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Noumeno, 5 consigli per un fumetto scientifico

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Ecco cosa ci racconta Lucio Staiano, fisico e autore di Noumeno, un thriller quantistico

Noumeno è per le persone intelligenti. Non intendiamo i geni, i cavillosi, i troppo complessi, né i tormentati e noiosi. Intendiamo le persone curiose. Che lo sono sempre e comunque, che amano conoscere e capire le cose nuove, che non temono i cambiamenti”.

Inizia così l’introduzione di Noumeno, il thriller quantisticopubblicato da Shockdom, casa editrice famosa soprattutto per essere stata la pioniera italiana dei webcomic nel lontano 2000.Noumeno, però, non nasce online. Non è comico e, come continua la provocatoria introduzione, è fatto per “le persone non banali, che vanno oltre le frasi fatte e le citazioni da social network”.

Di cosa parla, Noumeno? In breve, di Salomon Maimon, ungiornalista e blogger la cui influenza sulle masse è tale che “un suo refuso può fare cadere un governo”. Un tipo così si attira per forza qualche nemico, specie in un’Europa riunita in un soloGoverno Centrale, voluto dalla carismatica ma ormai anzianaErika Bonn. Questo, però, nel Fenomeno. Nel Noumeno, invece, Salomon è un giovane politico avviato verso la sicura vittoria delle elezioni che lo renderanno il Primo ministro europeo. Due realtà? Due mondi paralleli? No, un solo mondo e una sola realtà, percepiti però in due (o più?) modi diversi. Divisi, ma co-dipendenti. Una dualità, questa, resa anche graficamente grazie ad un’intelligente scelta di colorazione, che impreziosisce il tratto già incisivo diGiulio Batawp Rincione.

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Noumeno non scomoda soltanto Pirandello e la filosofia kantiana, ma anche e soprattutto le leggi della matematica e della fisica, che non fanno però inutile sfoggio di sé, ma sono a servizio di un thriller ben congegnato. D’altra parte il creatore e co-autore Lucio Staiano è un fisico, e proprio partendo dalla sua fantasiosa teoria matematica per la rappresentazione vettoriale della personalità – elaborata apposta per Noumeno – ha tenuto una lezione-gioco diQuantistica umana all’università di Salerno, venerdì 23 gennaio. Un’altra prova delle potenzialità del medium fumetto, di cui tutto il mondo, compresa l’Italia, si sta lentamente (e finalmente) accorgendo.

Staiano, oltre che di scienza, s’intende anche di fumetto, visto che Shockdom è una sua creatura. Ne abbiamo approfittato per farci dare cinque consigli per scrivere un buon fumetto (e non solo) a base scientifica.

1) Non usare termini scientifici a caso
A meno che non si stia creando una storia umoristica, bisognerebbe evitare di citare termini scientifici sentiti nominare da qualche parte e che fanno molto cool, ma di cui non si conosce il significato. Sono passati i tempi in cui i lettori erano culturalmente meno pronti, o non avevano possibilità d’informarsi. In particolare questo vale per storie non destinate ad un pubblico di bambini“.

2) Coerenza interna
Se si crea un’innovazione scientifica, oppure una nuova teoria, è bene riflettere sulle conseguenze dell’idea, eventuali paradossi, incoerenze, trappole di qualsiasi tipo. Il lettore non deve essere distratto da buchi teorici: il rischio è che perda fiducia in ciò che sta leggendo. È ovvio, non si sta facendo una ricerca scientifica, quindi scavando si troverà sempre l’intoppo, ma è meglio che, almeno, non sia troppo in superficie“.

3) Evitare gli spiegoni.
State scrivendo un fumetto, non un trattato scientifico, quindi è inutile annoiare il lettore con spiegazioni interminabili; bisognafidarsi della sua intelligenza. Oggi grazie ai social e agli altri strumenti di comunicazione si possono fornire le stesse informazioni in altri momenti, o addirittura farlo in anticipo. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra il lasciare chi legge nella più totale confusione e il farlo addormentare“.

