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#ParisAttacks | Anonymous dietro le quinte

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Storia, origini e attualità del movimento hacker che combatte banche, governi e terroristi sul web

nonymous combatte una guerra senza quartiere contro l’ #ISIS da oltre un anno, prima ancora dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. In diverse operazioni contro l’ISIS, ha dato un importante contributo a denunciare simpatizzanti, affiliati, militanti e reclutatori del network del terrore autoproclamatosi Stato Islamico. È cronaca di questi giorni che #Anonymous ha sferrato un attacco alla galassia jihadista dopo i terribili attentati di #Parigi del 13 novembre in cui sono morte centinaia di persone. Grazie ad un software da loro realizzato sono stati capaci di inibire 11mila account #twitter pro-ISIS, e annunciano nuove ed eclatanti azioni. Nessuno sa con certezza chi veste i panni di Anonymous, eppure la loro origine e le prime azioni dicono molto di più di quello che si può pensare.

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MA CHI È ANONYMOUS?

Anonymous è un vasto ed eterogeneo gruppo di attivisti informatici aggregatosi inizialmente intorno al forum americano 4chan. Noti dal 2008 per gli attacchi informatici alla setta di Scientology, sono diventati famosi con l’operazione Payback e altre iniziative per rivendicare l’inutilità del copyright e le sentenze contro i downloader di materiali coperti da diritto d’autore.

Sono divenuti un soggetto riconosciuto a livello globale solo in occasione degli attacchi a Visa, Paypal, Mastercard e agli altri intermediari che avevano bloccato i conti di Wikileaks in seguito al cosiddetto Cablegate, cioè dopo la rivelazione dei cables, le comunicazioni riservate dell’apparato diplomatico statunitense. Si sono segnalati anche per attacchi alla #Cia, all’ #Fbi, a polizie e governi locali come quello ungherese, da loro considerato un governo fascista per aver limitato costituzionalmente il diritto all’informazione nel paese europeo.

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Il collettivo-non collettivo Anonymous interviene sempre quando c’è da difendere la diffusione dal basso di informazioni, o per punire coloro che la ostacolano, come nel caso di proposte di legge sul copyright che a loro dire limitano direttamente il diritto alla cultura e all’informazione. Quindi l’elemento che per lungo li ha caratterizzati è stata la battaglia contro la censura dei governi e la manipolazione religiosa. La prima aggregazione di Anonymous risale infatti al conflitto innescato contro la Chiesa di Scientology, con l’operazione Chanology.

Gli strumenti che usano sono molti e vari, dalle chat private per coordinarsi alle whiteboard come Pastebin per pubblicare comunicati, fino a blog a loro intestati gestiti anonimamente. Hanno tra i propri simboli la maschera di Guy Fawkes, il celebre rivoluzionario inglese, e un solo imperativo “non attaccare i media”.

ANONYMOUS, UNO PSEUDONIMO COLLETTIVO

Dati questi caratteri ricorrenti, il “fenomeno” Anonymous, non ha tuttavia forme definite che invece si possono cogliere solo nell’analisi dettagliata di singoli soggetti e singoli comportamenti che via via si rifanno alla sua filosofia. Anonymous è un movimento, non un’organizzazione. Non si sa chi ci sia dietro Anonymous. Singoli, gruppi organizzati, crew informatiche? Anonymous è uno pseudonimo collettivo, come lo fu Luther Blisset – l’agitatore culturale degli anni ’90 -, come lo fu il subcomandante Marcos – generale dell’esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN) -, e segue le stesse logiche:

Anonymous si mostra per nascondersi, si nasconde per mostrarsi. Chiunque può indossare la sua maschera e usarne il nome

Chiunque se ne può appropriare. Tranne in pochi e limitati casi svelati da Fbi e Interpol, e attualmente ancora al vaglio della magistratura, nessuno sa per certo quali soggetti e gruppi attivi sul web autonominatisi Anonymous abbiano deciso a tavolino azioni e logiche di sviluppo del movimento come accaduto nel caso degli attacchi a H. B. Gary e alla Stratfor. Le due società di consulenza strategica e di intelligence sotto contratto delle Difesa Americana, sono state più volte attaccate da Anonymous e nel caso di Stratfor, Anonymous ha reso pubbliche cinque milioni di email che hanno svelato la strategia di delegittimazione immaginata contro Julian Assange e Wikileaks.

