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PRETI PEDOFILI

Pedofilia: la Chiesa italiana che nega le sue responsabilità

Don Ruggero Conti è stato condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori: non ha scontato un giorno di prigione, mentre le sue vittime non hanno avuto conforto o risarcimento. Assordante il silenzio del superiore del prete

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Fascicolo 4866 del 2008. L’asettico numero seriale cela il più fragoroso processo italiano a un prete per abusi su minorenni. Sette vittime, decine di testimoni e migliaia di atti. Da cui, ancora una volta, affiorano le reticenze e le omissioni di una curia. L’imputato si chiama don Ruggero Conti: lombardo di Legnano, amico di politici ed economo della sua diocesi. A quel tempo è il carismatico e influente parroco di una chiesa di Selva Candida, al di là del Grande raccordo anulare che abbraccia la capitale. L’inchiesta della Procura di Roma si trasforma in un eclatante caso giudiziario. Che porta, nel 2015, alla più grave condanna definitiva mai comminata dalla giustizia italiana a un religioso accusato di pedofilia: 14 anni e due mesi di carcere.

Eppure il sacerdote non è mai entrato nelle patrie galere. Anzi, a settembre 2017 è perfino evaso dai domiciliari, concessi in una clinica laziale, tentando una rocambolesca fuga in taxi. Infine, le ultime aggravanti: nessun risarcimento versato alle vittime e nemmeno una parola di conforto per i minori violati. Nonostante tutto sia accaduto alle porte del Vaticano. O, magari, proprio per questo.

Sotto gli orrori, un manto di protezione

Chiesa della Natività di Maria Santissima, periferia di Roma, 30 giugno del 2008: don Conti, 54 anni all’epoca, viene arrestato mentre è in partenza, con alcuni ragazzi, per la Giornata mondiale della gioventù di Sydney. La Procura di Roma, nei mesi seguenti, comincia a sentire testimoni. Scoprendo, sotto gli orrori, un manto di protezione. Emerge già dalla deposizione di Gino Reali, il vescovo di Porto-Santa Rufina, la diocesi romana sotto cui ricade la chiesa di Selva Candida. Il 1° dicembre 2008 il pm Francesco Scavo Lombardo convoca il monsignore.

Don Ruggero Conti

Don Ruggero Conti

lIl prelato ammette di aver appreso già nel settembre 2006 dei comportamenti equivoci di don Conti. Confermati due mesi dopo dal vice parrocco della Natività di Maria Santissima, Don Claudio Peno Brichetto. Che il vescovo, però, considerò inaffidabili. Anche le parole di altri tre ragazzi, tra i quali il responsabile dell’oratorio e alcuni dei giovani abusati, furono prese con le molle. «È chiaro che non posso nemmeno andar dietro a tutte le voci» si giustifica monsignor Reali con il magistrato, riferendosi a quegli incontri. «Io faccio il vescovo, non è che faccio il giudice istruttore… Non sono riuscito a trovare dei riscontri che potessero portarmi a un provvedimento di trasferimento». E aggiunge: «Noi oggi abbiamo anche l’impegno molto grande di salvare la buona fama della Chiesa. Lei non ha idea di quante accuse vengono fatte. E alcune non hanno alcun “fundamentum in re”, come si diceva una volta».

Già, «la buona fama della Chiesa». Nessuno, quindi, viene avvertito. E don Conti continua ad abusare dei giovani parrocchiani. Persino in seguito al suo arresto, la curia non prende provvedimenti. «Da un punto di vista canonico noi aspettiamo quello che viene fuori dalle indagini della Procura» spiega il vescovo al pm Scavo Lombardo. «Quindi, in questo momento, siamo perfettamente fermi».
Riassumendo: nel 2008 la diocesi, nonostante l’arresto per supposta pedofilia di un suo influente sacerdote, decide di stare a guardare. Fino a quando la giustizia non dimostrerà le violenze: al di là di ogni ragionevole dubbio. Una Chiesa, dunque, che interviene solo dopo la giustizia penale. Ovvero: quando non può farne a meno. Una condotta che negli anni scorsi è diventata metodo. Come dimostrano i casi raccontati da Panorama nelle scorse puntate di questa inchiesta.

