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PRETI PEDOFILI

Pedofilia, processo al sacerdote La prima grana per mons. Giuliani

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L’ultima volta che gli hanno preso a fischiare le orecchie, è stato per un caso di omonimia. Quand’era sacerdote in quel di Nola, un prete col suo stesso nome e cognome – don Giuseppe Giuliano – fu arrestato: per usura ed estorsione. Il reprobo si trovava in un paesino in provincia di Benevento, ad abitare una villa con arredi lussuosi, evidentemente acquistati con i proventi illeciti – così accertò la Guardia di Finanza – derivanti dalle estorsioni perpetrate ai danni di extracomunitari cui dava in locazione alcuni dei suoi numerosi appartamenti. Una squallida vicenda che dovette turbare non poco l’animo di quel mite sacerdote che di lì a qualche anno sarebbe diventato vescovo della diocesi Lucera-Troia. Soltanto un caso di omonimia. Nient’altro.

E mai avrebbe potuto immaginare il nuovo presule (che ha da subito destato simpatia nella gente, tanto che non è mancato chi ha esclamato, confuso tra la folla: «Somiglia a papa Roncalli!») insediatosi a Lucera il 4 febbraio scorso, che altro squallore si sarebbe presentato ai suoi occhi, quando la telefonata di un giornalista gli ha svelato i capitoli di un brutto episodio verificatosi nella sua nuova diocesi quando a dirigerla era il suo predecessore, Domenico Cornacchia, poi trasferito a Molfetta, presso la stessa diocesi che fu di quel sant’uomo di don Tonino Bello. Al nuovo vescovo Giuseppe Giuliano hanno raccontato che in due paesini del Monti dauni – Pietra Montecorvino e Casalnuovo Monterotaro – qualche anno fa di inenarrabili turpitudini si era macchiato tale don Gianni Trotta, sacerdote della diocesi Lucera-Troia. Una storia che ora è tornata alla ribalta della cronaca perché nei giorni scorsi un’udienza del processo, che vede imputato Trotta, si è tenuta davanti a Gup di Bari.

E’ la storia dell’Orco in clergyman, che si aggirava per quei paesini. Sacerdote di Santa Romana Chiesa, poi ridotto allo stato laicale perché macchiatosi di reati commessi altrove: insomma, svestito dell’abito talare, perché la magistratura lo aveva accusato di aver abusato di bambini tra i dieci e undici anni di età. In quei giorni maledetti Pietra Montecorvino – un paese di 2500 anime – era avvolta da una foschia di rumori, voci, sospetti e silenzi. Tanto silenzio.

Il silenzio che si fa buio e paura, perché soltanto il pensare all’Orco fa tremare. Il silenzio di un perbenismo che non ha certezze, se non il timore dello scandalo pubblico, in questi paesi tascabili che hanno generato il villaggio globale, dove tutti sanno tutto di tutti. E in quei giorni maledetti tutti tacevano, forse per la mitezza di non voler credere, forse perché avere l’Orco in casa, incontrarlo al bar, vederlo sul campetto di calcio fa paura. Ma l’Orco è Orco, e non è come quello delle favole; mentre in quella favola paesana non c’era e non poteva esserci un lieto fine. Anche se anni prima avevano visto don Gianni (appartenente all’Ordine degli Orionini) dire messa in quelle stesse chiese dove anni prima avevano celebrato più che degni sacerdoti come don Paolo Stizzi e don Peppino Di Ruberto: parroci custoditi nella memoria non soltanto paesana. Eppure, in quei giorni maledetti, i giorni di don Gianni, quasi un nuovo microcosmo si era sovrapposto alla tranquillità del paese; un minimondo crudele e primordiale, ma viscido e fragile, come fragile era l’innocenza di quei bambini che l’Orco con la tonaca aveva violato.

