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Medicina

Perché la letalità apparente del coronavirus è in crescita, soprattutto in Lombardia

Il rapporto tra il numero dei decessi e quello delle persone che hanno la Covid-19 sfiora il 5% su scala nazionale, e con il dato di ieri sera ha raggiunto il 6,37% in Lombardia. C’entra il metodo di calcolo, ma soprattutto il livello di stress raggiunto dal sistema sanitario regionale

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(foto: Kontrolab/Getty Images)

Ci avevano detto che la letalità del coronavirus, ossia in sostanza la probabilità di non sopravvivere all’infezione e alla eventuale polmonite interstiziale provocata da Sars-Cov-2, era molto bassa, probabilmente inferiore al 3% e forse addirittura sotto l’1%. Eppure, se si guarda ai numeri ufficiali forniti dalla nostra Protezione civile, si trova tutt’altro: con il computo aggiornato alle 18:00 di domenica 8 marzo, siamo a 366 morti su un totale di 7.375 persone complessivamente risultate positive al coronavirus. Vale a dire una letalità calcolata del 4,96%. Un dato che, letto senza ulteriori spiegazioni, potrebbe esacerbare la già diffusa preoccupazione. Ma cosa ci dicono davvero questi numeri?

Anzitutto, come gli esperti hanno più volte ribadito, il valore percentuale che possiamo calcolarci direttamente dal divano di casa non rappresenta la letalità effettiva del coronavirus, bensì la letalità apparente. Apparente – come suggerisce la parola stessa – perché è ciò che traspare dagli impietosi dati ufficiali. I quali però hanno sicuramente una debolezza di fondo, tutta racchiusa nel denominatore della frazione. Affinché la letalità apparente coincida con quella effettiva, infatti, bisognerebbe avere contezza dell’esatto numero complessivo di persone contagiate. Il che, naturalmente, non è nella pratica possibile, tanto che scienziati diversi hanno fornito stime differenti di quanto il conteggio delle persone positive sia una sottostima della realtà, ma tutti concordano che il dato ufficiale sia ampiamente per difetto. A quanto equivalga questo ampiamente – se sia un fattore 2, 5, 8 o 100 – è difficile dirlo. E forse non è nemmeno così importante, in questa fase.

L’altro confronto largamente discusso, dai complottisti ma anche dagli esperti, è quello tra la letalità apparente in Italia e negli altri Paesi, europei e non. Armati di calcolatrice, è facile accorgersi che il dato globale (al momento in cui scriviamo) è del 3,47%, l’Iran è al 2,95%, la Francia all’1,69% e la Corea del Sud si ferma ad appena 0,68%. La Cina, che si basa su un campione molto più ampio di qualunque altro Paese, registra un 3,7%.

Difficile credere però che il nostro Sistema sanitario faccia registrare le peggiori performance al mondo. Molto più probabilmente, il confronto tra Paesi diversi è viziato da alcune disomogeneità di fondo: numero di casi positivi identificati rispetto ai positivi totali nella popolazione, criterio di ammissibilità all’esecuzione dei tamponi faringeifattori demografici, zelo nell’identificare pazienti deceduti positivi al coronavirus, eventuali piccole differenze genetiche tra i diversi ceppi virali, e così via.

Tanto per citare un esempio, il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro nell’ultima conferenza stampa ha spiegato che, suddividendo i decessi per fasce d’età e calcolando le relative letalità apparenti, il dato del nostro Paese è in realtà migliore (ossia inferiore) a quello della Cina, nonostante la percentuale complessiva faccia intendere il contrario. In altri Paesi, l’Iran su tutti, pare invece avere buon fondamento l’ipotesi che il numero di persone morte a causa della Covid-19 sia ben superiore rispetto al dato ufficiale fornito all’Organizzazione mondiale della sanità. E per gli altri Stati europei, infine, va tenuto conto che la maggior parte delle diagnosi è molto recente (cioè la malattia non ha fatto ancora in tempo, eventualmente, ad aggravarsi), e che in generale il campione statistico è molto più ridotto.

Il fattore decisivo è il tempo

C’è invece un dato, sempre sulla letalità apparente, che è estremamente significativo: l’evoluzione nel tempo di questo valore percentuale, giorno per giorno, nel nostro Paese. In data 1° marzo la letalità apparente nostrana era del 2,01%, il 4 marzo era al 3,47% e all’8 marzo è arrivata al già citato 4,96%. E in Lombardia, soprattutto dopo i 113 decessi regionali registrati nella giornata di domenica, la percentuale è del 6,37%.