4) Non sottovalutare il ruolo del disegnatore.
Bisogna definire una linea artistica coerente con la storia e il suo messaggio, e di conseguenza scegliere il disegnatore adatto. Può sembrare scontato, ma in una storia il cui contenuto può essere molto complesso o intricato, avvalersi del disegno giusto può contribuire a renderla più chiara e appassionante“.

5) Rispettare il patto col lettore.
Questa è la vecchia legge di Isaac Asimov. A volte per far tornare le cose si ha la tentazione d’inserire nel bel mezzo della storia, se non addirittura alla fine, un elemento nuovo, un deus ex machinauscito dal nulla che risolva il problema. Questo è davveroscorretto. Fa scattare nel lettore una rabbia ancestrale“.

 

Crediti :

Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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È morto Bernardo Bertolucci, l’ultimo grande maestro del Novecento

Il regista aveva 77 anni. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come ‘Novecento’ e ‘Ultimo tango’. ‘L’ultimo imperatore’ ha vinto nove Oscar, compreso miglior regia e sceneggiatura

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Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale – prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto all’età di 77 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Trastevere a Roma. La camera ardente sarà allestita martedì 27 novembre, dalle ore 10 alle 19, in Campidoglio, Sala della Protomoteca.

Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell’Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

GGalleria: tutti i suoi film

 

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare Peploe e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca.

L’incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un’idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo (“Non si può vivere senza Rossellini” è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni.

E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca

Tra il ’68 e Ultimo Tango

Nel fatidico ’68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all’epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì “un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.

Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci ( AGI )

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L’ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, conIo ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere “dopo” la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l’opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un’ossessione amorosa, L’assedio. Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico ’68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a “montare” il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.





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Crediti :

la Repubblica

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Morto Stan Lee: il papà dei supereroi

Stan Lee, il fumettista che ha inventato Spiderman, Hulk e gli X-Men facendo la fortuna della Marvel Comics, è spirato oggi alla veneranda età di 95 anni

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Stan Lee entra nel mondo dei fumetti

Stan Lee, pseudonimo di Stanley Martin Lieber, è nato a New York nel 1922, da immigrati ebrei di origine rumena. Dopo un’infanzia difficile e vissuta di stenti, Stan svolge vari lavori per mantenersi e riuscire a diplomarsi. Grazie all’aiuto di uno zio, nel 1939, inizia a lavorare per la Timely Comics. Qui fa le fotocopie, porta il pranzo ai redattori e svolge altre mansioni di poco conto finché nel 1941, all’età di 19 anni, firma con lo pseudonimo Stan Lee i riempitivi per Capitan America sventa la vendetta del traditore” in “Captain America Comics n. 3. Partecipa come soldato semplice alla Seconda guerra mondiale e, per l’esercito americano lavora a manuali, film d’addestramento e slogan d’informazione e di propaganda. Tornato in patria, riprende a lavorare alla Timely ma è un periodo difficile per i vignettisti. Negli anni ’50 lo psichiatra Fredric Wertham avvia una campagna di moralizzazione volta a censurare i fumetti, colpevoli di traviare le menti dei più giovani esaltando la violenza e il sesso. Le case editrici, quindi, decidono di adottare un severo regolamento interno, il cosiddetto CCA (Comics Code Authority).

Negli anni ’60 arriva il successo con Spiderman e gli X-Men

Negli anni ’60 la Timely Comics prende il nome di Marvel Comics e Lee viene chiamato a “vincere la sfida” con la concorrente DC Comics che spopolava con Superman, Batman e la Justice League of America. Lee è scettico, pensa di smettere con i fumetti e di proseguire la carriera da scrittore ma la moglie Joan Clayton, che aveva sposato nel ’47, lo convince a buttarsi in questa avventura. È così che, insieme al disegnatore Jack Kirby, prendono vita i Fantastici Quattro, pubblicati per la prima volta nel 1961. A seguire è la volta di Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963) e Daredevil (1964). Ma il supereroe di maggior successo è indubbiamente L’Uomo Ragno, ideato e realizzato insieme a Steve Ditko (che, in seguito, lascerà la Marvel proprio a causa delle dispute con Stan Lee). Nasce ‘lo stile Marvel’ fatto di personaggi dotati “di grandi poteri” ma anche “di grandi responsabilità”. Non più supereroi invincibili ma persone comuni come Peter Parker che vivono le ansie e i problemi di tutti i giorni, e che hanno ricevuto i loro poteri involontariamente.