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Orrore. Il materiale pedopornografico trovato in casa Trotta dagli agenti della Polizia di Stato e dai carabinieri ha turbato finanche gli animi di chi stava eseguendo la perquisizione; eppure, è gente abituata a vedere certe cose. Ma quei filmati, quelle immagini raccontavano una storia che a volerla leggere nell’ordinanza di custodia cautelare fa accapponare la pelle. L’ex sacerdote è accusato di violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico e adescamento di minori. Episodi che risalgono al 2014 e ancor prima. Dopo essere stato ridotto allo stato laicale, continuava a spacciarsi per sacerdote e si faceva chiamare dai bambini e dai genitori ancora “don Gianni”. Nell’udienza preliminare, tenuta in questi giorni davanti al al Gup del Tribunale di Bari Roberto Oliveri del Castillo, l’imputato, che oggi ha 56 anni, ha chiesto ed ottenuto di essere processato con il rito abbreviato. E si comincerà il 14 marzo prossimo. Giovanni Trotta, che era già stato condannato in primo grado a otto anni di carcere per violenza sessuale su un bambino di undici anni, è ora accusato di altri nove casi di abusi su altrettanti minorenni tra i 12 e i 13 anni che facevano parte dello stesso gruppo di giovani calciatori del primo ragazzino. E sì, perché, dopo essere stato spretato Trotta diceva in giro di essere in attesa di trasferimento ad altra destinazione, magari in una Missione in Africa, e intanto aveva ricoperto il ruolo di allenatore della locale squadra giovanile di calcio. Anche da lì fu allontanato per «Comportamenti contrari all’etica». Cosa era accaduto, di preciso? Nessuno dice di sapere, ma intanto il muro del silenzio aveva mostrato le prime crepe: i genitori di un bambino di undici anni avevano saputo e denunciato. Ora puntano il dito contro chi dirigeva la Chiesa locale: «Se avessero denunciato, loro, le malefatte dell’ex prete, altri abusi si sarebbero evitati». Il vescovo dell’epoca, Domenico Cornacchia, non vuol parlare con i giornalisti, ma si sa che dall’ex Sant’Uffizio aveva ricevuto l’ordine di non divulgare notizie sul «caso Trotta» per evitare uno scandalo. E poi fa sapere che di quel presbitero non era responsabile e che avrebbero dovuto pensarci i suoi superiori della congregazione di Don Orione.

Benvenuti all’Inferno, e proprio nell’anno giubilare della Misericordia.

Al nuovo vescovo, monsignor Giuseppe Giuliano, toccherà anche ricucire gli strappi prodotti nella Chiesa locale, come se non bastasse il cahier de doleance dove sono appuntati il «caso Telecattolica e i tre processi che coinvolgono anche un sacerdote», i conti economici delle Congreghe e l’abusata pratica delle lettere anonime consolidatasi sotto la gestione di Cornacchia. Il nuovo vescovo, che per la gente ha stampato in faccia la bonomia di Papa Giovanni XXIII si mostra rattristato per la vicenda del prete pedofilo, e chissà, forse gli sarà affiorato alla mente un passo del “discorso alla luna” di Papa Roncalli, pronunciato quando il futuro parroco di Nola aveva undici anni: «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza».





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

PRETI PEDOFILI

Pedofilia, a processo il prete veronese Nicola Corradi

In sedie a rotelle, a 83 anni, Nicola Corradi si è presentato alla prima udienza, nella città argentina di Mendoza, del processo a porte chiuse che lo vede imputato per presunti abusi sessuali su numerosi bambini con difficoltà uditive dell’Istituto Provolo. Gli episodi sarebbero avvenuti dal 2004 al 2016 ma don Corradi si è sempre dichiarato non colpevole. Il processo andrà avanti per un mese.

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Oltre al sacerdote veronese, sono imputati per gli stessi reati anche un religioso di 59 anni (Horacio Corbacho) e un giardiniere di 57 anni (Armando Gómez). Le accuse sono state lette e hanno contorni pesantissimi: 28 casi di presunti abusi su giovani sordomuti, costretti – come si legge in un capo d’imputazione – a guardare filmati pornografici o compiere atti sessuali tra di loro.

Corradi si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, mentre gli altri due accusati non hanno presentato ricorso. Tutti e tre, durante il processo di ieri, si sono rifiutati di rispondere alle domande.

La manifestazione fuori dal tribunale a Mendoza


Un altro sacerdote veronese, Don Eliseo Pirmati, raggiunto a fine aprile da un ordine di carcerazione internazionale con l’accusa di pedofilia nei confronti di alcuni bambini sordi della succursale argentina dell’Istituto Provolo, risiede ancora a Verona, almeno così pare dall’ultimo avvistamento nel giugno scorso. 

Per i reati, aggravati dal fatto di rivestire un ruolo preposto alla protezione dei bambini, gli imputati rischiano 20 anni e, in alcuni casi, fino a 50 anni di carcere. Al momento Corbacho e Gómez sono già detenuti in forma preventiva mentre il veronese Corradi, vista l’età e lo stato di salute, è ai domiciliari. 





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PRETI PEDOFILI

Prete indagato per pedofilia: è accusato di aver molestato un bimbo

A distanza di anni è stato denunciato dalla sua vittima, che ora ha 37 anni Le violenze sessuali sarebbero avvenute in parrocchia e in oratorio

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MANTOVA. Un sacerdote dell’Alto Mantovano è stato denunciato per violenza sessuale nei confronti di un minore. La procura della Repubblica ha già aperto un fascicolo d’indagine.

Le violenze sarebbero iniziate nel 1987 quando la vittima aveva soltanto cinque anni, per poi continuare fino al 1992, periodo in cui il bambino frequentava la parrocchia e l’oratorio.

Presunte molestie da parte del prete che in un primo momento il bambino era stato indotto a pensare fossero cose normali.

Con il passare degli anni, però, quel bambino si è reso conto che quei gesti avevano un significato molto diverso. E ha cominciato a soffrirne.

