Contattaci

Medicina

Omeopatia: drammi e responsabilità di una pseudoscienza

Pubblicato

il

La triste e deprecabile notizia che giunge da Urbino in queste ore è la più palese evidenza che nonostante spiegazioni razionali e scientifiche sulle caratteristiche dell’ #omeopatia , le convinzioni intime e personali prive di fondamento di alcuni individui finiscono per generare tragedie.

Un bambino di sette anni con una pericolosa infezione all’apparato uditivo sarebbe stato curato con questi pseudo farmaci, nonostante la loro palese e dimostrata inefficacia. Il bambino è ora in coma con un’infezione che ha raggiunto il cervello, nel più importante ospedale pediatrico marchigiano.

Superfluo sottolineare l’incoscienza genitoriale che incide non poco su queste disgrazie. Piuttosto sarebbe oltremodo utile sollevare una volta per tutte la questione “omeopatia” con dati, ricerche e studi alla mano. Come peraltro si fa già in altri paesi. Informare su larga scala circa i potenziali pericoli a cui si va incontro affidandosi a questi rimedi. È un dovere da parte delle istituzioni farlo, anche se in troppi casi queste si fanno trovare perfino colpevoli nell’alimentare questo genere di malsane convinzioni. Occorre mettere un freno definitivo all’omeopatia e descriverla per quello che è: un prodotto pseudoscientifico incapace di curare quelle malattie che non troverebbero già rimedio attraverso il loro normale e naturale decorso.

Perché al di là dell’incoscienza del singolo sempre in agguato, che è un problema tanto grave quanto lo è la disinformazione galoppante sulla materia, a contribuire a certe tragedie persiste la propaganda pubblicitaria che promuove prodotti omeopatici e l’evidenza di farmacie ormai più simili a supermercati che a luoghi dove potersi rivolgere per curare le proprie malattie. Vendere prodotti omeopatici non è tanto diverso da vendere indulgenze o statuine contenenti acqua promettente miracoli. In tutti questi prodotti rifilati al prossimo nella vendita al dettaglio, mancano sempre dimostrazioni e certezze sui risultati auspicati.

 


Licenza Creative Commons





 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

3 Commenti
0 0 vote
Vota articolo
guest
3 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
Inline Feedbacks
View all comments

Medicina

La Pfizer annuncia l’inizio della fase 3

he differenze e somiglianze ci sono tra i due principali vaccini già annunciati contro il nuovo coronavirus, quello di Moderna e quello Pfizer-Biontech? Quali sono gli elementi più importanti da considerare, e quali altri sono di fatto irrilevanti? Un raffronto testa a testa per capirci qualcosa in più

Pubblicato

il

Appena arrivato il comunicato che annuncia che lo studio di fase 3 della Pfizer con risultati entusiasmanti. Se il vaccino mantiene le promesse e TUTTI ci vacciniamo tra non molto COVID-19 avrà fatto la fine della poliomielite. Però dobbiamo vaccinarci tutti. Tra poco dettagli in questa pagina.

Prof. Roberto Burioni

I vaccini anti Covid-19 a confronto

(da Wired)

Ormai è evidente a tutti: siamo entrati nello sprint finale della corsa al vaccino contro il coronavirus Sars-Cov-2. Nel giro di una settimana sono infatti state annunciate sia la formulazione sviluppata da Pfizer-Biontech sia quella targata Moderna, senza contare il terzo incomodo rappresentato dal vaccino russo Sputnik V.

Nel rincorrersi delle notizie, che provoca non pochi su e giù alle quotazioni dei titoli in borsa, è facile dar ascolto più a slogan e ad altisonanti annunci mediatici che alle questioni davvero rilevanti per il futuro della pandemia. Ecco allora alcuni punti di attenzione, per evidenziare analogie e differenze tra quelli che al momento sembrano i primi vaccini pronti ad arrivare sul mercato: Bnt162b (Pfizer-Biontech) e mRna1273 (Moderna).

