanno in serbo sempre shock per i ragazzi, li tradiscono tutte le volte che possono, all’interno di una grigia e claustrofobica apatia borghese che semplicemente rimuove la scoperta adolescenziale dell’omosessualità, dimostrando che la cultura liberal in Inghilterra è poco più di uno slogan. Questi ragazzi – che crescono in posti sbagliati e in famiglie sbagliate – devono lottare con tutte le loro forze per poter essere soltanto quello che sono.

E’ anche lo stesso tema di fondo del Ridley che scrive racconti per bambini. Kasper Whisky (Kasper nella città splendente), Poppy Pickesticks (Magia a Winegar Street) Dakota Rosé (Dakota dalle bianche dimore) e Zip Jingle (Zip e il carrello magico) sono piccoli guerrieri in universi urbani, spesso fatiscenti, da cui occorre affrancarsi per poter crescere. Bambini che lottano contro posti e tempi sbagliati. E quando perdono, che succede? Diventano Darkly Noon, ecco un destino per loro possibile. Nel secondo film di Ridley, datato 1995, The Passion of Darkly Noon, un giovane uomo dal nome e cognome che sono un vero programma (quelli del titolo) è ritrovato svenuto in un bosco e ospitato nella capanna, nel fitto della vegetazione, della bella e disinibita Callie: lui, figlio di integralisti cristiani con un senso fisico del peccato troppo spiccato e pressoché “biblico”, e lei, sensuale e selvatica come una vera “strega” d’altri tempi. L’incontro è fatale, destinato a un cruentissimo finale per nulla catartico, e non sbaglia chi ha letto nel personaggio di Darkly Noon l’evoluzione quasi naturale e simmetrica del piccolo Seth del primo film, un “sacerdote al nero” così ridotto dalle fobie sovrastrutturali del mondo al di là dei boschi, quasi un’inconsapevole anticipazione di The Village di Shyamalan. Per quanto poco visto, The Passion of Darkly Noon è stato uno dei film più “intitolati” in Italia (Il giorno del castigo al cinema, Passeggiata nel buio in un passaggio su RAI2 e Sinistreossessioni in DVD), giusto per confermare che, quando si maneggia Philip Ridley, possono saltare i riferimenti e i tentativi di definizione. Di certo l’artista inglese guarda ancora al cuore nero e gotico dell’America, un paesaggio della mente post-New England, a metà strada tra Hawthorne e Steinbeck, un grande paese pericoloso e selvaggio al quale più di un personaggio di Fenicotteri in orbita sembra agognare. Per il terzo film, Heartless, sulla carta un horror dichiarato (ma con Ridley gli steccati non hanno proprio senso), il nostro ha rinunciato ai suggestivi set americani per ambientare la storia nello spazio natale che da sempre caratterizza i suoi racconti per l’infanzia, l’East End londinese: qui il giovane Jamie, un ragazzo “fuori posto” come tanti altri di Ridley, si convince che la madre non è stata assassinata, come potrebbe sembrare, da una gang di giovani delinquenti, ma da un’orda di demoni che infesta tutta Londra.  Violenza urbana, possessione, solitudine, nevrosi e intolleranza: a Ridley servono al solito per parlare d’altro.

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Alla caccia del senso ultimo della poetica di Ridley, quel che meglio funziona allo scopo è il testo della canzone, struggente e inquietante, cantata da P.J. Harvey sui titoli di coda di The Passion of Darkly Noon. Liriche scritte da Philip in persona, una sorta di purissima dichiarazione d’intenti. Il titolo: Who Will Love me Now?

In the forest lives a monster

he has done terrible things

so in the wood it’s hiding

And this is the song he sings

(Nella foresta vive un mostro

che ha fatto cose terribili

per questo si nasconde nel bosco.

E questa è la canzone che canta)

Who will love me now

Who will ever love me?

Who will say to me

You are my desire

I’ll set you free

(Chi mi ama adesso

Chi mai vuole amarmi adesso?

Chi mai vorrà dirmi:

Tu sei il mio desiderio

Ti lascio libero)

Who will forgive and

make me live again?

Who will bring me back

to the world again

to the world again?

(Chi vorrà perdonarmi e farmi rivivere?

Chi vorrà riportarmi indietro

di nuovo nel mondo

Di nuovo nel mondo?)

In the forest lives a monster

and he look so very much like me

is there someone hear me singing?

Please save me please rescue me

(Nella foresta vive un mostro

e ha un aspetto molto simile a me

C’é qualcuno che mi sente cantare?

