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Il processo dimenticato di Galileo

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«Non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consumai li diciotto anni migliori di tutta la mia età». Così scriveva Galileo Galilei al filosofo Fortunio Liceti nell’estate del 1640 da Arcetri, luogo dove era stato esiliato dopo la conclusione del ben noto processo. E nelle sue parole non possiamo non leggere, oltre alla nostalgia per un periodo di grandi scoperte, un certo rammarico per l’abbandono di un ambiente culturale e politico che sicuramente l’avrebbe messo al riparo dagli attacchi dell’Inquisizione, consentendogli di vivere gli ultimi anni della propria vita da uomo libero. Attacchi ben precedenti l’inizio del “caso Galileo” e risalenti addirittura al 1604, anno in cui l’Inquisitore di Padova aprì un procedimento giudiziario contro due professori della locale università. Uno di essi era proprio Galileo Galilei «imputato d’aver insegnato che gli astri avevano forza di necessitare le azioni umane» e, secondo la testimonianza di uno scrivano assunto da Galileo per ricopiare i suoi trattati, estensore di temi astrali e pronostici. Un vero astrologo.

“Il tempo dei maghi”, così lo storico della scienza Paolo Rossi definisce gli anni a cavallo tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, ed è in questo “tempo” che si svolge la vita di Galileo. Sono anni in cui l’Uomo impara a guardare con altri occhi l’universo, ma sono anche anni di un rinnovato interesse per l’astrologia che occupava tradizionalmente un posto centrale e di grande prestigio nella cultura europea. Certo può apparire un po’ strano che il protagonista della rivoluzione culturale seicentesca potesse essere accusato di dedicarsi a temi di nascita e previsioni.

Oltretutto proprio nel 1604, anno in cui Galileo fu coinvolto nella polemica sulla natura dell’apparizione di una stella nova nella costellazione di Ofiuco, che astrologi e filosofi aristotelici non potevano ammettere fosse un oggetto posto a grandissima distanza dalla Terra, come sosteneva Galileo, mettendo così in crisi la concezione aristotelico-tolemaica dell’universo. Era inconcepibile che un nuovo fenomeno di questa portata potesse apparire nella perfetta e immutabile sfera delle stelle fisse: doveva trattarsi senz’altro di qualcosa che apparteneva al mondo sublunare, corruttibile e imperfetto. Quello strano fenomeno, che rimase visibile ad occhio nudo per circa un anno, oggi sappiamo fu l’esplosione di una supernova nella nostra galassia, fenomeno raro che da allora non si è più ripetuto. Galileo difese con forza e satira pungente le sue ragioni e i suoi interventi ci forniscono non solo un esempio di rigore scientifico ma anche la prova del suo scetticismo nei confronti dell’astrologia. E allora? L’Inquisitore padovano aveva torto?

Nel 1592 Galileo si trasferì a Padova per ricoprire la cattedra di matematica e non era una cosa insolita per l’epoca che un matematico sapesse fare temi di nascita e stilasse oroscopi, se è vero che nella seconda metà del Cinquecento in alcune università italiane il lettore di matematica (chiamato indifferentemente matematico o astrologo) aveva l’obbligo di realizzare gratuitamente l’oroscopo ai suoi allievi. Una consuetudine, quella di occuparsi di astrologia, alla quale Galileo si uniformò, visto anche l’interesse che la medicina cinquecentesca riservava all’arte di fare i pronostici. Lo studio della matematica per un medico dell’epoca significava l’acquisizione di competenze indispensabili per la realizzazione di oroscopi ai futuri clienti, utili per meglio diagnosticare le malattie. Nella convinzione che il corpo umano riflettesse la struttura dell’universo, l’uso sapiente degli astri poteva indicare il momento e il punto esatto dove eseguire un salasso e portare al successo un intervento medico. Inoltre, secondo la teoria dei miasmi, anche le pestilenze potevano essere ricondotte a influssi astrali che, variando umidità e calore, favorivano la “putrefazione dell’aria”.