Il meccanismo di funzionamento a mRna

Le due soluzioni vaccinali funzionano di fatto allo stesso modo. Il vaccino contiene le informazioni genetiche (sotto forma di rna messaggero) affinché i ribosomi delle nostre cellule possano produrre la proteina spike del coronavirus Sars-Cov-2. Questa proteina – che coincide con quella attraverso cui il virus si aggancia alle cellule bersaglio – una volta in circolo stimola una risposta immunitaria, portando il corpo a generare anticorpi neutralizzanti e cellule T, proprio come se fossimo stati attaccati dal vero virus.

Questo meccanismo è diverso rispetto ai vaccini più tradizionali, in cui la proteina spike viene iniettata direttamente, ed è una grossa novità dal punto di vista dell’approccio all’immunizzazione che accomuna le due formulazioni. Entrambe, peraltro, richiedono una doppia iniezione, a qualche settimana di distanza: 21 giorni per Pfizer e 28 per Moderna.

L’annuncio (solo) mediatico

Si tratta di un altro punto decisivo, valido per tutte e due. A oggi non abbiamo a disposizione alcuno studio scientifico sulla fase 3 (ossia quella finale) della sperimentazione, ma solo una comunicazione ai media basata “sull’analisi dei dati preliminari. Anche se non c’è motivo di credere che le informazioni siano false, è importante distinguere la fase mediatica dell’annuncio da quella scientifica, che passa per il vaglio della comunità degli scienziati, per la peer review e per rigorose valutazioni sulla validità degli studi e dei risultati.

Si ritiene comunque probabile che i paper scientifici arrivino a breve, entro qualche settimana. E in questo contesto i pochi giorni di distanza tra i due annunci mediatici (fatti sempre di lunedì, peraltro) potrebbero non essere affatto indicativi di chi completerà l’iter per primo.

Quasi un 5% di scarto

Sembra quasi una gara al rialzo. La settimana scorsa Pfizer-Biontech aveva annunciato un’efficacia del proprio vaccino nel prevenire il Covid-19 poco superiore al 90%. Poi è arrivata la Russia sbandierando un 92%. E infine Moderna ha dichiarato un’efficacia del 94,5%.

Questi numeri meritano due considerazioni. Anzitutto, sono tutti molto più grandi di quanto si sperasse. Già un’efficacia al 50% sarebbe stata ritenuta un buon risultato, ed essere nell’ordine del 90%-95% significherebbe un traguardo eccezionale. Non è chiaro, però, quanto queste percentuali siano destinate a essere confermate, sporattutto se si guarda alla cifra delle unità. Trattandosi di numeri sperimentali ancora relativamente piccoli, in cui un solo caso di differenza sposterebbe i valori in modo significativo, non è difficile credere che la valutazione di efficacia possa variare come minimo di qualche percento, e inoltre bisognerà valutare eventuali oscillazioni in funzione della fascia d’età. Dunque la differenza di efficacia del 5% per ora non è significativa né indicativa.

94/164 e 95/151

Affinché la sperimentazione di fase 3 possa dirsi conclusa, occorre raggiungere una prestabilita soglia nel numero di persone che hanno contratto il Covid-19 tra i partecipanti allo studio (nel gruppo dei vaccinati o in quello di controllo, a cui è stato somministrato un placebo). Per il vaccino Pfizer-Biontech si è parlato di 94 casi su un totale di 164 da raggiungere, mentre Moderna per la propria sperimentazione ne ha annunciati 95 (di cui 90 nel gruppo di controllo), ma con una soglia fissata a 151. La differenza nel traguardo dipende dal numero di partecipanti coinvolti, che sono 43mila nel primo studio e 30mila nel secondo.

In entrambi i casi le proiezioni lasciano immaginare che serva ancora qualche settimana per arrivare alla conclusione dell’indagine, ma è impossibile al momento essere più precisi. Curiosamente, peraltro, le due sperimentazioni sono iniziate nello stesso giorno, il 27 luglio scorso.

