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Fisica

Osiris-Rex, 5 motivi che ci hanno portato sull’asteroide Bennu

Antichissimo, non troppo piccolo, composto da elementi chimici unici per studiare il Sistema solare e l’evoluzione dell’Universo: Bennu è stato scelto dagli scienziati per tutte queste ragioni

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(foto: NASA’s Goddard Space Flight Center)

Scoperto quasi 20 anni, fa, antichissimo, non troppo piccolo, l’asteroide 101955 Bennu probabilmente possiede alcune delle caratteristiche che lo rendono più appetibile per gli scienziati. Tanto che la Nasa ha appena inviato con successo la missione Osiris-Rex, arrivata il 3 dicembre 2018 in prossimità di Bennu. L’obiettivo della missione è prelevare un campione dell’asteroide per poi riportarlo sulla Terra, nel 2023, e studiarlo. Tuttavia, nel Sistema solare ci sono ben 780mila asteroidi: perché gli scienziati della Nasa hanno scelto proprio Bennu? A spiegarlo è la stessa Nasa, che fornisce alcuni validi motivi per cui avere in mano anche pochi grammi di questo corpo celeste potrebbe essere molto importante per gli scienziati.

1. Verificare la validità dei modelli

Dalla sua scoperta, nel 1999, gli scienziati hanno fornito diverse previsioni sulle proprietà, ad esempio la composizione chimica: verificare se queste previsioni sono corrette è essenziale per confermare questi ed altri modelli sugli asteroidi, e, in caso contrario, individuare le criticità e migliorare le osservazioni telescopiche.

2. Dare informazioni sull’origine del Sistema solare

Questo asteroide potrebbe essersi formato dall’assembramento di materiali provenienti da stelle nella loro fase finale che hanno poi dato luogo al Sistema solare. Questi materiali potrebbero essere presenti anche in asteroidi più piccoli, che hanno raggiunto il suolo terrestre (come meteoriti): tuttavia, gli scienziati non ne conoscono la provenienza precisa e inoltre la loro composizione viene alterata dall’entrata in atmosfera.

Mentre Bennu potrebbe essere una fonte attendibile per rintracciare e studiare questi materiali, anche considerando che è molto antico e che si è conservato nel vuoto dello Spazio. Così, studiare la sua composizione chimica possono essere importanti per studiare meglio origini ed evoluzione dell’Universo.

3. Le qualità che lo hanno reso più facile da raggiungere

Arrivare non è certo stato semplice. Tuttavia, per alcune caratteristiche Bennu era l’asteroide ideale per una missione spaziale. Bennu è vicino alla Terra e ruota intorno al Sole nello stesso piano con cui lo fa il nostro pianeta, tutti elementi che hanno facilitato l’invio della missione. Le sue dimensioni, poi, non sono né troppo piccole né troppo grandi per un’esplorazione di questo genere: il suo diametro è di circa 492 metri(nell’immagine si vede il confronto con la Torre Eiffel, che è alta 324 metri).

4. Potrebbe darci informazioni sull’origine della vita 

Bennu potrebbe contenere tracce di molecole organiche, come catene di carbonio legate a idrogeno e ossigeno, che sono i costituenti essenziali della vita e di tutti gli esseri viventi. E potrebbe esservi anche acqua, intrappolata nei minerali che compongono l’asteroide .Studiare un campione di Bennu, dunque, potrebbe aiutare a capire qual è stato il ruolo degli asteroidi nella comparsa sulla Terra di composti chimici essenziali per la vita.

5. Studiare i rischi di impatto

La vicinanza di Bennu alla Terra potrebbe diventare significativo intorno al 2135, anno in cui, secondo le previsioni degli scienziati della Nasa, c’è una bassa probabilità che colpisca il nostro pianeta. Così gli scienziati hanno pensato di effettuare misurazioni che possano aiutare i nostri discendenti per prevedere il rischio di impatto di questo e altri asteroidi. Come? Ad esempio valutando un fenomeno fisico noto come effetto Yarkovsky, probabilmente alla base dell’avvicinamento di Bennu, che ogni anno avanza di 280 metri verso il Sole e la Terra. Questo effetto riguarda spesso piccoli corpi celesti come asteroidi e consiste in una spinta dovuta al fatto che la luce solare calda raggiunge un lato dell’asteroide, il quale poi ri-emette calore, mentre ruota intorno al Sole, dal lato non esposto.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Fisica