Nonostante la pratica dell’astrologia fosse piuttosto diffusa, la posizione della Chiesa di Roma in merito era piuttosto chiara: condanna senza appello, specialmente per la cosiddetta astrologia giudiziaria che, considerando le vicende umane determinate dagli astri, sottraeva all’Uomo l’autonomia morale. Senza libero arbitrio non ha senso parlare di colpe né tanto meno di redenzione. Ma l’Inquisizione, pur mantenendo alta la guardia, interveniva di rado, consentendo alla maggior parte degli astrologi di continuare indisturbati la propria attività e facendo sentire la propria voce solo nel caso fossero coinvolti personaggi importanti o questioni politiche rilevanti.

Una popolarità, quella dell’astrologia, diffusa anche tra gli alti prelati della Chiesa e che coinvolse anche il vertice della gerarchia ecclesiastica. Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, fu piuttosto sensibile all’idea di poter prevedere il futuro attraverso le arti astrologiche. Dalla personalità cinica e vanitosa, tanto da risultare il primo papa a voler far erigere un monumento dedicato a sé stesso quando era ancora vivente, papa Urbano VIII fu tra quelli che incarnò al meglio il potere temporale della chiesa, arrivando a realizzare cannoni per Castel Sant’Angelo utilizzando i bronzi del soffitto del Pantheon. Non a caso sulla statua di Pasquino comparve l’epigramma Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini, a sottolineare la disinvoltura con cui si muoveva il pontefice.

galileoQuando nel 1630 cominciarono a girare voci insistenti, frutto di intrighi politici dei suoi avversari, dell’esistenza di oroscopi che preannunciavano disgrazie per il pontefice fino a prevederne la morte in tempi brevi, in papa ne fu preoccupatissimo. Da tempo consultava regolarmente il filosofo Tommaso Campanella che era stato trasferito nel 1626, dopo una lunga detenzione nelle carceri di Napoli, nelle prigioni del Sant’Uffizio di Roma. Proprio da lui Urbano VIII ebbe alcuni preziosi consigli per mettersi al riparo dalle imminenti sventure provocate da condizioni astrali avverse, soprattutto le due eclissi di Luna del 1628 e di Sole del 1630. Nel settimo capitolo degli Astrologicorum libri VI, dal titolo eloquente De siderali fato vitando (come evitare il fato astrale), il filosofo calabrese consigliava al papa di rinchiudersi, durante le eclissi, in una stanza, di bruciare aromi e di accendere lumi (sette, uno per ogni astro del cielo), mettendosi così al riparo dagli influssi astrali negativi. Pratiche magiche che sicuramente Urbano VIII tenne in grande considerazione, nonostante la sua posizione ufficiale fosse quella di condanna di questo tipo di superstizioni e il nonostante risentimento per la notizia della pubblicazione dell’opera in Francia senza che l’autore ne sapesse nulla.

Galilei arrivò a Padova l’anno successivo a quello in cui i contrasti tra la locale università e la scuola dei gesuiti avevano raggiunto l’apice, portando addirittura a scontri violenti tra gli studenti. I gesuiti non sopportavano che allo Studio padovano venissero ammessi anche giovani protestanti che non avevano fatto professione di fede cattolica. Quello stesso anno i professori dell’università riuscirono ad ottenere la chiusura delle scuole della Compagnia di Gesù a Padova e i tentativi di mediazione fatti negli anni successivi non migliorarono molto i rapporti tra l’università e l’ordine religioso. Fu proprio un frate gesuita che, durante l’omelia del mercoledì delle Ceneri del 1604, si scagliò contro chi diffondeva idee eretiche in città, soprattutto all’interno dell’università: ogni buon cattolico avrebbe dovuto denunciare persone di tale risma. L’invito fu raccolto e alla denuncia dello scrivano, che accusava Galilei anche di non recarsi in chiesa e di non confessarsi, fece seguito un procedimento che coinvolse il Podestà e il Capitano, rettori della città di Padova. Essi chiesero a padre Lippi, sostituto dell’inquisitore ufficiale, di bloccare l’inchiesta a Padova e non coinvolgere il Sant’Uffizio di Roma. Padre Lippi, interessato all’astronomia ed estimatore di Galileo, acconsentì e il procedimento si svolse interamente in ambito veneziano. A meno di un mese dall’inizio dell’inchiesta il Doge prese visione dei documenti raccolti e diede disposizione ai rettori della città di non procedere oltre, essendosi rivelate, quelle a Galileo, accuse «leggerissime».

