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Medicina

Polmonite da legionellada Legionella: grave 29enne ricoverato

Trasferito dalla provincia di Brescia per legionella

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Un uomo di 29 anni, bresciano, è ricoverato in prognosi riservata nel reparto di terapia intensiva del San Gerardo di Monza, attaccato alla macchina “Ecmo” per la pulizia del sangue, dopo aver contratto il batterio della legionella. Presentatosi con i sintomi classici della patologia al pronto soccorso di Gavardo (Brescia), il 29enne è stato trasferito a Monza perchè la struttura del bresciano non sarebbe stata in grado di garantire il corretto trattamento della malattia.. Le sue condizioni, a detta dei medici, sono gravi ma stabili. La prima settimana di ricovero sarà decisiva per poter sciogliere la prognosi. Finora i casi di legionella più gravi hanno riguardato persone in età avanzata.
In questo caso invece si tratta di una persona di 29 anni che, proprio grazie alla sua giovane età, sembra aver maggiori capacità di reagire alle cure.

A fare il nuovo punto della situazione l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, riferendo in Consiglio regionale sull’epidemia che sta interessando il bresciano. “A ieri fino alle ore 20 vi sono stati235 accessi al pronto soccorso, 196 sono le persone attualmente ricoverate, 12 le persone che hanno rifiutato il ricovero o che sono state dimesse, due i decessi, uno con una diagnosi accertata di legionella”, ha detto Gallera:”In 12 casi, sul numero totale, è stato accertato che si tratta di legionella”

 





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ANSA

Medicina

Un punto sulle vicende dell’Ordine dei biologi e i vaccini

Dopo la donazione di 10mila euro all’associazione Corvelva per eseguire imprecisate analisi sulla sicurezza vaccinale, l’ordine del biologi è di nuovo finito al centro dell’attenzione della comunità scientifica

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Guai a usare l’appellativo di NoVax, ripetono fino allo sfinimento dall’Ordine nazionale dei biologi (l’Onb). E infatti il lessico è accuratamente generico e indefinito: sicurezza vaccinale”, “approfondimenti doverosi”libertà di scelta” sfiducia nell’industria farmaceutica”, il tutto unito alla necessità di continuare ad “approfondire e ricercare. Tutti princìpi potenzialmente condivisibili, se ci si ferma ai titoli, ma che poi nella pratica si trasformano in iniziative di discutibile valore scientifico ma dalla forte connotazione simbolico-emotiva, senza dubbio aumentate in numero e frequenza da quando è subentrata l’attuale governance dell’Ordine, presieduta dall’ex senatore Vincenzo D’Anna.

La novità degli ultimi giorni è che le gesta dell’Onb sono state riprese anche sulla rivista Nature che ripercorre tutti i più recenti accadimenti, a iniziare dall’ultimo: una donazione da 10mila euro da poco elargita all’associazione Corvelva, il cui acronimo significa Coordinamento veneto per la libertà delle vaccinazioni.

Il caso era già finito sulle cronache nazionali a fine ottobre, scatenando una serie di reazioni tra il perplesso e l’indignato, a cominciare dai docenti di biologia dell’università di Padova. E proprio nella data della pubblicazione dell’articolo su Nature, il 13 dicembre, su Change.org è arrivata un’ulteriore petizione contro D’Anna e “a tutela della corretta informazione scientifica”, che in questo momento ha quasi raggiunto le 5mila firme.

Ciò che Corvelva si propone di fare, secondo le dichiarazionidell’associazione stessa, è portare avanti una “battaglia scientifica” sui vaccini, conducendo “analisi chimiche” e “analisi biologiche” sulle soluzioni iniettabili, con lo scopo di “confutare o confermare” l’attuale stato dell’arte della ricerca mondiale in immunologia e dei relativi prodotti farmaceutici oggi a disposizione. Un obiettivo un po’ ambizioso – soprattutto perché si parla di un budget complessivo a disposizione di circa 50mila euro – messo nero su bianco e che fa parte della mission stessa di Corvelva.