Il caso di don José Poveda Sanchez

La deposizione di monsignor Reali trabocca di eccesso di cautela. Nel settembre 2005 alcuni genitori avevano informato monsignore che un altro prete, don José Poveda Sanchez, molestava telefonicamente alcuni ragazzini. In udienza il pm romano chiede al vescovo anche di questo precedente. Gli legge messaggi dall’inequivocabile tenore: «Pezzo di culo, vieni stasera». Oppure: «Ciao, culetto d’oro». Reali, ricevuta la scomoda segnalazione, spiega al magistrato di aver convocato il religioso spagnolo. «Mi promise che sarebbe cambiato… Ma qualche mese più tardi fui avvisato che c’era stato invece un nuovo messaggio. Lo richiamai e lo invitai a lasciare la parrocchia. Lui allora chiese di rientrare in Spagna». Anche questa, una prassi consolidata: i preti sospetti vengono spostati da una sede all’altra, sperando di sopire denunce e scandali.

Monsignor Reali, quindi, invia nel 2005 una lettera a Joaquín María López de Andújar, all’epoca vescovo di Getafe, la diocesi vicino Madrid che accoglierà don Poveda Sanchez. Ma si guarda bene dal segnalare i precedenti del sacerdote. Anzi, spiega il pm in udienza, «scrive una sorta di raccomandazione al suo pari grado a Madrid: “Persona a posto, brava, che si recava in Spagna per accudire la madre malata”». Tre anni dopo emerge che il prete iberico viene indagato per gli abusi sessuali su quattro ragazzini. Il parroco è così costretto ad ammettere i suoi precedenti con la curia di Getafe. I pm romani ricostruiscono però anche l’omissione di un altro monsignore: Carlo Galli, all’epoca prevosto di Legnano. A lui, nel 2005, un uomo aveva raccontato di aver subito violenza sessuale proprio da don Conti. Un’informazione che, però, il monsignore aveva tenuto per sé. Salvo poi riferirla al vescovo Reali, dopo aver appreso dell’arresto del parroco di Selva Candida.

Il processo a don Ruggero Conti

Il processo a don Conti comincia nel giugno 2009. Tra le parti civili c’è la onlus «Caramella buona», che ha contribuito ad avviare l’inchiesta, con il suo presidente, Roberto Mirabile. Così come Mario Staderini, consigliere municipale romano e futuro segretario dei Radicali italiani: rappresenta il Comune di Roma, che ha rinunciato a entrare nel procedimento (lo farà solo in seguito). All’epoca il sindaco della capitale è Gianni Alemanno: e in campagna elettorale, don Conti è stato il suo garante «per la famiglia e le periferie».

Il 1° dicembre 2009 M.Z. è sul banco dei testimoni. Rivela di essere andato da Reali, assieme al responsabile dell’oratorio. E di avergli raccontato degli abusi subiti. Ma il vescovo gli avrebbe replicato: «Non fatevi mettere idee in testa dalla voci che sentite». Il giovane, in Tribunale, aggiunge: «La risposta non c’era piaciuta, il modo in cui l’aveva detto. Quasi per dire: “Non hai le prove, come fai a sostenere una cosa del genere?”. Ma la prova ero io. E quindi mi sono sentito abbandonato». Insomma, sintetizza: «Lui non ci credeva».

Lo stesso 1° dicembre 2009 depone M.F.. Ricorda di aver scritto una lettera, in cui ricostruiva le violenze a cui era stato sottoposto, e di averla portata al monsignore. Che gli suggerì «di fare una denuncia alle autorità». Una strada che, però, il parrocchiano non aveva voluto intraprendere. È lo stesso Reali a spiegarlo ai giudici nell’udienza del 20 maggio 2010. Il monsignore chiarisce anche di non aver voluto avviare un’«indagine previa» interna. E di avere contattato «solo informalmente» la Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo vaticano che istruisce i processi canonici contro i preti pedofili.