[wiki title=”Galileo Galilei” base=”IT” thumbnail=”on”]Galileo[/wiki] non ebbe nei confronti dell’astrologia un atteggiamento di sostegno e fiducia, come invece altri matematici e astronomi della sua epoca, Keplero un esempio su tutti. La sua scienza non ci appare come l’intreccio di astronomia e astrologia e la quantità di documenti galileiani dedicati a questa pratica è veramente limitatissimo. La sua stessa biblioteca ne è testimonianza: i quattordici volumi classificati come “Astrologia e filosofia occulta” scompaiono di fronte alle centinaia di volumi che, ad esempio, Newton raccolse e che trattano di argomenti esoterici. Sembrano più una piccola dotazione utile per la compilazione di oroscopi che la raccolta di testi di uno studioso interessato all’argomento. E non fu neanche un atteggiamento costante durante tutta la sua vita riguardando soprattutto il periodo padovano. Nel corso degli anni successivi cercò di prendere sempre più le distanze dagli astrologi e in uno scambio epistolare con Tommaso Campanella emerge tutto il suo crescente scetticismo

Si adeguò a una consuetudine diffusa e remunerativa. Vista la sua continua necessità di denaro questo aspetto non sembra essere trascurabile. La posizione di professore di matematica era, nell’università dell’epoca, meno prestigiosa di quella di professore di filosofia e lo stipendio di gran lunga inferiore. Inoltre una certa predilezione per la vita agiata e la grande generosità nei confronti della sua famiglia d’origine richiedevano una considerevole quantità di denaro. Così, accanto alle lezioni private a studenti a cui vendeva anche testi e strumenti, non stupisce che abbia saltuariamente accettato di buon grado di stendere qualche oroscopo, molto ben retribuito.

Per fare solo qualche esempio nei Ricordi autografi, il registro contabile che Galileo tenne durante il suo soggiorno padovano dal 1599 al 1610, troviamo annotati gli onorari per la stesura di oroscopi ammontanti , normalmente, a 60 lire venete. Ma troviamo anche notizie di lavori più impegnativi, con adeguamento delle tariffe: 70 lire ricevute dal sig. Lerbach e la bellezza di 116,12 lire versate dal sig. Sweinitz, sempre per sortem. Cifre considerevoli se consideriamo che in quegli anni la paga giornaliera di un manovale ammontava a circa una lira.

Tra gli oroscopi galileiani che ci sono pervenuti, raccolti nella sezione dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze dal titolo Astrologica Nonnulla, emergono alcune curiosità. Innanzitutto quello stilato per una persona nata nel 1505. Dato che fu realizzato nei primi anni del secolo successivo, è difficile che si trattasse di una persona ancora vivente. L’ipotesi più accreditata è che Galileo abbia tentato, in quel caso, di fare un esperimento di astrologia retrospettiva, confrontando le previsioni fatte al momento della nascita con la vita effettivamente vissuta, di cui probabilmente conosceva molti dettagli. Aspetti curiosi si osservano anche negli oroscopi fatti a sé stesso. In quelli sicuramente attribuiti a Galileo appaiono diverse date e ore di nascita: si passa dal 15 al 16 febbraio e dalle 22,30 alle 3,30 post meridiem. Queste ambiguità hanno fatto nascere una discussione sulle effettive data e ora di nascita dello scienziato pisano. Bisogna sottolineare, però, che questi come altri oroscopi, risentono delle difficoltà nella determinazione del momento esatto della nascita, sia per l’imprecisione dei sistemi di misurazione sia per la loro mancanza di uniformità. Tra Firenze e Roma c’era la differenza di un anno, alcune città adottavano le cosiddette “ore francesi”, facendo iniziare la giornata nuova a mezzogiorno, mentre altre quelle “italiane” che computavano il nuovo giorno al tramonto. Inoltre dal 1582 era stato introdotto il calendario gregoriano che era stato adottato subito dalle nazioni cattoliche ma con grande ritardo da quelle protestanti: l’Inghilterra, addirittura, si adeguerà solamente alla metà del XVIII secolo, continuando, però, nella tradizione di far iniziare l’anno il 25 marzo. Stesso giorno del capodanno dell’antico calendario fiorentino che anche la cattolica Toscana mantenne fino al 1750.