Il metodo scientifico fai-da-te
Il modello di scienza che sembrano proporre Corvelva e – quindi – l’Ordine dei biologi pare una strana miscela di componenti rivoluzionarie e conservatrici. Anzitutto c’è la parte distruttiva, a cominciare dall’idea che le riviste scientifiche siano in qualche modo assoggettate al potere delle case farmaceutiche, e che dunque anche tutti gli studi relativi ai vaccini siano pilotati o abbiano esiti stabiliti a priori. Ciò porterebbe, anzitutto, ad azzerare tutta la letteratura scientifica sui vaccini, ritenuta intrinsecamente inaffidabile.

La seconda fase è quella del sospetto, che si potrebbe ricondurre al concetto di ipotesi da verificare proprio del metodo scientifico, ma che di fatto consiste nell’insinuare il dubbio. Allora i vaccini potrebbero avere effetti collaterali a lungo termine che nessuno si è mai occupato di monitorare, le soluzioni da iniettare potrebbero contenere nanoparticelle tossiche capaci di determinare danni neurologici o disabilità, in generale l’immunizzazione tramite vaccinazione potrebbe non essere abbastanza sicura, le vaccinazioni di massa potrebbero essere inutili e non necessarieai fini dell’effetto gregge, soprattutto in un momento storico in cui parrebbero non esserci epidemie o emergenze sanitarie di cui occuparsi con urgenza.

Una volta messa abbastanza carne al fuoco da schierarsi contro l’obbligo vaccinale (con argomentazioni che, se proprio non antivacciniste, sono perlomeno assonanti con la propaganda FreeVax), c’è poi la fase ricostruttiva, quella dei nuovi studi scientifici capaci di stabilire la verità. Studi coordinati da associazioni e non da enti pubblici, affidati (per quanto si può sapere a oggi) a strutture private lontane dalle università o dai grandi centri di ricerca farmaceutica, pubblicati poi sul riviste scientifiche con peer review oppure sul più modesto giornale dell’Ordine dei biologi.

Insomma, una ricerca così indipendente da essere di fatto al di fuori di tutti i canali internazionali di ricerca, così ispirata alla caccia della verità da ribaltare potenzialmente gran parte delle conoscenze scientifiche maturate in decenni di studi, e così semplice da essere condotta con poche decine di migliaia di euro e gestita da un’associazione di genitori che poco ha a che fare con la comunità scientifica. Peccato che, per ora, ai grandi annunci non abbiano mai fatto seguito risultati scientifici rilevanti, al di là delle strane idee alla Montanari-Gatti sulle particelle inquinanti. Non è noto se siano questi, o altri simili, gli studi “precedentemente finanziati, e non ancora pubblicati, che indicano la presenza di impurità e la mancanza di ingredienti attivi nei vaccini”, di cui Corvelva ha dichiarato di essere in possesso.

A oggi è stato pubblicato un solo articolo, sulla rivista online F1000research, che racconta il metodo di analisi adottato per i test di laboratorio. La peculiarità della rivista è che prevede la peer review solo dopo la pubblicazione, e a opera di revisori invitati dagli autori stessi. Curiosamente, l’unica revisione svolta finora ha bocciato l’articolo.

Figuracce internazionali
Uno dei motivi che, per quanto si può immaginare, hanno condotto Nature a occuparsi del caso è lo spostamento del dibattito sui vaccini dal piano politico a quello scientifico. Mentre la questione dell’obbligo e delle sue modalità applicative possono restare argomento di discussione, a livello mondiale i dubbi riguardo all’efficacia e alla sicurezza dei vaccini sono ormai da tempo superati, o ridotti ad aspetti molto particolari e di dettaglio. Nella comunità scientifica, insomma, non esiste più una questione vaccini, né avrebbe senso ricominciare tutto daccapo.