Per favore salvatemi per favore trovatemi)

Who will love me now

Who will ever love me

Who will say to me

You are my desire

I’ll set you free

 

In verità non ci sarebbe proprio nulla da spiegare. Ma mi azzardo a spingere l’interpretazione sul fatto che quel mostro che vive da solo nella foresta – perché la società fuori dal bosco gli attribuisce cose terribili -, quel mostro che desidera solo che qualcuno lo ami, sia proprio Ridley in persona. Questo straordinario artista che non ha una vita facilissima in una Londra sempre più violenta e omofobica. Abbandonato dal suo editore storico (Faber & Faber) che si rifiutò di pubblicare il libro tratto daMercury Fur, controverso dramma teatrale rappresentato anche in Italia al Belli di Roma; accusato da più parti di sadismo e pornografia perché ha rappresentato la tortura di un bambino sul palcoscenico; oppresso – e spesso depresso – per quel che sta arrivando e che non può fermare (i fondamentalismi estremi dell’Islam e della destra cattolica, il vuoto pneumatico dei giovani che si divertono a malmenare i gay, la violenza cieca e ignorante), Ridley è sempre stato un alieno sin dai tempi della scuola. Gli autentici profeti, che non riescono proprio a tacere, non sono i benvenuti in una società conformista e che percepisce un mondo inesistente. Ridley è un mostro che vuole essere amato per quel che fa e quel che dice. Anche se per tanti si tratta di uno sporco lavoro.

Il Ridley teatrante. Forse il più esplicito e il più scioccante. Che già a sei anni si baloccava con il palcoscenico e creava la sua “prima compagnia”. Nel suo fitto curriculum figurano ben 16 titoli di spettacoli teatrali, alcuni dichiaratamente destinati all’infanzia e tutto il resto destinato a quel mondo adulto che vuole “sentire e vedere”. Sono opere dure come Vincent River e Mercury Fur. Soprattutto quest’ultima, che gli costerà l’abbandono del suo editore storico, impregnata di echi di James Ballard e David Cronenberg, così disturbante da dover essere rappresentata nei teatri off londinesi a notte fonda. E’ un dramma apocalittico e visionario, avvolto in un buio scenografico e significante. Così le note di presentazione del Teatro Belli di Roma:

“Un’oscurità che permette di intravedere o soltanto di immaginare cosa sta accadendo. Una sorta di notte eterna che ha cancellato tutto. Metafora di quel lato oscuro dell’anima che Ridley lascia fuoriuscire liberamente dai personaggi protagonisti di questa pièce, costruita con la forza epica di una tragedia greca. Siamo in una Londra del futuro dove non esistono più né legge né ordine, in cui si è perduto il linguaggio e ogni memoria storica, e anche la natura risulta completamente trasformata. Un gruppo di ventenni, una delle tante bande che scorrazzano per la città, sopravvive organizzando dei party speciali, dove l’obiettivo è assicurare ai clienti la possibilità di realizzare le loro più sfrenate fantasie, che siano esse sessuali o macabre. Può succedere, dunque, che l’oggetto richiesto dal cliente per queste particolari attenzioni sia un bambino di dieci anni, e il cliente va assolutamente accontentato, costi quel che costi….”

Ci ricorda qualcosa? Sì, anche in questo caso, tanti déjà vu. Ma è solo un pregio. Perché Ridley fa parte di quella cerchia ristretta di autori che urlano al mondo senza ipocrisie che il Caos è già qui, rotolante per le strade della metropoli: un orrore scenico che è il riflesso (sulla pelle) di quello contemporaneo. Non  fantascienza, è oggi. Perché è oggi che la società si sta deteriorando e l’apocalisse è dietro l’angolo. Non vediamo frammenti di un passato barbarico o di un futuro distopico. Per Ridley si tratta del presente. “Ho rivissuto Mercury Fur quando ho letto che in Iraq dei giovani contadini provenienti dall’Idaho, di quelli che vanno in chiesa la domenica e che mangiano la torta di mele, hanno rapito e violentato delle povere ragazzine, filmando tutto sul cellulare.”[1] L’orologio dell’Apocalisse sta per  suonare?

  Danilo Arona


[1]    Hermione Eyre, Philip Ridley – The Savage Prophet, “The Indipendent”, Londra, 28 ottobre 2007.

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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La fenomenologia del somaro, un estratto dal nuovo libro di Roberto Burioni

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Ha una pagina da oltre 300mila fan, su cui continua a parlare di vaccini e scienza. Il virologo dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano Roberto Burioni è stato in prima linea nel cercare di arginare le bufale sulle vaccinazioni, oltre a essere uno dei promotori del loro obbligo per l’iscrizione degli studenti a scuola. Ora il medico, ospite anche al Wired Next Fest di Firenze lo scorso settembre, esce in libreria con una nuova fatica, 

La congiura dei somari (Rizzoli, 176 pagine, 17 euro), di cui vi proponiamo un estratto.