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Verosimile è ritenere che la dinamica prevalente sia quella dell’emulazione, supportata poi dalla diffusione di competenze all’interno di comunità impermamenti basate su vincoli di reciprocità, fiducia e appartenenza. La grande forza del movimento è proprio questa: la capacità di socializzare tecniche e tattiche di guerriglia digitale con i meno versati (nell’informatica e nella comunicazione), anche se la forza e l’efficacia delle loro azioni riposa sempre su stretti legami personali precedenti o costruiti ad hoc durante le operazioni e sulla capacità di coinvolgere un pubblico più vasto e non sempre preparato a parteciparvi sia dal punto di vista politico che tecnico. E in effetti alcuni dei risultati mediaticamente più importanti sono stati ottenuti attraverso attacchi DDoS organizzati via botnet e gestiti da uno sparuto gruppo di attivisti che per questo loro ruolo hanno anche egemonizzato il fenomeno per un breve lasso di tempo.

DDOS, I CANNONI INFORMATICI DI ANONYMOUS

I DDoS, i Distributed denial of service (la negazione temporanea di un servizio #internet) – realizzati con strumenti molto semplici, e non tecnicamente sicuri, quali il LOIC (Low orbit Ion Cannon) – che intasano le connessioni dei server web fino a farli collassare, sono un’evoluzione del Netstrike, ma una volta scaricati, se non correttamente configurati e usati con precauzione possono e sono diventati un cavallo di troia per gli apparati di sorveglianza e repressione. E tuttavia la logica di Anonymous è sempre stata che una volta individuato un target, che si usino certi strumenti anziché altri, da quel momento in poi

chiunque partecipi all’azione ha la responsabilità personale di quello che fa

Nonostante i pesanti interventi della polizia verso alcuni dei partecipanti a questi attacchi, individuati più per la loro leggerezza che per le competenze degli investigatori, nessuno può sostenere con certezza di averne individuato i leader o dichiarare con sicumera di aver messo fuori gioco il collettivo/movimento. Anonymous è un meme, come le prime goliardate su 4chan. Anche se prendessero 100 sedicenti appartenenti ad Anonymous non cambierebbe niente. Quando in #Europa 100 mila persone vanno in piazza lo stesso giorno con le maschere di Guy Fawkes per protestare contro ACTA, e innalzano cartelli ad Anonymous, la repressione ha già perso.

We are Anonymous
We are a Legion
We do not forgive
We do not forget
Expect us

DAGLI ARRESTI ALLA MILLION MASK MARCH DI ANONYMOUS

E infatti nonostante alcuni elementi di spicco della sua galassia, come Sabu, siano stati costretti a collaborare con l’FBI dopo essere stati scoperti, e nonostante una serie di arresti condotti sia in #USA che in Europa, dal 2008 al 2013, Anonymous ha continuato a condurre attacchi informatici contro siti istituzionali o di grandi aziende, anche dopo la vasta eco mediatica prodotta dall’operazione di #polizia contro Lulzsec negli Usa. In Italia, dove un’operazione di polizia ha prodotto 4 arresti fra gli Anonymous, la stravagante compagine di attivisti ha “defacciato” e “dossato” numerosi siti istituzionali come quello di Equitalia, l’agenzia di riscossione crediti del ministero dell’Economia, e sono entrati furtivamente anche in quello del #Vaticano. Molte sono le azioni a loro intitolate. Una di queste, a carattere internazionale, “l’operazione Lolita” (#OpDarknet), ha avuto come target una serie di forum di dedicati alla pedopornografia nel Darkweb.

anonymous_remember

 

Il 5 novembre 2010, nel giorno della ricorrenza della Congiura delle polveri, in omaggio al rivoluzionario inglese Guy Fawkes denunciato e torturato prima di riuscire nell’intento di far esplodere la Camera dei Lord con 36 barili di polvere pirica, gli Anonymous hanno convocato attraverso #Facebook la Million Mask March per protestare a livello globale contro la società della sorveglianza e delle disuguaglianze chiedendo libertà per Edward Snowden, il whistleblower del Datagate. La data non è quindi causale. L’immagine stilizzata del rivoluzionario cattolico Guy Fawkes  è diventata da tempo il volto di Anonymous. Una maschera, un simbolo di ribellione tornato alla ribalta delle cronache per il futuristico V per Vendetta, la graphic novel di Alan Moore immortalata dalla cinepresa dei fratelli Wachowsky nell’omonimo film dove V, vestendo i panni di Guy Fawkes fa tremare un regime orwelliano che controlla e indirizza in maniera autoritaria i suoi cittadini terrorizzandoli. Anche il nome dato alla manifestazione ha una forte valenza simbolica. La marcia evoca la Million Marijuana March che si svolge anche in Italia e quella organizzata nel 1995 dal controverso leader della Nation of Islam, Louis Farrakhan, per i diritti dei neri denominata Million Man March e che pure ricalcava la gande marcia del 1963 quando Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso alla nazione.

La marcia da allora si ripete ogni anno all’insegna di una canzone folk inglese che comincia così: “Remeber, remember, the 5th of November.