Temperatura e tempi di conservazione

Come abbiamo già raccontato in altre occasioni, le modalità di conservazione del vaccino sono decisive per la gestione logistica delle dosi, e possono fare la differenza tra l’una e l’altra formulazione. Da quanto sappiamo al momento, il vaccino Pfizer-Biontech ha bisogno di temperature basse e dell’ordine dei -75°C (o comunque tra i -70°C e i -80°C). Solo negli ultimi giorni prima dell’iniezione può essere portato in un normale frigorifero: a una temperatura di 4°C, infatti, può resistere per 5 giorni.

La formulazione di Moderna, invece, può essere conservata ad appena -20°C (dunque parrebbe avere un importante vantaggio competitivo) per un massimo di 6 mesi di stoccaggio. Poi deve restare conservata tra i 2°C e gli 8°C fino a un massimo di 30 giorni (non più un massimo di 7 giorni, come si stimava), e a temperatura ambiente per una ulteriore mezza giornata. Si tratta di informazioni non ancora definitive e certificate, ma la differenza tra i -75°C e i -20°C potrebbe rivelarsi un punto fondamentale.

Quando saranno disponibili?

Per il vaccino di Moderna, se tutto filerà liscio, si prevede che l’uscita dal territorio statunitense delle prime dosi non accadrà nel 2020, mentre nel Nord America già entro dicembre saranno sfornati i primi 20 milioni di dosi. Al momento non ci sono date certe, ma c’è la promessa di arrivare entro fine 2021 a produrre tra 500 milioni e 1 miliardo di dosi. Leggermente diversi, ma non così lontani, i numeri di Pfizer-Biontech: 1,3 miliardi di dosi prodotte entro il prossimo anno, ma già i primi 50 milioni entro questo dicembre.

In entrambi i casi, e come peraltro già sta accadendo anche per altri candidati, la sperimentazione procede di pari passo con la produzione, in modo da mettersi avanti con i lavori per il momento dell’eventuale (e sperata) approvazione.

Capacità eradicante e sicurezza a confronto

Su questi due aspetti c’è ancora molta incertezza per entrambe le formulazioni. Sulla sicurezza al momento non sono state segnalate particolari criticità, a parte qualche effetto collaterale come stanchezza, dolori, eritema nell’area dell’iniezione, mal di testa e altri sintomi minori.

Restano invece aperte due importanti partite, probabilmente decisive per il prosieguo dell’emergenza sanitaria. Non è ancora chiaro, infatti, se i vaccini proteggano solo dallo sviluppo della malattia Covid-19 vera e propria o se tengano del tutto il virus fuori dal corpo. In quest’ultimo caso potrebbero scongiurare la trasmissione del virus da persona a persona e quindi portare più facilmente verso la fine della pandemia, mentre nel caso si possa comunque essere contagiosi la situazione sarebbe meno rosea. L’altro elemento è relativo alla durata della protezione: fa molta differenza, infatti, se gli anticorpi sviluppati sono permanenti, di lunga durata oppure destinati a scomparire nel giro di pochi mesi.

Un po’ di geopolitica vaccinale

Interessante che le prime due grandi aziende ad annunciare il vaccino siano entrambe statunitensi. Moderna è in un certo senso la più statunitense di tutte, perché non collabora con un’azienda europea come fa Pfizer coordinandosi con Biontech. Ma soprattutto è interessante notare che non si tratta di successi da attribuire solo al settore privato. Entrambe le imprese, infatti, fanno parte dell’operazione nordamericana Warp Speed, e per esempio Moderna ha ricevuto 2,4 miliardi di finanziamento del governo statunitense e ha condiviso la fase di sviluppo con il National Institutes of Health. La sola Biontech, poi, ha ricevuto 375 milioni di euro di finanziamento dal ministero tedesco per la ricerca.

Dal punto di vista del prezzo finale, il vaccino Moderna dovrebbe costare intorno ai 25 euro, comprensivi di un margine di profitto. Pfizer-Biontech, invece, dovrebbe assestarsi appena sotto i 20 dollari, e al momento si parla di 19,50. Sia Pfizer sia Moderna chiederanno l’approvazione per l’uso in emergenza alla Food and Drug Administration statunitense, e si avvarranno della rolling review per accorciare i tempi dell’approvazione all’Agenzia europea del farmaco.

Ma dove sono tutti gli altri?

