Contattaci

PRETI PEDOFILI

Preti pedofili : abusi e coperture nella Chiesa toscana

Ecco l’inchiesta di Panorama. La prima puntata. Con una serie di documenti inediti ricostruiamo omissioni ed omertà sulle violenze compiute da alcuni prelati a Firenze. A partire dal caso di Don Lelio Cantini

Pubblicato

il

Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertàe inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale, garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P.. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

Orrori in sacrestia e omissioni eccellenti

Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

“Lo stile evangelico”: silenzio e mitezza

Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

“Decenni di inerzia”. Oggi è tutto prescritto

La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

«Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

Sesso con una minorenne e poi tre aborti

Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza«naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

La curia cancella gli sms e invita: “Non denunciate”

C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.  All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.  Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

L’agguato dei misteri e il prete “amichevole”

In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti. Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere». Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».  Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

La curia intercettata: “Il papa risolve la cosa”

Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

La curia è in ambasce. «’Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

La “pista giusta” e gli altri orchi

Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

«Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

Amaro epilogo (con promozioni)

La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno.





Licenza Creative Commons



Crediti :

Panorama

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Continua a leggere
Clicca per commentare

Leave a Reply

Per commentare puoi anche connetterti tramite:



Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PRETI PEDOFILI

Pedofilia nella Chiesa, condannato Don Nicolò Genna

Pedofilia nella Chiesa,Don Nicolò Genna è stato condannato a un anno e 10 mesi di carcere per violenza sessuale su minore.

Pubblicato

il

MARSALA – Nuova condanna per un sacerdote in Italia. Il Tribunale di Marsala ha inflitto una pena di un anno e 10 mesi per padre Nicolò Genna accusato di violenza sessuale su minore. L’uomo, inoltre, dovrà pagare un risarcimento di 5 mila euro di danni alla sua vittima ed ha subito un’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La vicenda risale all’agosto 2017 e la sentenza di primo grado è arrivata quasi due anni dopo. Possibile che i legali impugnino la sentenza per ricorrere in secondo grado ma prima bisognerà aspettare le motivazioni da parte dei giudici.

Don Nicolò Genna è stato condannato dal Tribunale di Marsala per violenza sessuale su un minore originario del Gambia. Il prete, ora 76enne, è stato il parroco della chiesa della Contrada Addolorata, alla periferia nord di Marsala, per quasi quarant’anni.

Come riporta ANSA, il prete ha ricevuto una pena di un anno e 10 mesi di carcere, sospesa. È ora interdetto dagli uffici pubblici, e dovrà conferire al giovane africano, che si è costituito parte civile, un risarcimento danni di 5mila euro.

Il prete sotto processo

La Procura di Palermo, si legge sul quotidiano locale La Sicilia, aveva chiesto il rinvio a giudizio del prelato nell’estate 2016. Il prete, indagato per possesso di materiale pedopornografico, aveva lasciato il ruolo di parrocchiano. Lo scorso ottobre è iniziato il nuovo processo per le molestie.

L’accusa di violenza sul minore

Secondo l’accusa, padre Genna avrebbe adescato il ragazzo sul ciglio della strada alla periferia di Marsala. Il giovane gambiano era ospite di un centro di accoglienza. Con la scusa di un passaggio, gli avrebbe palpeggiato i genitali da sopra i pantaloni.

Subito dopo, riporta La Sicilia, gli avrebbe proposto denaro e un posto di lavoro in cambio di prestazioni sessuali. Il giovane, però, l’avrebbe subito denunciato. L’episodio si sarebbe verificato il 14 agosto 2017.

Leggi anche:





Licenza Creative Commons



 

Continua a leggere

PRETI PEDOFILI

Inchiesta su prete pedofilo, un’altra vittima denuncia di essere stata “sequestrata” dal sacerdote

Un uomo di un paese alle porte di Lecce, a distanza di 35 anni, ha infatti trovato il coraggio di raccontare i presunti abusi sessuali subitì, quando aveva appena 11 anni.

Pubblicato

il

Ancora una denuncia nei confronti del presunto prete pedofilo di Trepuzzi. Anche in questo ennesimo caso, si tratta di una persona oramai adulta. Un uomo di un paese alle porte di Lecce, a distanza di 35 anni, ha infatti trovato il coraggio di raccontare i presunti abusi sessuali subiti, quando aveva appena 11 anni.