Dal 2020 la Stazione spaziale internazionale sarà anche una meta turistica

Secondo i piani della Nasa, dal 2020 le aziende private potranno trasportare i turisti sulla Stazione spaziale internazionale. In questo modo l’agenzia spaziale spera di ridurre le enormi spese di gestione

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foto NASA

La prossima vacanza che farete? Pensateci bene, e soprattutto guardate bene il vostro portafogli, perché dal prossimo anno, nel ventaglio delle mete turistiche ci potrebbe essere anche una sorpresa spaziale. Nei giorni scorsi, infatti, la Nasa ha annunciato che dal 2020 aprirà le porte della Stazione spaziale internazionale (Iss) per attività commerciali e missioni private, ovvero ai turisti. Il costo del biglietto? Si aggirerà intorno ai 50 milioni di dollari, a cui se ne devono aggiungere altro 35mila a notte. Un prezzo astronomico, che non considera inoltre le spese per cibo, acqua e utilizzo di altre strutture della stazione spaziale, durante il soggiorno.

“La Nasa sta aprendo la Stazione Spaziale Internazionale a opportunità commerciali come mai prima”, ha riferito Jeff DeWi, il Chief Financial Officer della Nasa, in una dichiarazione fatta durante una conferenza a New York. Infatti, ci saranno, secondo i piani della Nasa, due brevi missioni private all’anno della durata di massimo 30 giorni, ha dichiarato Robyn Gatens, vice direttore della Iss, durante le quali un totale di 12 astronauti potranno visitare la parte della stazione spaziale che compete alla Nasa. Mentre le attività di ricerca scientifica dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, europea Esa, giapponese Jaxa e canadese Csa-Asc continueranno indisturbate.

Ricordiamo che in passato l’agenzia spaziale russa aveva già dato inizio a qualche attività commerciale: per esempio, a salire sulla Iss come primo turista spaziale fu l’imprenditore statunitense Dennis Tito, che partì nel 2001 verso la stazione spaziale con un biglietto del costo di 20 milioni di dollari. Questa volta, i turisti saranno traghettati verso la stazione esclusivamente dalle due aziende statunitensi che attualmente stanno sviluppando dei “taxi spaziali”: SpaceX, con la sua capsula Crew Dragon e Boeing, con il veicolo Starliner (che dovrebbero essere pronti entro la fine di quest’anno). A entrambe le aziende, poi, sarà dato anche il compito di scegliere gli astronauti. Solamente il viaggio verso la Iss, precisiamo, costerà circa 58 milioni di dollari per un biglietto di andata e ritorno.

L’idea della Nasa è di sviluppare e incentivare il turismo spaziale nella speranza di vedere il settore privato conquistare la Iss. “Vogliamo essere presenti come inquilini, non come proprietari”, ha dichiarato l’amministratore della Nasa Jim Bridenstine ad aprile scorso. Come vi avevamo raccontato lo scorso anno, infatti, l’amministrazione di Trump sta cercando di privatizzare la parte statunitense della Iss, mettendo fine ai finanziamenti federali per la stazione dal 2024, anno in cui finirà teoricamente il piano di sovvenzione pubblica alla Iss. Da quell’anno, il governo statunitense potrebbe avviare un piano per vendere la stazione a privati. “La decisione di mettere fine al sostegno federale alla Iss nel 2024non significa che la piattaforma stessa sarà messa fuori orbita in quel momento, è possibile che l’industria possa continuare a gestire determinati elementi o funzionalità dell’Iss come parte di una futura piattaforma commerciale, aveva riferito la Nasa.





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Una scoperta matematica grazie a The Big Bang Theory

Un’affermazione di Sheldon Cooper in un episodio della popolare serie televisiva ha dato da pensare ai teorici dei numeri… e li ha portati a scoprire una nuova proprietà dei numeri primi

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© Photomovie

Il 73° episodio della sitcom statunitense The Big Bang Theory è da tempo considerato speciale dai matematici. “Qual è il numero migliore?”, chiede a un certo punto Sheldon Cooper. “È il 73”, si risponde da solo il fisico, geniale ma inetto nella vita quotidiana.

Il ragionamento di Sheldon è un invito a nozze per gli appassionati di numeri: “Il 73 è il 21° dei numeri primi. Il suo speculare, il 37, è il 12°, e il suo speculare, il 21, è il prodotto – e qui vi consiglio di reggervi forte – di 7 per 3”. L’osservazione fa solo ridere gli altri personaggi della serie e molti spettatori, ma ha dato da pensare ai matematici professionisti: ci sono altri “numeri primi di Sheldon” che hanno le stesse proprietà?