Probabilmente imprecisioni di questo genere dovettero indurre Galileo a compilare oroscopi a sé stesso considerando momenti di nascita differenti. Sicuramente contraffatto è invece un altro oroscopo a Galileo che ritroviamo nella raccolta dei suo scritti sull’argomento. La data di nascita è il 18 di febbraio e appare corretta, in modo piuttosto evidente da un precedente 15 febbraio, dall’allievo Vincenzo Viviani con chiaro intento celebrativo: far coincidere la data di nascita del maestro con quella di morte di Michelangelo Buonarroti.

Molta cura dedicò, com’era ovvio, ai temi natali delle due figlie Virginia e Livia. Cura e precisione, visto che secondo gli storici effettuò i calcoli subito dopo la loro nascita. Questi oroscopi sono molto ricchi e comprendono, oltre al grafico natale e ai calcoli, dei veri e propri ritratti psicologici. Soprattutto la previsione di come si sarebbero evoluti i costumi e le abitudini delle figliole. Ma nonostante tanta cura e precisione i risultati non avrebbero dato molta soddisfazione al papà-astrologo. Virginia, che venne descritta come dal contegno severo e velenoso, dalla personalità solitaria e gelosa, si rivelò persona dolce e serena che accettò la vita in convento scelta dal padre, scoprendo la vocazione religiosa. Suor Maria Celeste, questo il nome preso dopo i voti, fu sempre vicina al padre con affetto, essendo per lui di grande conforto. Livia, al contrario, descritta dalla previsione astrologica come docile, razionale e prudente, manifestò ben presto una personalità problematica. Anch’essa condotta a prendere i voti e a trasformare il suo nome in suor Arcangela, non accettò mai la sua condizione monacale, maturando un carattere molto difficile e introverso.

Non meno accurato, dobbiamo supporre, fu il lavoro di calcoli per stilare l’oroscopo del granduca di Toscana Ferdinando I. L’8 gennaio 1609, tramite lettera, la granduchessa Cristina di Lorena chiedeva a Galileo l’intervento in qualità di astrologo. La richiesta era di calcolare due oroscopi relativi a due date, 19 luglio 1548 e 30 luglio 1549 in quanto non era sicuro quale delle due fosse quella giusta. Il lavoro, piuttosto faticoso, durò una settimana e il risultato fu che «confrontando li accidenti decorsi con l’uno et l’altro tema, mi par assai più conforme alle regole credere che S.A.S. nascesse li 30 di Luglio del 1549». Il granduca, nella previsione più attendibile, avrebbe potuto godere di un periodo positivo, avendo calcolato che gli anni critici e pericolosi, detti climaterici secondo la medicina antica e che concludevano i cicli in cui era suddivisa la vita dell’uomo, erano da considerarsi spostati più lontani nel tempo. Il granduca morì un mese dopo l’invio della lettera di Cristina di Lorena, il 7 febbraio 1609.

Quello che sorprende di questi insuccessi clamorosi di Galileo come astrologo è la mancanza di furbizia tipica degli astrologi del suo tempo e di quelli di oggi. Pur essendo piuttosto scaltro da un punto di vista commerciale, non adottò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo dagli errori e, quindi, dalle lamentele dei clienti (soprattutto di quelli reali). Allora, come oggi, le vere armi degli astrologi non sono, ovviamente, calcoli ed effemeridi ma le “antenne” per capire quali sono le difficoltà, le angosce, le necessità, in una parola i punti deboli di chi hanno di fronte e muoversi di conseguenza. Galileo appare più attento agli aspetti formali dell’astrologia più che a quelli psicologici, scoprendo, probabilmente, che più che di calcoli avrebbe dovuto armarsi di buon senso e intuizione da mescolare con la dovuta ambiguità per fornire un prodotto soddisfacente per il cliente di turno. Un’attenzione all’aspetto logico-matematico che almeno inizialmente interessò Galileo, anche influenzato dal Tetrabiblos, l’opera astrologica di Tolomeo che probabilmente avvicinò Galileo alla materia.

