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Peter Cushing, l’ambiguità e l’orrore

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CushingEra capace di riempire i copioni di appunti con promemoria di suggestioni, gesti e atteggiamenti da tenere – o da evitare – al momento di questa o quella battuta. Studiava da competente i costumi dei suoi personaggi, e spesso svolgeva un ruolo-ombra di aiuto regista inventando (sul momento) scene che gli spettatori poi avrebbero ricordato tra le migliori della sceneggiatura. Per capire come Frankenstein potesse tenere in mano i suoi ferri del mestiere, era andato a consultare specialisti di chirurgia dell’Ottocento. Lo soprannominavano “Props”, cioè “robe-di-scena”, per il disinvolto multitasking mentre recitava – al punto che un giorno era riuscito a spegnere un accidentale focolaio di incendio continuando a sostenere la parte. Ma era anche pittore raffinato e illustratore ironico, abilissimo costruttore di modellini, cultore di musica, appassionato ornitologo. E a monte si era già costruito due carriere – una di attore teatrale, guadagnandosi la stima di capi-compagnia esigenti come Laurence Olivier, poi l’altra di straordinario successo sul piccolo schermo – quando aveva scelto di reinventarsi per il cinema. Certo con soggetti molto più popolari, per quella Hammer che dalla fantascienza intendeva tentare (seconda metà anni Cinquanta) l’azzardo del gotico, ma dove il Nostro avrà modo di giocare la sua assoluta sottigliezza d’interprete. E, per inciso, nasceva giusto un secolo fa, il 26 maggio 1913.

Peter Cushing viene in genere associato all’horror, proprio per le prove offerte con quella Hammer che gli garantirà fama planetaria, e in seguito con svariate altre case di produzione. Una marcatura in realtà limitante: sia perché il suo profilo d’attore mostra un’estrema versatilità, sia perché i suoi gusti personalissimi andavano piuttosto alla commedia o al genere avventuroso: l’amore per il western, ad esempio, coltivato fin da bambino. E che troverà ideale consacrazione quando Peter, ormai adulto e attore, per un caso sarà chiamato a fungere da testimone di un contratto nientemeno che del suo eroe di un tempo, un Tom Mix a fine carriera, che non sapeva scrivere.

Ma limitante anche per un altro motivo, visto che l’etichetta “horror” Cushing non l’amava troppo – con una diffidenza peraltro condivisa da vari dei colleghi in storie nere. Basti leggere l’intervista rilasciata a Marjorie Bilbow sul set di House of the Long Shadows, in Italia La casa delle ombre lunghe, 1983: una pellicola divertente da un classico di Earl Derr Biggers, Seven Keys to Baldpate, e che senza essere un capolavoro scintilla della presenza, oltre che di un Cushing ormai anziano e felicemente ironico, dei complici e amici Christopher Lee e Vincent Price, del patriarca John Carradine e di una straordinaria Sheila Keith, collaboratrice-feticcio del regista, Pete Walker. Parte all’attacco Price:

“Noi non crediamo nella parola orrore [“horror”]… Fantastico [“fantasy” – ma in italiano ha una sfumatura diversa, n.d.r.], storie gotiche, qualsiasi termine del genere può andar bene, ma non orrore, perché non sono storie dell’orrore. Quelle vere sono storie dell’orrore”.

Continua Lee:

“Io ho sempre detto esattamente la stessa cosa. Orrore è una parola terribile e impropria. È una parola facile da piazzare sullo schermo o sulla carta. Io le chiamo fiabe, drammi allegorici, melodrammi, pantomime, ma la parola orrore suggerisce sempre al pubblico qualcosa di pericoloso […]”.

Cushing conclude:

“E come i miei cari amici hanno detto, questi film sono proprio per l’immaginazione; e molto è lasciato all’immaginazione, che penso sia importante perché l’orrore, come la bellezza, è negli occhi di chi guarda”. E in altre occasioni dichiarerà di preferire a orrore il termine fantastico, per il potere ricreativo di talune suggestioni.