La condanna al carcere, mai eseguita

I giudici romani sentono pure il primo accusatore di Ruggero Conti, don Peno Brichetto, suo vice nella chiesa di Selva Candida: nel 2007 aveva scritto una lettera alla stessa Congregazione per segnalare i comportamenti del parroco. Viene però convocato in Vaticano solo dopo l’arresto del sacerdote: «Mi hanno detto che loro operano solo se c’è l’invio di una documentazione. Infatti hanno confermato che Reali non ha mandato nulla: né prima né dopo il 2008». Morale: solo nel 2011 il sacerdote sarà sospeso «a divinis» dal sacerdozio. Quasi un buffetto. A maggio dello stesso anno, infatti, l’ex parroco della Natività di Maria Santissima viene condannato a 15 anni e 4 mesi: violenza sessuale aggravata su sette minori tra il 1998 e il 2008. Deve anche pagare 271 mila euro alle parti civili.

In appello, nel maggio 2013, prescritti alcuni reati, la pena scende a 14 anni e due mesi. Due condanne, nessun risarcimento. Così il 28 giugno 2013 gli avvocati Giacomo Tranfo e Guido Lombardi, che assistono uno dei ragazzi, scrivono al cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, chiedendo un appuntamento. La replica del prelato arriva dieci giorni dopo: «Rispondo alla sua cortese lettera relativa alle difficoltà che incontra il giovane F.B., che dice di essere vittima di abusi da parte di don Ruggero Conti». Consiglia poi di rivolgersi al vescovo Reali, che però non darà mai riscontro ai due legali.
«Dice di…», scrive il cardinale Vallini: evidentemente due gradi di giudizio non sono ritenuti sufficienti alla Chiesa per dubitare di uno dei suoi pastori. Anche la Cassazione, però, nel maggio 2015 conferma la condanna all’ex parroco di Selva Candida: 14 anni e due mesi. Una delle pene più severe mai comminate dalla giustizia italiana alla Chiesa.

Eppure don Conti non è mai entrato in carcere. Precarie condizioni di salute. Che però non gli impediscono di tentare la fuga nel settembre 2017 da una casa di cura. I carabinieri lo ritrovano a Milano, in un’altra struttura sanitaria. Da quel momento, di lui s’è persa ogni traccia. Niente galera, niente risarcimenti, niente scuse. E quella frase, pronunciata in aula da un vescovo, a far da epitaffio: «Dobbiamo salvare la buona fama della Chiesa».



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Panorama

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Parroco confessa abusi ai campi scout: «Ogni settimana 4 o 5 bimbi»

Preynat, l’ex parroco confessa abusi ai campi scout: «Ogni settimana 4 o 5 bimbi». Rischia fino a 10 anni

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Bernard Preynat, l’ex parroco finito alla sbarra in Francia per atti di pedofilia perpetrati su giovani scout fra i 7 e i 15 anni tra il 1971 e il 1991, ha rilasciato una agghiacciante confessione. Dinanzi ai giudici, l’ex prelato ha detto che per 20 anni «succedeva tutti i fine settimana, durante i campi (scout, ndr.), potevano essere quattro o cinque bambini in una settimana».

Nel corso del suo intervento al tribunale di Lione, Bernard Preynat ha quindi ribadito che a quei tempi non si rendeva conto della gravità di quanto stesse facendo. «Per me, all’epoca, non si trattava di aggressioni sessuali, ma di carezze, di coccole. Mi sbagliavo – ha dichiarato – Ciò che me lo ha fatto capire, sono state le accuse delle vittime».

Angelo Sodano, Papa Francesco fa uscire di scena il cardinale travolto dallo scandalo abusi

Bernard Preynat

il parroco Bernard Preynat confessa gli abusi sugli scout scout: «Ogni settimana 4 o 5 bimbi».