Oggi quel bimbo ha 37 anni e per cercare di superare quel trauma si è dovuto rivolgere ad alcuni psichiatri che, alla fine, vincendo la sua resistenza, sono riusciti a farlo parlare.

Vincendo la vergogna che per anni lo aveva zittito, nei giorni scorsi si è presentato dai carabinieri e ha raccontato tutta la sua verità.

Ha raccontato con estrema precisione le violenze subite quando frequentava l’oratorio.

Ora gli uomini dell’Arma sono al lavoro per trovare ulteriori riscontri a quelle terribili accuse. Il bambino sarebbe stato molestato a partire dall’età di cinque anni da un prete che ora di anni ne ha 76.

Un’indagine svolta nella riservatezza più assoluta, ma assolutamente dovuta per la gravità delle accuse.

L’uomo, secondo quanto appreso, non poteva più reggere il peso di quelle violenze tenute nascoste troppo a lungo.





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PRETI PEDOFILI

Abusi sui minori, stop alla prescrizione

Il Congresso ha approvato, praticamente all’unanimità, il progetto di legge che ha rimosso ogni limite temporale all’azione penale delle vittime. All’origine dell’iniziativa il grave scandalo per i delitti commessi da sacerdoti e religiosi

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Non succede spesso che il Congresso cileno approvi all’unanimità un progetto di legge. Anzi, è semmai rarissimo. Ma, in questo caso, il tema è riuscito ad accomunare sia la destra al governo che l’opposizione del centro sinistra, che è la maggioranza in sede legislativa: i delitti di abuso sessuale nei confronti di minori non saranno soggetti a prescrizione.

La norma assicura in questo modo che tali delitti, particolarmente aberranti, non restino impuni per il trascorrere del tempo. Appena due astensioni sono apparse tra i 137 voti a favore emessi dai deputati presenti, approvando praticamente all’unanimità il progetto di legge e lo tesso è avvenuto, a suo tempo, nel Senato. Emblematicamente la legge, che tra l’altro eleva le pene nei confronti dei responsabili di tale delitto, è stata denominata di «diritto al tempo», allo scopo di indicare uno dei beni che viene rubato ai minori vittime di abuso sessuale.

Il consenso attorno all’iniziativa legislativa si spiega con l’enorme impatto che hanno prodotto nel Paese gli scandali per abusi sessuali commessi contro minori da decine tra sacerdoti e religiosi del Cile.  Alcuni di questi, come Fernando Karadima, avvolti a suo tempo da un’aura di vita spirituale che ne ha fatto per troppo tempo non solo un predatore insospettabile ma, grazie al clima di silenzio e di collusione, anche una sorta di intoccabile e potente forgiatore di una Chiesa clericale e lontana dallo spirito del Vaticano II.

Per le vittime, al danno sofferto, irreparabile, si aggiungeva la beffa di non poter agire penalmente dato che nella gran parte dei casi solo dopo molti anni è stato possibile superare il tunnel spirituale, nel quale tanti sono piombati, potendo denunciare i fatti. In alcuni casi, proprio quello di Karadima, paradossalmente é stato possibile condannare penalmente il colpevole attraverso le sanzioni canoniche, ma non attraverso la giustizia civile.

Ed è noto l’intervento del papa Francesco che ha condotto l’intero episcopato cileno a rassegnare le sue dimissioni da qualsiasi incarico pastorale. Di tutto ciò abbiamo parlato più volte su cittanuova.it

Particolarmente spiacevole dover prendere atto che l’azione criminale di alcuni soggetti abbia gettato nel discredito la chiesa cattolica cilena, che oggi è una delle istituzioni che meno gode della fiducia dell’opinione pubblica. Se nel 2013 un 31% dei cileni aveva molta o abbastanza fiducia nei suoi confronti, oggi questa percentuale è ridotta al 9% ed in alcune regioni scende fino appena al di sopra del 2%. Tra gli stessi cattolici, tale numero si riduce dal 45% nel 2013 all’attuale 15%.

Tali dolorosi episodi, ovviamente non circoscritti solo all’ambito ecclesiale, ha comunque spinto i legislatori a mettere un argine all’impunità derivata dalla prescrizione di delitti commessi decenni or sono.

La proposta normativa è stata convertita in legge con alcune settimane di ritardo perché alcuni settori della sinistra hanno premuto per estendere, in senso retroattivo, la nuova disciplina. Ma il dibattito approfondito che si è svolto in sede di commissione mista ha indotto i parlamentari ad evitare di introdurre un meccanismo non coerente col principio universale del diritto penale di non agire retroattivamente in tale materia.

Oltre alla condanna penale, l’applicazione della nuova normativa prevede la possibilità di intentare, in campo civile, le conseguenti azioni di risarcimento per il  danno sofferto dalle vittime. Una responsabilità che si estende non solo all’autore del reato ma anche ai soggetti terzi, persone e istituzioni, che hanno coperto il delitto.





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Crediti :

Città Nuova

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