Del resto Cushing è uomo dolcissimo: e se spesso i vilain del cinema sono persone deliziose nella vita fuori dallo schermo, per universale riconoscimento dei colleghi il Nostro presenta letteralmente una marcia in più per sensibilità e disponibilità. Ingrid Pitt, sua collega alla Hammer e indimenticata Carmilla che lui impala e decapita in The Vampire Lovers (Vampiri amanti) 1970, testimonia: “Non conosco nessuno, uomo o donna, che non voglia bene a Peter Cushing”. Carrie Fisher, che come principessa Leia di Star Wars, 1977, lo affronta in scena – lui interpreta il gelido gerarca Grand Moff Tarkin – racconta quanto le è stato difficile simulare tanto disprezzo verso un collega così caro e gentile. Per non parlare dell’amico di una vita, Chris Lee – un gentiluomo dalla vita morigerata la cui ruvidezza burbera e aristocratica non sconta però nulla a nessuno – che ricorderà sempre il partner come una persona speciale, non solo per professionalità ma per doti umane.

 

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Detto questo sul Cushing uomo, è però vero che pochi attori hanno saputo evocare dimensioni interiori e sociali di ambiguità con la sua sottigliezza. Gratificato talora da indimenticabili ruoli positivi, Cushing offre altrove il suo volto scavato a parti assai equivoche, nelle quali istanze di Bene e Male si compenetrano in modo spiazzante – fino a evocare un orrore (usiamo pure questo termine) dalle incredibili risonanze critiche.

Ben prima della svolta gotica, la galleria di Cushing mostrava personaggi di sublime ambiguità: per limitarsi a due apparizioni in film dove già compare anche Lee – ma i due non si incontrano in scena – basti citare il sinistro dandy Osric dell’Hamlet di Laurence Olivier, 1948, e l’equivoco sciupafemmine Marcel de la Voisier nel Moulin Rouge di John Huston, 1952. A valorizzare però in termini provocatori le ombre della recitazione di Cushing sarà la Hammer, il cui sistema mitico prenderà a ruotare tutto, idealmente, proprio attorno all’asse tra lui e Lee – suo partner fin dai tempi di The Curse of Frankenstein (La maschera di Frankenstein), 1957: un tandem presto saldato nell’immaginario collettivo in termini di opposizione dialettica, pur senza mai esaurire la percezione di un’autonomia dei due interpreti. Forti del rispettivo carisma, della capacità di dominare la scena e dell’enorme lavoro all’interno (va detto) di un’ottima squadra, Cushing & Lee finiranno così col fornire al vocabolario simbolico postmoderno alcune icone fondamentali nell’ambito di vere e proprie celebrazioni rituali (profane, ancorché fitte di con elementi parareligiosi) con istanze fortemente simboliche. Dove l’altissimo, aristocratico e distante Lee rappresenterà quasi sempre il mostro o l’eroe nero (anti)cristico – le bende srotolate a terra della Creatura “risorta” e fuggitiva, l’impalamento sulla croce o la coronazione di spine di Dracula nella selva dei biancospini –, il tiranno portatore dell’Occulto, della furia sciamanica e del morso erotico, cui sacrificare schiere di fanciulle: latore insomma di minacce (specie quella sessuale) che insidiano la società fin nelle radici più profonde, a echeggiare simbolicamente la crisi innescata in un sistema di valori ancora vittoriani all’alba della Swinging London, quando in pochi anni la riscoperta del gotico in costume incontra Mary Quant e le minigonne. Mentre Cushing è invariabilmente l’espressione di demoni culturali, l’uomo di scienza fanatico, l’asceta sapiente o il puritano votato a un’idea, il dandy capace di nettarsi le dita dal sangue di qualche mostruoso esperimento sul panciotto elegante, volto gelido e magari ipocrita di quella stessa società minacciata – ma a quel punto meno meschino della pletora dei “normali” (dame bellocce, amici dal moralismo facile) coi loro progetti di piccolo cabotaggio ai quali sacrificano sogni propri e altrui.