All’epoca – ormai oltre trent’anni fa – l’ex prelato allontanato dalla Chiesa beneficiava della totale fiducia dei genitori che gli affidavano i figli in parrocchia oppure nei campi scout in Francia o all’estero. Almeno fino al 2015, quando diversi ex scout, riuniti nell’associazione La Parole Liberéè, abbattono il muro di omertà denunciando Preynat per palpeggiamenti, baci in bocca e carezze forzate, incluso sulle parti genitali. Un caso che ha sconvolto la Francia, diventando l’emblema dello scandalo pedofilia nella Chiesa transalpina, coinvolgendo anche il cardinal Philippe Barbarin, già condannato a 10 mesi con la condizionale per omessa denuncia e ora in attesa della sentenza d’appello, il 30 gennaio.

Dopo il rinvio di ieri a causa dello sciopero degli avvocati che protestano contro la riforma delle pensioni di Emmanuel Macron, l’atteso processo a Bernard Preynat si è aperto questa mattina al tribunale di Lione. E già dal primo giorno, il settantaquattrenne privato della tonaca è comparso alla sbarra per rispondere delle decine di accuse di violenze sessuali su scout che frequentavano la parrocchia di Sainte-Foy-Les Lyon. In aula, Preynat ha riconosciuto tutto. Per 20 anni, ha ammesso nella terribile testimonianza, «succedeva tutti i fine settimana, durante i campi (scout, ndr.), potevano essere quattro o cinque bambini in una settimana».

Quasi un bambino al giorno», ha osservato la presidente dell’aula, Anne-Sophie Martinet. Nella difficile caccia alle circostanze attenuanti, l’uomo ha dichiarato più volte che a quei tempi non si rendeva conto della gravità di quanto stesse facendo. «Per me, all’epoca, non si trattava di aggressioni sessuali, ma di carezze, di coccole. Mi sbagliavo – ha dichiarato – Ciò che me lo ha fatto capire, sono state le accuse delle vittime». In un’altra dichiarazione, ha però affermato di «sapere benissimo che quei gesti erano vietati, carezze che non avrei dovuto fare. Del resto, lo facevo di nascosto». E «chiaramente provavo un piacere sessuale».

Emmanuelle Haziza, avvocato di una delle vittime, Pierre-Emmanuel Germain Thill, ha denunciato il «più grande predatore sessuale della regione. Al tempo stesso, nega il carattere sessuale di ciò che ha fatto subire ai bambini, ma ammette di aver toccato centinaia e centinaia di bambini…». Per un’altra delle vittime, Francois Devaux, questo processo è «il momento più duro che ho vissuto dall’inizio del caso». Parlando dell’«inferno» che all’epoca fece vivere ai genitori – gli unici ad aver avvertito le autorità ecclesiastiche sugli abusi subiti dal figlio – ha inoltre parlato per la prima volta di un suo «tentativo di suicidio». «Prima, credo, ero un bambino luminoso. Dopo, ho vissuto una vita oscura», ha puntualizzato. Preynat rischia fino a 10 anni di carcere.



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Pedofilia, cardinale Pell trasferito in un carcere di massima sicurezza: drone cercava di rubare immagini

Pell, da quando è stato condannato in primo grado, è stato posto in totale isolamento rispetto agli altri detenuti per evitare che all’interno del carcere potessero avvenire incidenti

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Il cardinale George Pell – in carcere in Australia perché accusato in primo grado di abusi su un chierichetto – è stato spostato in un carcere di massima sicurezza. Secondo l’agenzia Associated Press il dislocamento del detenuto è stato motivato perché un drone sarebbe stato visto volare sopra l’istituto di pena dove l’ex ministro delle finanze vaticano finora è stato rinchiuso. Ma molto resta ancora da chiarire. L’unica cosa certa è che la prigione dello Stato di Victoria (dove verrà trasferito) ha confermato il trasferimento, probabilmente a causa delle immagini rubate dal drone.