Oggi che lo sviluppo scientifico fa apparire l’astrologia in tutta la sua inconsistenza, non c’è quotidiano (salvo pochissime eccezioni) che non pubblichi previsioni astrologiche e molte televisioni, soprattutto in prossimità del nuovo anno, riempiono i loro palinsesti con trasmissioni dedicate all’astrologia. Non è una novità, come non sono nuove le condizioni in cui versa la ricerca scientifica in Italia (Salviamo la ricerca italiana). E visto che chi governa questo paese non riesce a rendere il sistema ricerca competitivo e adeguato alle sfide della nostra società, non sembra sbagliato consigliare ai ricercatori che sono costretti a fare le valige per andare a lavorare all’estero o non trovano altra soluzione che salire sui tetti per manifestare al mondo la loro protesta, di procurasi qualche libro giusto e intraprendere la professione di astrologo, sicuramente più redditizia e socialmente riconosciuta di quella di biologo, fisico o matematico. In fondo. lo ha fatto pure Galileo.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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L’ateismo che non osa pronunciare il proprio nome

Un mondo di increduli ai quali, quindi, alcune definizioni sembrano andare strette, e che comunque hanno una visione dell’incredulità a tratti sorprendente

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Understanding Unbelief è un rapporto realizzato da ricercatori dell’Università del Kent e finanziato dalla Templeton Foundation – fondazione nota per aver spesso finanziato progetti che sostengono una visione religiosa del mondo – allo scopo di fornire un quadro per quanto possibile esplicativo e rappresentativo del variegato mondo dell’incredulità. L’indagine è stata condotta su campioni di non credenti da sei diversi Paesi: Brasile, Cina, Danimarca, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La cosa curiosa è che questo studio è stato presentato nientemeno che in Vaticano, nella Pontificia Università Gregoriana, nel corso di una conferenza dal titolo Cultures of Unbelief (letteralmente: Culture dell’incredulità) svoltasi a partire da giovedì 28 maggio scorso. Come dire che l’ateismo viene studiato più nelle università vaticane, o all’estero grazie anche a reti internazionali e interdisciplinari sorte negli ultimi tempi come Nsrn, che in quelle italiane.

La ricerca chiarisce già in premessa le principali conclusioni dello studio, a partire da quella secondo cui tra i cittadini di ognuno dei sei Paesi ci sono sensibili differenze nel modo di interpretare l’ateismo e l’agnosticismo, o una combinazione dei due, e che addirittura molti non credenti si identificano nella cultura religiosa dominante del proprio Paese. In pratica il 28% dei non credenti danesi si riconosce nella definizione di cristiano, mentre l’8% di quelli giapponesi si qualifica come buddista, nonostante abbiano affermato di non essere credenti. Va detto che il campione è stato suddiviso in atei e agnostici sulla base delle risposte a una domanda preliminare: chi ha dichiarato di non credere in Dio è stato classificato come ateo, chi ha dichiarato di non poter affermare con certezza l’esistenza di Dio è stato classificato come agnostico, chi infine ha dichiarato di credere in Dio solo sotto certi aspetti, o di credere in uno spirito superiore non meglio definito, non è stato qualificato come non credente.

È venuto fuori che la maggior parte di chi dichiara di non credere in nessun Dio non si riconosce nemmeno nella definizione di ateo, preferendo identificarsi piuttosto in altre definizioni. Nella fattispecie, a qualificarsi come atei sono in maggioranza gli statunitensi rispetto agli atei delle altre cinque Nazioni, ma pur sempre minoranza interna rappresentando il 39% degli atei americani, e diventano addirittura il 19% in Danimarca. In pratica meno di un ateo danese su cinque definisce se stesso ateo, mentre il 36% di essi preferisce più genericamente qualificarsi come non religioso. Va ancora peggio agli agnostici giapponesi: appena il 2% di essi si identifica come agnostico, il 34% preferisce definirsi non religioso mentre la definizione preferita dagli agnostici cinesi è, paradossalmente, quella di ateo. Non c’è che dire, effettivamente il significato di queste definizioni cambia parecchio da Paese a Paese.

Viene anche sfatata la percezione comune secondo cui atei e agnostici sarebbero tendenzialmente più dogmatici, più intransigenti rispetto alle loro convinzioni, rispetto alla popolazione generale, e anche quella secondo cui per un non credente il mondo sarebbe assolutamente privo di significato. L’incidenza di entrambe queste affermazioni è del tutto assimilabile a quella del resto della popolazione. Chissà se Oltretevere, dove queste statistiche sono state discusse, saranno rimasti sorpresi o meno. Lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda i valori etici e il rispetto per l’uomo e per la natura, così come per tutta una serie di valori che vengono percepiti allo stesso modo da religiosi e non, come la famiglia e la libertà.

