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Fisica

Open access, 800 scienziati protestano

Pur sostenendo l’importanza dell’open access, ben 800 scienziati sono contrari al piano S, da poco sottoscritto da 11 paesi, per rendere open tutti i paper. Ecco perché

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Open access sì o no? Se ci fosse un referendum, ben 800 scienziati, pur favorevoli all’apertura e alla gratuità dei paper scientifici per tutti, voterebbero no. Come mai? Perché contestano alcune linee di un piano, detto piano S da poco proposto e sottoscritto da diverse istituzioni scientifiche di 11 paesi europei. L’obiettivo del piano è quello di rendere open access tutte le pubblicazioni di ricerche finanziate da enti pubblici. Varato agli inizi di settembre 2018 da diverse nazioni, inclusa l’Italia, il piano S entrerebbe in vigore dal 1° gennaio 2020. Oggi, quasi mille scienziaticontrari a questo progetto hanno divulgato una lettera, o meglio una open letter, in cui spiegano le ragioni per cui secondo loro è estremo e troppo rischioso.

Dopo essere stato emanato, questo piano ha aperto un ampio dibattito e molti ricercatori sono scettici. Nella lettera aperta gli 800 firmatarisupportano l’idea di un mondo open access ma disapprovano il piano S perché troppo pericoloso.

Il focus centrale della lettera riguarda le riviste che seguono il modello ibrido di pubblicazione (che sono la maggior parte), ovvero per cui parte dei contenuti sono open access e parte a pagamento. Tali riviste guadagnano e si sostengono sia tramite gli abbonamenti dei lettori sia attraverso le tariffa per la pubblicazione, la cosiddetta pubblication fee, a carico dell’autore o dell’istituzione per cui lavora, per rendere l’articolo immediatamente accessibile.

Nell’ipotesi che il piano S entri in vigore, si legge nella lettera, potrebbe anche accadere che venga vietato l’accesso alle riviste non open access (e così la possibilità di pubblicarvi), che rappresentano più dell’85% dei giornali prestigiosi e accreditati, collegati a importanti società scientifiche.

Insomma, si perderebbe in qualità, dato che queste riviste si basano su sistemi di peer-review molto rigorosi.

Inoltre, il mondo si spaccherebbe in due, gli scienziati e le istituzioni che aderiscono e quelli che non aderiscono al piano: come comunicherebbero queste due comunità scientifiche? Senza dimenticare che gli autori hanno il diritto, si legge nella open letter, di scegliere dove pubblicare e le modalità con cui rendere i loro articoli open access, libertà che verrebbe a mancare col piano S. Altro aspetto da non sottovalutare, secondo gli 800 firmatari, riguarda il fatto che non tutte le discipline scientifiche sono uguali: ne verrebbe danneggiata soprattutto la chimica. Senza dimenticare che anche Nature e Science rientrano in un modello di pubblicazione che potrebbe essere vietato dal piano S.

In un articolo sulle pagine di ScienceRobert-Jan Smits, inviato per la Commissione europea a Bruxelles sul tema dell’open access e fra i creatori del piano S, ha affermato di avere enorme rispetto per il lavoro delle prestigiose società scientifiche ma di mostrare tolleranza zero rispetto ad alcune tariffe per la sottoscrizione, che ha definito “oltraggiose”. Secondo il piano S, al contrario, sono i finanziatori (autori e istituzioni) a dover sostenere i costi della pubblication fee: questo secondo gli 800 firmatari rappresenta un regalo alle pubblicazioni più che ai lettori. Sempre su Science, la biologa Lynn Kamerlin dell’Uppsala University in Sweden, una degli 800 firmatari contro il piano S, sottolinea che questa scelta può spingere le riviste ad aumentare la quantità delle pubblicazioni a discapito della qualità. La discussione rimane aperta e Smits non molla la presa, sottolineando che i dettagli dei 10 brevi punti del piano S verranno spiegati a breve e saranno consultabili da tutti.

Quello dell’open access è un tema molto sentito in Italia, non solo in termini di pubblicazioni ma anche in televisione: il Movimento 5 stelle hanno appena chiesto attraverso una proposta di legge di Luigi Gallo l’istituzione di una Commissione per un accesso aperto all’informazione scientifica nel servizio televisivo (non senza polemiche).