Al di là del già citato vaccino russo, per il quale le informazioni sono frammentarie e confuse, per gli altri vaccini in fase 3 di sperimentazione la situazione potrebbe non essere così diversa dai due più chiacchierati. In diversi casi, non ultimo quello AstraZeneca/Oxford, ci si aspetta la conclusione della sperimentazione nel giro di poche settimane, dunque l’effettiva autorizzazione e immissione in commercio potrebbe non essere molto distante nel tempo rispetto a Moderna e Pfizer-Biontech.

L’annuncio mediatico ha in qualche modo rotto gli indugi e creato grande scompiglio, ma sarebbe sbagliato cantare vittoria prima di essere davvero arrivati al traguardo. Le alternative in fase avanzata di studio, peraltro, includono tecniche vaccinali più tradizionali come quella proteica, che potrebbero rappresentare un’alternativa complementare rispetto alle soluzioni a mRna, e magari più semplice da gestire dal punto di vista logistico. Tra i vaccini potenzialmente in arrivo a breve ci sono per esempio quelli di AstraZeneca/Oxford, Sinovac, Janssen, Cansino, Butantan, Novavax ed Elea Phoenix. Ed è ancora presto però per tirare conclusioni, fino a che non si avranno sotto mano le pubblicazioni scientifiche con tutti i dettagli.


Licenza Creative Commons





Continua a leggere

Medicina

Come funziona un reparto di terapia intensiva

I reparti di terapia intensiva sono diversi dagli altri: l’estrema fragilità dei pazienti richiede un enorme sforzo organizzativo, strumentale e del personale, specialmente nel caso di una patologia straordinariamente contagiosa come COVID-19. Alcuni operatori di piccoli ospedali italiani ci hanno raccontato i problemi che devono affrontare ogni giorno

Pubblicato

il

“La vera cura dei pazienti COVID-19 in terapia intensiva è la ventilazione: il nostro lavoro è tenerli in vita affinché possano, quando possono, guarire da soli. Al momento l’unico farmaco che dà risultati è il cortisone, a cui si aggiunge l’eparina a basso peso molecolare per evitare embolie e trombosi.” Sono le parole di Maria Luisa Radice, responsabile di struttura di un piccolo ospedale di Genova, che in queste settimane si ritrova a dover riconvertire la propria terapia intensiva di 7-8 posti – perché questi sono i posti letto di una terapia intensiva di un piccolo ospedale – in reparto COVID, spostando i pazienti non COVID-19 in altre strutture.

È importante valutare la dimensione di un ospedale: abituati a sentir parlare dei grandi centri delle metropoli, fatichiamo a inquadrare l’impatto di questa pandemia sul resto del territorio.

A inizio novembre, contiamo oltre 2000 pazienti COVID-19 in terapia intensiva, l’equivalente di 200 reparti di un ospedale medio solo per pazienti positivi a COVID-19. Da più parti si levano le voci di chi sostiene che l’impatto del nuovo coronavirus sia irrisorio. Non è così: i flussi in terapia intensiva sono stati enormi, la mortalità complessiva in questi reparti è aumentata – almeno stando alle testimonianze dei nostri intervistati – e di fatto si tratta di polmoniti sempre gravissime.

In questa e nelle altre immagini, alcuni scorci del reparto di terapia intensiva e rianimazione del piccolo ospedale di Oglio Po durante la prima ondata della pandemia (© Nicola Marfisi/AGF)

La pressione sui piccoli ospedali

“La polmonite da patologia COVID correlata è molto più grave di una polmonite ‘normale’: i danni polmonari sono maggiori e soprattutto è maggiore la prevalenza di trombosi in conseguenza della malattia. Cose che io in vent’anni di lavoro non ho mai visto”, spiega Sebastiano Petracca, primario del COVID Hospital di Casalpalocco (30 posti di terapia intensiva più 19 ulteriori divisi in due sedi). “Nelle polmoniti che normalmente arrivavano in terapia intensiva il 50 per cento dei pazienti poteva superare la fase acuta con una ventilazione non invasiva, cioè con casco respiratorio e maschera full face, mentre quasi nessuno dei pazienti COVID-19 ce la fa in questo modo. Dobbiamo intubarli quasi tutti”.Il punto è che mantenere in vita un paziente che arriva in terapia intensiva – COVID-19 o meno – richiede risorse enormi rispetto a un reparto non intensivo, sia in termini di personale che di competenza nella gestione della fragilità. Un solo paziente COVID-19 sbilancia completamente un equilibrio delicatissimo.