L’uomo riferisce di essere stato “sequestrato” in una stanza, nel lontano 1984, assieme all’amico. Quest’ultimo sarebbe stato sodomizzato dal prete, mentre l’altro bambino assisteva alla raccapricciante scena. In seguito, il ragazzo che avrebbe subito direttamente gli abusi, raccontò tutto al padre.

Il resoconto dei fatti, come in altri casi di pedofilia, è stato affidato all’associazione “Rete l’abuso”, che dà voce a chi ha subito molestie sessuali dai sacerdoti. La denuncia è poi confluita nell’inchiesta condotta dal pm Stefania Mininni.

Le presunte vittime di abusi perpetrati dal prete nel corso degli anni, sono decine. Ora toccherà alla Procura di Lecce fare luce sull’accaduto, ma su tutti gli episodi denunciati “pende la mannaia” della prescrizione.

Rete l’Abuso ha già pubblicato l’audio in cui il parroco salentino ‘confessa’ le violenze ad una delle sue ‘prede’ che lo aveva messo alle strette. Una telefonata in cui il sacerdote tenta di giustificarsi, provando a farsi perdonare chiedendo alla vittima l’Iban per ‘fargli un regalo’.

Non solo, anche la lettera di un altro ragazzo (all’epoca dei fatti) in cui riaffiorano i ricordi, il senso di colpa e le sensazioni provate dopo quei baci rubati e quelle ‘toccatine’ inspiegabili a dieci anni.





Licenza Creative Commons



Crediti :

Lecce News 24

Continua a leggere

PRETI PEDOFILI

Gli strani silenzi di Ratzinger nel testo sulla pedofilia

Il papa emerito si è avvalso di un ghost writer? Perché non parla di Maciel e dei Legionari di Cristo? E perché il documento non è stato diffuso attraverso i media vaticani? Tutte le ombre.

Pubblicato

il

La pubblicazione del documento di Joseph Ratzinger sulla pedofilia e il clamore mediatico che ne è derivato hanno riaperto la discussione sulla ‘convivenza’ fra il papa argentino e il suo predecessore in Vaticano. In breve, il nodo è rappresentato dal rischio che il magistero del pontefice in caricavenga in qualche modo messo in discussione. D’altro canto la Chiesa vive una condizione storica inedita – anche in relazione all’esercizio dell’autorità – da quando Benedetto XVIha rinunciato al papato nel 2013 e subito dopo è stato eletto Francesco. Ratzinger da allora si è ritirato nel monastero interno al Vaticano, il Mater Ecclesiae, dove è assistito da alcune suore e dove, nel corso di questi anni, ha ricevuto e riceve diverse visite.

RATZINGER E LE IPOTESI SULLA STESURA DEL TESTO SULLA PEDOFILIA

L’ex pontefice ha oggi 91 anni, vive la fragilità di uno stato di salute tipico della sua età, tanto da far supporre a qualcuno che vi possano essere dubbi sulla paternità effettiva del documento sugli abusi sessuali. Si tratta però di ipotesi o illazioni; l’impianto teorico del testo contiene molti riferimenti al pensiero già noto di Ratzinger a cominciare dalle accuse rivolte al 1968, alla rivoluzione sessuale, in parte al Concilio Vaticano II quali fattori che – con modalità molto diverse – hanno indebolito la morale cattolica, favorito l’affermazione di un mondo che vuole fare a meno di Dio e accentuato il diffondersi degli abusi nella Chiesa. Qualcuno, addirittura uno o più ghost writer, potrebbe aver “aiutato” l’ex papa a scrivere il suo resoconto? A priori non si può escludere nulla, e del resto un ‘aiuto’ non significa automaticamente una forzatura non autorizzata nell’estensione del testo, tuttavia è opportuno restare alle cose note.

I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DEL PAPA EMERITO

In tal senso è bene ricordare che Joseph Ratzinger, ben prima di essere eletto al soglio di Pietro nel 2005, per circa 24 anni è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, organismo vaticano che, come ricorda lui stesso nel documento all’origine del dibattito di questi giorni, ha avuto l’onere di seguire fin dal principio il flusso di denunce che approdavano in Vaticano relative a vicende delittuose, coperture e reticenze da parte dei vescovi. In tale posizione Ratzinger non puòò non sapere che gli abusi sono ben precedenti agli Anni 60, anzi migliaia di casi segnalati o denunciati risalgono agli Anni 40 e 50 del secolo scorso. Possibile che se ne sia dimenticato o che non abbia voluto tenere conto? Che abbia aggirato un fatto così evidente da rendere scarsamente credibile tutta la teoria messa a punto nel testo?