La fenomenologia del somaroTutto è cominciato sul finire del 2015, mentre mi trovavo con la mia famiglia nella California del Sud. A quei tempi – sembra passata una vita – usavo Facebook esclusivamente per conseguire gli scopi per cui è stato progettato, cioè controllare come erano invecchiate le mie ex fidanzate.

Avevo circa 150 contatti, con i quali condividevo vecchie foto, avventure scolastiche e ricordi dei professori più bizzarri.

A un certo punto un’amica, che aveva creato un gruppo dove s’incontravano centinaia di mamme, mi invitò a partecipare per spiegare qualcosa sui vaccini. Mi disse che c’era molta confusione, si diffondevano molti timori e sarebbe stato utile fugare qualche dubbio.

Accettai con piacere, non fosse altro perché, essendo padre estremamente apprensivo di una bambina che allora aveva quattro anni, capivo bene cosa significasse temere per il proprio figlio.

Entrai, cominciai a illustrare i vaccini, il loro funzionamento, la loro efficacia, le loro modalità di somministrazione e rimasi scioccato: erano le mamme che li spiegavano a me! Avete capito bene: gente che aveva come unico titolo di studio la tessera a punti del supermercato, che come unici esami superati poteva vantare quelli del sangue, che non sapeva cosa fossero il sistema immunitario, un virus, un batterio, un vaccino, mi faceva notare che le vaccinazioni sovraccaricano il sistema immunitario, che i virus possono danneggiare lo sviluppo del bambino, che i batteri sono benefici e comunque dalle malattie si guarisce da soli; insomma, che i vaccini – forse la più grande conquista dell’uomo – sono non solo inefficaci, ma anche pericolosissimi.

Roberto Burioni

Io tentavo di ribattere, ma non c’era niente da fare. Mi opponevano pagine internet strapiene di sciocchezze, finti lavori scientifici, siti dove si diceva che “un ricercatore dell’Università di [mettere il nome di una città esotica]” (espressione che ha ormai sostituito la desueta “un amico di mio cugino mi ha detto che…”) aveva infallibilmente dimostrato che le vaccinazioni provocano l’autismo, l’epilessia, la forfora, la calvizie e pure gli errori arbitrali.

Di queste mamme ne ricordo una, appassionata di cucina, che pubblicava elaborate ricette con relative foto dei succulenti risultati. Voleva spiegarmi come funzionano gli adiuvanti (le sostanze contenute nei vaccini in grado di aumentarne l’efficacia stimolando in assoluta sicurezza il sistema immunitario), allora le feci notare che, mentre io non mi sarei mai permesso di insegnarle come si cucina una lasagna, lei stava invece facendomi una lezione proprio sugli argomenti che insegno ai miei studenti e ai miei colleghi durante lezioni e convegni.

Niente da fare.

Lì mi accorsi che erano in tanti, e le pagine della rete e dei social networkerano i pascoli dove scorrazzavano non solo indisturbati, ma pure padroni. Parlavano di cose che non conoscevano, insegnavano nozioni che non sapevano, spiegavano concetti che non avevano capito. Erano moltissimi, erano ovunque.

Avevo sempre sospettato che i babbei in circolazione fossero in quantità considerevole ma, in un solo istante, Facebook non solo confermava in maniera definitiva la mia convinzione, ma mi forniva contestualmente nome e cognome di un gran numero di loro. Da appassionato di musica mi venne in mente La Cenerentola di Rossini e mi risuonò nella testa la voce di Don Magnifico, che cantava: “Mi sognai tra il fosco, e il chiaro un bellissimo somaro; un somaro, ma solenne”.

Avevo incontrato i Somari. I Somari raglianti.

Ora dobbiamo un poco intenderci: come nel vecchio film di André Cayatte,Siamo tutti assassini, nella vita siamo tutti somari.

Nessuno di noi conosce tutto: io – tanto per fare un esempio – so qualcosa di vaccini, virus e batteri non perché sono particolarmente intelligente e intuitivo, ma perché li studio da una vita. Se parliamo di come preparare una torta o come montare una presa elettrica sono somarissimo, non avendo idea di come si faccia. Però quando mi serve una torta vado in pasticceria, dove è al lavoro un esperto pasticciere, e allo stesso modo, se necessito del montaggio di una presa elettrica, chiamo un bravo elettricista.

Questo precetto basilare – e per me decisamente scontato – su internet non è applicato: ci sono elettricisti che parlano di terremoti, geologi che parlano di prese elettriche, pasticcieri che parlano di terapia dei tumori e oncologi che parlano di torte. Da qui la corretta definizione di Somaro, un termine grottesco e spiritoso che in nessun modo vuole essere un insulto, ma che io, da quel momento in poi, mi misi a utilizzare per descrivere una persona che blatera di un argomento che non conosce.