#OPKKK E #OPISIS, ANONYMOUS FINO AD OGGI

Le iniziative di Anonymous contro ogni forma di ingiustizia sono molte. Vale la pena di ricordare l’operazione contro i cappucci bianchi del Ku Klu Klan. Nell’ #OpKKK gli Anonymous hanno deciso di agire in seguito all’uccisione di un giovane afroamericano a Ferguson, in Missouri, denunciando nomi, email e account Facebook degli appartenenti al movimento dei suprematisti bianchi razzisti che in America continua a perseguitare minoranze etniche e religiose. Qualcosa simile all’#OpIsrael in cui hanno svelato i nomi degli impiegati statali filosionisti, per denunciare le terribili condizioni dei palestinesi di Gaza, fino ad arrivare alla violazione delle infrastrutture informatiche dell’ISIS.

In una serie di operazioni anti-ISIS hanno violato account Facebook e Twitter, pubblicato email di simpatizzanti e fiancheggiatori del sedicente Califfato, oscurato siti di propaganda #jihadista nell’ordine di migliaia. Un’attività condotta con strumenti diversificati, con un lavoro certosino di intelligence gathering, cioè di raccolta di informazioni da loro chiamata “doxing“, che è servita innanzitutto agli inizi del 2015 a individuare i reclutatori e gli informatici dell’ISIS per inibire alla base la loro capacità di propaganda web e che ha portato anche all’arresto di alcuni hacker jihadisti.

 

È stato proprio in questa occasione che è risultato evidente come il “movimento” fosse variegato e diffuso. Il video che annunciava l’operazione Ice-ISIS, (Congeliamo l’ISIS) era stato realizzato da un gruppo parallelo, The Red Cult che, che pur non rinunciando al proprio nome aveva adottato lo stile e l’immaginario di Anonymous, chiarendo per la prima volta l’eterogeneità dei partecipanti alle azioni intitolate ad Anonymous “Siamo ebrei e musulmani, ricchi e poveri, eterosessuali e gay, attivisti e poliziotti, ricchi e poveri.”

Lo schema degli attacchi alla galassia filo-jihadista si è in parte ripetuto con l’operazione Parigi (#OpParis), all’indomani degli attentati che il 13 novembre a Parigi hanno ucciso 130 persone. Annunciata da un video, l’operazione ha portato alla chiusura di oltre 10mila account twitter di propaganda islamista, motivo delle minacce successivamente ricevute dagli Anonymous che avevano messo in piedi l’operazione coordinata da un gruppo di italiani.

Anche qui, per quanto l’operazione principale fosse condotta dagli Anons italiani sotto il cappello di Anonymous, altri due gruppi come GhostSec e Ghost Security Group (una sorta di spin-off del primo, considerata emanazione dei servizi d’intelligence americani), hanno partecipato, con mezzi, strategie e metodi diversificati.

ANONYMOUS IN ITALIA: #FREEAKEN, #FREEOTHERWISE

In effetti gli Anons italiani hanno spesso avuto un ruolo di primo piano nelle operazioni di vigilantismo e denuncia targate Anonymous. E si sono caratterizzati per la scelta di target “politici” come il Cnaipic, l’Agenzia delle Entrate, Equitalia, i siti della Polizia di Stato e quelli dei fascisti di Forza Nuova, come pure del Ministero della Difesa e di quello della Giustizia. Anche qui il discrimine per distinguere se i protagonisti fossero dentro o fuori, emuli o fork di Anonymous non è sempre facile. Come nel caso di un gruppo che ha attaccato i server di Intesa San Paolo e Unipol banca per diffondere email e password di direttori e impiegati. Unico modo per attribuire ad #AnonymousItaly le operazioni è verificarne la legittimazione attraverso il blog ufficiale impegnato da tempo nella campagna per la liberazione di due anon italiani, Aken e Otherwise. E poi ancora le azioni contro l’EXPO2015 che hanno portato nella notte del 30 aprile 2015 alla chiusura temporanea della biglietteria virtuale dell’esposizione mondiale nonostante le smentite dei responsabili dell’evento milanese. Oppure quella del giorno precedente contro l’Agenzia del Farmaco per denunciare gli effetti devastanti degli psicofarmaci, degli ogm, dei pesticidi della Monsanto e l’inquinamento globale.

E in omaggio a una tradizione risalente agli albori della telematica sociale italiana cresciuta intorno ai Centri Sociali Occupati e Autogestiti e agli hacker meeting italiani, le azioni delle crew italiane degli hacker di Anonymous hanno avuto sempre un alto livello di politicizzazione. Con una particolarità: l’argomentazione precisa e fattuale dei motivi degli attacchi, fossero defacciamenti o DDoS, con comunicati sempre ben scritti e documentati.

 

 

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Violenza a Parigi, scontri sugli Champs Elysées dopo la parata militare

Le tv hanno mostrato immagini di manifestanti che erigevano barricate e davano fuoco a cestini della spazzatura, prima di essere dispersi dalla polizia con i lacrimogeni.