Tenere in vita un paziente che altrimenti morirebbe in pochissimo tempo, è davvero molto complicato.Una rianimazione non è un reparto tradizionale, come siamo abituati a immaginarlo: con una trentina di posti letto almeno, compagni di stanza, personale sanitario che arriva all’occorrenza, sala TV e sedie di plastica in corridoio per chiacchierare con gli amici. La terapia intensiva è un luogo di cura per persone con grave insufficienza di uno o più organi dove è compromessa la funzionalità vitale, e che richiedono monitoraggio continuo, cateteri e strumenti invasivi, talvolta organi artificiali.

Alcuni pazienti sono svegli (si cerca di tenerli svegli il più possibile), ma la maggior parte è sedata, per esempio chi ha subito un intervento di neurochirurgia o un trauma oppure  dopo un incidente. Tutti gli intubati, che siano o meno sedati, sono attaccati a un respiratore, non solo i pazienti COVID-19. Tutti hanno un catetere vescicale, perché il paziente in terapia intensiva non può alzarsi dal letto, non può lavarsi né andare ai servizi.

Un incastro perfetto

Lavorare lì dentro significa realizzare un incastro perfetto di gesti, sguardi, cenni, senza perdere un dettaglio, senza sbagliare. Ce lo racconta molto bene un’infermiera di un ospedale universitario del nord est, con 13 anni di esperienza di lavoro in terapia intensiva alle spalle. L’ospedale universitario in questione, non fra i più piccoli, ha tre terapie intensive: una con 12 posti letto, e due da 8 posti ciascuna.

“I pazienti sono monitorati in continuo dagli infermieri tramite i monitor che mostrano i parametri vitali. Controlliamo costantemente frequenza cardiaca, pressione sistolica e diastolica media, pressione venosa centrale, valori legati alla respirazione, diuresi, pressione arteria polmonare, pressione intracranica e gettata cardiaca se il paziente ha problemi al cuore.”

Infine, oltre alla ventilazione, ai cateteri, e all’eventuale nutrizione parenterale cioè fatta in vena, ci sono i farmaci, che sono infusi nel paziente con pompe attaccate a cateteri venosi composti da più “lumi”, che normalmente permettono di somministrare da due a più farmaci ciascuno.

© Nicola Marfisi/AG

 

L’importanza dei dettagli

“I farmaci vanno calibrati con un’attenzione certosina. Un paziente non fra i più gravi ha almeno tre farmaci in infusione, mentre uno fragilissimo può averne anche 20 diversi distribuiti su più lumi”, spiega l’infermiera. “Una volta mi è capitato un paziente con 24 farmaci e 8 lumi. Abbiamo fatto un disegno appeso alla parete per non sbagliare neanche un minimo gesto.”

È fondamentale sapere se i farmaci che servono possono essere infusi insieme, se sono compatibili, in che dosaggio e con quale velocità, cioè quali sono i volumi di spinta tramite la pompa, affinché l’afflusso dell’uno non danneggi l’apporto dell’altro, trattandosi spesso di farmaci fondamentali per il mantenimento delle funzioni vitali. Più volte al giorno ai pazienti viene prelevato e analizzato il sangue, e vengono fatte medicazioni dalle più semplici alle più complesse.

Poi c’è il resto: le cosiddette “cure fondamentali” dell’infermiere, che richiedono molto tempo. Sì, perché in un reparto ad alta fragilità, l’igiene personale del paziente la deve eseguire l’infermiere, con l’ausilio del medico e degli operatori sociosanitari, per evitare rischi gravi; solitamente si procede al mattino, mentre si controlla tutto quanto appena detto.