Dopo Xylella nel 2015 e la sperimentazione animale, il nostro Paese è di nuovo finito agli onori delle cronache internazionali per il proliferare di atteggiamenti anti-scientifici, questa volta con l’aggravante di vedere schierato in prima linea un ordine nazionale scientifico, non finanziato ma comunque sotto il diretto controllo del Ministero della salute. Se da una parte è lodevole che la comunità scientifica italiana si sia sollevata in protesta contro le ultime iniziative dell’ordine, dall’altra c’è chi – come il virologo Roberto Burioni – si chiede come si possa essere giunti fino a questo punto.





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Medicina

I Nobel per la medicina: ecco come l’immunoterapia vuole sconfiggere il cancro

A Stoccolma vanno in scena le lezioni magistrali dei più prestigiosi premi scientifici. James Allison e Tasuku Honjo, vincitori per la medicina nel 2018, spiegano le loro ricerche e le prospettive di cura

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STOCCOLMA – “Intorno al 2050, quasi tutti i tumori saranno trattati con l’immunoterapia di qualche tipo. Avremo conquistato il cancro“. Sono le parole del premio Nobel per la medicina 2018 Tasuku Honjo, dell’università di Kyoto, che al Karolinska Institutet svedese, prosegue di fronte ai giornalisti: “Non posso dire quando con certezza. Ma in meno di vent’anni molti pazienti sono stati curati completamente con l’immunoterapia. E ora ce ne sono in cura molti di più“. Gli fa eco il collega americano James P Allison dell’università del Texas, con cui divide il premio: “Presto ci libereremo di alcuni tipi di cancro, il melanoma, per esempio. Non spariranno completamente, ma ci saranno trattamenti efficaci, aumentando l’aspettativa di vita. Alcuni stanno già per scomparire“.

Allison e Honjo sono stati i due pionieri che hanno posto le basi di una strategia per combattere il cancro: scatenare contro le cellule tumorali il nostro stesso sistema immunitario. Già in passato questa linea era stata indagata sperimentalmente, cercando di rafforzare e stimolare il nostro sistema di difesa e indirizzandolo verso le cellule cancerose che si stanno moltiplicando in modo incontrollato, ma senza risultati convincenti. Si è dovuta attendere la scoperta di particolari meccanismi molecolari che regolano il funzionamento del sistema immunitario, grazie proprio a Honjo e Allison negli anni Novanta. “L’idea che si potesse combattere il cancro semplicemente ignorando il tumore e concentrandosi invece sul sistema immunitario mi meravigliava“, racconta Allison durante la lectio magistralisper il conferimento del Nobel.

Quello su cui hanno focalizzato l’attenzione i due scienziati, infatti, non riguarda la stimolazione del sistema immunitario, quanto invece la rimozione dei freni che lo rendono incapace di combattere il tumore. Allison e Honjo, infatti, hanno scoperto due checkpoint immunologici, due recettori presenti sulla sulla superficie dei linfociti T, che sono in grado di agire in modo soppressivo nel complesso meccanismo di equilibrio che regola il sistema immunitario e ne dosa la risposta. Sono Ctla-4, individuato da Allison, e Pd-1, scoperto da Honjo, e agiscono come freni che rendono la vita più semplice al tumore, rallentando l’attacco dei linfociti T. I due ricercatori hanno lavorato indipendentemente e sono riusciti a sviluppare degli anticorpi monoclonali capaci di bloccare questa azione inibitoria e scatenare quindi il sistema immunitario contro i tumori (non senza effetti collaterali da tenere sotto controllo). Il loro lavoro, soprattutto sul melanoma che è diventato un modello per gli altri ricercatori, ha aperto la strada per quello che è diventato il quarto pilastro della terapia anticancro (insieme a chirurgia, chemioterapia e radioterapia) contro diversi altri tipi di tumore – come quelli al polmone e alla mammella, carcinomi a vescicarene e prostatalinfomi e leucemie – che è valso a Honjo e Allison il Nobel.