Nei film Hammer, a inquietare non sono insomma le profanazioni di sepolcri o i morti che tornano, l’emergere di mummie assassine o di Dee pietrificatrici – ma piuttosto lo scarto tra titanismi criminali e buoni principi di una società ipocrita, l’eversione di rapporti sessuali, familiari e sociali, le paralisi culturali e le menzogne comunitarie catafratte da ronde di bravi cittadini. “Mostri”, dunque, ma di una mostruosità ben diversa da quella magica e poetica dei Baracconi delle Meraviglie dei film Universal di cui la Hammer aveva raccolto il testimone, riportando in vita l’horror dopo l’eclissi negli anni Cinquanta e riappropriandosi di miti peculiarmente britannici. E come il suo pertinace barone Frankenstein appare di film in film più brutale e amaro, così anche agli eroici Van Helsing delle prime interpretazioni seguiranno ammazzavampiri sempre più inquietanti – “buoni vecchi” pronti, come quelli di Carmilla di Le Fanu alla cui liberissima trasposizione in trilogia Cushing partecipa per ben due volte, ad accanirsi in modo davvero vampirico su corpi femminili indifesi. E del resto, anche al di fuori del marchio Hammer, basti pensare – per un titolo tra tutti – alla sua interpretazione del folle antropologo Emmanuel Hildern nel bellissimo The Creeping Flesh (Il terrore viene dalla pioggia) di Freddie Francis, 1973: Cushing vi riprende con eleganza uno dei suoi ruoli complessi di finto buono dominato in realtà da egoismo e sessismo di tutta una cultura vittoriana, mentre Lee è il fratellastro cattivo, ombra di rancore trionfante e oscuro riflesso. Dove appunto appare evidente da parte di Cushing la straordinaria capacità di evocare i demoni culturali di un’epoca, i suoi pregiudizi striscianti e le manipolazioni in guanti di seta: qualcosa che non cancella il dramma umano del personaggio, ma lascia emergere con straordinaria forza critica meccanismi dell’oggi della pellicola e del mondo da cui promana. E se, come l’attore spiega nella citata intervista, “molto è lasciato all’immaginazione”, sono proprio lo scarto della messa in scena in costume, la metafora sottotesto al fantastico, gli echi di verità del mito a vellicare anche più provocatoriamente – perché non condizionati dal qui e ora – la nostra percezione della realtà. Certo non è facile sintetizzare in pochi paragrafi d’analisi una carriera tanto lunga, e si recherebbe torto all’abilità dell’interprete l’appiattire in formule banalizzanti la varietà dei ruoli affrontati; ma altrettanto sicuramente il candore di Cushing offriva agli spettatori spunti critici dal filo di rasoio. Ed è interessante rammentare che il Nostro era stato partecipe di quel capolavoro televisivo Nineteen Eighty-Four, 1954, tratto dal 1984 di Orwell, che suscitò dubbi di opportunità e polemiche di benpensanti fino alla Camera dei Comuni.

Se Lucas lo arruolerà per Star Wars nei panni dello spietato Tarkin (invece che, come pensato inizialmente, quale Obi-Wan Kenobi), sarà comunque in memoria di un’intera galleria di personaggi. Compreso quel cameo nella divisa di un altro gerarca, il maggiore Benedek del fantapolitico Scream and Scream Again (Terrore e terrore, 1970), folle e divertente film pop che inzuppa lo spy-fi alla The Avengers di un pessimismo ironico e corrosivo verso le istituzioni – e dove per la prima volta Cushing fa terzetto con Lee e Vincent Price. Un ufficiale di un non meglio identificato paese sotto dittatura (qualcosa a metà tra Patto di Varsavia e Germania nazista), tale Konratz, ha torturato fino alla morte un paio di giovani oppositori politici arrestati mentre tentavano di espatriare: e Benedek appare in scena – un ufficio scuro, claustrofobico – con le fotografie dello scempio sui corpi, commentando che si tratta di cosa veramente inaudita. A sottoporgli il problema è un ministro, preoccupato soprattutto dei deflagranti echi esteri della notizia; e imbarazza il fatto che la formale responsabilità sia di Benedek, come diretto superiore di Konratz. Certo, a volte – considera il maggiore – è stato inevitabile usare le maniere forti per impedire ribellioni o perché la gente collaborasse, ma in questo caso tutto si è consumato senza necessità, “e ciò è riprovevole”. In tale situazione sgradevole, Benedek può solo togliersi la soddisfazione di far pesare al ministro un ruolo da uomo di paglia. E quando quello protesta che non possono rimproverargli nulla, il maggiore ribatte tagliente: “Proprio così, signor ministro: i politici sono sempre più furbi dei militari”.