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Fisica

Dal 2020 la Stazione spaziale internazionale sarà anche una meta turistica

Secondo i piani della Nasa, dal 2020 le aziende private potranno trasportare i turisti sulla Stazione spaziale internazionale. In questo modo l’agenzia spaziale spera di ridurre le enormi spese di gestione

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foto NASA

La prossima vacanza che farete? Pensateci bene, e soprattutto guardate bene il vostro portafogli, perché dal prossimo anno, nel ventaglio delle mete turistiche ci potrebbe essere anche una sorpresa spaziale. Nei giorni scorsi, infatti, la Nasa ha annunciato che dal 2020 aprirà le porte della Stazione spaziale internazionale (Iss) per attività commerciali e missioni private, ovvero ai turisti. Il costo del biglietto? Si aggirerà intorno ai 50 milioni di dollari, a cui se ne devono aggiungere altro 35mila a notte. Un prezzo astronomico, che non considera inoltre le spese per cibo, acqua e utilizzo di altre strutture della stazione spaziale, durante il soggiorno.

“La Nasa sta aprendo la Stazione Spaziale Internazionale a opportunità commerciali come mai prima”, ha riferito Jeff DeWi, il Chief Financial Officer della Nasa, in una dichiarazione fatta durante una conferenza a New York. Infatti, ci saranno, secondo i piani della Nasa, due brevi missioni private all’anno della durata di massimo 30 giorni, ha dichiarato Robyn Gatens, vice direttore della Iss, durante le quali un totale di 12 astronauti potranno visitare la parte della stazione spaziale che compete alla Nasa. Mentre le attività di ricerca scientifica dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, europea Esa, giapponese Jaxa e canadese Csa-Asc continueranno indisturbate.

Ricordiamo che in passato l’agenzia spaziale russa aveva già dato inizio a qualche attività commerciale: per esempio, a salire sulla Iss come primo turista spaziale fu l’imprenditore statunitense Dennis Tito, che partì nel 2001 verso la stazione spaziale con un biglietto del costo di 20 milioni di dollari. Questa volta, i turisti saranno traghettati verso la stazione esclusivamente dalle due aziende statunitensi che attualmente stanno sviluppando dei “taxi spaziali”: SpaceX, con la sua capsula Crew Dragon e Boeing, con il veicolo Starliner (che dovrebbero essere pronti entro la fine di quest’anno). A entrambe le aziende, poi, sarà dato anche il compito di scegliere gli astronauti. Solamente il viaggio verso la Iss, precisiamo, costerà circa 58 milioni di dollari per un biglietto di andata e ritorno.

L’idea della Nasa è di sviluppare e incentivare il turismo spaziale nella speranza di vedere il settore privato conquistare la Iss. “Vogliamo essere presenti come inquilini, non come proprietari”, ha dichiarato l’amministratore della Nasa Jim Bridenstine ad aprile scorso. Come vi avevamo raccontato lo scorso anno, infatti, l’amministrazione di Trump sta cercando di privatizzare la parte statunitense della Iss, mettendo fine ai finanziamenti federali per la stazione dal 2024, anno in cui finirà teoricamente il piano di sovvenzione pubblica alla Iss. Da quell’anno, il governo statunitense potrebbe avviare un piano per vendere la stazione a privati. “La decisione di mettere fine al sostegno federale alla Iss nel 2024non significa che la piattaforma stessa sarà messa fuori orbita in quel momento, è possibile che l’industria possa continuare a gestire determinati elementi o funzionalità dell’Iss come parte di una futura piattaforma commerciale, aveva riferito la Nasa.





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Fisica

Una scoperta matematica grazie a The Big Bang Theory

Un’affermazione di Sheldon Cooper in un episodio della popolare serie televisiva ha dato da pensare ai teorici dei numeri… e li ha portati a scoprire una nuova proprietà dei numeri primi

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© Photomovie

Il 73° episodio della sitcom statunitense The Big Bang Theory è da tempo considerato speciale dai matematici. “Qual è il numero migliore?”, chiede a un certo punto Sheldon Cooper. “È il 73”, si risponde da solo il fisico, geniale ma inetto nella vita quotidiana.

Il ragionamento di Sheldon è un invito a nozze per gli appassionati di numeri: “Il 73 è il 21° dei numeri primi. Il suo speculare, il 37, è il 12°, e il suo speculare, il 21, è il prodotto – e qui vi consiglio di reggervi forte – di 7 per 3”. L’osservazione fa solo ridere gli altri personaggi della serie e molti spettatori, ma ha dato da pensare ai matematici professionisti: ci sono altri “numeri primi di Sheldon” che hanno le stesse proprietà?

