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PRETI PEDOFILI

Preti pedofili : abusi e coperture nella Chiesa toscana

Ecco l’inchiesta di Panorama. La prima puntata. Con una serie di documenti inediti ricostruiamo omissioni ed omertà sulle violenze compiute da alcuni prelati a Firenze. A partire dal caso di Don Lelio Cantini

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Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertàe inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale, garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P.. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

Orrori in sacrestia e omissioni eccellenti

Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

“Lo stile evangelico”: silenzio e mitezza

Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

“Decenni di inerzia”. Oggi è tutto prescritto

La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

«Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

Sesso con una minorenne e poi tre aborti

Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza«naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

La curia cancella gli sms e invita: “Non denunciate”

C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.  All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.  Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

L’agguato dei misteri e il prete “amichevole”

In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti. Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere». Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».  Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

La curia intercettata: “Il papa risolve la cosa”

Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

La curia è in ambasce. «’Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

La “pista giusta” e gli altri orchi

Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

«Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

Amaro epilogo (con promozioni)

La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno.





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Panorama

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il Cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

Il cardinale Pell sarebbe stato condannato per abusi sessuali e per altri capi d’imputazione. La notizia che arriva dall’Australia

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l cardinale George Pell è stato condannato in primo grado in Australia per aver compiuto violenza su due bambini.

A riportarlo sono due fonti accreditate, secondo il network americano The Daily Beast. Al momento sono queste le uniche informazioni, in quanto in Australia per legge il giudice può stabilire il divieto di notizie su un processo fino alla sua definitiva conclusione. E questo è il caso del giudizio cui è stato sottoposto a partire dal 2017 il cardinale australiano, voluto da papa Bergoglio a capo del superministero dell’Economia vaticana, quindi di fatto numero tre della Santa sede.

La notizia deve ancora essere accertata nella sua interezza, ma su Vatican Insider è possibile appurare l’esistenza di più di qualche conferma.

Il porporato australiano era finito nella bufera mediatica a causa di accuse non del tutto chiare, che in ogni caso riguardavano tanto presunti abusi ai danni di minori quanto presune coperture su episodi di pedofilia. George Pell, stando sempre a quanto si legge sul sito citato, sarebbe stato “condannato” per ben cinque capi d’accusa. Ma i dettagli, come anticipato, non sono ancora stati resi noti.

Greg Burke, che è il portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha rilasciato una dichiarazione in relazione alla ventisettima riunione del C9, cioè del minidirettorio voluto da Papa Francesco per vagliare e approvare le riforme necessarie alla Chiesa cattolica. Pell, fino a oggi, ha fatto formalmente parte di quell’assembela. “La Santa Sede . ha detto Burke – ha il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria australiana, siamo consapevoli che c’è un provvedimento in atto che impone il silenzio e rispettiamo tale ordinanza”.

Il motivo della non assoluta fondatezza della notizia della condanna potrebbe essere ascrivibile all’ordine con cui il giudice incaricato di tenere il procedimento giudiziario ha disposto che quest’ultimo non fosse coperto da un punto di vista mediatico. Papa Francesco, intanto, dovrebbe sostituire il porporato australiano con un altro ecclesiastico. Il ministero dell’Economia del Vaticano, per così dire, non può rimanere per sempre senza un vertice.





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Left, il Giornale

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PRETI PEDOFILI

Il prete violentava i ragazzini: don Pio Guidolin condannato a 14 anni

Catania. Il sacerdote del villaggio sant’Agata cospargeva di olio le vittime spacciando gli abusi per riti sacri. Minacce di mafia ai genitori che volevano denunciarlo

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CATANIA – E’ stato condannato a 14 anni di reclusione e a pagare una provvisionale di 10 mila euro ciascuno alla decine di parti civili padre Pio Guidolin per violenza sessuale su minorenni. La sentenza, a conclusione del processo col rito abbreviato celebrato a Catania, è del Gup Giuseppina Montuori. La Procura aveva chiesto la condanna a 10 anni.

Secondo l’accusa il sacerdote, arrestato il 1 dicembre del 2017 avrebbe cosparso dei 14enni di olio santo prelevato dai locali della sua chiesa, una parrocchia del popoloso Villaggio Sant’Agata, ammantando i suoi gesti di una valenza spirituale e proponendoli come ‘atti purificatori’ in grado di lenire le loro sofferenze interiori.

Uno dei ragazzini abusati avrebbe tentato il suicidio perché stanco di subire e da questo drammatico gesto sarebbero partite le indagini. Don Guidolin avrebbe anche millantato amicizie nella criminalità organizzata per far desistere alcuni genitori delle vittime dal proposito di denunciarlo.