Benedek fa dunque entrare nell’ufficio Konratz, per parlargli da solo. “Quel giovane e la ragazza… sono stati torturati?” “Interrogati, signore” ribatte il subordinato, imperturbabile. “Naturale” osserva Benedek. “I soliti metodi. Perché non si aggiorna? Tutto questo andava bene una volta, in tempi andati: ma adesso… dopo cinque anni di governo, i dissenzienti devono essere convertiti per dimostrare l’efficienza del sistema. Le torture creano i martiri, e i martiri vengono utilizzati contro di noi dai nostri avversari. Questo è elementare, Konratz, anche se lei la tortura la chiama interrogatorio. Non occorre arrivare ai limiti estremi. Queste cose non le capisco”.

Poi spiega che contava su di lui, ma ora è costretto a ricredersi: Konratz è un violento, e come tale ignora il senso della misura. “Lei è troppo crudele per un compito già di per sé stesso così perverso”: quasi un giudizio morale, giocato dall’interprete in sguardi e sottotoni con splendida ambiguità.

In considerazione però dello stato di servizio di Konratz, Benedek intende limitarsi ad accettare le sue dimissioni… e commette l’errore di voltarsi. A quel punto l’altro lo uccide – e lasciamo ai lettori la sorpresa sul prosieguo vedendosi il film. Ma in questo cameo di un vilain che per ragion di Stato e in fondo per difendere la propria carriera si oppone alle violenze del bruto di turno, giocando in qualche modo a fare il “buono” (dove l’abbiamo già sentita?), brilla il controllo con cui l’attore regge le brevi battute, la poca stima del militare nei confronti del ministro e la severità, inizialmente temperata da un’ombra vaga di comprensione, nei confronti del subordinato.

Ha ragione Price: “Quelle vere sono storie dell’orrore”. Ma queste ne offrono in pantomima il gioco di ombre: una macchina-per-pensare di tagliente forza critica davanti a candori (sul potere, i ruoli sociali, i “buoni” e le loro poltrone) assai meno lucidi di quello di Cushing.

Per un curioso caso di calendario, alla ricorrenza della nascita di Cushing il 26 maggio segue quella – il 27 maggio – della nascita di entrambi i colleghi che con lui hanno segnato l’ultima grande generazione di mattatori del macabro, proprio Price (nel 1911) e Lee (nel 1922). Ed è sorta la proposta di considerare questa coppia di giorni memoriali, 26 e 27 maggio, come Festa delle Ombre Lunghe: qualcosa che non si ripiega in un pur simpatico fandom, ma attraverso l’eclettismo e le provocazioni di tre attori-cerniera tra l’alta e la bassa cultura (qualunque cosa vogliano dire simili categorie) ci aiuta a riscoprire anche la ricchezza critica dell’horror. O comunque vogliamo chiamarlo.