Da due a cinque operatori

“Ruotare un paziente così fragile, attaccato a molte macchine, è rischioso, richiede almeno due-tre persone (la pronazione, cioè mettere una persona a pancia in giù, addirittura cinque operatori), specie se il paziente è sedato o curarizzato, cioè paralizzato. “Sta a noi evitare distorsioni, problemi alla colonna vertebrale, ai muscoli, ai tendini, alle articolazioni, e la maggior parte dei pazienti in terapia intensiva è in sovrappeso”, continua Radice.

Un altro aspetto importantissimo e peculiare delle terapie intensive è legato agli spostamenti, per esempio per eseguire una TAC o una risonanza magnetica. Il paziente va staccato dalle macchine e attaccato a macchinari sostitutivi portatili e ricalibrato, per poi lasciare la terapia intensiva con almeno un medico e un infermiere.

Ciò significa che il turno rimane momentaneamente con meno personale per gestire le emergenze, che possono verificarsi sempre. Un turno tipo di una terapia intensiva con 12 posti letto, prevede 1 o 2 medici (2 al mattino) e 6-7 infermieri (7 al mattino, 6 nel pomeriggio e durante la notte). Numericamente le terapie intensive sono programmate affinché ogni infermiere gestisca due pazienti o al massimo tre e tendenzialmente ognuno ha i propri pazienti, anche se deve essere consapevole delle condizioni cliniche degli altri, per intervenire in modo corretto in caso di emergenza.

Già prima di COVID-19, i reparti erano quasi pieni, fra urgenze da pronto soccorso – per esempio per incidenti stradali – aggravamenti da reparto e persone che hanno subito un delicato intervento chirurgico per cui si pianifica un ricovero in terapia intensiva per eventuali complicazioni. “Non eravamo in difficoltà – spiega Petracca – ma certo, lavoravamo già a pieno regime. COVID-19 ha cambiato tutto. Trattandosi di una malattia tremendamente contagiosa, in un luogo a fragilità così elevata, i pazienti COVID-19 vanno isolati, e questo significa una gestione del lavoro davvero molto pesante.”

© Nicola Marfisi/AGF

La carenza di personale

In questo contesto, un medico o un infermiere malato sono un problema enorme. Per questo articolo avevamo interpellato anche una struttura siciliana, che ci ha gentilmente risposto che il carico di lavoro sul personale è così ingente che hanno deciso di sospendere le interviste.“Da noi in terapia intensiva. COVID-19 il peso lo ha avuto: durante la prima ondata il tasso di mortalità complessivo che ho rilevato nel mio reparto è stato significativamente maggiore rispetto alla mortalità media”, racconta ancora Radice. Anche Petracca conferma: “Direi che in questi mesi in terapia intensiva abbiamo avuto una mortalità almeno doppia rispetto al solito. Non abbiamo mai avuto questi numeri”.

Questo nonostante misure di protezione mai viste in precedenza. “Di solito mettevamo le mascherine chirurgiche solo nel momento in cui trattavamo il paziente, mentre oggi indossiamo la tuta, i guanti, il casco, da tenere anche 6-7 ore di fila. Sudiamo, non respiriamo bene, ed è facile che non vediamo bene.”

E intanto il personale manca, e non è colpa solo di COVID-19: in Italia non ci sono abbastanza medici anestesisti disponibili. Nel corso degli anni il numero chiuso alla specialità ne ha prodotti pochi, e quei pochi un lavoro già ce l’hanno, qui o all’estero. Mentre racconta la situazione in cui si trova il suo ospedale, una delle persone intervistate chiede a chi scrive se conosce qualche anestesista disponibile. Un’altra conferma di aver assunto specializzandi al terzo anno (su cinque totali) “bravi sulla carta, ma certo non pronti per essere lasciati soli per un turno”.