Insieme al collega Christopher Spicer del Morningside College, in Iowa, il teorico dei numeri Carl Pomerance del Dartmouth College, nel New Hampshire, ora ha trovato una risposta: 73 è in realtà l’unico numero primo che soddisfi i criteri stabiliti da Sheldon, scrivono i ricercatori in un articolo uscito di recente su “American Mathematical Monthly”.

Nel 2015, qualche tempo dopo la trasmissione di quell’episodio di The Big Bang Theory, Spicer, insieme a due colleghi, ha dato una definizione formale: un numero pn è un numero primo di Sheldon se è l’n-esimo numero primo e se è il prodotto delle cifre di n e se il numero riflesso specularmente rev(pn) è il rev(n)-esimo numero primo prev(n). Per dirla in modo un po’ più comprensibile, vuol dire che per il xyz-esimo numero primo abcd deve valere che a · b · c · d = xyz e, inoltre, che dcba è lo zyx-esimo numero primo. Quando i tre ricercatori hanno esaminato se qualcuno dei primi dieci milioni di numeri primi soddisfacesse queste proprietà, hanno scoperto che l’unico era il 73. Hanno quindi formulato la congettura che ci fosse un unico primo di Sheldon.

La dimostrazione completa data da Pomerance e Spicer ha richiesto ancora qualche anno. In una prima fase i due matematici hanno dimostrato che non può esistere un primo di Sheldon maggiore di 1045. Sono giunti a questa conclusione grazie al noto teorema dei numeri primi risalente al 1896, che dà il minimo numero di numeri primi contenuti in un dato intervallo di numeri. La condizione che il prodotto di tutte le cifre di un primo di Sheldon pn dia il numero n non può valere per numeri che siano maggiori di 1045. In questo caso, infatti, per il il teorema dei numeri primi il numero n dei numeri primi contenuti nell’intervallo [2, pn], è sempre maggiore del prodotto delle cifre di pn.

Questo passaggio è il punto cruciale dell’articolo. Anche se 1045 è un numero di grandezza inimmaginabile grande, è comunque un numero finito e quindi in teoria è possibile passare in rassegna sistematicamente tutti i numeri primi tra 2 e 1045 con un computer per cercare altri numeri primi di Sheldon. Certo, anche qui serve qualche trucco: far girare un algoritmo su numeri con 45 cifre rappresenta una sfida anche per il miglior hardware. Quindi Pomerance e Spicer hanno limitato ancor più gli aspiranti primi di Sheldon facendo uso delle proprietà richieste e usando delle formule di approssimazione per trovare con un integrale un valore approssimato di numeri primi enormi; così facendo hanno progressivamente escluso i vari possibili primi di Sheldon, fino a far rimanere solo il 73.

David Saltzberg, consulente scientifico di The Big Bang Theory, venuto a sapere della dimostrazione trovata dai due matematici, ha deciso di render loro omaggio in un episodio andato in onda nell’aprile 2019: in una scena si vede sullo fondo una lavagna con dettagli dei calcoli dall’articolo di Pomerance e Spicer. Come riferisce un comunicato del Dartmouth College, Pomerance ha esclamato: “È come uno spettacolo nello spettacolo”. “Non ha nulla a che fare con la trama dell’episodio e si vede a malapena sullo sfondo. Ma se uno sa che cosa cercare, ecco il nostro articolo!”


L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Spektrum.de” il 17 maggio 2019





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Fisica

Com’è Space Rider, il prossimo “accessorio” a salire a bordo di un razzo Vega

Un laboratorio orbitante che, una volta esaurito il suo scopo, può rientrare a Terra senza inquinare il cosmo. Il suo funzionamento, spiegato in un’animazione

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Potremmo definirlo il coltellino svizzero delle prossime missioni di esplorazione spaziale. Si chiama Space Rider e consiste in un insieme di dispositivi fatti apposta per lavorare nelle basse orbite, e quindi attorno alla Terra, come un vero e proprio laboratorio multifunzione in condizioni di microgravità.

Montato sui razzi Vega, i lanciatori di ultimissima generazione che portano i orbita i satelliti, il sistema è progettato per tornare al suolo dopo ogni missione, ed è quindi riutilizzabile e non produce spazzatura spaziale. Nel video possiamo scoprire com’è fatto da vicino.





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