Carmilla

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Come funziona la tecnologia di Black Mirror: Bandersnatch

Ecco come funziona il nuovo, rivoluzionario, capitolo di Black Mirror da dietro le quinte, tra buffer e scelte a bivi

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Bandersnatch , il nuovo episodio della serie Black Mirrorha diviso pubblico e critica. C’è chi lo trova rivoluzionario e coinvolgente, chi ci rivede meccaniche antiche e consunte specie per gli appassionati di videogame, che a percorsi e finali multipli sono abituati. Al di là della questione gusti e preferenze, questo episodio segna un passo importante verso un nuovo modo di intendere il contenuto televisivo. Di Bandersnatch, infatti, si può magari criticare la struttura a bivi non sempre ben progettata, ma è innegabile che la possibilità di effettuare scelte, e godersi un flusso audio-video senza tentennamenti, sia un meccanismo che funziona e destinato a diffondersi anche in altre serie e servizi di streaming. Con un po’ di calma, però, perché questo nuovo modo di intendere la serie tv implica delle soluzioni tecnologiche e produttive non proprio banali, per lo meno per il formato televisivo.

Di base, la struttura di Bandersnatch è a bivi, quindi consiste in una serie di clip video che sono combinate in sequenza a seconda delle scelte dello spettatore.

Vuoi che il protagonista scelga di mangiare a colazione una marca di cereali piuttosto che un’altra? Bene, fatta la selezione il software di Netflix rileva l’opzione e carica la clip corrispondente. Qui, se osservate bene, la tecnologia utilizza due espedienti. In questo genere di prodotti la vera sfida è garantire la continuità tra le clip, ma se si scegliesse la successiva, e questa venisse caricata in tempo reale, noteremmo sempre un piccolo stacco. Netflix risolve il problema con due trucchetti. Il primo è dare parecchi secondi per effettuare la scelta. Addirittura dieci. Prima l’utente fa la selezione, e più tempo ha il software per pre-caricare la clip successiva.

Bandersnatch

Prova ne è il fatto che, una volta effettuata la selezione, non si ha più possibilità di cambiarla. Il software è furbo nell’approfittare della selezione, a questo punto, per caricare fin da subito i dati audio-video della prossima clip. E se la selezione viene fatta proprio all’ultimo istante? Proprio all’ultimo dei dieci secondi a disposizione? Qui entra in gioco un altro piccolo trucco, preso a prestito proprio dal mondo dei videogame: la clip corrente è progettata per durare un paio di secondi dopo la selezioneda parte dell’utente (questi secondi sono quindi identici per entrambe le scelte). In questo modo, il software ha comunque il tempo di pre-caricare (il così detto buffering) i primi secondi della clip successiva. Questo è evidente specie nelle primissime scelte operabili in Bandersnatch.

Questo per quanto concerne la tecnologia a più basso livello, ma c’è da considerare che Bandersnatch si avvale anche di una raffinata architettura a un livello superiore, vale a dire quello dell’organizzazione dei contenuti. La necessità di abbozzare la moltitudine di bivi presenti, e preventivare i vari percorsi a disposizione, ha portato i produttori dell’episodio, Charlie Brooker e Annabel Jones, a puntare su Twine, un software dedicato proprio alla progettazione di storie non lineari. Si tratta di un progetto open-source, disponibile per Windows, MacOs e Linux, che consente, in buona sostanza, di sviluppare racconti tramite diagrammi di flusso.

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Non è dedicato ai contenuti video, però, ed è per questo che Netflix ha dovuto creare anche uno strumento apposito, chiamato Branch Manager, che consente di gestire una sceneggiatura a bivi e condividerla coi piani alti di Netflix, per avere feedback immediato. Solo così è stato possibile gestire un totale di oltre 250 clip video, con la possibilità, addirittura, di nascondere nella trama dei gustosi Easter Egg, vale a dire contenuti raggiungibili a fatica. Vere e proprie sorprese da regalare agli spettatori più appassionati.

A occhi smaliziati la tecnologia di Bandersnatch può sembrare in realtà molto semplice. Tecniche di buffering, utilizzo di diagrammi di flusso, e via dicendo, sono soluzioni già sfruttate in altri media (lo stesso YouTube propone sperimentazioni di questo tipo, anche se il flusso audio-video viene interrotto), ma è innegabile che l’episodio di Black Mirror rappresenti  un punto di svolta nel suo campo specifico. Viene da chiedersi, piuttosto, come tutto questo dispendio di risorse abbia comunque prestato il fianco ad alcune ingenuità. La prima è l’impossibilità di gestire il flusso temporaledella tua storia.