PERCHÉ RATZINGER NON CITA IL CASO MACIEL?

Inoltre, fra le vicende che videro il cardinale tedesco entrare in conflitto con personalità di altissimo livello della Curia vaticana c’è quella di padre Marcial Maciel fondatore del movimento dei Legionari di Cristo, abusatore seriale e criminale incallito. Ratzinger si scontrò con il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato – e tuttora indicato nei corridoi vaticani come una sorta di potenza ‘ombra’ Oltretevere – e con l ‘ex segretario di Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanislaw Dziwisz, negli anni finali del pontificato detentore di un potere assai superiore alle sue reali funzioni. Forse Ratzinger non ha fatto tutto quello che era in suo potere contro Maciel, ma di certo è stato l ‘unico che ha provato a fermarlo in Vaticano. Per quale motivo non vi è alcun riferimento nello scritto di Ratzinger al caso Maciel?

TROPPI SILENZI VATICANI SUI LEGIONARI DI CRISTO

I legionari sono stati una sorta di “armata delle tenebre” il cui principale impegno era quello di contrastare, in ogni modo, il diffondersi della teologia della liberazione in America Latina e i settori del cattolicesimo progressista nel mondo, con grossi finanziatori all’estero e protezioni importanti fra le mura vaticane. Come ha ricordato all’inizio di gennaio il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, prefetto vaticano della Congregazione per gli istituti di vita consacrata (il ‘ministro’ dei religiosi), Oltretevere erano a conoscenza delle accuse a Maciel dal 1943, contro di lui però non si è fatto nulla poiché «quanti lo proteggevano erano una mafia, non erano Chiesa». «Ho l’impressione», spiegava il cardinale, «che le denunce di abusi cresceranno, perché siamo solo all’inizio. Sono 70 anni di insabbiamento, e questo è stato un tremendo errore». Secondo Braz de Aviz «il problema attuale ci indica che molte cose nel passato si sono fatte male, si mentiva». «A quelli della mia generazione», aggiungeva, «nessuno parlava di sessualità e questo oggi va ripensato nel quadro della formazione». Benedetta rivoluzione sessuale verrebbe da dire, ma certo sul capitolo Maciel, in Vaticano sia il papa emerito che molti cardinali avrebbero ancora molto da raccontare.

I DUBBI SULLA PUBBLICAZIONE FUORI DAL CIRCUITO VATICANO

Negli appunti di Ratzinger, insomma, ci sono molte – troppe? – dimenticanze, ma va da sé l’autore ha fatto le sue scelte e vanno rispettate. Altrettanto curiosa appare tuttavia la modalità scelta per la pubblicazione: non uno dei tanti media vaticani, ma altri canali che hanno rapidamente raggiunto siti e testate appartenenti alla galassia ultratradizionalista cattolica. Perché il papa emerito avrebbe seguito un simile criterio? A quest’ultimo interrogativo sarebbe opportuno che lo stesso Vaticano provasse a dare una risposta quanto meno per fugare il dubbio che ci si trovi di fronte all’ennesima variazione del genere “vatileaks”.

LA DISTANZA TRA BERGOGLIO E RATZINGER

D’altro canto la vicenda fa anche un po’ di chiarezza: nella vulgata ufficiale, infatti, fra i due pontefici vi era e vi doveva essere una perfetta continuità di scelte e di visione. Non è così, ora è più evidente; per altro non solo sulla vicenda abusi sessuali vi sono significative differenze – decadenza dei costumi per Ratzinger, eccessi del clericalismo abuso di potere per Francesco – ma anche su molte altre questioni dirimenti per la Chiesa. Intanto in Vaticano si lavora alla redazione di nuove linee guida per la gestione e la denuncia dei casi di abuso in base a quanto è scaturito dall’ultimo summit sulla pedofilia tenutosi in Vaticano. Infine non no va dimenticato che, sia pure a fatica, il progetto di riforma della Curia vaticana sta andando in porto; entro la fine dell’anno la sua versione definitiva vedrà la luce, e non è escluso che pure in questo caso si possano creare tensioni per i nuovi assetti.

 

Leggi anche

“Dietro le dimissioni di Ratzinger c’è lo scandalo pedofilia”

 





Licenza Creative Commons



Crediti :

Lettera 43

Continua a leggere

Chi Siamo

Database Preti Pedofili

I Casi più noti

Cerca Prete Pedofilo

Facebook

Ultimi commenti

I più letti