Molti atei e agnostici, sebbene non credano nell’esistenza di divinità, ritengono tuttavia plausibile l’esistenza di fenomeni, o perfino entità, soprannaturali. Quasi un ateo brasiliano su tre ritiene che vi sia comunque una vita dopo la morte terrena, il 35% circa degli atei cinesi crede nell’astrologia, un quarto degli atei danesi pensano che esistono persone dotate di poteri mistici, quattro agnostici britannici su dieci ritengono che esistono forze soprannaturali del bene e del male. Per contro, più di un ateo statunitense su tre non concorda con l’esistenza di fenomeni soprannaturali e la percentuale scende significativamente solo riguardo agli atei cinesi: appena l’8% di essi rigetta l’idea che possano esistere fenomeni soprannaturali. In generale gli agnostici sono molto più possibilisti degli atei da questo punto di vista, com’è lecito aspettarsi; la proporzione va da circa uno su tre (un agnostico naturalista contro più di due atei naturalisti) in Brasile fino a uno su dieci in Cina.

Un mondo di increduli ai quali, quindi, alcune definizioni sembrano andare strette, e che comunque hanno una visione dell’incredulità a tratti sorprendente. È chiaro che possono esserci diverse ragioni per preferire una definizione, o un’etichetta se così vogliamo dire, rispetto a un’altra, e sarebbe interessante conoscerle tutte, ma non si può non pensare che almeno in parte possa esserci un rifiuto di definizioni comunemente percepite con accezione negativa. Oppure di una classificazione ritenuta troppo drastica, netta e magari non del tutto aderente a un presunto dualismo tra atei da una parte e agnostici dall’altra. Perché poi, nella pratica, tra un insieme e l’altro ci sono tutta una serie di sfumature intermedie nelle quali molte persone potrebbero identificarsi meglio. Un’altra ragione potrebbe invece risiedere nel rifiuto più o meno inconscio di collocarsi all’opposto rispetto ai credenti, e quindi nel rigetto di una contrapposizione tra le due parti dovuta alla convinzione che potrebbero esserci più argomenti e interessi accomunanti che dividenti.

Anche nell’inchiesta commissionata di recente dall’Uaar e realizzata dalla Doxa ci sono dati interessanti in questo senso. A un complessivo 15,3% degli italiani che si dichiara ateo o agnostico, e quindi certamente non credente, si affiancano anche un 10,1% di soggetti che si definiscono credenti, ma si dichiarano anche non aderenti o comunque facenti riferimento ad alcuna religione esistente, e un 2,7% di persone che rifiuta proprio di essere classificata come credente o non credente. Il che può sembrare anche controintuitivo, perché si presume che non possa esserci una terza via tra il credere e il non credere, ma indubbiamente esiste e ce ne sarà pure una spiegazione. Probabilmente si tratta di almeno una parte di quelli che il sociologo Franco Garelli, in una sua inchiesta sulla religiosità italiana, definiva credenti a intermittenza, e che insieme a tutte le altre tipologie di scettici su Dio arriverebbe a rappresentare ben il 54,2% della popolazione.

Questo sesto di popolazione composto da non affiliati sono quelli che nel mondo anglosassone vengono definiti “nones”, un insieme che interseca sia l’area dei non credenti che quella dei credenti e che risulta ancora più variegato del già pluralissimo insieme dei non credenti, come dimostrato da numerose ricerche. Secondo un’inchiesta condotta dal Pew Forum il 19% di essi vede perfino con preoccupazione la crescita dei non credenti, mentre il 24% la giudica positivamente e il resto le è indifferente. Di fatto tutti insieme i non credenti, i non definibili e i non religiosi rappresentano secondo il sondaggio Uaar quasi un terzo dell’intera popolazione italiana; una bella fetta, pari circa a quella dei credenti cattolici praticanti e all’altra dei credenti cattolici non praticanti. Una fetta che probabilmente meriterebbe più attenzione e certamente potrebbe convergere su interessi comuni.