Di nuovo, questo trend può essere spiegato con una serie di elementi, che non necessariamente si escludono a vicenda. Un primo aspetto è la solita questione del denominatore, perché con la nuova politica dei tamponi abbiamo probabilmente diminuito la nostra capacità di identificare a tappeto i nuovi casi. Questo provoca una diminuzione del denominatore e quindi, giocoforza, una crescita della letalità apparente.

Un secondo elemento è invece più sostanziale. Va tenuto conto, infatti, che man mano che passa il tempo si sta mettendo sempre più sotto pressione il sistema sanitario. Non solo nel senso che il personale medico sta sopportando uno sforzo via via maggiore, ma anche che i reparti di terapia intensiva e sub-intensiva stanno raggiungendo (o hanno già raggiunto) la loro massima capacità. Questo può significare dover trasferire altrove alcuni pazienti, o nello scenario peggiore iniziare a scegliere di dedicare le cure migliori a chi ha più possibilità di sopravvivere. In entrambi i casi, l’effetto è una inevitabile flessione della qualità dei soccorsi e dei trattamenti, che nonostante l’impagabile sforzo umano degli operatori sanitari si traduce in una più alta probabilità di veder peggiorare il proprio quadro clinico.

Questo effetto è proprio ciò che tutti i cittadini (e ovviamente le istituzioni) sono chiamati a tentare di impedire, perché solo il rallentamento della curva epidemica e del numero di contagi può ridare un po’ di ossigeno – è proprio il caso di dirlo – al sistema ospedaliero, e garantire a tutti un’assistenza adeguata. Viceversa, si rischia di essere all’inizio di quel potenziale collasso della sanità che va assolutamente evitato, e che in Regioni diverse dalla Lombardia si stima possa avere un effetto ancora più preoccupante.

A dare sostanza a questo ragionamento, fin qui piuttosto astratto, sono anche i dati ufficiali. Già con i numeri aggiornati al 7 marzo, infatti, appariva evidente che il trend di crescita del numero delle persone morte fosse più rapido rispetto al numero di pazienti ricoverati in terapia intensivaquesto grafico di Enrico Bucci, per esempio, illustra la situazione. Con l’aggiornamento dell’8 marzo, poi, la situazione si è fatta ancora più palese: in Lombardia il numero di decessi si è incrementato di 113 unità, quello dei ricoveri in terapia intensiva di sole (in realtà sono numeri comunque altissimi) 40.

 

Naturalmente questi numeri dovranno essere valutati in un trend di più lungo periodo includendo anche i dati dei prossimi giorni, ma potrebbero essere un primo indicatore statistico della fatica del sistema sanitario lombardo. Anche perché il resto della penisola mostra una letalità apparente molto inferiore a quella lombarda e pari al 3,11%, spinta verso l’alto soprattutto dal dato dell’Emilia-Romagna (4,75%) e del Veneto (2,69%). Al di fuori delle tre regioni al momento più interessate dall’epidemia, la letalità apparente è ferma all’1,87%.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medical Facts di Roberto Burioni risponde alla vostre domande

Un indirizzo email dove il Prof. Roberto Burioni risponde alle vostre domande sul coronavirus

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Prof. Roberto Burioni

“È consigliabile pulire i prodotti acquistati e portati a casa?”
“Quali evidenze ci sono sull’uso del farmaco antiremautoide?”
“La vitamina C è una buona protezione?”
“Il virus si può portare a casa con le scarpe?”
“Arriverà un test per rilevare se la persona ha degli anticorpi al coronavirus?”

“Il virus è molto labile. L’importante è che la superficie sia pulita, perché il virus dentro lo sporco riesce a resistere per. più tempo.”
Medical Facts di Roberto Burioni risponde alle vostre domande inviate alla mail chetempochefarisponde@lofficinatv.com



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Medicina

I problemi italiani che il coronavirus ha messo in luce

Sovraffollamento delle carceri, digital divide, sottofinanziamento della sanità, smart working. Non è facile immaginare il futuro durante una pandemia, ma alcune lezioni sono già lì per essere imparate

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Immaginare il futuro in un contesto emergenziale come quello generato da una pandemia è un esercizio delicato e per certi versi fine a sé stesso, data la quantità di variabili sul tavolo e i tanti margini di incertezza ancora presenti nella nostra conoscenza del fenomeno. Ma è parte di un processo necessario, per ricordare a noi stessi che questo momento finirà e che ad aspettarci, lì fuori, ci sarà lo stesso mondo di sempre. Con i problemi di sempre, solo un po’ più evidenti.