Il futuro dell’immunoterapia, raccontano però i premi Nobel ai giornalisti, è nelle terapie combinate, diverse strategie farmacologiche accompagnate anche da trattamenti aggressivi come chemioterapia e radioterapia. “Ci sono oltre un migliaio di terapie combinate attualmente in corso. Le pubblicazioni già ci sono: se distruggi il sistema immunitario, gli strumenti come chemio e radioterapia funzionano meno. Il potere del sistema immunitario è la base per combattere il cancro”, afferma Honjo. “Sono in arrivo combinazioni di tre o quattro farmaci insieme”, continua Allison. “Di solito con il cancro cerchi di uccidere tutte le cellule tumorali, grazie a chemio e radio puoi ucciderne la maggior parte, mentre il sistema immunitario può fare il resto“.

Resta però ancora da scoprire perché per alcuni pazienti l’immunoterapia non funzioni. “Nel 40-50% dei casi con melanoma o tumore polmonare il paziente non risponde alla terapia: alcune volte la resistenza c’è dal principio, altre invece cresce nel tempo“, commenta Michele Maio, direttore del Centro di immunoncologia del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena a margine di un incontro organizzato a Stoccolma dalla Fondazione Roche. “Lo scopo della ricerca dei prossimi quattro o cinque anni è scoprire perché e individuare i pazienti in cui l’immunoterapia risponderà meglio“. Ma non solo. Oltre a studiare il sistema immunitario, il tumore e l’ambiente che lo circonda, infatti, un altro sforzo dovrà concentrarsi sul microbiota, l’insieme dei microrganismi che vivono insieme a noi. “La flora intestinale può regolare il funzionamento del sistema immunitario“, continua Maio: “Una certa composizione del microbiota favorisce l’immunoterapia, quindi si potrebbe agire sulla flora per renderla più efficace“.

Mentre la ricerca immunoterapica va avanti, oggi si celebrano i Nobel del 2018: i due scienziati Tasuku Honjo e James Allison che, con i quasi 900mila euro del premio da dividere, intendon

o aiutare nuovi ricercatori per continuare a battere la strada che loro hanno aperto. E magari sconfiggere il cancro prima del 2050.





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Medicina

Videogiochi nella terapia per la dislessia

Comunicato stampa – Solo i bambini che riescono a incrementare il punteggio nella terapia con il videogioco velocizzano la lettura e migliorano la memoria uditiva a breve termine. Un miglioramento che otterrebbe un bambino con dislessia in un intero anno di sviluppo spontaneodi Università degli studi di Padova

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Questo quanto emerge da uno studio condotto da due giovani ricercatori del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, Sandro Franceschini e Sara Bertoni, pubblicato sulla rivista scientifica «Neuropsychologia» dal titolo “Improving action video games abilities increases the phonological decoding speed and phonological short-term memory in children with developmental dyslexia”.
La dislessia raramente coinvolge solo la lettura, frequentemente è associata ad altri disturbi specifici dell’apprendimento come disortografia, discalculia e disgrafia. Affligge un bambino su 20 e rappresenta il disturbo neuroevolutivo più diffuso.

Precedenti studi scientifici dei ricercatori – nel 2013 su «Current Biology» Action Video Games Make Dyslexic Children Read Better e nel 2017 su «Scientific Reports» A different vision of dyslexia: Local precedence on global perception e Action video games improve reading abilities and visual-to-auditory attentional shifting in English-speaking children with dyslexia – hanno già dimostrato come un trattamento sperimentale mediante l’uso di videogiochi d’azione fosse in grado di migliorare la velocità di lettura, le abilità attentive e la memoria verbale a breve termine (cioè quella dei suoni del linguaggio che viene impiegata quando leggiamo) in bambini con dislessia, sia di madrelingua italiana che inglese.