Pell, da quando è stato condannato in primo grado, è stato posto in totale isolamento rispetto agli altri detenuti per evitare che all’interno del carcere potessero avvenire incidenti. Le regole carcerarie tra i detenuti per chi è accusato di pedofilia sono inflessibili. L’isolamento del cardinale finora è stato tale che a Pell è stato persino negato di avere qualche goccia di vino per celebrare la messa quotidiana.

Il caso Pell in Australia (e nel mondo) resta sotto osservazione. Non solo perchè Pell continua fermamente a ritenersi innocente ed è il più alto esponente della gerarchia ecclesiastica accusato di avere abusato un ragazzino, ma anche perché l’unica testimonianza che lo ha effettivamente portato dietro le sbarre continua a presentare dubbi. L’abuso sarebbe avvenuto una ventina di anni fa nella sacrestia della cattedrale dopo una affollatissima festa patronale, dietro una colonna di marmo, in un arco temporale di 6 minuti e con addosso ancora tutti i paramenti sacri indossati per la cerimonia. Il sistema giudiziario australiano ha portato i giudici a condannare Pell che però ha presentato ricorso per avere anche il verdetto dal massimo organo giudiziario del paese.

La decisione dei giudici di accogliere l’istanza di appello è arrivata a novembre. La decisione è arrivata dopo che un primo processo per “reati storici” di abusi sessuale si era concluso senza un verdetto, mentre nel processo di primo grado la giuria aveva adottato all’unanimità un verdetto di colpevolezza. Un secondo capo di imputazione era stato invece respinto dal tribunale per mancanza di prove ammissibili.

La sentenza di appello aveva diviso la giuria: a pronunciarsi per la conferma della condanna di primo grado sono stati infatti due giudici su tre, un dato che conferma come il collegio giudicante non sia stato del tutto convinto dagli argomenti portati dal pubblico ministero. Ora il verdetto sarà dell’Alta Corte, ultima istanza di giudizio. Intanto il cardinale Pell è stato riaccompagnato in carcere e ora trasferito nel carcere di massima sicurezza.

IL CASO GEORGE PELL


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il Messaggero

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Violenze sessuali su cinque bambini, il padre gesuita pedofilo viene espulso dalla Chiesa

Espulso perché ritenuto responsabile di violenze sessuali ai danni di cinque bambini

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Espulso perché ritenuto responsabile di violenze sessuali ai danni di cinque bambini. Per padre Leone Ibabache, gesuita cileno, la Congregazione vaticana ha chiesto di stabilire “una pena perpetua che proibisce al sacerdote, senza un limite di tempo, di celebrare i sacramenti in pubblico o in privato; esercitare qualsiasi ministero pastorale; avere contatti con i minori”. Inoltre il padre generale ha disposto l’espulsione dalla Compagnia di Gesù. Gli episodi di violenza “sono stati chiaramente accertati dall’indagine e confermati nel processo”. Le indagini sono state condotte dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ossia l’ex Sant’Uffizio.

Tolleranza zero

In Vaticano prosegue quindi la linea della “tolleranza zero” verso gli abusi sessuali e il “collasso morale”, come lo chiamava Ratzinger. Benché oggi il gesuita colpevole delle violenze sia quasi centenario, per l’esattezza novantaseienne, Padre Artur Sosa, il superiore generale dei gesuiti, ha comunque deciso per l’espulsione. Considerando il suo deterioramento mentale e fisico padre Ibacache continuerà a vivere in una casa della Compagnia di Gesù, sotto assistenza medica e rispettando le sanzioni”. Alla fine “di questo processo canonico, e come stiamo facendo in altre situazioni dolorose, la nostra prima priorità sarà quella di mettere a disposizione i mezzi necessari per aiutare le vittime nei processi di riparazione”, conclude la Compagnia di Gesù.



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