Perché poi le possibili strade per qualunque organizzazione di scettici, che in genere rivendicano istanze laiche, sono due: cercare di mantenere un corpo sociale in un certo senso integro, fatto di atei e agnostici che rivendicano un’accezione positiva delle rispettive definizioni e che tra le altre cose lottano anche per questo; cercare di avere una base sociale più ampia e plurale, comprendente anche chi non ritiene importante fissare delle definizioni standard e al tempo stesso focalizzata su obbiettivi comuni. In realtà il discorso potrebbe diventare più complesso se si analizza anche il problema rappresentato da quelle persone che interpretano l’ateismo in senso letterale, cioè quale antagonista del teismo ma non del deismo o del panteismo, e che magari credono in altri fenomeni ed entità soprannaturali, ma probabilmente queste non sarebbero di interesse di nessuna delle due categorie suddette. Alla fine quindi tutto va ricondotto all’individuazione dell’obbiettivo: viene prima l’orgoglio ateo esclusivo, oppure le rivendicazioni laiche inclusive, o anche in questo caso si può individuare una via di mezzo?

In ambito internazionale sembra sia stata preferita la seconda via, anche per il fatto che a trainare le federazioni Humanists International e European Humanist Federation sono in particolare le realtà continentali di lunga tradizione più laica che atea. Proprio quelle che hanno poi affrontato la questione anche dal punto di vista linguistico; non a caso i nomi di entrambe le federazioni recano all’interno l’aggettivo “humanist”, che in italiano fa ancora molta fatica ad affermarsi e non solo o non sempre per via della pretestuosa confusione tra umanismo e umanesimo. In ambito italiano l’Uaar, la maggiore delle organizzazioni scettiche, al momento si trova in una via di mezzo ma più tendente alla prima via, se non altro per via dell’acronimo già selettivo. Sarebbe interessante avere a disposizione i risultati di un’indagine come quella condotta dall’Università del Kent ma condotta tra i non credenti italiani, in modo da poter capire quanti sono gli atei e gli agnostici nostrani non sedicenti tali e regolarsi di conseguenza. Purtroppo al momento non sembra esserci nulla di simile e non si possono dunque che fare ipotesi partendo da un presupposto verosimile: non sappiamo quanti sono, ma è ragionevolmente sicuro che ci sono e probabilmente sono in percentuale significativa.





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Sanzioni aumentate contro la vera emergenza di Saonara: la bestemmia in pubblico

Il nuovo Regolamento di polizia urbana deliberato dalla giunta a chi bestemmia in pubblico va comminata una multa di 400 euro

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Esiste un paese, in Italia, dove la scala di gravità dei comportamenti sanzionabili è un po’ diversa che nel resto del territorio nazionale dal momento che uno specifico comportamento, la bestemmia, lì è stato ritenuto più grave di altri che altrove lo sono meno, come guidare col cellulare in mano o passare con il semaforo rosso. Quel paese è Saonara, comune di diecimila abitanti della provincia di Padova, dove secondo il nuovo Regolamento di polizia urbana deliberato dalla giunta a chi bestemmia in pubblico va comminata una multa di 400 euro. Il paragone con i suddetti reati del Codice della strada non è incidentale ed è perfino farina del sacco di Walter Stefan, sindaco di Saonara, che infatti li cita orgogliosamente nell’intervistapubblicata dal Corriere del Veneto.

In effetti 400 euro sono più del doppio del minimo previsto per chi viola l’art. 146 (violazione della segnaletica stradale) o l’art. 173 (uso di lenti o di determinati apparecchi durante la guida) del Codice della strada, il che fornisce proporzionalmente la misura di quanto assurda sia la norma introdotta a Saonara. La persona che bestemmia in pubblico sarà cafona e maleducata, se vogliamo anche offensiva nei confronti di qualcuno, ma la maleducazione di per sé è sterile, non produce alcun danno materiale. Al contrario, guidare messaggiando o attraversare un incrocio col rosso sono comportamenti che mettono a rischio l’incolumità fisica sia del guidatore che dei terzi malcapitati. Peraltro il ricorso al Regolamento di polizia urbana per ribadire il concetto che a bestemmiare si rischia una sanzione non è nemmeno una novità assoluta, ma altrove ci si limita in genere ad appunto ribadire quanto espresso dall’anacronistico art. 724 del Codice penale: che si rischia una sanzione amministrativa da 51 a 309 euro, come nel caso di Trieste.