Perché la crisi sanitaria in corso ha messo a nudo una serie di problemi strutturali troppo a lungo ignorati dal nostro paese, come il sovraffollamento delle carceri, tema che in queste ore si è riversato con violenza nella stretta attualità. Da tempo il Garante nazionale descrive un quadro di piena emergenza – con istituti non all’altezza di ospitare l’alto numero di persone recluse e suicidi ormai all’ordine del giorno – eppure le recenti rivolte sembrano aver colto di sorpresa un po’ tutti. A partire dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che riferendo in aula ha parlato di “atti criminali”, tralasciando le cause profonde di disagio che hanno portato alle proteste in 27 penitenziari di tutta Italia. Cause che resteranno tali, anche quando la paura del virus sarà debellata.

Un approccio finalizzato a gestire la contingenza, privo di qualunque visione di medio o lungo termine. Lo stesso approccio che da anni paralizza la nostra agenda digitale, messa in questi giorni a dura prova dalla sperimentazione di attività didattiche a distanza più o meno improvvisate, e rivolte a una popolazione spesso sprovvista dei mezzi per fruirne. Il problema non riguarda solo l’accesso alla banda larga, ma risiede nella disponibilità stessa di strumenti e conoscenze informatiche di base – un divario digitale che in alcuni casi ha portato gli studenti a creare gruppi d’ascolto, rendendo così vane le ordinanze di contenimento.

La scarsa digitalizzazione si ripercuote anche sullo smart working, utilizzato da appena 570mila impiegati lo scorso anno e visto ancora con diffidenza da molti datori di lavoro, e sui servizi della pubblica amministrazione, con le conseguenti file agli sportelli postali. Decisamente non uno scenario ideale, per il paese che fino a una settimana fa discuteva ancora di voto elettronico.

Le misure messe in atto per contenere il coronavirus, come per magia, hanno avuto l’effetto di rendere reali problemi fino a ieri relegati al rango di astratti residui ideologici. Come il sottofinanziamento di un sistema sanitario stressato dall’alto numero di pazienti in terapia intensiva e tenuto in piedi dalle donne e dagli uomini che lavorano nei nostri ospedali. O la necessità di uno stato sociale forte, che possa farsi carico di senzatetto e persone indigenti, anche con le mense Caritas chiuse.

Sembra incredibile, ma il paese che da anni parla di sicurezza ha appena scoperto che l’unica protezione di cui aveva bisogno era quella sociale. Non esistono aspetti positivi di un male che ha già tolto la vita a mille persone, ma esistono lezioni. E questa ha tutto l’aspetto di una lezione da tenere a mente.



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Coronavirus, Italia zona rossa: cosa significa. Scuole chiuse fino al 3 aprile

Coronavirus, Italia zona rossa: cosa significa. Scuole chiuse fino al 3 aprile anche a Roma
Spostamenti vietati salvo comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità. Scuole chiuse fino al 3 aprile. Sospeso il campionato di serie A

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Tutta Italia come le zone rosse del nord Italia per contenere la diffusione del Coronavirus. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato in conferenza stampa l’estensione delle misure previste nel decreto governativo dell’8 marzo a tutto il territorio nazionale. Troppo alto il rischio contagio per continuare solo a lanciare appelli come quello, solo ultimo in ordine di tempo, della sindaca Raggi (vedi post a fondo pagina). La misura che diventa ora legge, in sintesi, è quella di restare a casa. E il nome del nuovo decreto è proprio “Io resto a casa”.

Spostamenti vietati

Spiega Conte: “Non ci sarà più una zona rossa, ma ci sarà l’Italia zona protetta. Saranno vietati su tutto il territorio della penisola gli spostamenti consentiti solo per comprovate ragioni di lavoro, per casi di necessità o motivi di salute. Aggiungiamo in questo provvedimento anche un divieto di assembramenti all’aperto o in locali aperti al pubblico. Non ce lo possiamo più permettere. Sono costretto ad intervenire in modo più deciso per difendere le persone più in difficoltà. Ognuno deve fare la propria parte”.

Per spostarsi sarà necessaria un’autocertificazione (qui il fac simile del modulo da compilare e portare con sé) senza della quale, se colti a muoversi senza ragione dalla propria città di residenza o domicilio, si rischierà l’arresto. La veridicità dell’autocertificazione potrà essere controllata dalle autorità in qualsiasi momento e, se falsa, andrà a costituire un secondo reato, oltre a quello della mancata permanenza nel proprio luogo di residenza.

Locali chiusi alle 18

Da domani mattina, 10 marzo, quindi anche in provincia di Roma non ci sarà possibilità di muoversi e ci sarà la chiusura alle ore 18 per tutti i locali, compresi bar e ristoranti che, fino ad oggi, potevano restare aperti mantenendo il metro di distanza tra le persone.

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