Di fatto, una volta che si passa alla clip successiva, si può tornare solo all’inizio di questa, non anche alle clip che la precedono. Il che porta a pensare che Bandersnatch tenga conto solo di scelte istantanee e non tracci, invece, il flusso narrativo di ogni spettatore (tanto che riavviando da zero l’episodio vengono cancellate tutte le scelte effettuate). Tutto sommato si trattava di gestire un piccolo file di testo che memorizzasse le selezioni ai vari bivi e la produzione ha rinunciato a quella che sarebbe stata una miniera d’oro di dati sulle preferenze degli spettatori, ma che magari ne avrebbe leso la privacy.

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La seconda, più grave, è proprio nella gestione dei bivi. La regola aurea, nei videogame di avventura più famosi (quelli da cui Bandersnatch trae chiara ispirazione), è che non esistono scelte sbagliate. In Bandersnatch, invece,esistono eccome. È frustrante, per esempio, vedere il protagonista che, messo di fronte alla scelta se lavorare in sede o a casa, scegliendo una delle due opzioni si sente sussurrare da Ritman “percorso sbagliato”. Per poi, di fatto, essere risbattuto di nuovo innanzi alla selezione. Qui il problema non è tecnico, ma proprio di scrittura. Probabilmente le due scelte di questo bivio presupponevano la produzione di troppe nuove clip, quindi si è trovato un escamotage per riproporre la selezione fino a quando lo spettatore sceglie quella voluta, ma capite bene che è un meccanismo davvero limitato. Di sicuro, Bandersnatch rappresenta un esordio, tra ombre e luci, che getta le basi per lo sviluppo di progetti più complessi. Va inteso, soprattutto, come il collaudo tecnologico di un nuovo modo di intendere un prodotto multimediale. E, in quest’ottica, è un collaudo riuscito.





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Spider-Man: Far From Home, Tom Holland rivela il nuovo costume

L’interprete dell’Uomo Ragno si presenta con la nuova divisa ma non si lascia sfuggire nessun altro dettaglio sulla prossima pellicola: sarà forse un prequel?

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L’universo cinematografico Marvel è in grande fermento: il 2019, infatti, vedrà non solo il debutto di Capitain Marvel, ovvero il primo film solista su una supereroina, ma anche l’arrivo di Avengers 4, la pellicola collettiva che darà un epilogo alle tragiche vicende di Infinity War. E in estate vedremo anche Spider-Man: Far From Home, il secondo capitolo della nuova era cinematografica targata Sony-Marvel. Proprio il suo protagonista Tom Holland ha rivelato, in un’apparizione a sorpresa nel talk show americano Jimmy Kimmel Live, il nuovo costume che indosserà nel film.

Ovviamente il conduttore non ha potuto trattenersi dal fare all’attore una domanda cruciale: “Il film sarà un prequel di Avengers?“. Questo perché, com’è ormai risaputo, (spoiler!) alla fine di Infinity War l’Uomo ragno è proprio uno dei personaggi che scompare (“trasformato in coriandoli neri“, dice Kimmel) per l’intervento di Thanos. Holland, famoso per la sua tendenza a spoilerare le trame super-segrete dei film, ha tagliato corto, dicendo di dover intervenire in una rapina in una banca a opera proprio di Thanos (“Sapete, ora è povero“).