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Scontri fra polizia e manifestanti dei gilet gialli sono avvenuti a Parigi sugli Champs Elysèes, alcune ore dopo la fine della parata del 14 luglio. L’emittente Bfmtv ha mostrato immagini di manifestanti che erigevano barricate e davano fuoco a cestini della spazzatura, prima di essere dispersi dalla polizia con i lacrimogeni.
La prefettura ha poi reso noto su Twitter di “aver evacuato l’area con la forza” di fronte alle “violenze” sugli Champs Elysées. Secondo Le Figaro, la polizia ha creato un cordone di sicurezza attorno a Fouquet’s, la nota brasserie, che ha riaperto ieri dopo essere stata date alle fiamme e devastata dai gilet gialli in marzo.





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Chi è Carola Rackete, il capitano della Sea Watch 3 che ha forzato il blocco navale

La 31enne tedesca è entrata in acque italiane dopo 14 giorni di stallo, infrangendo il divieto imposto dal decreto sicurezza. In un’intervista ha detto che aiutare gli altri è un “obbligo morale”

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Carola Rackete (foto: Till M. Egen/Sea-Watch.org.)

Il 26 giugno verrà ricordata come una data in cui è successo un fatto straordinario: una nave di una ong del Mediterraneo, la Sea Watch 3, ha infranto il divieto d’ingresso imposto dal ministro Salvini ed è entrata in acque italiane. La decisione, annunciata su Twitter dalla stessa ong e confermata dai dati Gps sulla navigazione, è stata presa dal capitano della nave Carola Rackete, dopo che la Corte di Strasburgo aveva respinto il ricorso presentato dai 42 migranti a bordo della nave per sbarcare in Italia.

“Sono allo stremo. Li porto in salvo”, ha detto Rackete, aggiungendo di essere consapevole dei rischi cui va incontro: una sanzione che va da un minimo di diecimila a un massimo di cinquantamila euro – non solo per il comandante, ma anche per l’armatore e il proprietario della nave – e il sequestro dell’imbarcazione (due misure introdotte dal decreto sicurezza bis, approvato lo scorso 11 giugno dallo stesso ministro dell’Interno).

La rotta di Sea Watch negli ultimi giorni

Dal salvataggio in mare dei migranti a bordo della nave a oggi sono passati 14 giorni. Da allora, sono sbarcate solo dieci persone per ragioni mediche. Rackete ha raccontato che gli altri sono disperati. “Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle”.

Chi è Carola Rackete

Trentun anni d’età, nazionalità tedesca, Carola Rackete conosce cinque lingue e ha una laurea in Conservazione ambientale, ottenuta alla Edge University nel Lancashire. Nonostante la giovane età, ha già una lunga esperienza in mare. Non ancora venticinquenne, è stata al timone di una nave rompighiaccio nel Polo Nord nell’ambito di una missione per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi. Ha poi lavorato come secondo ufficiale di bordo per la Ocean Diamond e per la Arctic Sunrise di Greenpeace, e collaborato con la flotta della British Antarctic Survey, un’organizzazione del Regno Unito impegnata in progetti di ricerca nell’Antartide.

Fa parte di Sea Watch dal 2016. In un’intervista a Repubblica, ha detto a questo proposito: “La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”.





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Liberato Alessandro Sandrini, rapito in Siria nel 2016

Il 33enne bresciano è stato liberato da un gruppo di siriani ribelli chiamati ‘il governo della salvezza’

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L’italiano Alessandro Sandrini, rapito in Siria nel 2016 al confine turco-siriano è stato liberato. Lo ha confermato il premier Conte che ha dichiarato: “Il connazionale Alessandro Sandrini è stato liberato al termine di un’articolata attività condotta, in territorio estero, in maniera coordinata e sinergica dall’intelligence italiana, dalla polizia giudiziaria e dall’unità di crisi del Ministero degli Esteri”.

Sandrini è stato liberato da un gruppo ribelle siriano della provincia di Idlib, il ‘Governo siriano di salvezza’, che ha diffuso la notizia sui social. L’operazione è scattata dopo aver saputo che un gruppo criminale attivo in zona e specializzato in rapimenti si nascondeva lungo il confine con un ostaggio.
Sandrini era comparso lo scorso anno in un video in cui compariva inginocchiato con alle spalle due uomini armati e indosso una tuta arancione che ricordava quelle utilizzate dall’Isis. I suoi rapitori, però, non sono parte dello Stato islamico.

Il nome di Alessandro Sandrini è comparso due volte tra gli imputati del tribunale di Brescia: la prima volta per un processo per rapina e ricettazione (aveva tentato di vendere dei tablet rubati e aveva compiuto una rapina nel 2016). Sarà infatti ora ascoltato dai pm di Roma.





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