La rianimazione è l’estrema cura dei dettagli, ma non possiamo curare i dettagli solo aumentando i posti letto e le ventilazioni, se manca personale specializzato e con esperienza in un luogo di tale fragilità. E serve personale anche per parlare con le persone. “Dentro le rianimazioni c’è uno spazio infinito per l’umanità – conclude l’infermiera – in epoca non COVID i parenti sono sempre presenti e sta agli operatori rassicurare i pazienti, incoraggiarli e accompagnarli nel loro percorso di cura, a partire dalla sveglia dopo la sedazione, aiutandoli a non confondersi.” Oggi invece in questa difficile situazione i malati sono soli, così come sono soli i parenti a casa.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Medicina

È stata sospesa un’altra sperimentazione di un vaccino anti-Covid

Per “un grave incidente”, verificatosi il 29 ottobre scorso su un volontario, la sperimentazione di uno dei più avanzati candidati vaccini contro il coronavirus, quello di Sinovac Biotech, è stata appena sospesa

Pubblicato

il

A poche ore dall’annuncio tanto atteso che uno dei vaccino più promettenti, sviluppato dalle aziende Pfizer e Biontech, è efficace nel prevenire più del 90% delle infezioni Covid-19, arriva oggi una notizia che ci riporta con i piedi per terra. È stata, infatti, appena sospesa la sperimentazione di un altro dei candidati vaccini anti-Covid più avanzati. Si tratta del vaccino cinese CoronaVac, messo a punto dall’azienda Sinovac Biotech, con sede a Pechino, e l’Instituto Butantan, in Brasile. Ad annunciarlo è proprio l’ente regolatore brasiliano, Anvisa, secondo cui si sarebbe verificato un “evento avverso grave”.

Sulla natura dell’incidente, tuttavia, non sono stati diffusi molti altri dettagli. Sappiamo solamente che ha coinvolto un volontario il 29 ottobre scorso, ma non è stato specificato per quanto tempo durerà la sospensione del trial clinico. Come riporta in una nota Anvisa è stato “stabilito di interrompere la sperimentazione clinica del vaccino CoronaVac dopo un grave incidente avverso. Non potendo fornire altre informazioni per motivi di privacy, ha aggiunto che “per tali incidenti si intendono morte, effetti collaterali potenzialmente fatali, grave disabilità, ospedalizzazione, difetti alla nascita e altri eventi clinicamente significativi”.

Ricordiamo che a metà settembre, il vaccino sperimentale era stato inoculato a centinaia di migliaia di persone, tra cui tremila dipendenti dell’azienda farmaceutica cinese e le loro famiglie quando era ancora nella fase tre della sperimentazione (l’ultima), che serve appunto per testare la sicurezza di un farmaco. E che solamente pochi giorni fa Joao Doria, governatore di San Paolo, aveva annunciato che le prime 120mila dosi del vaccino cinese sarebbero stato somministrate in Brasile entro il prossimo 20 novembre.

 

Come riporta Reuters, Dimas Covas, direttore dell’istituto Butantan ha riferito in un’intervista rilasciata all’emittente locale Tv Cultura, che la decisione dell’ente regolatore era correlata a una morte, aggiungendo tuttavia di trovarla strana “perché non correlata al vaccino. Dato che ci sono più di 10mila volontari in questo momento, possono verificarsi dei decessi. È una morte che non ha alcuna relazione con il vaccino e come tale non è il momento di interrompere le prove”. In aggiunta, anche Sinovac in una recente nota di chiarimento ha affermato che “dopo aver comunicato con l’Instituto, abbiamo appreso che il direttore ritiene che questo grave evento avverso non sia correlato al vaccino. Sinovac continuerà a comunicare con il Brasile su questo argomento. Lo studio clinico in Brasile è rigorosamente condotto in conformità con i requisiti Gcp (Good Clinical Practice, ndr) e siamo fiduciosi sulla sicurezza del vaccino”.


Licenza Creative Commons





Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Sezioni

SCIENZA

chi siamo

Dicono di noi

5 star review  

Silvia Diamanti Avatar Silvia Diamanti
30 April 2017

Iscriviti alla Newsletter

E’ davvero un medico?

Coronavirus

Casi in tempo reale . Clicca l’immagine per la mappa interattiva

Archive Calendar

Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

 

 

 

 

Condividi anche su

I più letti

Bambini di Satana: associazione razionalista di insegnamento senza scopo di lucro. © Copyright 2020 website designed by Marco Dimitri

3
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x