Sono dieci le parti civili presenti nel processo. Dalle indagini dei carabinieri, coordinate dal procuratore Carmelo Zuccaro, dall’aggiunto Marisa Scavo e dal sostituto Laura Garufi, è emerso che anche qualche genitore della parrocchia lo ha protetto, come il padre di un ragazzino vittima degli abusi che dopo essere stato sentito dai carabinieri avvisa il sacerdote: “attento che stanno indagando su di te…”, non sapendo che il loro colloquio era ‘ascoltato’ da militari dell’Arma. L’uomo adesso è indagato per favoreggiamento personale.

Padre Pio Guidolin

Padre Pio Guidolin, condannato a 14 anni per abusi su minori

Durante l’inchiesta padre Pio Guidolin era stato mandato a Bronte, paese alle pendici dell’Etna, privo di funzioni, dalla Curia Arcivescovile, che come provvedimento cautelare lo aveva allontanato dalla sua parrocchia di Catania. La Curia, prima dell’inchiesta, aveva avviato indagini ed era stato celebrato un processo canonico al prete da parte del Tribunale ecclesiastico. Secondo quanto accertato, cinque sarebbero state le vittime del sacerdote, che avrebbe sfruttato il suo ruolo ed approfittato della condizione di particolare fragilità nella quale si trovavano, come ad esempio, la separazione dei genitori, in un quartiere difficile di Catania.

Le violenze sarebbero state consumate nei locali attigui alla parrocchia. Un’altra delle vittime che, stanca degli abusi subiti, avrebbe opposto resistenza al sacerdote rivelando le violenze, sarebbe stata isolata dalla comunità di fedeli ed accusata di calunnie nei confronti del religioso. Nel corso delle indagini inoltre è emerso come Guidolin, per esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori delle piccole vittime che avevano deciso di denunciare i fatti, abbia anche millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea per indurli a desistere dal loro proposito, ma agli investigatori non risultano contatti in tal senso e hanno ricondotto gli episodi a millanterie.





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PRETI PEDOFILI

Violenze sui minori da parte di religiosi

Parrocchie chiamate a risarcire le vittime

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Una sentenza storica. È quella pronunciata nei mesi scorsi dal Tribunale civile di Como e confermata dai giudici dell’Appello di Milano (non vi è stato ricorso al terzo grado di giudizio).
Una decisione, quella maturata nel palazzo di giustizia lariano ormai tempo addietro (emersa solo in queste ore), che interviene in modo pesante nelle vicende di abusi da parte di religiosi avvenuti all’interno delle parrocchie e che mette nero su bianco il risarcimento alla vittima da parte della Diocesi e pure della parrocchia. La vicenda che ha portato a questa storica sentenza, che ha pochi precedenti in Italia, risale a molti anni fa. Un giovane fu costretto a subire abusi da parte di quello che era il suo parroco. Sentenza penale nel frattempo diventata definitiva. Il fascicolo era quindi finito sul tavolo del giudice civile, cui i parenti della vittima si erano rivolti per tutelare i propri interessi. Con loro, in udienza, erano stati citati anche la Diocesi di Como, dove il prete prestava la propria opera, e la parrocchia cui era stato assegnato e dove sarebbero avvenute le violenze. E il giudice ha riconosciuto la responsabilità di entrambi gli Enti ecclesiastici, chiamati a risarcire in solido la vittima e i genitori.

«Il parroco è il legale rappresentante della parrocchia – si legge nelle motivazioni – La rappresenta in tutti i negozi giuridici, ne amministra i beni. Il parroco è il “pastore” di una comunità di fedeli. Ed è la stessa Diocesi a riconoscere il ruolo di centralità del parroco nella gestione e nella amministrazione della parrocchia».
Premessa che porta poi a dire che «i fatti di grave violenza hanno trovato occasione nell’esercizio delle attività della parrocchia» cui il ragazzo era affidato. Da qui, dunque, le responsabilità dell’Ente religioso che al contrario sosteneva di essere lui stesso parte lesa «per colpa del comportamento del parroco». Sostenendo che quest’ultimo agiva come «privato cittadino» e per un fine «strettamente personale». Tesi tuttavia non accolta dai giudici. Per quanto riguarda la Diocesi, invece, i giudici hanno fatto notare come «il diritto canonico ponga in capo al Vescovo pregnanti doveri di vigilanza, controllo e direzione di tutta la Diocesi, comprese le parrocchie». Il parroco insomma, «pur non essendo legato da vincoli di lavoro subordinato con la Diocesi, è soggetto al potere di indirizzo e di controllo del Vescovo, il quale rappresenta la Diocesi, ed in ciò si sostanzia il rapporto di preposizione che giustifica» la decisione.





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