Insieme al collega Christopher Spicer del Morningside College, in Iowa, il teorico dei numeri Carl Pomerance del Dartmouth College, nel New Hampshire, ora ha trovato una risposta: 73 è in realtà l’unico numero primo che soddisfi i criteri stabiliti da Sheldon, scrivono i ricercatori in un articolo uscito di recente su “American Mathematical Monthly”.

Nel 2015, qualche tempo dopo la trasmissione di quell’episodio di The Big Bang Theory, Spicer, insieme a due colleghi, ha dato una definizione formale: un numero pn è un numero primo di Sheldon se è l’n-esimo numero primo e se è il prodotto delle cifre di n e se il numero riflesso specularmente rev(pn) è il rev(n)-esimo numero primo prev(n). Per dirla in modo un po’ più comprensibile, vuol dire che per il xyz-esimo numero primo abcd deve valere che a · b · c · d = xyz e, inoltre, che dcba è lo zyx-esimo numero primo. Quando i tre ricercatori hanno esaminato se qualcuno dei primi dieci milioni di numeri primi soddisfacesse queste proprietà, hanno scoperto che l’unico era il 73. Hanno quindi formulato la congettura che ci fosse un unico primo di Sheldon.

La dimostrazione completa data da Pomerance e Spicer ha richiesto ancora qualche anno. In una prima fase i due matematici hanno dimostrato che non può esistere un primo di Sheldon maggiore di 1045. Sono giunti a questa conclusione grazie al noto teorema dei numeri primi risalente al 1896, che dà il minimo numero di numeri primi contenuti in un dato intervallo di numeri. La condizione che il prodotto di tutte le cifre di un primo di Sheldon pn dia il numero n non può valere per numeri che siano maggiori di 1045. In questo caso, infatti, per il il teorema dei numeri primi il numero n dei numeri primi contenuti nell’intervallo [2, pn], è sempre maggiore del prodotto delle cifre di pn.

Questo passaggio è il punto cruciale dell’articolo. Anche se 1045 è un numero di grandezza inimmaginabile grande, è comunque un numero finito e quindi in teoria è possibile passare in rassegna sistematicamente tutti i numeri primi tra 2 e 1045 con un computer per cercare altri numeri primi di Sheldon. Certo, anche qui serve qualche trucco: far girare un algoritmo su numeri con 45 cifre rappresenta una sfida anche per il miglior hardware. Quindi Pomerance e Spicer hanno limitato ancor più gli aspiranti primi di Sheldon facendo uso delle proprietà richieste e usando delle formule di approssimazione per trovare con un integrale un valore approssimato di numeri primi enormi; così facendo hanno progressivamente escluso i vari possibili primi di Sheldon, fino a far rimanere solo il 73.

David Saltzberg, consulente scientifico di The Big Bang Theory, venuto a sapere della dimostrazione trovata dai due matematici, ha deciso di render loro omaggio in un episodio andato in onda nell’aprile 2019: in una scena si vede sullo fondo una lavagna con dettagli dei calcoli dall’articolo di Pomerance e Spicer. Come riferisce un comunicato del Dartmouth College, Pomerance ha esclamato: “È come uno spettacolo nello spettacolo”. “Non ha nulla a che fare con la trama dell’episodio e si vede a malapena sullo sfondo. Ma se uno sa che cosa cercare, ecco il nostro articolo!”


L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Spektrum.de” il 17 maggio 2019





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Com’è Space Rider, il prossimo “accessorio” a salire a bordo di un razzo Vega

Un laboratorio orbitante che, una volta esaurito il suo scopo, può rientrare a Terra senza inquinare il cosmo. Il suo funzionamento, spiegato in un’animazione

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Potremmo definirlo il coltellino svizzero delle prossime missioni di esplorazione spaziale. Si chiama Space Rider e consiste in un insieme di dispositivi fatti apposta per lavorare nelle basse orbite, e quindi attorno alla Terra, come un vero e proprio laboratorio multifunzione in condizioni di microgravità.

Montato sui razzi Vega, i lanciatori di ultimissima generazione che portano i orbita i satelliti, il sistema è progettato per tornare al suolo dopo ogni missione, ed è quindi riutilizzabile e non produce spazzatura spaziale. Nel video possiamo scoprire com’è fatto da vicino.





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