Il dialogo ovviamente era parte di uno sketch comico, ma l’ipotesi cheSpider-Man: Far From Home sia effettivamente un prequel dei film che stiamo vedendo in questi mesi non è del tutto da escludere. Anche alcune dichiarazioni di Kevin Feige, il responsabile del Marvel Cinematic Universe, potrebbero andare in questa direzione: “Quando si svolge il film? Sappiamo che è estate, penso sia una vacanza estiva in cui lui va in Europa coi suoi amici“, ha dichiarato. “Non so di quale estate si tratti… beh, io lo so ma voi no“. Capire in che punto della timeline questi film si collochino è fondamentale per anticiparne le trame, anche se probabilmente tutto sarà svelato nei prossimi mesi.





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Harry Potter: The Exhibition, ecco un’anteprima della mostra di Milano

Dal 12 maggio giunge in Italia la mostra-evento internazionale che ricrea le scene e gli oggetti più emblematici della saga letteraria e cinematografica

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Dopo aver girato tutto il mondo, Harry Potter: The Exhibition arriva finalmente anche a Milano. Inaugura infatti il 12 maggio alla Fabbrica del Vapore la mostra evento che permette ai fan del Wizarding World creato daJK Rowling di immergersi nelle scenografie, nei costumi e nelle riproduzioni dei personaggi più amati della saga letteraria e cinematografica più popolare degli scorsi decenni. Dopo aver collezionato quattro milioni di visitatori nel mondo, dunque, l’esibizione sarà visitabile anche in Italia, con già 130mia biglietti venduti ancor prima dell’inaugurazione ufficiale.

Oggetti di scena, installazioni interattive e accurate riproduzioni accompagnano in un percorso che, a partire dal Cappello parlante che smista i visitatori nelle varie case di Hogwarts, accompagna attraverso gli spazi più emblematici raccontanti nei film e nei libri: dalla sala comune dei Grifondoro ai campi di allenamento di Quidditch, dalla capanna di Hagrid alla Foresta proibita fino al culmine nella Sala Grande, teatro di tanti avvenimenti speciali.

 Vedi la Galleria

 

Fra gli artefatti in mostra tanti oggetti magici come la divisa e la bacchetta di Harry Potter, la giratempo e il boccino d’oro, i famosi Horcrux e perfino i fantomatici Doni della morte.

La manifestazione giunge in Italia voluta fortemente non solo dagli organizzatori ma anche dal comune di Milano. All’apertura il vicesindaco Anna Scavuzzo ha sottolineato l’importanza di un’iniziativa del genere “che fonde una proposta culturale e un momento di spettacolo suggestivo, che unisce generazioni diverse e conferma la vocazione internazionale della città“. A lanciare la tappa italiana della mostra sono intervenuti poi Oliver e James Phelps, che nei capitoli cinematografici di Harry Potter interpretavano i gemelli Weasley: “Siamo già stati a Milano durante il lancio dei vari film ma è bello tornare ora e vedere che nuove generazioni di fan si appassionano ancora a queste storie“, ha detto Oliver, che fra i due dava il volto a George.

James e Oliver Phelps, interpreti di Fred e George Weasley, all’inaugurazione della mostra su Harry Potter a Milano (foto: Paolo Armelli/Wired)

James e Oliver Phelps, interpreti di Fred e George Weasley, all’inaugurazione della mostra su Harry Potter a Milano (foto: Paolo Armelli/Wired)

Lo stesso entusiasmo è condiviso dal fratello James, che interpretava Fred Weasley: “Siamo stati davvero fortunati a partecipare a questa avventura magnifica che è stata Harry Potter. E vedere ora in mostra le scenografie e gli oggetti di scena riaccende i ricordi delle esperienze bellissime che abbiamo vissuto sul set“. Ma come ci si spiega che dopo vent’anni ci sia ancora tutta questa attenzione per questo fenomeno? “Difficile rispondere, però è evidente che ci sia un fattore generazionale: gli adulti che sono cresciuti con queste storie ora portano i loro figli alla mostra, e tutti riescono a trovare un oggetto o un momento che li emoziona




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4 star review  Da seguire !! Un analisi lucida e assolutamente razionale sui fatti scomodi alla chiesa che come sempre i media non hanno il coraggio di divulgare .

thumb Fabio Gabardi
1/03/2018

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