Tuttavia la proporzione rispetto alle sanzioni per reati stradali non è il solo aspetto discutibile di questa norma evidentemente ideologica, come si evince dalle parole del sindaco e da quelle del testo del nuovo art. 12 il quale recita: «A salvaguardia del decoro, dell’igiene, della pulizia, della sicurezza e dell’immagine urbana è vietato bestemmiare contro le divinità di qualsiasi credo o religione e proferire turpiloquio nei luoghi pubblici o comunque aperti al pubblico, poiché considerati atti contrari alla pubblica decenza e alla sensibilità di persone terze presenti». Tanto per cominciare è lecito chiedersi cosa c’entrino igiene, pulizia e sicurezza con la bestemmia. Non risulta che gli agenti patogeni siano sensibili alle bestemmie, né che le onde sonore generate da chi le pronuncia imbrattino le strade o che in generale la sicurezza ne tragga nocumento. Avrebbe avuto molto più senso multare chi starnutisce senza portare la mano alla bocca, cosa effettivamente antigienica e senza dubbio maleducata. Probabilmente la giunta saonarese ha chiare cose che a noi invece sfuggono. Sull’offesa alla sensibilità delle persone si potrebbe invece discutere evidenziando che la stessa idea di tutelare in modo particolare il sentimento religioso, qualunque cosa si voglia intendere con tale espressione, è offensiva per chi ritiene che nessuno debba ricevere tutele derivanti da speciali privilegi.

A tal proposito si ricorda che attualmente in Italia non esiste solo l’illecito della bestemmia, originalmente limitato alla religione di stato e in seguito reso più generico verso “la divinità”, ma è tutt’oggi vigente il reato di offesa a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone e cose, anch’esso ridimensionato in senso più generale rispetto alla precedente formulazione favorevole al solo cattolicesimo ma, soprattutto, punito con sanzioni ben più onerose della semplice bestemmia, compresa quella ad ammenda aumentata introdotta a Saonara. Va molto peggio in varie, troppe parti del mondo, come evidenziato dal rapporto sulla libertà di pensiero redatto da Humanists International sui cui dati si basano le campagne End Blasphemy Laws e Protect Humanists At Risk. Perché le restrittive norme anti-blasfemia e anti-apostasia possono costare veramente caro, altrove.

Il sindaco Stefan ha anche dichiarato: «Al di là degli aspetti religiosi è un fatto culturale e riguarda ogni divinità. Vale per Allah, Buddha o Maometto. Non è questione di fare la morale». Invece la questione è proprio fare la morale. La delibera della giunta saonarese fa la morale, il Codice penale italiano pure. Sono legislazioni da Stato etico, che non sono paragonabili a quelle saudite o iraniane per quanto concerne la gravità delle pene ma lo sono certamente sul piano del principio. Con la differenza che quegli stati mediorientali si definiscono islamici; l’Italia no, non si definisce più cattolica o religiosa da tempo e tantomeno può farlo Saonara, quindi non è sostenibile il principio del “fatto culturale” sostenuto da Stefan. Non esiste nessuna cultura religiosa che possa essere scissa dalla religione o prescinderne in alcun modo; esiste invece una cultura laica che mal si concilia con l’iniziativa in questione. Che a sua volta pare non conciliarsi molto bene nemmeno con il sentire comune, di solito usato come pretesto per avvalorare il “principio culturale”, visto che c’è perfino chi propone eventi di protestaclamorosa.

E comunque, Allah è una divinità che peraltro coincide esattamente con il dio dei cristiani, Buddha e Maometto invece non sono affatto divinità e non sono tutelati nemmeno dalla legge nazionale sulla bestemmia, che infatti non si applica ad esempio a frasi contro la Madonna. Il Prodigioso spaghetto volante invece tecnicamente lo sarebbe, sebbene gli stessi pastafariani esortino a bestemmiarlo. Qualcuno spieghi bene a Stefan il concetto di divinità; visto che intende tutelarle, sarebbe bene che almeno avesse chiaro cosa sono.





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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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Crediti :

Globalist

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