Sono storie dove si toccano con la dovuta delicatezza anche temi come il razzismo ma anche l’uso di droghe. È il 1971 quando il ministero dell’Educazione e Salute gli chiede di ideare una storia che parlasse del problema dell’abuso di sostanze stupefacenti, e Lee si scontra con la CCA dal momento che questo, in base al regolamento, non era un tema trattabile nei fumetti. Lee, però, da direttore editoriale, convince il suo capo Martin Goodman a pubblicare la storia su Amazing Spider-Man n. 96 anche senza il marchio della Comics Code Authority.

Gli ultimi anni di vita di Stan Lee: i numerosi camei nei film della Marvel

Nel corso degli anni Lee assume anche la presidenza della Marvel e gira il mondo come volto “ufficiale” della compagnia partecipando a convegni e seminari sui supereroi di maggior successo. Nel 1981 Lee, pur continuando scrivere le strisce quotidiane de L’Uomo Ragno, si trasferisce con la famiglia in California per lavorare da vicino sui progetti cinematografici e televisivi della Marvel. Ed è negli anni 2000 che diventa famoso anche per i suoi numerosi “camei”, ossia le sue partecipazioni come comparsa nei film della Marvel come gli X-Men, Spider-Man, I Magnifici Quattro, Iron Man e DeadPool. Partecipa anche a numerose puntate della serie tv, sempre della Marvel Agents of S.H.I.E.L.D. e alla fortunatissima Big Bang Theory. Per la rivale DC Comics rivisita le storie di Flash, Lanterna Verde, Wonder Woman, Batman Superman nella serie chiamata “Just Imagine… series”. Nel 2015 pubblica il graphic novel La stupefacente, incredibile, fantastica vita di Stan Lee dove racconta tutta la sua vita. Nel 2018, a causa delle precarie condizioni di salute, all’età di 95 anni, viene annunciato il ritiro dalla vita pubblica di Lee. E oggi il decesso.





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il Giornale

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Novello Novelli, è morto a 87 anni lʼattore toscano di tanti film comici

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L’artista toscano Novello Novelli, interprete di teatro e di numerosi film comici tra gli anni ’80 e 2000, è morto questa mattina all’alba all’età di 87 anni. Sul grande schermo i suoi personaggi hanno raccontato lo spirito toscano accanto ad attori come Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti, Leonardo Pieraccioni…

Novellantonio Novelli, questo il suo vero nome, era nato a Poggibonsi, aveva abbandonato il lavoro di geometra per dedicarsi allo spettacolo: prima come impresario dei fratelli Santonastaso e poi come attore nel 1981 con “Ad Ovest di Paperino” di Alessandro Benvenuti. I suoi numerosi film comici sono divenuti di grandissima popolarità, con ruoli sempre da caratterista con un marcato accento toscano. Ha lavorato accanto a grandi attori tra cui anche Athina Cenci, Alessandro Haber, Massimo Ceccherini, Alessandro Paci, Carlo Monni. 

 

Tra i film di maggiore successo, da ricordare “Io Chiara e lo Scuro” (Maurizio Ponzi 1982); “Tutta colpa del Paradiso” (Francesco Nuti, 1985); “Caruso Pascoski di padre polacco” ( Francesco Nuti, 1988) “Benvenuti in casa Gori” (Alessandro Benvenuti, 1990) ; “Cari Fottutissimi amici” (Mario Monicelli, 1994).
Negli ultimi tempi era ricoverato in una casa di riposo ma era sempre residente a Poggibonsi, dove era conosciutissimo e apprezzato.





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