Nel tempo, più scrupolosamente, avvantaggiandomi della formazionescientifica che mi appartiene, ho messo a punto la descrizione del Somaro ragliante, giungendo alla formula esatta che oggi sono in grado di pubblicare: “Un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate”.

(Tutti i diritti riservati a Rizzoli)

Da buon ricercatore, ho analizzato a lungo il suo comportamento, accorgendomi che la vita di branco è indispensabile a questa molesta specie: solo quando si trova circondato da simili il Somaro riesce a ritenersi molto intelligente, visto che il primario bisogno di ogni babbeo è quello di avere accanto un collega che lo rassicuri sulle sue capacità mentali. Inoltre, ragliando all’unisono, tanti asini tutti insieme possono convincersi a vicenda che non stanno effettivamente ragliando, ma intonando un gospel o una celestiale cantata di Bach. La prossimità di estranei è dunque evitata, visto che potrebbero accorgersi che non di Bach si tratta, ma di ragli sonori.

La promiscuità (quella cosa che i Somari scrivono spesso “promisquità”) viene quindi sfuggita con cura, attraverso una vita riservata e un generico ricondursi alle cose naturali che vengono considerate a priori estremamente benefiche, dimenticando che tra i genuini doni della natura, oltre al virus dell’ebola, alle eruzioni vulcaniche, ai terremoti e alle inondazioni, devono essere annoverati il veleno più potente che esista (la tossina di un batterio chiamato botulino) e il cancerogeno più pericoloso (si chiama aflatossina ed è prodotto da certi tipi di muffe).

Alcune abitudini della specie sono singolari. Il Somaro ragliante si nutre avidamente di stupidaggini che trova su internet: oltre alle scontate notizie riguardanti conseguenze mortali delle vaccinazioni, predilige scie chimiche rilasciate da aviogetti nonché terremoti provocati da onde elettromagnetiche emesse da alieni. Se trova una balla gigantesca, la beve con gusto.

Conoscete quelli che quando un dito indica la Luna guardano il dito e non la Luna? Bene, in questo caso il Somaro non guarda né il dito né la Luna, ma dice: “Noi lassù non ci siamo mai andati, l’allunaggio è tutta una truffa!”.

 

 

Certo, non se la passano bene: sono circondati da avvocati a corto di lavoro, medici con procedimento disciplinare a carico e giornalisti in disuso malinconici e vocianti, che succhiano al Somaro ragliante i liquidi (dal conto in banca); singolarmente, la vittima trae piacere da tale pratica, avvantaggiando il parassita.

La specie è tutto sommato pacifica, ma può essere dannosa: a se stessa e ad altri. Infatti, seppure in buona fede, può diffondere pericolose bugie e instillare ingiustificate paure tali da indurre le persone a comportamenti che possono avere gravi conseguenze.

La brutta notizia è che sono tanti, molti più di quelli che immaginiamo.

La bella notizia è che non solo li possiamo fermare, ma possiamo anche farli tornare a essere persone normali in grado di ragionare. Perché io, che sono ottimista, so che dentro ogni Somaro c’è un cervello, e se c’è un cervello c’è speranza.

Ma come fare? Niente paura: per bloccare i Somari e per convertirli alla ragione abbiamo qualcosa di più efficace degli antibiotici, più sicuro dei vaccini, un rimedio antico ed economico. Vi state chiedendo di cosa si tratti? Ma la soluzione è molto semplice! Ne avete in mano un esemplare in questo momento.

Somari si curano con i libri, in dosi massicce.

 
  

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Wired

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Soldi ed immagine, omertà della Chiesa sulla pedofilia

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Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario.

pedofiliaLa fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiesta Avarizia sugli scandali finanziari della #Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?

«Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza».

Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?

«Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?

«I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?

«È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.

«L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…

«Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

Italian journalists Gianluigi Nuzzi, left, and Emiliano Fittipaldi, leave the Vatican City from the Perugino gate, Tuesday, Nov. 24, 2015. The two Italian journalists who wrote books detailing Vatican mismanagement faced trial on Tuesday in a Vatican courtroom along with three people accused of leaking them the information in a case that has drawn scorn from media watchdogs. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano per Avarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?

«Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

E nessuno è entrato nel merito…
«Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

03/11/2015 Roma Rai, trasmissione televisiva Porta a Porta, nella foto Emiliano Fittipaldi giornalista e autore del libro Avarizia

Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?

«Il processo in #Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

E il giornalista come si comporta?

«Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

 
  

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Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano gli orrori

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II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria” , tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

 
Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.
Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

 
Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».
Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

 
E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

 
I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

 

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Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.
E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima.

 

Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento?

 

Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?
Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

 
  

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