Sandro Franceschini e Sara Bertoni del “Laboratorio di neuroscienze cognitive dello sviluppo”, diretto dal Professor Andrea Facoetti dell’Università di Padova, dimostrano con uno studio clinico su 18 bambini con grave dislessia resistenti a tutti i trattamenti tradizionali che non tutti i piccoli soggetti con dislessia traggono beneficio dall’utilizzo di videogiochi nella cura: solo chi riesce a migliorare il suo punteggio nel corso delle partite al videogioco ottiene un beneficio.

Questa scoperta apre la strada all’approfondimento degli studi sulle abilità attentive, percettive e motorie per comprendere meglio il perché alcuni bambini abbiano difficoltà ad acquisire le “regole del gioco”.

«La ricerca pubblicata – afferma Sara Bertoni – dimostra che nei training con videogiochi d’azione, così come per gli altri trattamenti per la dislessia, è necessaria una supervisione da parte di un esperto in riabilitazione neuropsicologica dello sviluppo. Oltre alla conoscenza delle basi sottostanti il disturbo e quelle legate al trattamento in questione, deve essere consapevole che sta lavorando con soggetti in via di sviluppo, con un cervello molto plastico e con sistemi non completamente maturi. Non è sufficiente quindi mettere un bambino davanti ad uno schermo con un videogioco per poter ottenere un miglioramento nella velocità di lettura e nella memoria verbale a breve termine».

Il trattamento è durato due settimane (12 incontri di un’ora al giorno) su bambini con età media di 9 anni. Ai piccoli venivano proposti due videogiochi commerciali d’azione in cui un’elevata velocità di presentazione e un’imprevedibilità degli eventi – che compaiono principalmente nella periferia del campo visivo – richiedevano loro un rapido dispiegamento dell’attenzione visiva. Alla fine del training, i bambini sono stati suddivisi in due gruppi in base all’andamento dei punteggi nei videogiochi. Dai risultati finali si è constatato che il gruppo con punteggi di gioco più elevati era anche quello che ha ottenuto benefici maggiori nella lettura e nella memoria.

«In particolare si è testata la lettura considerando tempo ed errori prima e dopo il trattamento – continua Sara Bertoni.  Abbiamo misurato la loro capacità di ripetere correttamente una sequenza di “non parole”, ossia parole inventate come ad esempio “sed – gam”, dopo che lo sperimentatore le aveva pronunciate ad alta voce al bambino. Non essendo le parole di linguaggio comune i bambini con dislessia riuscivano a ricordare una lista più lunga di non parole da memorizzare e ripetere. Nessun bambino ha abbandonato il trattamento pur essendo intensivo, il che indica come esso non sia stato affaticante o frustrante come invece avviene per gli altri trattamenti».

«In questo articolo, valutando un campione clinico di bambini con dislessia, dimostriamo – sottolinea Sandro Franceschini – come un training basato sulla stimolazione visuo-attentiva, attraverso videogames, sembra risultare efficace solo se i bambini, nel gioco, riescono a utilizzare efficacemente le abilità attentive e percettive che sono impiegate anche nella lettura. Questo dato – conclude Franceschini – aiuta a capire meglio il legame fra le abilità visuo-attentive e le abilità di lettura. Il miglioramento nella velocità di lettura ottenuto dai bambini in grado di progredire nel videogioco corrisponde al miglioramento che otterrebbe un bambino con dislessia in un intero anno di sviluppo spontaneo. In un anno di sviluppo spontaneo è stato calcolato che il miglioramento debba essere in media di 0,15 sillabe al secondo. Dopo l’uso guidato dei videogiochi abbiamo misurato un miglioramento di 0,12 sillabe al secondo. Inoltre è fondamentale sottolineare che il miglioramento coinvolge anche le abilità di memoria fonologica a breve termine e non solo quelle di lettura, dimostrando un possibile effetto generale legato alle abilità attentive».





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12/23/2013

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